(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Trattato delle malattie mentali"

' ' 






■■MMIMBMÉt 





b^^^-^g- 



^^ 



Gift of Dr. George Rosen 
Yale Medicai Library 



li ' 

Uhi/ 






\\^ 



TRATTATO DELLE MALATTIE MENTALI 



EUGENIO TANZI 

Profe-isore ordinario nel K. Istituto rli Stadi Superiori di Firenze 



TRATTATO 



DELLE 



MALATTIE MENTALI 



Con 139 figure nel testo 




1905 



Società Editrice Libraria 



MILANO - Via Kramer, 4 A ■ Galleria De Cristoforis, 54 



.TS5 




Milano. 1P04 Tip Indinenden?» di A. Berni e Ci ■ Corso Imi i pendenza , 28 



PREFAZIONE 



Lo studio delle malattie mentali è un obbligo scolastico, in 
Italia, per chi vuol conseguire la laurea di medico; è un'ovvia 
necessità per quei medici che si prefìggono la carriera dei ma- 
nicomi; è un'arma d'offesa, nei tribunali, poi difensori; è un'arma 
di difesa per gli accusatori. Tutta questa gente, che milita nello 
file degli alienisti o fa scorribande professionali al loro fianco 
senza l'impulso d'una vocazione speciale, ha bisogno di conoscere 
il vero stato della psichiatria, e non di più: le applicazioni utili, 
le nozioni accertate, i criteri pratici, spogli di ridondanze e di 
millanteria. Sono professionisti e dilettanti professionali di psichia- 
tria ai quali si deve esporre non un'enciclopedia slegata di pertur 
bazioni mentali, di rarità patologiche, di elenchi bibliografici, di 
notizie storiche, di curiosità psicologiche, di preziosità anatomiche, 
ma un insieme organico, semplice e veritiero di quadri clinici che 
siano ben distinti l'uno dall'altro, che abbiano la loro ragion d'es- 
sere in una distinzione superiore alle parvenze sintomatiche, e 
che perciò conducano chi ne è istruito a regolarsi scientifica- 
mente nel governo e nel trattamento dei pazzi. 

Ma vi è un'altra classe di studiosi pei quali la psichiatria è 
un punto di vista speculativo, talvolta il solo accessibile, per 
giudicare più alte cose. Questi alienisti d'elezione, e ve n'è anche 
fra i professionisti dei manicomi, dei tribunali, della stampa let- 
teraria e politica, non domandano i procedimenti empirici da seguire 
di fronte agli alienati di niente, ma la soluzione dei problemi più 
ardui che affannino lo spirito umano: problemi biologici, antro- 



PREFAZIONE 



pogenici, psicologici, etici, filosofici. La psichiatria che, come spe- 
cialità pratica, è così modesta, diventa una scienza delle più ari- 
stocratiche, malgrado le sue deficienze attuali, per la posizione 
che occupa come branca della biologia. Sentinella avanzata della 
biologia nel campo della speculazione, essa ha le braccia corte, 
ma vede lontano ; e se non vede molte cose, sono vastissimi gli 
orizzonti che abbraccia, gii ideali a cui mira e i suoi contatti 
con le scienze affini. Le nozioni d'anatomia, di citologia, di fisio- 
logia, di psicologia, di patologia, di sociologia, che la scienza 
delle malattie mentali è costretta ad evocare, ad analizzare, ad 
agitare nei territori contigui dello scibile per rischiarare il proprio, 
sono molte e tra le più svariate e tra le più importanti; e forse 
verrà il giorno che la psichiatria proietterà sulle scienze sorelle, 
moltiplicata, la luce che ne riceve. 

Il libro che presento al pubblico si propone di rispecchiare con 
sobrietà, nelle debite proporzioni e senza intimi antagonismi le 
due tendenze che si nascondono nella psichiatria, la Marta e la 
Maria in cui essa si sdoppia, e che l'animano da una parte verso 
la pratica, dall'altra verso l'ideale. Ai pratici importa di sapere 
che cosa la psichiatria è; agli idealisti preme d'indagare che 
cosa diverrà. Agli uni occorrono i fatti, e tra i fatti soltanto i 
più sicuri, i più coordinabili, i più fertili d'utilità materiale. Agli 
altri interessano le ipotesi, la traiettoria della scienza che si 
forma, il suo passato, il suo avvenire. Ma, come dice Carlo Ri- 
chet, i censori moderni sono indulgenti verso chi raccoglie senza 
critica i fatti e inconsapevolmente li altera, li esagera o li in- 
venta; mentre sono implacabili verso chi lancia e naturalmente 
lascia indimostrate le proprie ipotesi, per quanto ragionevoli, 
utili e verosimili. Semplicisti della critica, prendendo il positivi- 
smo alla lettera, molti aristarchi delle Università sono trascinati, 
senza saperlo, a creder veri tutti i fatti e false tutte le ipotesi. 
Eppure, esistono fatti illusori e ipotesi che si avverano. Sarebbe 
assai meglio se si fosse più severi nell'ammettere i fatti e meno 
precipitosi nello sprezzare le ipotesi. 

Nei capitoli di psicopatologia generale non sono rifuggito da 
particolarità nuove ed antiche d'anatomia e di fisiologia, da ri- 



PREFAZIONE 



chiami di psicologia, da induzioni d'anatomia patologica e dal- 
l'esposizione di congetture già note, ma tuttora discusse sul mec- 
canismo del pensiero, che mettono capo ai principi fondamen- 
tali della biologia: da questo lato bisogna largheggiare. Nei ca- 
pitoli, invece, che trattano di psicopatologia speciale, ho prescelto 
un indirizzo empirico e schivo da ogni sistematismo dottrinale : 
l'eredità, la degenerazione, i fattori biologici della pazzia, l'asso- 
ciazionismo; non vengono a sopraffare la clinica, che poggia so- 
pratutto sull'osservazione diretta dei fatti più comuni e più evi- 
denti. La psichiatria deve spiegare audacemente le ali quando 
vola nei domini delle scienze generali col patrimonio dei suoi 
principi e delle sue speranze; ma deve evitare ogni dispersione 
di forze ed usare ogni cautela quando percorre pedestramente il 
campo della clinica applicata. 



Prof. Eugenio Tanzi. 



INDICE DELLE MATERIE 



Capitolo I. — La sede dei processi psichici 
Prel iniinari storici .... 

I limiti presenti del problema 

I dati della fisiologia e dell'anatomia sperimenta 

I dati dell'embriologia . 

I dati della patologia umana . 

I dati dell'anatomia normale 
Gli indizi positivi in favore dei centri psichici 

Capitolo II. — Le cause delle malattie mentali 

Cause esterne 

Cause somatiche 

Cause psichiche 

Cause sociali . 
Cause interne 

Diatesi . 

Degenerazioni psichiche 

Eredità (psichica) . 



Capitolo III. — Il substrato anatomo-patologico delle malattie mentali 

I. Quadri macroscopici delle lesioni cortico-cerebrali 

A) Reperti terminali dei processi precoci 

B) Reperti a focolaio e reperti diffusi degli adulti 
II. Lesioni elementari della corteccia cerebrale e delle sue dipendenze 

A) Lesioni delle cellule nervose 

1.° Processi acuti . 
2.° Processi subacuti 
3.° Processi cronici 

B) Lesioni delle fibre nervose 

C) Lesioni della nevroglia . 

D) Lesioni dei vasi e delle meningi 
III. Alterazioni extracorticali ed extracerebrali 



1 
ivi 
7 
8 
13 
19 
20 
28 

32 
33 
ivi 
36 
45 
47 
ivi 
49 
52 

57 
60 
61 

69 
74 
ivi 
75 
81 
82 
84 
86 
87 
90 



INDICE DELLE MATERIE 



Capitolo IV. — La sensibilità 

Fisiologia generale (lei processi sensoriali e sensitivi 
Patologia della sensibilità 

Cenestesi . . . . 

.Sensibilità tattile, termosensibilità, sensibilità dolorosa 

Senso genetico 

Gusto ed olfatto 

Udito e vista 

Allucinazioni ed illusioni 

Meccanismo dell' allucinazione ... 

Applicazione della teoria 

Allucinazioni da stimoli irritanti che agiscono direttamente sul 
cervello .... 

Allucinazioni ad occhi chiusi 

Ripetizione del pensiero .... 

Allucinazioni configurate 

Allucinazioni combinate .... 

Allucinazioni che si presentano nei sogni 

Allucinazioni d'origine periferica . 

Allucinazioni unilaterali dell'udito 

Illusioni . . . . 

Conclusione . . 

Pseudo-allucinazioni od allucinazioni psichiche 



Capitolo V. — L'ideazione 
Psicologia dell'ideazione 
Patologia dell'ideazione 
Rapidità del pensiero 
Idee prevalenti 
Idee ossessive 

Convinzioni deliranti e dubbi deliranti 
Quantità delle idee 

Alterazióni nell'ordinamento delle idee 
Stati di semicoscienza 

Capitolo VI. — La memoria 

Fisiologia della memoria 

Patologia della memoria 

Agenesia delle traccie mnemoniche 
Cancellazione delle traccie mnemoniche 
Disordini dell'evocazione mnemonica 
Irregolarità nell'atto del riconoscimento mnemonico 



Capitolo VII. — I sentimenti . 

Fisiologia dei sentimenti 

Patologia dei sentimenti 

1." Variazioni patologiche dell'umore 
Depressione sentimentale 
Esaltamento sentimentale 



177 

ivi 
182 

ivi 
184 
185 



INDICE DELLE MATERIE 



XI 



2.° Variazioni patologiche nel dominio delle emozioni 

3.° Variazioni patologiche dell'affettività e del carattere abituai 



Capitolo Vili. — I movimenti e le altre reazioni esterne 
Psicologia dei movimenti ... . . 

Patologia dell'innervazione centrifuga 
1.° La condotta 

Anomalie della volontà . 

Anomalie degli istinti .... 

A) Conservazione individuale 

B) Conservazione della specie . 
2." Mimica, favella e scrittura 

Anomalie dell'espressione mimica 

Anomalie della favella 

Difetti d'articolazione acquisiti 
Difetti d'articolazione congeniti 
Forme di disfrasia ... 

Anomalie della scrittura . 
3." Reflessi volgari 

Reflessi viscerali 

Reflessi tendinei 

Reflesso delle pupille 

Capitolo IX. — Classificazione delle malattie mentali 
Classificazione di E. MORSELLI 
Ultima classificazione di E. Kraepelin 
Classificazione adottata dall'Autore 

Capitolo X. — La pellagra 

Etiologia 

Caratteri morfologici e venefici del mais ammuffito 

Patogenesi . . . . 

Sintomi 

Anatomia, patologica 

Asse cerebro-spinale 

Lesioni viscerali 
Dati demografici ... 
Profilassi e cura . 

Capitolo XI. — L'alcoolismo 
Cause ... 
Diffusione e distribuzione 
Forme . . ■ ■ 

Ubbriaehezza fisiologica 
Ubbriachezza patologica 
Sintomi dell'alcool ismo cronico 
Delirio allucinatorie 
Pseudo-paralisi alcoolica 
Delirium tremens .... 



188 
190 



indice: delle materie 



Patogenesi 

Anatomia patologica 

Cura 

Profilassi sociale 
Il morfinismo 

Patogenesi 

Sintomi 

Cause 

Cura . 
Cocainismo 

Capitolo VII. — L'amenza 

Sintomi 

Anatomia patologica 

Etiologia e patogenesi 

Cura 
Psicopatie uremiche 



297 
299 
301 
303 
301 
305 
30b' 
308 
309 
312 

313 
314 
322 
324 
327 
328 



Capitolo XIII. — Le psicosi tiroidee 
Il mixedema degli adulti 
Il cretinismo endemico 

Sintomi 

Anatomia patologica 

Etiologia 

Patogenesi 

Cura e profilassi . 
Il cretinismo sporadico . 

Patogenesi 

Anatomia patologica 

C lira 
Il morbo di Basedow 



330 
333 
337 
ivi 
339 
340 
342 
343 
344 
348 
349 
350 
354 



Capitolo XIV. — La paralisi progressiva 
Sintomatologia 

Segni e andamenti del processo demenziale 

Stati d'animo e deliri 

Crisi ed accessi 

Sintomi motori 

Disturbi della sensibilità 

Disturbi viscerali e trofici 

Varietà cliniche della paralisi progressiva 
Decorso 
Etiologia 
Patogenesi ...... 

Anatomia patologica 

Lesioni microscopiche del cervello 

Lesioni microscopiche del sistema nervoso 
Cellule nervose . . 

Fibre nervose 



357 
ivi 

ivi 
361 
364 
367 
376 
377 
379 
381 
384 
386 
389 
391 
392 

ivi 
394 



INDICE DELLE MATERIE 



XIII 



Nevroglia . . . 

Vasi sanguigni ...... 

Alterazioni del midollo spinale e dei nervi periferici 
Alterazioni estranee al sistema nervoso 
Diagnosi differenziale 
Cura . . 



IVI 

396 
397 
398 
399 
400 



Capitolo XV. — Le cerebropatie infantili (idiozia acquisita) 
Etiologia ..... 
Anatomia patologica 
Sintomi e forme cliniche 

Alterazioni psichiche . . . ■ 

Alterazioni motorie , 

Emiplegia , . . 

Diplegie . ... 

Complicazioni cerebrali comuni alle forme emiplegiche e di 

plegiche 
Alterazioni sensoriali 
Cura ...... . 



404 
407 
409 
413 
ivi 
420 
421 
422 

424 
426 
427 



Capitolo XVI. — Le cerebropatie degli adulti 
La demenza senile 

Sintomi demenziali 
Sintomi amenziali 
Sintomi a focolaio 
Varietà cliniche della demenza senile . 
Decorso 

Diagnosi differenziale 
Anatomia patologica 
Patogenesi 
Cura 
Emorragia, Embolia, Trombosi cerebrale 
La sifilide celebrale. 
Tumori cerebrali 
La sclerosi a placche 
i traumi al capo 



Le psicosi affettive 



Capitolo XVII. 

Melancolia 

Sintomi 

Dolorabilità psichica 
Deliri 

Abulia e disbulia 
Altri sintomi . 
Decorso e varietà cliniche 
Diagnosi differenziale 
Cura 
Mania 

Sintomi 



429 
430 
432 
434 
435 

ivi 
436 
437 
43K 
441 
442 

ivi 
444 
44K 
419 
450 

452 
45* 
459 
ivi 
463 
465 
467 
470 
471 
472 
474 
475 



XIV 



INDICE DELLE MATERIE 



Decorso e varietà „ 

Diagnosi differenziale 
Melanconia periodica 
Mania periodica 
Pazzia circolare 

Capitolo XVIII. — La nevrastenia 

Sintomi 

Stanchezza 

Parestesie 

Algesie localizzate 

Sintomi obiettivi 

Stato generale 
Sintomi psichici 

Agorafobia 

Misofobia (Hammond) o rupofobi 

Patofobia 

Disuiorfofobia 

Fobia della responsabilità 

Erentofobia 

Ossessione del corno e del perdi 

Idee ossessive d'azione . 
Diagnosi differenziale 
Etiologia e patogenesi . 
Cura 



x (V 



erga) 



Capitolo XIX. — L'isterismo . 

Sintomi 

Etiologia e decorso 

Cura 

Capitoli i XX. — L'epilessia 

Sintomi 

Accesso epilettico 

Accessi parziali 

Equivalenti epilettici 

Stati pre-epilettici e post-epilettici 

Stati psicopatici permanenti 

Caratteri e sintomi somatici 

Diagnosi differenziale . 

Etiologia e patogenesi 

Forme cliniche e decorso 

Anatomia, patologica 

Cura ... 

Capitolo XXI. — La demenza precoce . 

Sintomi 

Decorso e varietà cliniche 

Cause e natura della demenza precoce 

Cura . . . 



480 
183 
486 
487 
489 



INDICE DELLE MATERIE 



Capitolo XXII. — I pervertimenti sessuali 
Inversione sessuale (Uranismo) 

Uranismo femminile . . 

Uranismo femminile ed immoralità costituzionale 
Omosessualità femminile associata a delinquenza 
Uranismo maschile . . . . 

Cura e legislazione ..... 

Feticismo . . . . . 



618 
621 
625 
626 
627 
628 
636 
637 



Capitolo XXIII. — L'immoralità costituzionale 

Il criterio etico nella diagnosi 
Evoluzione del concetto nosologico 
Manifestazioni cliniche 
Trattamento degli immorali 



461 
643 
648 
653 
661 



Capitolo XXIV. 



La paranoia 



Manifestazioni cliniche della paranoia 

Delirio di persecuzione 

Delirio ambizioso 

Delirio religioso . 

Delirio di querela 

Deliri impersonali 

Neologismi 

Allucinazioni . 

Condotta dei paranoici 
Trattamento della paranoia 



Capitolo XXV. — L'imbecillità 

Manifestazioni cliniche 

Aspetto degl'imbecilli 

Stigme anatomiche di degenerazione 

Percezione . . ■ ■ • 

Sensibilità 

Affettività 

Intelligenza. . 

Movimenti . ... 

Pronuncia, intonazione della voce, linguaggio e scrittura 
Varietà cliniche ....... 

Imbecillità semplice di lieve grado, irrequietezza, prodigalità 

Imbecillità semplice ..... 

Imbecillità con talento parziale ed episodi di melancolia . 

Imbecillità intellettuale o morale con accessi di mania e di vi< 
lenza . • ■ ... 

Imbecillità intellettuale e morale con costituzione paranoica 



668 
681 
682 
685 
687 
693 
694 
697 
69H 
699 
700 

701 
702 

ivi 
703 
704 

ivi 
705 
709 
713 
714 
715 
716 
719 

ivi 
ivi 
720 



Capitolo XXVI. — I manicomi 

Evoluzione dei manicomi 

Ostacoli alla regolare spedalizzazione delle malattie mentali 
Restrizioni legali 



723 

726 

729 

ivi 



XVI 



INDICE DELLE MATEKIE 



Falsa interpretazione delle statistiche 
Surrogati insidiosi 
Assestamento pratico 

Istituti d'osservazione . 

Separazione dei vecchi e degli anomali 

Colonie agricole 

Amministrazione dei manicomi 

Indice alfabetico .... 
Indice degli Autori . 



731 
734 
735 
ivi 
737 
739 
740 

747 
759 



CAPITOLO I. 

La sede dei processi psichici 



P RELIMINÀRI STORICI. 

La psichiatria è ancora, più che altro, un'esposizione di sintomi. Sotto 
un'apparente ricchezza di quadri clinici, essa nasconde lacune ed incer- 
tezze che lasciano insoluti i suoi problemi più essenziali. 

Non bisogna dimenticare che lo studio delle malattie mentali comincili 
ad acquistare qualche continuità solo verso la fine del secolo XVIII. Finn 
a quell'epoca, i pregiudizi religiosi e filosofici, se permettevano di cercare, 
del resto con poca fortuna, la sede dell'anima nel corpo, comprimevano 
ogni altra tendenza che fosse contraria allo spiritualismo ; e la vita della 
psichiatria, salvo i lucidi intervalli della civiltà greca e latina, fu un le- 
targo prolungato, senza acquisti nuovi e senza nemmeno la memoria degli 
acquisti precedenti. 

La stesso risveglio del secolo XVIII non provenne che in minima parte 
da cause scientifiche. Più che la maturità della medicina, fu una maggior 
sensibilità sociale che, imponendo la creazione dei manicomi, creò anche 
gli alienisti. Li creò, prima che fosse rinata la psichiatria, appunto con 
l'ardua missione di farla rinascere. Ma il risultato dei loro studi prematuri 
fu quello che doveva essere: una psichiatria puramente descrittiva. Tutta 
l'attenzione di questi osservatori volonterosi e impreparati fu assorbita 
dalle manifestazioni esterne di pazzia, che sovrabbondano nei discorsi e 
nella condotta degli alienati e che, essendo estremamente facili a cogliersi 
anche senza il sussidio d'alcun tecnicismo, potevano generare l'illusione 
d'una dottrina coordinata e florida dove non era che un'enumerazione 
prolissa di fenomeni superficiali. 

I medici dei manicomi, abbandonati a sé stessi e non potendo contare 
sui mezzi d'orientazione odierni, furono spinti ad abusare di questa facilita 

Takzi, Psichiatria. — 1. 



CAPITOLO 1 



d'osservazione, moltiplicando le varietà nosograflche. Si el >1 >e un caleido- 
scopio ili psicosi e di denominazioni ammesse dagli -uni, negate e discusse 
dagli altri, destinate a sorgere, a sparire, a mutar di posto nel vano suc- 
cedersi delle classificazioni e delle scuole. 

Ma la conoscenza dei sintomi, per quanto larga, è sterile senza lo studio 
della loro patogenesi. Che un trauma o un avvelenamento o una tossi- 
infezione o un'emozione violenta possano cagionare malattie mentali, anzi 
talune di queste malattie e non altre, è ammesso in psichiatria come anche 
nell'esperienza volgare ; ma il vero problema non consiste nell'identificare 
le cause, bensì nell' analizzare il modo con cui le cause operano sulla 
trama cerebrale. 

Quando ad un dolore morale che dovrebb'essere momentaneo tien dietro 
uno stato di tristezza cronica col decorso tipico della melancolia, si delinea 
un rapporto causale che a prima vista sembra assai semplice, perchè ri- 
guarda due fenomeni d'ordine psichico e non dissimili che per la loro durata. 
Eppure, fra questi due termini subiettivi, il dolore inorale (fisiologico) e la de- 
pressione melancohca, s'interpone un terzo termine d'ordine diverso, cioè un 
processo fisio-patologico del cervello, da cui non si può prescindere. Come 
avviene che, sotto la pressione d'un avvenimento morale, possa materializ- 
zarsi un'alterazione organica, sia pure semplicemente funzionale:' E come 
mai questa reazione materiale ad uno stimolo morale rigenera a sua volta 
manifestazioni subiettive, ossia tutta la serie dolorosa delle immagini 
melancolictìe ? Noi abbiamo un bel conoscere i sintomi delle malattie 
mentali e le loro cause remote, ma ci sfuggono quasi sempre i processi 
intermedi che sono in pari tempri l'effetto immediato delle cause morbi- 
gene e la condizione immediata dei sintomi psicopatici. K vero che in 
certe psicosi ci è nota l'esistenza di un nesso costante fra un agente mor- 
boso e un reperto anatomo-patologieo determinato, ma anche in questi 
casi noi ignoriamo come dalle condizioni anatomiche si risalga al quadro 
sintomatico. Per capire la concatenazione di questi fenomeni eterogenei, 
bisognerebbe sapere come si svolgono normalmente, almeno a un dipresso, 
le operazioni mentali nei vari territori o nei vari elementi del cervello. 

Una simile oscurità non si verifica nella patologia d'altri organi. Spesso 
il rapporto fra la funzione e l'organo è anzi cosi chiaro, che «lai pertur- 
bamento anche minimo della funzione (mettiamo dami soffio cardiaco) si 
può argomentare direttamente la lesione materiale che l'ha provocato. 
Cosi avviene di sovente non solo nelle malattie di cuore, ma per esempio 
anche in quelle .lei reni e degli occhi, appunto perchè la funzione di questi 
organi è relativamente semplice, tanto semplice che, senza soverchia ine- 
sattezza, si può paragonare il cuore ad una pompa, il rene ad un filtro, 
l'occhio ad un sistema di lenti. Ma il significato biologico del cervello 



LA. SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 



non può essere contenuto per intero in formule cosi sbrigative. Il cervello 
discerne, guarda, ascolta, fiuta, assapora, tocca, pesa, spinge, innerva, 
inibisce, parla, scrive, ricorda, pensa, fantastica e giudica ; esita e vuole ; 
soffre e tripudia. Se si volesse compendiare la sua attività con una o più 
espressioni metaforiche, si dovrebbe dire che è insieme un osservatorio, 
un archivio, un tribunale, un governo ; e con tutto ciò residuerebbero 
sempre altri uffici essenziali che si sottraggono a qualunque similitudine. 
Fra ciò che è quest'organo e ciò che pare, fra la complessità indiscutibile 
delle sue funzioni e l'omogeneità ingannatrice della sua struttura, vi è un 
abisso che difficilmente può essere superato. 

Per questi motivi, non solo le lacune presenti della fisiologia cerebrale, 
ma anche le aberrazioni delle epoche passate, che noi ricordiamo qualche 
volta per obbligo d'erudizione non senza una sfumatura d'ironia derisoria, 
meritano, a pensarci bene, la più profonda indulgenza. 

Rintracciare la sede dell'anima o in un viscere qualunque del corpo o 
nella sua totalità o in una singola parte dell'encefalo fu il primo obiettivo, 
direi quasi l'ossessione storica di quanti coltivarono la psicologia dall'anti- 
chità lino a ieri; ma la certezza che quest'organo è l'intera corteccia ce- 
rebrale non fu raggiunta che negli ultimi quarant'anni. La gloria della 
scoperta non va attribuita agli alienisti (Broca era un antropologo e 
Hitzig iniziò i suoi studi come fisiologo) ; ma neppure si può imputare 
ad essi il demerito dell'indugio. Il problema eccede i limiti della psichia- 
tria ed appartiene alla biologia generale. 

Finché le arterie apparirono come canali aerei e i nervi restarono indi- 
stinti dai tendini, non era irragionevole che la sorgente dell'attività intel- 
lettuale si cercasse di preferenza nel cuore. 11 cuore, centro anatomico delle 
arterie, congiunto coi polmoni e con gli organi periferici dei sensi, soggetto 
visibilmente al tumulto delle passioni, poteva ben credersi, fra i visceri del 
corpo, il più designato allo scambio di quei fluidi imponderabili, suoni, luce, 
calore, sensazioni, pensieri ed affetti, che per trasmettersi, formarsi e tras- 
formarsi sembravano aver bisogno d'un veicolo aereo, se non addirittura 
immateriale. 

Quando poi gli antichi parlavano dell'anima e tentavano di fissarne la 
resilienza fuori del cervello, essi non miravano, come i localizzatori mo- 
derni, al nido particolare del pensiero, ma assai più spesso al focolaio 
centrale della vita in genere. Solo in questo senso anche i naturalisti meno 
inclinati alla metafisica osarono assegnare un'anima alle piante, e l'anima 
ebbe localizzazioni anatomiche cosi svariate. Le teorie immaginate in 
proposito appartengono alla storia e si possono raggruppare in categorie 
più o meno nettamente separate per epoche, scuole e tendenze. 

l.o Loealiszazioni e.rlracerebrali, senz' alcuna partecipazione del 

cervello. 

Sono le più antiche. I filosofi primitivi della Grecia erano ilozoisti : per- 
dendo di vista l'aspetto subiettivo del pensiero, confondevano non solo il 
pensiero con la vita, ma anche la vita col movimento, e finivano per ere- 



C Al' ITO LO I 



fiere che l'intelligenza, come il movimento, l'osse una proprietà universale 
della materia. D'altra parte, posti di fronte ad un problema preciso di fisio- 
logia umana, ebbero, almeno sulle prime, il buon senso ili dimenticare l'i- 
lozoismo, e non cercarono la propria intelligenza altrove che in sé stessi. 
Disgraziatamente, si lasciarono suggestionare dal preconcetto che all'intel- 
ligenza occorresse un organo molto attivo, e scartarono il cervello, restando 
perplessi fra il cuore, il sangue, i polmoni, il legato, la milza. Intatti 
ognuno di questi organi, o per la sua centralità o per la sua larga diffu- 
sione o per la clamorosità delle sue variazioni funzionali o per la sua mule 
o per la sua temperatura apparente, doveva sembrare teatro di metamor- 
fosi fìsiche e chimiche assai più importanti di quelle che si potevano presu- 
mere nella massa fredda ed immobile del cervello, ossia d'una gianduia 
destinata, secondo le credenze d'allora, alla secrezione della pituita nasale. 
2." Localisz-azioni miste in vari visceri, compreso il cervello. 

Fiorirono col fiorire della filosofia greca. L'anima umana era considerata 
sotto vari aspetti, secondo che presiedeva alle sensazioni, alle passioni, ai 
giudizi od all'accrescimento somatico; ed a ciascuna di queste anime era 
attribuita una residenza diversa. La classificazione più comune era tripar- 
tita, e al cuore toccava quasi sempre l'ufficio più elevato. 

Quanto al cervello, sebbene non fosse escluso dalla spartizione, il suo 
ufficio era piuttosto secondario: Aristotele lo faceva consistere nella re- 
frigerazione del sangue ed in una specie d'antagonismo col cuore. Quando 
prevaleva il cuore, si aveva il massimo della vitalità e del pensiero; 
quando prevaleva il cervelli!, la vitalità s'assopiva, il corposi raffreddava, 
il pensiero languiva, lì sotto questo aspetto negativo che Aristotele, dopo 
averne accertato sperimentalmente l'insensibilità alle irritazioni mecca- 
niche, ravvisava nel cervello Vorr/ano del sonno. 

Al principio del secolo XIX Bichat poteva credere ancora, come Platone, 
che il cuore, non il cervello, fosse la sede degli affetti. Il trasloco definitivo 
di tutte le funzioni psichiche nel cervello, anche delle affettive, è recente; 
e fu un'impresa meritoria di Gall che, in mezzo alle stravaganze deila sua 
frenologia, seppe evitare un altro errore, cioè quello di attribuire agli affetti 
(sia pure nei limiti della corteccia cerebrale) una localizzazione diversa da 
quella delle sensazioni e delle rappresentazioni. 
;i." Localizzazione nella totalità del corpo. 

Questa forma di localizzazione diffusa ed omogenea, con cui si passa dalla 
pluralità dei centri psichici al decentramento assoluto, ha una doppia ori- 
gine e un doppio aspetto: antico e moderno. 

1 più tra gli scolastici, convinti che non si poteva né concentrare in un 
solo organo, né dividere fra pochi organi privilegiati e designati arbitraria- 
mente una funzione invisibile e forse indecomponibile, come quella del pen- 
siero, adottarono la massima d'AGosTi.vo: anima in toto eorpore fora et in 
omnibus eius partibus tota Questo polipsichismo degli scolastici è un primo 
passo di ritorno verso l'ilozoismo greco, ossia verso il panpsichismo che, 
applicato rigorosamente, esclude qualunque serio tentativo di localizzazione 
anatomica. 

Non pochi fra i trasformisti darwiniani dell'epoca attuale arrivano per 
altra via ad un panpsichismo più deciso e senza alcuna riserva. Indietreg- 
giando dal cervello al sistema nervoso, dal sistema nervoso agli elementi 
primordiali dell'ontogenesi, e dal mondo organico, per le ramificazioni 
della filogenesi, al mondo inorganico, questi trasformisti ad oltranza non 
s'accorgono di sofisticare la legge di continuità, e finiscono per trovare 
l'intelligenza umana nell'atomo chimico. Secondo la loro maniera di vedere, 
esistono barlumi di funzione psichica in qualunque parte dell'organismo 



LA SEDE DUI PROCESSI PSICHICI 



vivente; e perchè non anche fuori? Infatti H.eckel, nella Perigenesi delle 

plastidule, senza negare al cervello il suo primato come organo evoluto 
dell'intelligenza, interpreta persino l'affinità chimica come un'espressione 
di volontà, ossia come un fenomeno psichico. Se ciò fosse vero, bisogne- 
rebbe, afortiori, riconoscere un'intelligenza rudimentale in tutti gli esseri 
organizzati, anche negli organismi unicellulari. Cosi l'antico •«■;-- di Platone 
e di Aristotele risorge sotto veste moderna come l'anima e il motore del- 
l'universo. Ma un intelletto fuori dagli organismi viventi e conosciuti perde 
ogni chiaro significato: da questa forza ipotetica, inverosimile e che prende 
(troppo evidente) il marchio d'origine dall' animismo dei selvaggi e dei pri- 
mitivi, non esce alcun lume che serva a spiegare quell'intelligenza che 
sentiamo in noi e che opera negli organismi simili al nostro. 

Le ricerche recenti sul ehemotropismo rinvigorirono per un momento la 
tendenza panpsichistica. Siccome i movimenti chemotattici sono utili al- 
l'essere che li compie, e siccome tutti gli esseri viventi sembrano dotati 
di proprietà chemotattiche, si concluse che l'intelligenza, o per lo meno 
la coscienza, rappresenta un attributo universale della materia organizzata 
e che preesiste al cervello. 

Per buona sorte, Verworn e tutti gli osservatori più autorevoli dei mo- 
viménti chemotropici arrivarono ben presto alla soluzione contraria. Questi 
movimenti non sono la primordiale espressione dell'intelligenza, ma una pro- 
prietà fisiologica ed apsichica degli elementi vivi, che si ritroverà inclusa 
anche nel meccanismo, più complesso, degli atti psichici. A questo mudi', 
invece di servirci dell'intelligenza per chiarire il ehemotropismo, noi pos- 
siamo servirci del ehemotropismo per chiarire molti fenomeni fisiologici, e 
fra essi, almeno in parte e nel loro aspetto obiettivo, anche quelli d'intel- 
ligenza, che sono (mi si permetta la frase) una specie di ehemotropismo 
a grande orchestra, favorito da condizioni anatomiche ilei tutto eccezionali. 
Queste condizioni anatomiche non si verificano interamente che nel cervello: 
gli automatismi gangliari degli invertebrati, come il ehemotropismo degli 
esseri unicellulari, rassomigliano e preludono all'intelligenza, ma non sono 
l'intelligenza. 

Il ricordo storico delle localizzazioni diffuse persiste ancora, ma limitato 
alla totalità del nevrasse, fra biologi come PFLiiGt r, che ammise la coscienza 
spinale, osservando i movimenti utili e complicati della rana decapitata, 
come pure fra tutti coloro (e sono moltissimi) che riconoscono un'intelli- 
genza agli invertebrati. Secondo Forel e Bechterew, tutto il sistema 
nervoso, compreso il simpatico, possiederebbe in origine proprietà psi- 
chiche : ma l'accentramento graduale (onto- e filogenetico) di questa pro- 
prietà nella corteccia del cervello ne spoglia sempre più gli organi nervosi 
sottostanti, che si perfezionano invece nel senso dell'automatismo. 
4.° Localizzazioni intracerehrali a tipo concentrato. 

L'accentramento delle funzioni mentali in un organo ristretto, preciso ed 
unico dell'encefalo o sensorium èommune, dove dovrebbero confluire tutti i 
nervi e mescolarsi tutte le forze mentali, tu il sogno in cui si smarrirono 
gli anatomici più illustri e gli intelletti più positivi tra il secolo XVIII e 
il XIX. Quest'organo di cui erano già riconosciute a priori l'esistenza e la 
dignità, e che doveva realizzare nella sua unità anatomica la pretesa unità 
dell'anima, veniva cercato dappertutto fuorché nel campo aperto della cor- 
teccia: nella gianduia pineale (Descartes), nei nuclei caudati (Vieussens), 
nel corpo calloso (Wjllisì, nel bulbo (Rolando), nel liquido cefalo-rachideo 
(Sommerinc), in un punto geometrico (Kant). 

Per riuscire all'intento di rinchiudere l'intelligenza in un organo, Des- 
cartes si era fatto anatomico, compiendo un gran numero di autopsie e 



CAPITOLO I 



portando, anche all' infuori della sua tesi, un contributo di nozioni positive , 
all'anatomia del cervello ; Willis si fondava sull'anatomia di cui aveva pro- 
mosso il progresso ; Rolando si era spinto più lontano, eseguendo vivise- 
zioni; Sòmmering invocava la disposizione dei nervi encefalici e ne inferiva 
che le loro attività cominciassero o finissero sempre alle pareti dei ventri- 
coli, influenzandosi reciprocamente per mezzo del liquido endocranico ; fi- 
nalmente lo stesso Kant non arrivava alla sua conclusione per pura dedu- 
zione metafìsica, ma prendendo in esame e confutando i vari tentativi di 
localizzazione anatomica con argomenti poderosi. 
5." Localizzazioni corticali. 

Che l'intelligenza non si cercasse subito nella corteccia del cervello era 
ben naturale. La distinzione macroscopica della corteccia dal resto del- 
l'encefalo non è assai evidente. Quanto alla sua struttura microscopica, 
basti ricordare che le cellule nervose furono scoperte, per merito di Purkinje, 
non prima del 1840. Nulla poteva far presagire che la corteccia cerebrale 
ne fosse cosi ricca. Tuttavia (ìall, con intuizione lucida e geniale, studiando 
il decorso dei nervi cerebrali 11799-1820), aveva notato l'omologia della 
corteccia coi gangli nervosi e come essa fosse, fra le varie parti del cervello, 
quella che raggiunge le massime proporzioni nell'uomo e nei vertebrati 
più intelligenti. La funzione intellettuale della corteccia fu confermata spe- 
rimentalmente quando Floukens (1842) insegnò che per mezzo di demo- 
lizioni parziali o totali del cervello gli animali subivano sempre una perdita 
più o meno grande dell'intelligenza. 

Le argomentazioni ingegnose di Uall e gli abili esperimenti di Flourens, 
mentre concordano tra loro e con la verità nella localizzazione complessiva 
dell'attività psichica, assegnandole come unico organo il cervello, contengono 
il germe d'un dissidio estremamente importante, che non tardò a scoppiare 
fra i due precursori e che, riacceso in tempi più recenti, non è ancora 
definito. L'attività mentale, secondo Gall, è una somma di processi e di 
funzioni particolari che si svolgono separatamente nelle varie circonvo- 
luzioni della corteccia: teoria Ae\V eterogeneità funzionale. Questa teoria, che 
muove da considerazioni giustissime, doveva per l'intemperanza del suo 
propugnatore fallire miseramente nelle applicazioni. Valente dialettico ed 
infelice psicologo, il celebre anatomico di Vienna pensava che ogni incli- 
nazione o istinto o qualità empiricamente isolabile dell'intelligenza si potesse 
elevare al grado d'una vera funzione fisiologica o fisio-patologica e che 
dovesse quindi possedere il suo organo nella corteccia cerebrale, ben cir- 
coscritto e distinto dagli organi vicini. Alla funzione, alla tendenza, all'istinto, 
al talento predominante (o creduto predominante sulla guida di osservazioni 
e racconti estremamente superficiali) doveva andar parallela 1' ipertrofia 
dell'organo corrispondente, ossia, in termini più precisi, d'una circonvo- 
luzione. E poiché il cranio nel suo progressivo accrescimento non fa che 
seguire passivamente lo sviluppo del cervello, le prominenze esterne del 
cranio, che si avvertono cosi bene nel vivente, dovevano interpretarsi 
appunto come le impronte e i documenti degli organi e quindi delle fun- 
zioni predominanti. Parimente, le depressioni del cranio indicavano le defi- 
cienze. Non restava che raccogliere e mettere d'accordo un gran numero 
di questi facilissimi esami individuali, per riportare dal cranio alla mappa 
corticale e dagli individui alla specie le posizioni supposte invariabili dei 
vari organi mentali. In breve, ad ogni circonvoluzione della corteccia 
cerebrale venne assegnata la sua funzione fissa. Cosi nacque, si diffuse e 
suscitò grandissimo rumore la frenologia od organologia cerebrale, ed 
ebbe apostoli, maestri e contradittori fra i più illustri scienziati del 
tempo. 



LA SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 



Diametralmente contraria e trionfatrice sorse nel 1842 la teoria di 
Flourens, che pareva solidamente l'ondata sopra gli esperimenti di vivi- 
sezione: la corteccia cerebrale non ha che un'unica l'unzione, un lobo non 
è che la ripetizione dell'altro, ed una lesione isolata non determina la 
scomparsa d'una singola attitudine, ma una sottrazione quantitativa del- 
l'intelligenza e nulla più. Con simili negazioni la psichiatria perdeva ogni 
speranza di poter contare, per la spiegazione dei sintomi psicopatici, anche 
sulle lesioni a focolaio : le afasie, le amnesie, le allucinazioni, le catatonie 
si sottraevano all'interpretazione anatomica, per lo meno in senso macro- 
scopico. Tuttavial' omogeneità macroscopica delle funzioni cerebrali, com'era 
intesa da Flourens, non precludeva necessariamente la possibilità d'un loro 
differenziamento microscopico nei diversi elementi o nei diversi strati della 
corteccia, che ancora non si conoscevano. Coi suoi esperimenti, Flourens 
aveva diviso il cervello a brani, ma non a fette : e le disparità funzionali 
che non si scorgevano tra lobo e lobo o tra circonvoluzione e circonvolu- 
zione avrebbero ancora potuto annidarsi benissimo fra strato e strato o fra 
cellule e cellule, indipendentemente dalla topografìa macroscopica. È per 
altro evidente che, stando ai dati di Flourens, nessuna localizzazione 
psichica avrebbe mai potuto verificarsi con la vivisezione o con la sola 
scorta della patologia macroscopica. 

E qui finisce il prologo storico delle discussioni sulla sede dell'anima, 
care ai teologi non meno che ai medici, per dar luogo alla fase contem- 
poranea delle ricerche sperimentali che hanno fissato una volta per sempre 
la localizzazione dei processi psichici nella corteccia del cervello. 



I LIMITI PRESENTI DEL I* R < > B L E 31 A . 

Nel 18(32, sanzionando in modo irrefutabile le osservazioni cliniche di 
Marco Da\, Broca riesciva a dimostrare che una funzione squisita- 
mente psichica come la loquela era rincantucciata fra confini poco ap- 
pariscenti in un territorio abbastanza ristretto della corteccia cerebrale e 
da un lato solo. Si sarebbe dovuto inferirne che anche altre funzioni del- 
l'intelligenza potessero localizzarsi analogamente in aree distinte dello stesso 
vastissimo organo e che la teoria di Flourens fosse erronea. Ma la sin- 
golarità dell'eccezione, che riguarda una funzione privilegiata della specie 
umana, non incoraggiò il ritorno alle idee di Gall e non fu mai invocata 
a carico della regola generale. 

Pochi anni dopo venne la volta delle localizzazioni sperimentali: Fritsch 
C Hitzig scopersero intorno al solco crociato dei cani i centri motori (1870) 
e Hitzig localizzò nella corteccia occipitale i centri visivi (1874). Queste 
localizzazioni, sfuggite a Flourens, quantunque avesse operato sullo stesso 
animale da esperimento, il cane, costituirono il fatto nuovo, che doveva 
provocare la revisione della teoria di Flourens. 

Allo stato attuale degli studi clinici, anatomici e sperimentali, lo questioni 
controverse sono specialmente due. 

1.' Esistono, nella corteccia del cervello, funzioni puramente psichici he. 



C A TITOLO I 



cioè distinte per natura e per sede dai processi sensoriali e motori '! In 
altre parole: si pensa per riproduzione insitu delle immagini dirette, o si 
pensa per simboli che si formano altrove '! 

2.° Altro problema: data quest'utima ipotesi, come si ripartiscono nella 
mappa corticale le varis categorie di simboli'/ Sono unilaterali come la 
l'avella o bilaterali come le sensazioni ordinarie ? 

La fisiologia contemporanea è sempre in debito verso sé stessa d'una 
risposta a queste domande, che l'esperimento non basta a risolvere, e che 
la psichiatria pratica non ha ancora preso in considerazione neppure sotto 
l'orma di curiosità insoddisfatte. Ma bisogna riconoscere a Flechsig ed a 
Ramon y Cajal il merito d'aver formulato ed agitato il quesito con gran- 
dissimo impegno, facendolo uscire dal campo non abbastanza l'ertile del- 
l'esperimento macroscopico. La discussione sull'esistenza dei centri psichici 
è ormai aperta, e la loro localizzazione approssimativa, per via indiretta, 
ha cessato di parere assolutamente impossibile. 

L'impresa certamente ancora audacissima e quasi temeraria di localizzare 
le funzioni psichiche si può riguardare da vari punti di vista. (ìli esperimenti 
dei fisiologi ci insegnano la topografia dei centri sensitivi e motori, ma 
solo fin dove lo consente la divisibilità macroscopica della corteccia e la 
possibilità di osservazioni psicologiche o cliniche sopra semplici animali. 1 
metodi sperimentali di ricerca anatomica, provocando atrofie o degenerazioni 
di fibre nervose, ci indicano i limiti dei singoli fasci in lunghezza e densità, 
la direzione della corrente funzionale, e il rapporto coi centri cellulari d'o- 
rigine o di terminazione. L'embriologia, facendoci conoscere la data della 
mielogenesi nei vari sistemi di fibre e partendo dal presupposto d'una cro- 
nologia rigorosa, ci fornisce un criterio nuovo e delicatissimo per arguirne 
il valore funzionale nell'Homo, cioè per determinare se un sistema è sensi- 
tivo, motorio od associativo. La patologia delle lesioni a .focolaio ci rivela 
nell'uomo la sede di squisitissime attività intellettuali, a cui la psicologìa, 
per quanto sottile nelle sue analisi introspettive, era ben lontana dal sospet- 
tare un meccanismo funzionale cosi differenziato e complesso in organi ap- 
positi della corteccia. Finalmente l'istologia normale, riscontrando le diffe- 
renze di struttura tra i vari territori corticali per ciò che riguarda la dispo- 
sizione degli strati, la qualità degli elementi nervosi e la proporzione con 
cui sono mescolati, suggerisce le linee generali d'una psicologia anatomica. 

I DATI DELLA FISIOLOGIA E DELL'ANATOMIA SPERIMENTALE. 

La fisiologia sperimentale ha localizzato in varie zone della corteccia i 
cosi fletti centri motori e sensitivi. Però essa non ha piantato la sua ban- 
diera su tutta l'estensione della corteccia: vi è una porzione ch'è rimasta 



LA SliDE DKI PROCESSI PSICHICI 



inesplorata, ed altre parti vennero bensì esplorate, ina restarono inoccu- 
pate o soggette a contestazione perchè gli esperimenti non diedero sempre 
risultati precisi e concordi. 

Non vi sono dubbi di sorta sulla posizione dei centri principali, che è 
benissimo precisata; ma ne rimangono ancora sui loro conimi. L'indeter- 
minatezza dei confini lascia adito ad apprezzamenti disparati sull'esten- 
sione totale dei centri finora riconosciuti. Quanto ad alcuni centri secon- 
dari, di moto e di senso, non è incerta la loro estensione, ma anche la 
loro posizione. 

l'or conseguenza, se si dovesse l'are il catasto della corteccia cerebrale 
e stabilire la divisione esatta del dominio fra il senso, il muto e l'attività 
psichica, rimarrebbero intanto aperte due grosse questioni: 1 .° se all'atti- 
vità psichica tocchi in proprio qualche cosa; 2." quanta estensione di cor- 
teccia le possa toccare. Riguardo alla terza questione, se cioè esistano 
centri specifici per le varie forme d'attività psichica, e quali siano e dovi' 
risiedano, essa trascende la potenzialità della fisiologia sperimentale. Gli 
esperimenti dei fisiologi non vanno più in su delle scimmie. 

Le risposte alle altre due questioni oscillarono secondo le vicende della 
dottrina localizzatrice, che dal 1870 ad oggi non furono indifferenti. Pei 
primi esperimentatori la corteccia cerebrale era come un mosaico di fo- 
colai a limiti netti: teoria della giustapposizione. Per gli esperimentatori 
pili recenti ciascuno di questi focolai va sfumando in una zona marginale 
di funzionalità meno densa, dove si perdono anche i focolai contigui : per 
cui la corteccia è un insieme di focolai o centri a confini intersecati o 
sovrapposti : teoria degli ingranaggi (Luciani, Exner). Altri fisiologi, 
come Wundt e Munk, senza negare gli ingranaggi, sostengono che i 
centri corticali sono distribuiti secondo gli organi del corpo e le regioni 
periferiche ch'essi hanno l'ufficio d'innervare; e in questi centri i gruppi 
cellulari di senso sono mescolati coi gruppi cellulari di moto : teoria della 
promiscuità, che non è in antitesi con la precedente. Per esempio: se nel 
lobo occipitale abbiamo la visione, ivi dubbiamo cercare anche i centri 
motori degli occhi ; se dalla zona rolandica partono i movimenti volontari 
degli arti, ivi sono contenuti anche i centri della loro sensibilità tattile e 
muscolare. 

Coloro che sostengono l'esistenza degli ingranaggi e delle zone miste 
(e ormai sono tutti) non fissano con precisione dove termini qualunque 
traccia di una determinata funzionalità; e perciò lasciano dal più al meno 
impregiudicata le questione se si debba ammettere una funzionalità speci- 
fica (o più funzionalità specifiche) di natura prettamente psichica nelle 
zoili 1 che, non risultando decisamente né motorie, né sensitive, si possono 
considerare come area disponibile, terreno vergine, res nullius. 

Tanzi. Psichiatria. — 2. 



Ili CAPITOLO I 



Queste aree sono molto considerevoli : una comprende quasi tutto il 
lobo prefrontale, esclusi i piedi dei tre primi giri frontali ; l'altra (discussa) 
abbraccerebbe gran parte dei lobi occipitali, se, come dimostrerebbero le 
ultime ricerche anatomo-patologiche, si deve ritenere che i centri visivi oc- 
cupimi uno spazio assai minore di quello precedentemente presunto. E questo 
gran dominio d'ignota funzione (psichico'.') può facilmente arrotondarsi, 
ritoccando qua e là il catasto, ossia rettificando i conlini di altri centri 
cortico-sensorì e cortico-motorì. 

La probabilità che i centri di senso e di moto non si estendano a tutta 
la corteccia cerebrale è assai vicina alla certezza. Tuttavia la maggior 
parte dei fisiologi, forse compiacendosi di poter signoreggiare coi propri 
esperimenti tutta la corteccia cerebrale e tutte le forme della sua attività, 
era inclinata fino a pochi anni fa a ritenere che non esistesse né una 
serie di centri psichici disseminati, né un'unica zona d'attività psichica 
indistinta ; e che 1' intelligenza potesse spiegarsi come un prodotto delle 
rappresentazioni sensitive e motorie, ossia come una rievocazione mne- 
monica con sede negli stessi centri dove si erano compiute le sensazioni 
e le determinazioni di moto originarie. Anche il pensiero astratto, essi 
dicevano, si forma per mezzo di rappresentazioni diverse, principalmente 
verbali, che in ultima analisi sono poi riducibili a suoni, ,i segni grafici, 
ad immagini muscolari, secondo che l'individuo è un uditivo, un risico od 
un motorio, un tipo d'ascoltatore, di lettore o d'oratore. E Charcot 
diceva: quando si pensa a Dio, si vede l'immagine d'un vecchio. Ed altri 
indicavano ad esempio il concetto della bontà, che è un'astrazione, ma 
prende corpo nell 1 immagine d'una statua, d'una persona buona, d'un 
arto caritatevole, d'una parola, a seconda dei casi, sempre però in una 
immagine. 

Tra i fisiologi sperimentatori, il primo a riconoscere teoricamente un 
al ili Iti dei centri motori e sensitivi, ossia una zona psichica, fu Hitznì, 
che nel 1874 assegnava i lobi frontali al pensiero astratto, invocando 
giustamente il loro sviluppo crescente nella scala dei mammiferi, l'ab- 
bondanza di libre mieliniche ai poli anteriori del cervello, e la rovina che 
la paralisi progressiva, distruttrice implacabile dell'intelligenza, porta 
elettivamente nella corteccia di questa regione. 

La localizzazione in massa ilei pensiero astratto esclude ogni altra 
localizzazione specifica di funzioni intellettuali e lascia credere che le 
l'orme più concrete e pili umili di pensiero si svolgano, per semplice 
reiterazione mnemonica di immagini sensoriali e muscolari, nei centri 
sensoriali e motori. L'n centro cumulativo del pensiero propriamente (.letto 
rappresenta un primo grado di localizzazione psichica; ma, condensando 
cosi le espressioni più elevate del pensiero in un solo organo, si condanna 



LA SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 11 

ogni ripartizione ulteriore in centri minori. Tuttavia anche questo tentativo 
di primo grado parve superfluo, minuzioso e contrario alle scoperte, die si 
venivano facendo ogni giorno, di nuovi centri motori e sensitivi in territori 
estesi e piuttosto lontani dalla sede delle prime conquiste sperimentali. Si co- 
minciò dall'interpretare i movimenti volontari come rappresentazioni attive 
di sforzi ed atteggiamenti muscolari, parificando la zona motrice ad un 
organo di sensibilità muscolare (Munì;, Schiffi; e si fini per ridurre tutti 
i fenomeni psichici ad immagini, ravvisando nel mantello corticale una 
pura serie di centri sensitivi: teoria, si potrebbe chiamarla, della panestenia 
corticale. Insomma, quanto più estesa e frazionata diventava la loca- 
lizzazione dei centri sensitivi e motori (o muscolari che fossero), tanto 
meno si poteva largheggiare all' innanzi del solco prerolandico in favore 
delle funzioni intellettuali. E perciò, tra la loro localizzazione, per quanto 
timida e generica, nei lobi frontali (secondo il concetto di Hitzig) e la 
Ioni esclusione da qualunque sede propria (secondo il concetto di Munk, 
Schiff e Wundt) prevaleva piuttosto la tendenza anti-localizzatrice. Di 
fronte al quesito delle localizzazioni psichiche, si contrapponeva, se non 
una negazione pregiudiziale, un silenzio ostile, raramente interrotto dalle 
espressioni di un dubbio vago e fugace. 

Nel 1884 riprese vigore la tendenza localizzatrice : (ìoltz, che aveva 
criticato con l'autorità d'una grande esperienza personale la concezione 
in senso troppo gretto e letterale dei centri sensitivi e motori, volle dedicare 
un cenno breve ma apposito ed assai efficace allo scopo di far sapere che 
i cani ila lui mutilati nel cervello frontale cambiavano di carattere, di- 
ventando bisbetici e mordaci; ma aggiungeva che i cani scemati del 
cervello occipitale, conservandosi placidi ed affettuosi, cadevano in uno 
stato di demenza anche più profonda. Questa osservazione, non del tutto 
nuova, perchè già in parte espressa da Boyer, fu confermata nell'uomo, 
con una casuistica assai accurata di tumori encefalici, da Leonora Welt; 
e nel cane, con nuovi esperimenti, da Grosglick, come pure da Becii- 
tjerew, che estese l'influenza sul carattere anche ai lobi parietali e 

temporali. 

La preminenza delle funzioni psichiche nei lobi prefrontali fu consacrata 
sperimentalmente, oltrepassando la '.fisiologia del cane, quando Ferrier 
nel 1892 e Bianchi nel 1894 ebbero modo di riscontrarla sulle scimmie, dal 
solco prerolandico in avanti. Le scimmie operate da Ferrier perdevano 
la concentrazione psìchica, ossia l'attenzione. Secondo Bianchi, esse 
perdono ben più : il potere d'inibire i movimenti che partono da altre 
regioni del nevrasse (e ciò in armonia con Goltz), quello di rievocare 
le immagini delle sensazioni precedenti sotto forma commemorativa, e li- 
lialmente l'attitudine d'associare queste immagini in sintesi astratte. La 



12 CAPITOLO I 



stessa sintomatologia si osserva nell'uomo per tumori cerebrali con sede 
anteriore. 

Lo studio dalle localizzazioni sperimentali, avendo raggiunto tutto lo 
svolgimento possibile, non permette più di riservare altre regioni della 
corteccia cerebrale a centri sensitivi o motori da scoprirsi in futuro, né di 
attribuire un'estensione illimitata a quelli già scoperti. Perciò i fisiologi, 
d'accordo coi clinici e con quanti si occupano del quesito da altri punti 
di vista, non hanno più alcuna ragione di ricusare spazio (col pretesto che 
mancai ad una zona psichica, la cui esistenza s'impone, anche prescindendo 
d die ricerche sperimentali. Basta un semplice sguardo all'anatomia com- 
parata per convincersi dell'enorme vastità che la corteccia cerebrale rag- 
giunge nell'uomo in confronto agli altri vertebrati, comprese le scimmie. 
l 'redere che tutto questo soprasviluppo corticale corrisponda ad un maggior 
raffinamento della sensibilità o dei movimenti umani e quindi ad una 
moltiplicazione ili centri sensitivi e motori, è fuori d'ogni verosimiglianza: 
l'uomo è, per molti riguardi, meno vigile e meno agile degli altri mam- 
miferi e degli uccelli. Invece è legittimo e quasi ovvio attribuire la vastità, 
assoluta e relativa, della corteccia umana, alla superiorità intellettuale 
dell'uomo, che è davvero immensa ed indiscutibile, sebbene un'esage- 
razione di zelo darwinistico tenda (inutilmente per la tesi) ad impiccolirla. 
Come una modificazione strutturale della mano serve, nel pipistrello, 
a produrre l'attitudine al volo, cos'i una non lieve aggiunta di elementi 
nervosi e ili connessioni anatomiche deve interpretarsi, nella corteccia 
cerebrale dell'uomo, non già come causa di lievi differenze fisiologiche, 
ma come ragione del perfezionamento a cui arrivano nella specie umana 
il pensiero astratto, la memoria, la favella ed altre funzioni ignote agli 
altri mammiferi. 

< ili esperimenti di Ferrier e quelli di Bianchi sulle scimmie, in quanto 
lumeggiano la funzionalità prettamente psichica dei lobi prefrontali, con- 
fermano dunque un modo di vedere che è ormai divenuto generale. Ma 
questa localizzazione acquista un interesse d'attualità, in quanto contiene, 
esplicita o sottintesa, una negazione più importante dell'affermazione. 
E infatti, Hitzig, Bianchi e Ferrier, mentre propugnano il carattere psi- 
chico dei lobi prefontali, ricusano di riconoscerlo alle altre regioni della 
corteccia, particolarmente ai lobi occipitali; <>, per lo meno, non ne par- 
lano. Cosi la. scuola della localizzazione prefrontale si erige ad oppositrice 
non tanto degli anti-localizzatori, quanto di coloro che, con Flechsig, 
ammettono, come vedremo, vaste e specifiche localizzazioni delle attività 
intellettuali in centri multipli e disseminati. 

Lo studio delle atrofìe e delle degenerazioni provocate sperimentalmente 
negli animali ha dato alle localizzazioni fisiologiche la sanzione dell' a- 



LA SEDE DEI PROCESSI TSICHICI 13 

natomia, dissipando incertezze generiche ed aumentando la precisione dei 
confini fra centro e centro. Ricerche analoghe su cervelli umani che 
avevano sofferto mutilazioni per traumi od operazioni chirurgiche hanno 
dimostrato, per opera di Llovd e Deaver, Bartholovv, Sciamanna, 
Nancrede e, più specialmente, di Horslev, che le localizzazioni stabilito 
nelle scimmie sono esattamente applicabili all'uomo. 

In complesso, l'anatomia sperimentale tende a restringere i limiti dei 
centri sensitivi e più ancora (Monakow) dei motori, indicando ila un lato 
delle località assai circoscritte di condensazione funzionale, dall'altro 
(per esclusione) delle larghe zone che non risentono alcun effetto né dalla 
soppressione di organi sensoriali, né dall'amputazione di membra o di 
organi motori. I centri motori, presentandosi come radici di proiezione 
centrifuga, non possono più considerarsi come semplici organi di sensi- 
bilità muscolare; e con questo cade la dottrina che abbiamo chiamato, 
per brevità, della panestesia corticale. 

Di più, il riscontro dei rapporti fra cellule e fibre ribadisce e rende in- 
crollabile il concetto, già intuito dalla fisiologia, delle zone minte, ossia 
dell' intima vicinanza fra i gruppi cellulari che presiedono al movimenti) 
d'un dato organo periferico e quelli che ne ricevono gli stimoli sensibili. 



I DATI DELL EMBRIOLOGIA. 

V embriologia umana, interrogata col metodo di Flechsig, ha fatto 
conoscere che le funzioni di senso cominciano ad organizzarsi gradualmente 
e avanti a quelle di moto; dopo di entrambe si organizza una terza serie 
di organi corticali che si rendono maturi ad una funzione -/', la quale non 
è certamente sensoria, né motoria, e che si suppone associativa, ossia 
psichica. 

Il metodo di Flechsig, suggerito per la prima volta da Meynekt circa 
trent'anni fa, venne applicato con molto frutto nella clinica psichiatrica 
di Lipsia dal 1880 al 1884; e successivamente, con altrettanto frutto e rad- 
doppiato interesse, dal 1890 in poi. Questo metodo consiste nel ricercare 
le prime traccie di mie Uni stazione, che risaltano qua e là con la reazione 
di Weigert, e nel registrarne esattamente le date iniziali. Il processo di 
mielinizzazione, che coincide con la maturità funzionale delle vie di trasmis- 
sione, si compie ad epoche diverse per ogni fascio : nel cervello emisferico co- 
mincia al 5.° mese della vita fetale, continua nel primo anno dopo la nascita, ed 
obbedisce ad una cronologia rigorosa, sia riguardo all'ordine con cui si 
mielinizzano i vari fasci, sia riguardo all'epoca assoluta che segna per 
ciascuno di essi il raggiungimento della maturità. 



H 



CAPITOLO I 



Prime Ira tutte sono le fibre delle vie olfattive, del lemnisco, delle vie 
ottiche e delle acustiche, ossia dei fasci cortico-sensorì, che decorrono in 
senso ascendente e si proiettano nei centri sensitivi; in seguito, anch'esse 
a varie riprese, le fibre piramidali, ossia i fasci cortico-motort, che de- 
corrono in senso discendente, proiettandosi dai centri motori ; ultime le 
fibre che diremo eortico-eorticali e che, non lasciandosi scorgere né alla 

SE 




POI 



FOT 



Fiz. 1. 



Schema dei centri di proiezione e di associazione secondo P. Flechsk;. 
Faccia esterna dell'emisfero cerebrale. 



SE, zona cinestetica ; V, zona visiva ; .4 , zona uditiva ; F, centro associativo frontale : /, centro 
associativo dell'insula ; P01\ centro associativo parieto-occipito-temporale. 



porta d'entrata, né alla porta d'uscita del cervello, si giudicano estranee 
al sistema di proiezione: né ascendenti, né discendenti. 

Queste fibre, che nascono e terminano nel cervello, sono di gran lunga 
più numerose delle altre, e costituiscono il sistema d'associazione. Appar- 
tengono al .sistema d'associazione: 1." tutte le fibre che partono da un 
centro di proiezione ed arrivano a centri associativi ; 2." tutte quelle che 
partono da centri associativi ed arrivano a centri di proiezione; 3.° tutte 
quelle che partono da centri associativi ed arrivano ad altri centri 
associativi. Ed hanno di comune questo, che collegano centri con centri, 
corteccia con corteccia. 

La delimitazione topografica dei centri sensori e motori è la seguente: 



I.A SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 



15 



1.° la circonvoluzione dell'ippocampo e le sue adiacenze, o regione olfattiva; 
2." la parte posteriore della l. a circonvoluzione temporale e i suoi dintorni, 
o regione uditiva; 3." il cuneo e le vicinanze del cuneo, o regione visiva; 
A." le circonvoluzioni centrali (frontale ascendente e parietale ascendente), 
la circonvoluzione para-centrale, i piedi della 1.' e della 2." frontale, ossia 
la regione somestetica , sede dell'attività senso-motoria per ciò che si ri- 
ferisce agli arti ed al tronco (fig. 1 e 2). 




Fig, 2. — Schema ilei centri di proiezione e di associazione secondo P. Flechsig. 

Faccia interna dell'emisfero cerebrale. 

SE. zona somestetica : V, zona visiva : O, zona olfattiva ; F, centro associativo frontale ; J'o'l', centro 
associativo parieto-occipito- temporale- 



Tutto il resto, vale a dire circa due terzi della corteccia, è regione 
psichica, e si divide ulteriormente così : 
1." Zona prefrontale 
2." » insulare 

3." » temporo-parieto-occipitale. 
I centri della parola sono compresi nella zona psichica, perchè si mie- 
linizzano tardi ; e infatti le loro funzioni hanno un carattere prettamente 
psichico. 
Lo schema di Flechsig (flg. 1, 2, 3 e 4) non è confermato in tutti i 



16 CAPITOLO I 



suoi particolari. Di ciò trassero partito, per impugnarne il concetto 
fondamentale, tutti coloro (e non furono pochi) a cui incute timore o 
ripugnanza ogni tentativo di vincolare il pensiero allo spazio, e forse, 
peggio ancora, di allogarlo in casellari corticali secondo le varie forme 
della sua attività. Ad uno schema cosi denso di conseguenze non furono 
risparmiate uè le critiche minuziose, ne gli attacchi violenti ; ma l'opera 
di Flechsig non è rimasta scossa dalle sue solide basi. 

I centri, che per la data della mielogenesi dovrebbero innalzarsi alla 
dignità di associativi e figurare come autonomi, sono già assai nu- 
merosi (fig. 3 e -1); e potrebbero, col progredir delle indagini, raggiungere 
un numero maggiore. Di qui il sospetto che, col salvacondotto dell'analisi 
embriologica, si voglia far passare il contrabbando d'una nuova frenologia. 
Ma il sospetto è ingiusto. Nell'indicare il posto e l'estensione delle stazioni 
associative, Flf.chsig non pretende di distribuire fra di esse le varie funzioni 
della coscienza, come sono classificate dalla psicologia introspettiva, uè 
d'indovinare l'aspetto subiettivo del processo mentale che si svolge in un 
punto del cervello. Egli non dice, come Gall: qui ha sede la previdenza, 
il senso morale, la forza dialettica, l'immaginazione, ma si limita ad ac- 
cennare: qui si svolge una funzione embriologicamente tardiva, presumi- 
bilmente psichica. Ed aggiungo: se la località in questione comunica, per 
esempio, col centro specifico della visione, dei fonemi verbali o dei mo- 
vimenti manuali, è probabile che la sua funzione sia appunto quella di 
sovrastare alle immagini od agli impulsi corrispondenti, elaborando la 
stessa merce del centro subordinato. 

Ben di ram le induzioni di Flf.chsig si spingono fino a segnalare la 
precisa forma con cui si esplica l'attività superiore, e ciò non avviene in 
ogni caso che a favore d'una sola specificazione, la più semplice possibile, 
quella della memoria. Donde si può ricavare la legge generale che ad 
ogni centro specifico di sensazioni corrisponda, in una zona vicina o co- 
municante della corteccia, un deposito mnemonico. Localizzando la 
memoria di date immagini o, meglio, la loro elaborazione psichica 
(qualunque sia) in una zona corticale che abbia ì requisiti embriologici 
ed anatomici di cui abbiamo parlato, non si pecca d'audacia. In fondo, 
non si fa che enunciare e risolvere un'equazione ad una sola incognita: 
la funzione cercata ha sede in un centro corticale già differenziato e 
classificato embriologicamente; essa s, disegna in anticipazione sotto la 
forma duna solidarietà tra il centro discusso e un centro anatomicamente 
collegato; e la funzione specifica di questo secondo centro è già nota 
sperimentalmente. Non è illegittimo argomentare un rapporto tra due 
termini, di cui uno è interamente noto (dal lato embriologico e fisiologico) 
e l'altro parzialmente (dal lato embriologico). 



LA SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 



17 




Fig. 3. 




Fij:-. 4. 

Fig. 3 e 4. — Schemi di P. Flechsig secondo le ultime determinazioni di questo autore- 

Fìjr. 3. — Cervello umano visto di profilo- 
Fii_r. 4. — Cervello umano visto nella supetiìcie mediale etl inferiore. 

numeri indicano l'ordine con cui si mielinizzano le fibre nei vari territori cordiali. Le lettere so 

guano parti distinte il Un medesimo territorio. 
Da 1 ad 8, territori primordiali, che sono u r i;< minimizzati prima della nascita. 
Da '.i a 32, territori intermediari, che cominciano a mielinizzarsi dopo a nascita dentro limiti «le 

l o mese 
Da 33 a 40, territori tcrtm/wli. che m mielinizzano lìopo il 1-° mese dalla nascita. 

Tanzi, Psichiatria — 3. 



18 CAPITOLO 



Per quanto si voglia mettere in dubbio che esistano centri specifici di 
memorie sensoriali (pare che lo stesso Flechsig non vi presti gran tede), 
non ne viene la necessità di distruggere la parte sostanziale della dottrina. 
Rimane sempre indiscutibile da un canto l'esistenza di stazioni associative, 
dall'altro la natura specifica dei rapporti anatomici che le collegano a 
centri conosciuti di proiezione ; e dalla natura specifica dei rapporti ana- 
tomici è lecito indurre che nella sfera di quei rapporti si svolgano l'un- 
zioni dii'i'erenziate dell'intelligenza. 

Si era mossa a Flechsig un'altra obiezione : che i centri associativi non 
sono totalmente privi di fibre proiettive. Ma Flechsig non tardò a con- 
venirne, riconoscendo ch'essi sono poveri di queste fibre, non privi. Pa- 
rimente è da notare che i centri sensitivi e motori sono, a loro volta, 
tutt'altro che sprovvisti di fibre associative; ed anzi contano più fibre as- 
sociative. che proiettive (Monakow). L'associazione è l'adattamento fon- 
damentale per cui s'è sviluppato il cervello: tuttavia vi è sempre un netto 
distacco fra i centri di proiezione e quelli d'associazione, che ci preserva 
dalla possibilità di confonderli insieme. 

Un' obiezione più grave è quella che si riferisce, in linea di fatto, 
all'ordine cronologico della mielogenesi. Certi fasci d'associazione sono 
assai precoci nel loro sviluppo embriologico e precedono i più tardivi tra i 
fasci di proiezione. Si può rispondere: questo fatto è un indizio dell'alto valore 
fisiologico che i fasci in parola, quantunque d'acquisto recente, hanno già 
raggiunto nella specie umana. È dimostrato che gli organi meno antichi 
nell'evoluzione filogenetica, quand'abbiano acquistato mole anatomica ed 
importanza fisiologica, anticipano sempre più la loro comparsa embrionale 
nell'individuo: e cosi si turba il parallelismo dell'ordine cronologico tra 
l'ontogenesi e la filogenesi. Un esempio di questa legge non abbastanza 
ricordata è appunto il cervello dell'uomo, che è già circonvoluto ed 
ha aspetto umano o quasi umano, quando l'interno della corteccia 
presenta ancora una struttura embrionale. Un altro esempio è quello dello 
vescicole encefaliche, che, ultime arrivate nella filogenesi, raggiungono 
una massa imponente quando il nevrasse è appena abbozzato. 

In ogni modo, per evitare gli equivoci, Flechsig precisò felicemente il 
criterio della propria classificazione ; e mantenendosi negli stretti limiti 
dell'embriologia, divise le isole maturanti della corteccia in primordiali, 
terminali e intermediarie (fig. 3 e 4). Fra le primordiali non si trovano 
che centri di proiezione; fra le terminali non figurano che centri di as- 
sociazione ; ma fra le intermediarie sono rappresentati gli uni e gli altri, 
promiscuamente. In altre parole, solo nella categoria delle zone inter- 
mediarie la legge di corrispondenza tra hi filogenesi e l'ontogenesi è 
leggermente alterata da un'altra legge : quella dell'affrettamento a bene 
tizio ilei centri preminenti. 



I.A SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 19 



I DATI DELLA PATOLOGIA UMANA. 

La patologia umana ci porge, per lo studio delle localizzazioni mentali, 
i dati più preziosi e sorprendenti. Essa ci indica, negli stessi centri 
motori e sensitivi, una gerarchia che predispone all'ammissione di centri 
psichichi. Sembra che una parte della corteccia veda gli oggetti (il cuneo 
e specialmente il fondo della scissura calcarina) ; ma che sia una parte 
differente quella che li riconosce dopo che furono veduti (la volta o faccia 
esterna del lobo parieto-occipitale). La psicologia aveva già intravveduto 
l'importanza della distinzione fra gli atti di pura sensazione e gli atti 
mentali di rappresentazione simbolica. Ora, la clinica ha rintracciato la 
conferma di questa distinzione nello sdoppiamento di due quadri sinto- 
matici affatto diversi, quello della cecità psichica e quello della cecità 
corticale (perdita della visione semplice) ; e l'anatomia patologica ha ri- 
baditi! a sua volta lo sdoppiamento clinico e fisiologico delle due funzioni 
mostrando che esse vanno divise fra due centri diversi della corteccia. 

1 centri della parola (parlata, udita, scritta e letta), che la patologia ha 
messo in tanto rilievo, e che sarebbero rimasti ignorati senza di essa, 
costituiscono non solo un inizio sicuro di localizzazione psichica, ma 
anche la rivelazione d'un fatto di somma importanza, che la fisiologia 
cerebrale non aveva mai sospettato. Questi centri, eminentemente psichici, 
a differenza dai sensitivi e dai motori, sono situati nell'emisfero sinistro, 
salvo i casi di mancinismo, e non sono punto rappresentati nell'emisfero 
destro. Accanto alla legge della gerarchia tra i vari centri corticali sorgo 
dunque, al primo rivelarsi dei centri psichici, la legge dell'unilateralità. 

Le funzioni psichiche, salendo di grado, si unilateralizzano in centri 
propri, che vengono ad accrescere la massa del cervello. Questa unila- 
teralizzazione non è che un adattamento, di cui è evidente l'utilità e 
quindi la causa. Gli organi periferici della sensibilità e del movimento 
sono tutti doppi, perchè il corpo umano è diviso in due metà laterali e 
perfettamente simmetriche: di qui la duplicità dei loro centri che ci 
permette di avvertire esattamente la posizione e la direzione dei fenomeni 
esterni, come pure l'obiettivo e la direzione dei nostri movimenti di 
reazione. Ma le rappresentazioni simboliche od astratte, non avendo un 
posto preciso nello spazio esteriore, non hanno bisogno d'un riscontro 
topografico nel nostro corpo, e perciò sfuggono alla distinzione tra il lato 
destro e il sinistro. Probabilmente, esse si avvantaggiano ed acquistano 
maggior forza di generalità o d'astrazione, serompono il loro legame con 
le vie di proiezione, che hanno il torto di mirare ad un obiettivo materiale 
del mondo esterno o di provenirne. Perciò anche i centri psichici si eman- 



-0 CAPITOLO I 



cipano come la loro l'unzione dalla legge di simmetria che regge la sensi- 
bilità e il movimento: essi si rendono asimmetrici, unilaterali (Ramon y 
Cajal). Questo adattamento presenta il vantaggio dell'economia anatomica, 
perchè risparmia alle funzioni psichiche un raddoppiamento ingombrante di 
organi nei due emisferi cerebrali; ed all'economia anatomica corrisponde 
l'economia fisiologica, perchè in una massa eguale di cervello possono, 
grazie alla legge d'unilateralità, specializzarsi più centri psichici, purché 
si ammetta ch'essi siano in grado di formarsi anche nell'emisfero destro, 
come appunto si tende oggi a credere non senza validi indizi. 



I DATI DELL ANATOMIA NORMALE. 

L'anatomia normale, che nella sua lunga fase macroscopica era rimasta 
impenetrabile alle curiosità della psicologia, e non vi aveva risposto che 
una volta sola, per mezzo di Gall, ma con oracoli fallaci e forieri di 
disillusioni, è diventata un terreno propizio allo studio delle localizzazioni 
psichiche da quando si sono moltiplicati i metodi e i punti di vista del- 
l'analisi microscopica. 11 rapporto tra il cervello e l'intelligenza, che 
pareva inafferrabile, comincia a delinearsi sulla tela dei dati anatomici. 
Da dieci anni in qua furono colmate molte lacune, e le nozioni accumulate 
in tanta copia furono spesso riunito in lucide sintesi, specialmente per 
merito di Ramon v Ca.ial. 

Le varie regioni corticali hanno una struttura caratteristica, che per- 
mette fino ad un certo punto d'identificarne il nome e la funzione sui 
buoni preparati al cromato d'argento, anche astraendo da qualunque dato 
topografico. Per esempio, la corteccia limbica od olfattiva si distingue 
allo spessore del suo strato molecolare, all'assenza delle piccole piramidi, 
all'aspetto di pennacchio rovesciato (discendente) che offrono i dendriti 
delle sue piramidi medie e giganti. La corteccia acustica si riconosce alle 
grandi cellule fusiformi e triangolari disseminate orizzontalmente negli 
strati medi, all'abbondanza e delicatezza dei corpuscoli con doppio pen- 
nacchio, bipenachados, alla sottigliezza del plesso sensoriale che si stende 
nello strato dei granuli o delle piccole cellule. La corteccia rivira è ca- 
ratterizzata dalla stria di Gennari, dalla stipatezza dei granuli, dalla 
regolarità della loro disposizione, dalla presenza in mezzo ad essi di 
speciali cellule stellate con axone lungo e discendente, dal grande numero 
di elementi piccoli con axone ascendente, e dalla scarsezza di piramidi 
medie e giganti. La corteccia motrice ha per connotati : il più grande 
spessore totale, la quantità straordinaria di piramidi medie e giganti e 
l'espansione in questo strato d' un plesso sensoriale con rami robusti, 
obliqui e soggetti a numerose dicotomie. 



LA SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 21 

Quanto alla corteccia associativa, essa presenta una maggior folla di 
cellule giganti non solo nello strato classico che prende il nome dalle 
grandi piramidi, ma anche in quello delle medie piramidi, che altrove 
non ne è molto ricco; e questa insolita ricchezza di cellule giganti in uno 
strato immediatamente sottoposto a quello così detto dei granuli, che è 
appunto il convegno principale delle fibre provenienti da altri centri, 
conferma ed accentua assai bene l' ufficio intensamente associativo della 
regione. 

Le differenze anatomiche fra le varie regioni sensoriali non costituiscono 
una particolarità dei mammiferi superiori, anzi esse sono così evidenti 




Fig. 5. — Corteccia mediale cìi coniglio: sezione frontale, un po' dietro al limite posteriore del corpo 
" calloso. In b la corteccia ha caratteri differenti da quelli che presenta in e : il paesaggio avviene 
rapidamente in a. All'esterno di d la corteccia assume un tipo ancora piti differente e la trasfor- 
mazione avviene nettamente in ' ■ (Metodo di Nissl, ingrandimento diametri 1.75). 



anche negli inferiori, che il passaggio da una zona all'altra si scorge con 
sicurezza a colpo d'occhio 'fìg. 5 e (il. A questo modo ogni grande regione 
corticale possiede, (ino ad un certo punto, un' individualità di struttura. Se 
poi si considera la singolarità delle comunicazioni che uniscono anche i più 
minuti riparti della corteccia piuttosto con l'ima che con l'altra di queste 
grandi regioni istologicamente differenziate, si vede spuntare, oltre all'in- 
dividualità di struttura, una individualità di, posizione, che non manca a 
nessuna delle circoscrizioni corticali finora designate come centri, e che 
basta, anche da sola, a consacrare la specificità delle loro funzioni. L'a- 
natomia normale parla dunque assai chiaramente per la pluralità da 
centri psicldci : dove la distinzione tra centro e centro non risulta da 
particolarità di disposizioni interne, essa nasce, per lo meno, dalla par- 
ticolarità dei rapporti esterni. 
Se le regioni psichiche presentano nel loro insiemo un'individualità di 



CAPITOLO I 



struttura, che permette di distinguerle dalle zone di proiezione, non si 
conosce ancora alcuna caratteristica istologica per distinguere i centri 
psichici l'uno dall'altro. La presunzione della loro specificità funzionale 
non ha dunque altra base che la differenza dei rapporti topografici, ossia 
ciò che abbiamo definito per individualità di posizione. Stando alla sug- 
gestione di queste differenze, affatto relative, la serie dei centri psichici, 
più che ad uno schema astratto e completo di funzioni differenziate su- 
biettivamente, sembra dover corrispondere alle diverse categorie di ma- 




Fig. i>. — Sezione frontale attraverso II gynts 8\uprattplenmli» <l un rane, 15 unii, all'innanzi «Iella 
punta del lolio occipitale Questa circonvoluzione appartiene alla Bfera visiva e presenta la ca- 
ratteristica stria ili Beksahi, clie, si rode, '-essa linceamente in basso. (Metello ili Weigert, 
ingrandimento diametri 4 7."». 



feriali su cui si esercita il processo associativo, ossia ai rapporti anatomici 
coi vari focolai sensoriali e motori. In alt 'e parole, l'anatomia indica 
genericamente l'esistenza di centri soprasensoriali e sopramotori, la cui 
suddivisione rispecchia quella delle sensazioni e dei movimenti, ma non 
nio-tra di soggiacere per conto proprio a specificazioni più profonde. 

L'istologia cerebrale introduce nel concetto di contro funzionale altre 
nozioni ed altre restrizioni, di cui convien tenere il massimo conto. Essa 
ci insegna che le vie sensitive, esigue alla periferia e nel loro primo 
tragitto, sono ampie nel loro sbocco terminale ai centri della corteccia, 
perchè il processo nervoso, proiettandosi nella corteccia, ne impegna una 
superfìcie assai più larga di quella da cui proviene originariamente. Ciò 
si può accertare ad esempio nelle vie ottiche: un bastoncino della retina, 
eccitato da un filo di luce microscopicamente sottile, trasmette l'eccita- 



LA SEDE DEI PROCESSI l'SlCHIOI 



mento per vari ordini di neuroni, il cui numero cresce rapidamente di 
mano in mano che si procede dalla periferia verso il centro ; sicché la 
corrente nervosa invade a valanga una specie di cono ideale, il cui apice 
si trova nel bastoncino e la cui base corrisponde alla proiezione corticale: 
legge della valanga. E questo per un eccitamento retinico di un'esiguità 
immaginaria che è certo al disotto ideila minima sensazione possibile : 
figurarsi per una sensazione ordinaria. Un'immagine visiva impegna nella 
corteccia un numero di cellule sterminato. 

La proiezione corticale d'una immagine retinica, per piccola che sia, 
è infatti la somma di molte proiezioni parziali, e precisamente di altret- 
tante quanti sono i bastoncini (e i coni) eccitati. Ma poiché gli elementi 
della retina sono assai ravvicinati, cos'i le proiezioni che corrispondono a 
ciascuno di essi nella corteccia visiva riescono parzialmente sovrapposte, 
come i cerchi che si allargano sullo specchio limpido dell' acqua sotto 
l'azione della pioggia; ogni filo di pioggia disegna nell'acqua il suo cerchio, 
ed ogni cerchio si confonde in gran parte coi vicini, senza possedere 
un sol punto che non sia comune con altri cerchi (fatta eccezione dei 
cerchi estremi) ; eppure non vi è cerchio che non abbia la sua individua- 
lità precisa e matematica, né si avrebbe alcun diritto di scambiarne uno 
con gli altri. 

Un esempio ancor più meraviglioso della maniera con cui gli eccitamenti 
funzionali si sparpagliano lungo le vie di proiezione centripeta, ma non 
senza un ordine rigoroso e forse un certo ritmo prestabilito, è quello che 
ci si offre ad un diligente esame istologico dell' organo olfattivo (fig. 7). 
Lo stimolo odoroso che è stato raccolto da un elemento periferico .Iella 
mucosa schneideriana (non rappresentato nella figura) incontra, fin dalla 
sua prima tappa nel bulbo olfattorio, una serie di elementi svariati che 
lo inoltrano verso il centro corticale o lo respingono parzialmente verso 
stazioni già passate o lo rimbalzano lateralmente ad altri elementi inter- 
mediari, rompendo ad ogni passo il suo cammino quasi per allargarne e 
per protrarne gli effetti. 

Ogni cellula olfattiva della mucosa nasale manda al bulbo una fibra a 
che termina ramificandosi in un glomerulo //. Nei glomeruli e intorno ad 
essi abitano i granuli esterni di Kólliker, e, che coi loro dendriti ricevono 
eccitamenti dalle fibre glomerulari in cui si trovano avvolti, eli trasmettono 
a due o più glomeruli contigui per mezzo d'un axone a decorso orizzontale. 
Ma ad ogni glomerulo attingono stimoli due altri ordini di cellule: le 
grandi cellule mitrali e le piccole cellule a pennacchio. 

Le cellule mitrali d pescano nel glomerulo per mezzo d'un grosso 
dendrite d\ il dendrite primordiale, cosi chiamato perchè filogeneticamente 
più antico, e che rappresenta l'organo diretto della trasmissione olfattiva, 
mentre altri dendriti, d", delle stesse cellule mitrali si sbandano orizzon- 
talmente e lungamente nella zona plessiforme esterna ifig. 7, :>\, dove ri- 
cevono varie specie di stimoli indiretti che verremo enumerando. L'axone 
delle cellule mitrali costituisce la vera via maestra dell'olfatto; ma prima 
di addentrarsi nella radice esterna del bulbo, emette parecchie collaterali 
ricorrenti d'", che portano stimoli indiretti ai dendriti accessori di innume- 



2+ 



CAPITOLO I 



revoli cellule mitrali. Vi sono dunque associazioni precorticali che de- 
terminano scambi dinamici ira cellule mitrali, come anche fra glomeruli 
olfattivi, ancorché i dinamismi scambiati non siano ancora diventati 
materia ili coscienza. 




Fi». 7. — Schema del bulbo olfattivo. — 1, strato delle fibre olfatti ve j 2. strato dei glomeruli! 3, zona 
ple38iforme esterna; 4, ordine delle cellule mitrali; 5, strato plessi forme interno ; 6, strato dei 
granuli e delle fibre centrali. 

... fibre olfattivo; b, glomeruli: e. cellula d'associazione fra glomemli, o granulo esterno di Kiii.- 
L'KEK; d. cellula mitrale: </'. dendrite primordiale della medesima; rt". dendriti accessori; 
ti'", collaterale retrograda; e. cellula a pennacchio; e', cilindrasse della stessa; /, cellula ili 
Golgi; g. cellula dr Blanes; h, cellula di Cajal; l, granulo; /,-, libra centrifuga proveniente 
dai centra; l. fibra centrifuga proveniente dal bulbo del lato opposto (e precisamente da una cel- 
lula a pennacchio) attraverso la commessura anteriore. 



Le cellule a pennacchio e posseggono dendriti primordiali ed accessori 
analoghi a quelli delle cellule mitrali; ma la destinazione del loro nevrite 
non è corticale. Il nevrite attraversa la zona plessiforme interna (flg. 7, .5) 
che sta al di sopra delle cellule mitrali, emette numerose collaterali che 



LA SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 25 

vi si perdono, poi procede verso i centri, ma passa per la commissura 
anteriore al bulbo olfattivo del lato opposto. Ivi distribuisce collaterali 
lungo la zona plessiforme interna e termina abbracciando i corpi delle 
cellule mitrali. Perciò questi nevriti, più sottili degli altri, si presentano 
in ciascun bulbo olfattivo sotto due aspetti differenti: ve ne sono in par- 
tenza, e, e ve ne sono in arrivo, /, che provengono anch'essi da cellule 
a pennacchio e precisamente dalle loro simili dell'altro bulbo. 

Con questo non è finita la diffusione dello stimolo olfattivo. Nella zona 
plessiforme interna dimorano tre tipi di cellule ad axone corto e ramificato. 
Alcune, cellule di Golgi, /; sono dotate di un axone piccolo che si ramifica 
a breve distanza nello stesso strato plessiforme. Altre, più grosse, cellule 
di Blanes, g, possiedono un nevrite che si ramifica similmente a breve 
distanza e tra i limiti della zona in cui è nato, ma per un'estensione 
assai maggiore. Altre infine, cellule di Cajal, Ai, espandono il loro nevrite 
nella zona plessiforme esterna, dove portano ancora un supplemento di 
stimoli ai dendriti accessori delle cellule mitrali. Questi tre tipi di cellule 
ricevono l'onda nervosa dalle collaterali ramificate nella loro zona, ossia 
residui e derivativi della corrente principale, riportandoli alle cellule 
mitrali. 

E non è ancora finito. La zona interna dove scorrono i fascetti delle 
fibre centripete e centrifughe, 0, è popolata di singolari elementi, i granuli, 
/, privi, come le cellule amacrine della retina, di un vero axone diffe- 
renziato. Essi possiedono un piccolo ciuffo di dendriti centrali e un lungo, 
robusto prolungamento periferico che attraversa perpendicolarmente la 
zona plessiforme interna e la schiera delle cellule mitrali per espandersi 
nella zona plessiforme esterna sotto forma d'un pennacchio a fini dendriti 
spinosi. E verosimile che questi elementi amacrini ricevano stimoli sul loro 
corpo e sui loro dendriti centrali da certe fibre che partono in senso cen- 
trifugo dalla corteccia olfattiva, A'; che ricevano altri stimoli sul loro tronco 
mentre attraversa la zona plessiforme interna, per opera delle innume- 
revoli collaterali ivi radunate; e che tutti questi stimoli siano scaricati 
per mezzo del pennacchio terminale sui dendriti accessori delle cellule 
mitrali. 

Tralasciamo tutte le deviazioni, le giravolte e le arborizzazioni pro- 
gressive che si svolgono, anche per il più insignificante degli stimoli olfattivi, 
nel labirinto della corteccia cerebrale. Ci basta d'aver dimostrato che da 
una sola cellula della mucosa schneideriana può svilupparsi una corrente 
nervosa capace di diffondersi enormemente e che, prima ancora d'aver 
lasciato il bulbo olfattivo, ha già subito diffusioni e peripezie di gran- 
dissima portata. E probabile che, procedendo di quel passo e da più 
cellule periferiche, lo stimolo fisiologico finisca con l'invadere sempre, 
qualunque sia la sua forza e la sua natura, la totalità della corteccia 
ci fattiva. Sicché la valanga olfattiva si può immaginare come un cono che, 
avendo l'apice in una cellula periferica, occupa con la base tutto il 
dominio corticale dell'olfatto. 
Ne viene di conseguenza che, mentre una singola sensazione olfattoria 
e opera collettiva d'innumerevoli, forse di tutte le cellule della corteccia 
olfattiva, a ciò stimolate da un lavorio incosciente e nondimeno assai 
complicato di cellule precorticali, ogni cellula della corteccia olfattiva 
deve prendere parte alla sensazione di ogni possibile stimolo odoroso, 
contrapponendo risposte diverse ad ogni stimolo diversamente sentito. 

Da questi fatti scaturiscono alcuni principi di straordinaria importanza. 
1." I processi sensoriali (siano pure elementari, come la percezione, 

Tanzi. Psichiatria. — 4. 



'Jb CAPITOLO I 



se fosse praticamente possibile, d'un eccitamento isolato sopra un baston- 
cino della retina) e per ragioni analoghe, se non più l'orti, i processi psi- 
chici, sono sempre un fenomeno pluricellulare. Insomma la coscienza ha 
per condizione necessaria l'attività di molti neuroni sinergici ; e l'attività 
isolata d'una singola cellula (o di poche) non costituisce che la frazione 
d'un fenomeno cosciente. Ora, la frazione d'un fenomeno cosciente è 
qualche cosa di non rappresentabile, vale a dire un fenomeno di pura 
meccanica fisiologica ; ciò vale quanto dire che un singolo elemento cor- 
ticale non è mai capace d'albergare o di produrre per conto proprio una 
immagine concreta, nemmeno quella ili un punto luminoso che avesse col- 
pito isolatamente un bastoncino od un cono della retina. 

2.° D'altra parte, come ogni cellula della proiezione visiva corrispondi; 
a molti coni e bastoncini della retina, non già ad uno solo, cosi è da ri- 
tenere che ogni elemento centrale le più che mai quelli dei centri asso- 
ciativi) si trovi in rapporti multipli con altri elementi, periferici e centrali, 
e sia per ciò in grado di risentire una gamma d'impressioni diverse per 
origine e, fino ad un certo punto, anche per natura. La cellula corticale è poli- 
dinamica. La sua funzione è dunque ben lontana dal restringersi ad un'u- 
nica forma d'attività stereotipata; ma non consiste nemmeno nell'accessi- 
bilità indefinita a qualunque stimolo: è semplicemente l'impressionabilità 
ad un cerio numero di stimoli minimi, subcoscienti e fra loro diversi, 
ma probabilmente poco dissimili, che arrivano da varie parti per vie ana- 
tomicamente prestabilite, ora di conserva, ora in piccolo corteo, a seconda 
dei casi. Cos'i si producono frammenti di sensazioni o d'immagini simbo- 
liche che, integrandosi coi tributi funzionali d'altre cellule centrali in 
grandissimo numero, danno luogo al fatto psichico nelle sue infinite va- 
rietà, cioè alle sensazioni ed alle immagini capaci, perchè più o meno 
complete, di affermarsi come fatti coscienti. 

li.' Ogni cellula corticale è insieme un organo di ricezione ed un or- 
gano di scarico, in quanto può rovesciare su altre cellule lo stimolo che 
ha ricevuto. Se come organo di ricezione l'elemento della corteccia ha 
la capacità di ricevere vari stimoli, non già uno solo, esso gode d'una certa 
versatilità anche come organo di distribuzione, perché, una volta impres- 
sionato passivamente, può mettersi in sinergia funzionale ora con l'una, 
ora con l'altra delle costellazioni cellulari, prossime o lontane, a cui è 
unito anatomicamente. Questi rapporti anatomici rappresentano altrettante 
possibilità funzionali, che si attueranno o no, secondo le circostanze del 
momento. 

11 corso del pensiero è dunque assai precario. Le sue variazioni dipen- 
dono non solo dagli avvenimenti esteriori, ma anche dalle vicende intime 
delle innumerevoli cellule che, facendo parte del sistema accessibile ad 



LA SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 'f> 

una determinata corrente nervosa, sono in grado, ciascuna dal canto 
proprio, di attirarla o ili respingerla. A questo modo le grandi comunica- 
zioni fra centro e centro, e più ancora le comunicazioni microscopiche 
fra cellule vicine, non diventano obbligatorie che parzialmente, momenta- 
neamente e col favore di certe condizioni fisiologiche. In teoria, il pro- 
cesso psichico potrebbe espandersi senza limiti dovunque trova una conti- 
nuità anatomica ; ma in pratica esso incontra resistenze ed agevolezze, 
talvolta di natura transitoria, che non gli permettono né di esorbitare da 
una data percorrenza, ni'> di sotti-arsene. E per questa variabilità dinamica 
le correnti nervose possono assumere, movendo da uno stesso punto di 
partenza, un numero quasi infinito di figure materiali nello spazio corti- 
cale e di figure subiettive nella coscienza. 

Nel polidinamismo delle cellule corticali si deve cercare la causa prin- 
cipale delle varie direzioni che possono assumere le correnti nervose del 
cervello. A sua volta, il polidinamismo degli elementi corticali è spiega- 
bile come un effetto della loro posizione. A contatto con tante altre cellule 
diverse ed esposta a tante forme d'eccitazione, la cellula della corteccia 
cerebrale acquista la proprietà di reagire in varie maniere; e a poco a 
poco, per adattamento, anche quella ili non reagire o di esercitare addi- 
rittura un'influenza inibitoria. E non è inverosimile ch'essa si comporti 
di fronte all'onda incidente del processo funzionale come un organismo 
elementare di fronte ad un agente estenui, cioè esercitando, secondo le 
occorrenze, atti di chemiotassi positiva e negativa. 

Secondo la teoria del neurone, la chemotassi sarebbe favorita dalla discon- 
tinuità fra l'espansione terminale dell'axone e il corpo della cellula succes- 
siva, ma è seriamente impugnato che tale discontinuità, per quanto certa in 
fase di sviluppo, persista nell'età adulta. In ogni modo, il potere «Iella 
chemotassi si può esplicare anche fra neuroni continui ed all'infuori dalle 
loro saldature reciproche, per mezzo delle spine che coprono i prolunga- 
menti protoplasmatici come una fitta pelurie e che sembrano capaci di 
espandersi e di accasciarsi in rapporto col lavoro funzionale. 

Con le attenuazioni che abbiamo enumerato, il concetto dei centri psi- 
chici perde quel sapore di frenologia che gli venne rimproverato un po' 
troppo sommariamente. Si era detto che il numero e l'estensione dei 
centri corticali, come pure la loro disposizione topografica, essendo vin- 
colati allo schematismo dello sviluppo embriologico, non possono presen- 
tare grandi differenze da un individuo all'altro, e tanto meno da un 
istante all'altro nell'istesso individuo ; e che ciò rendeva inesplicabili le in- 
finite maniere con cui si seguono le immagini, le idee e gli affetti anche 
a parità d'ambiente esterno. Ma l'obbiezione non ha alcun valore, perchè 
l'invariabilità anatomica della trama cerebrale è compensata dalla gran- 



28 CAPITOLO I 



dissima facilità con cui, grazie all'immenso numero ed alle molteplici 
proprietà delle cellule corticali, possono variare i processi dinamici del 
cervello. Poiché una reazione psichica, per quanto apparisca semplice, si 
sminuzza sempre, come abbiamo veduto, in molte cellule nervose, e 
poiché a ciascuna di queste cellule non può competere che un moltesimo 
«li partecipazione all'atto funzionale, anche se lo immaginiamo minimo e 
psichicamente indecomponibile, basterà che una sola cellula del sistema 
sinergico o, per usare l'espressione di Cajal, della pleiade isodinamici!, 
modifichi, esageri sospenda il suo concorso attivo, perchè si determini 
una minima e delicatissima sfumatura differenziale nel complesso della 
reazione psichica: e la differenza, per piccola che sia, d'un singolo pen- 
siero non sarà senz'effetto sullo sviluppo delle immagini, delle idee e degli 
affetti successivi. 



OLI INDIZI POSITIVI IN FAVO UE DEI CENT HI 

PSICHICI. 

Se ora noi tentiamo di riepilogare in poche parole quello che ci dicono, 
d'accordo, la fisiologia delle vivisezioni cerebrali, l'anatomia delle atrofìe 
e delle degenerazioni sperimentali, la cronologia della mielogenesi, la pa- 
tologia delle lesioni a focolaio e l'istologia normale del cervello, dob- 
biamo anzitutto riconoscere che la ricerca delle localizzazioni mentali è 
ormai uscita dall'arida cerchia delle questioni accademiche. L'atteggia- 
mento di rinunzia rassegnata e quasi sdegnosa, che si ostentava lino a 
qualche anno fa di fronte a questa ricerca, è completamente abbandonato. 
Non solo si comincia ed ammettere la concentrazione delle funzioni men- 
tali in zone diverse da quelle di sensibilità e di movimento; ma nella 
vasta superficie di queste zone si ricerca di scoprire se il lavoro psichico 
non si suddivida ulteriormente fra centri specifici con funzioni distinte. 

In che modo si effettui la distribuzione è senza dubbio oscurissimo. 
Sembra tuttavia che i centri psichici siano i depositari delle rappresenta- 
zioni. Divise per gruppi corrisponditi a quelli delle sensazioni e composte 
dei loro residui accumulati, le rappresentazioni danno materia alla me- 
moria, alla fantasia, al pensiero logico e costituiscono un elemento supe- 
riore dell'attività intellettuale. Se non che, mentre le sensazioni e i movi- 
menti volontari si svolgono doppiamente in centri simmetrici e bilaterali, 
le rappresentazioni, non avendo alcun rapporto diretto col mondo esterno, 
si polarizzano in un emisfero solo: nel destro o nel sinistro, secondo il 
genere a cui appartengono. 

I centri sensoriali e motori non sarebbero dunque destinati che a rea- 



LA SEDE DEI PROCESSI PSICHICI 29 

zioni immediate e sempre nuove, di cui non sanno serbare alcuna traccia. 
Le traccie durature, ma incomplete degli avvenimenti che interessano 1 
centri di proiezione sarebbero conservate in altri centri : e di là, verifi- 
candosi certe condizioni fisiologiche, darebbero luogo quando che sia ad 
un /aesimile dell'avvenimento originario ovvero alla riproduzione d'una 
sua singola particolarità che, assunta come simbolo, basta a lame le 
veci nella coscienza. 11 passaggio delle traccie rammemorabili dai centri 
doppi di sensibilità al centro unico di rappresentazione si compirebbe at- 
traverso a fibre omolaterali e controlaterali che muovono dai due emisferi 
del cervello e convergono separatamente tanto all'uno come all'altro di 
essi. 

Questo meccanismo, per quanto possa sembrare farraginoso, lascia com- 
prendere anche anatomicamente la ragione del profondo distacco che 
nell'ontogenesi e nella filogenesi separa gli altissimi gradi dell'intelligenza 
dalle sue forme rudimentali. Le rappresentazioni, appunto perchè segnano 
il progresso dell'intelligenza da una fase di coscienza puramente proiet- 
tiva ad una fase di coscienza associativa, che richiede organi propri, sono 
il fattore necessario e sufficiente dello sviluppo a cui arriva il cervello 
negli uomini adulti, oltre alla sfera delle funzioni sensitive e motorie, e 
che gli fa oltrepassare ad immensa distanza i più ampi cervelli di neo- 
nati umani e di mammiferi adulti, non escluse le scimmie. 

Le idee che abbiamo esposto non sono ancora salite agli onori d'una 
discussione generale, ma hanno inspirato un certo numero di congetture 
e di osservazioni particolari, su cui si è stabilito un discreto se non una- 
nime accordo. L'unilateralità dei centri rappresentativi è stata ammessa 
da parecchi nevrologi per l'espressione mimica e per l'esecuzione ili mu- 
sica strumentale. Pare che la cecità psichica sia più profonda e che ali- 
bracci una maggior quantità d'immagini visive quando la lesione è a si- 
nistra. Persino il centro, che oggi si pretende doppio, del linguaggio par- 
lato si dividerebbe, è vero, fra i due emisferi, ma in modo che al sinistro 
toccherebbe la funzione della parola meditata ed all'omologo di destra 
quella soltanto della parola automatica (Hoglings-Jackson, Bastian, 
Byrom-Bramweli.). 

La psichiatria non può rimanere indifferente dinanzi ad un indirizzo 
clinico che si afferma con localizzazioni cosi ardite e che è cosi prossimo 
a varcare le sue ultime frontiere. È necessario conoscere i motivi, for- 
mulati o latenti, che spingono la clinica contemporanea a separare i centri 
di rappresentazione da quelli di sensazione, malgrado l'assioma fisiologico 
che li identificava. Questi motivi non poggiano sopra reperti isolati di 
autopsie, ma sopra un insieme d'argomenti clinici e psicologici che non 
meritano d'esser [lassati in silenzio. 



30 CAPITOLO I 



1." Nella cecità acquisita per lesione corticale (cecità corticale) non 
si perdono i ricordi visivi. Com'ebbe ad osservare Nothnagei- fin dal 1882, 
il potere d'evocare le immagini della vista rimane inalterato; è dunque 
più che probabile cli'esso risieda in un'area della corteccia distinta da 
quella della sensibilità visiva. 

2." Quando è distrutta la corteccia occipitale da una sola parte, si ha 
1' emianopsia, ossia il dimezzamento delle immagini ottiche, ma non il di- 
mezzamento delle rappresentazioni. Quest'ultimo fenomeno è del tutto 
ignoto nella patologia delle funzioni mentali. Il meccanismo che dà ori- 
gine alle rappresentazioni deve dunque differire non solo topograficamente, 
ma anche intrinsecamente da quello delle sensazioni. E la loro disparità 
apparisce più nettamente se si ammette che le impressioni visive si loca- 
lizzino nei due lobi occipitali, ma che le loro rappresentazioni, potendo 
spogliarsi degli attributi spaziali, si unilateralizzino o nel solo emisfero si- 
nistro o (con una legge di selezione ignota) alcune nell'emisfero sinistro 
ed altre nell'emisfero destro. 

3." Tra sensazione e rappresentazione esiste un vero contrasto psico- 
logico, che Ramon v Cajal ha messo assai bene in rilievo. La rappresen- 
tazione è una sintesi incompleta, scialila e vacillante d'immagini conge- 
neri che si sono introdotte e mescolate nel cervello ad epoche differenti: 
essa non ha un posto assegnabile nel modo reale e può rinnovarsi per effetto 
di stimoli interni. Invece la sensazione è la fotografia immediata e precisa, 
ma effimera e non rinnovabile, d'un dato fenomeno esterno, a cui si può 
sovrapporre tale e quale, senza lacune, né esuberanze, né incertezze. 

1." Finalmente, ammettendo che le immagini delle cose siano perce- 
pite in un luogo e pensate in un altro, si fa rientrare la patogenesi delle 
allucinazioni, che sono tanta parte della psichiatria, nei quadri della fisio- 
patologia corticale, come cercheremo di dimostrare al capitolo IV. Stando 
invece al punto di vista classico, cioè d'un unico centro che serva promi- 
scuamente alle sensazioni ed alle rappresentazioni, si va incontro ad una 
serie di oscurità e ili contraddizioni, che rendono impossibile una teoria 
soddisfacente e completa del fenomeno allucinatorie. 

Ciò posto, non si deve ravvisare nei centri psichici altrettanti magaz- 
zini .l'idee fatte e pronte ad uscire dalla cellula in cui stanno rinchiuse 
una per una, come se fossero embrioni maturi nel guscio dell'uovo, ma 
una semplice localizzazione di tendenze elementari che, per passare allo 
stato attuale e diventare idee, richiedono uno sforzo dinamico di sintesi. 
Questa sintesi è in balia delle vicende fisiologiche, e si compie non già nei 
limiti d'una singola cellula, ma a grandi distanze e fra migliaia di cellule 
più o meno indipendenti, che possono lasciarsi requisire a seconda dei casi 
per usi diversi ed associarsi in attività sinergica anche se appartengono a 



LA SEDE DEI PUOCESSI PSICHICI 31 



a 



centri diversi. Insomma, i centri psichici non contengono idee, ma in- 
gredienti d'idee; o, meglio ancora, essi hanno la capacità ili produrre 
gli ingredienti che servono ad integrare le idee od a simboleggiarle ; e 
divisione fisiologica tra centro e centro non procede per categorie d'idee, 
ma per categorie d'ingredienti o ili simboli. 

I centri sensoriali della vista sono uno specchio, quelli dell'udito un ri- 
sonatore, quelli della sensibilità cutanea uno strumento di segnalazione 
momentanea : e nulla più. Le rappresentazioni mnemoniche della realtà 
esterna e del nostro corpo si t'orinano in altri centri (unilaterali?) allo 
stato di simboli, e sono simboli diretti. Dai centri di rappresentazione i 
simboli diretti salgono, forse, e convergono a centri superiori per formarvi 
concetti più generali e più astratti: simboli di simboli. Ma anche per questi 
centri superiori vale la legge che i loro processi funzionali sono sempre 
pluricellulari; che ogni cellula ha la proprietà di resistere o di cedere 
agli eccitamenti, reagendo in varie maniere, benché tutte, d'un genere ; e 
che l'attività d'una singola cellula non corrisponde mai ad una figura 
pensabile, neppure tra le più elementari o tra le più vagamente simbo- 
liche, se non è integrata con quella di moltissime altre cellule, forse a 
migliaia, sparse qua e là nel cervello. Perciò il contenuto preciso del 
tesoro psichico, come pure il grado della capacità intellettuale, sarà 
sempre un enigma agli occhi dell'anatomico. Solo il tipo generico dell'in- 
telligenza, la categoria delle funzioni che spettano ai vari centri corticali 
e l'invalidità o lo straordinario sviluppo d'una funzione psichica sono 
problemi suscettibili di soluzione per l'anatomia e di corollari futuri per 
la clinica delle malattie mentali. In questo senso un anatomico come G. Ret- 
zius ha potuto, sfuggendo felicemente alla taccia di frenologo, descrivere 
cervelli di matematici con grandissimo talento d'astrazione e cercarne 
l'equivalente nell'anatomia. In questo senso sarebbe altrettanto legittimo 
ed opportuno studiare cervelli di oratori o di musicisti dotati in grado 
eminente del singolarissimo dono naturale che è richiesto per l'esercizio 
dell'eloquenza e della composizione musicale. E se dalla psicologia indi- 
viduale passiamo alla psichiatria, non ci sarà forse impossibile trovare 
un giorno nel cervello d'idioti e di dementi parziali la ragione delle loro 
anomalie e lacune per quantità e qualità. Quel giorno cominceranno a 
disegnarsi i contorni di un'anatomia psicopatologica a grandi linee, e la 
psichiatria avrà sorpassato il breve abisso che la rende inferiore alle altre 
cliniche. 



CAPITOLO II. 

Le cause delle malattie mentali 



Le cause di pazzia si dividono in esogene ed endogene. Le cause eso- 
gene sono dovute all'ambiente, non all'individualità del malato o solo in 
minima parte, e si suddividono in somatiche, psichiche e sociali, a seconda 
che emanano dall'ambiente fisico, psichico o sociale. Le cause endogene, 
essendo legate alla costituzione individuale, riescono attive in qualunque 
ambiente, e si suddividono in diatesiche, ereditarie e degenerative ; ma se si 
va a rivangare la loro prima origine negli antenati, si finisce per rico- 
noscere che vengono anch'esse dal di fuori sotto forme non diverse e con 
processi eguali a quelli delle cause esogene. 

Spesso le malattie mentali derivano da una catena di cause, tra cui 
l'osservatore empirico non coglie che la più visibile. Gli alienisti non so- 
gliono cadere in questo errore ; ma se concorrono parecchie cause, è dif- 
ficile per chi si sia di discernere la misura con cui hanno agito. Tuttavia 
anche ignorando lo svolgimento particolare d'un singolo processo mor- 
boso, si può dai sintomi che presenta risalire per analogia alla causa 
che l'ha prodotto. Infatti vi è un certo numero di psicopatie clinicamente 
simili che dipendono sopratutto dalle accidentalità più o meno mutevoli 
dell'ambiente; l'ambiente costituisce una condizione, se non sufficiente, 
per lo meno necessaria della malattia. E vi sono altre psicosi, parimente 
ravvicinabili nei loro sintomi, che non sorgono senza 1' impulso d'una 
disposizione interna. Infine tra questi due estremi vi è una serie graduale, 
a limiti non ben distinti, «li malattie mentali, in cui operano cause miste ; 
ed operano così variamente da un individuo all'altro, malgrado la so- 
miglianza dei quadri morbosi, che senza una buona anamnesi non si può 
mai precisare se il malato sia piuttosto vittima dell'ambiente o della 
propria costituzione o delle due influenze riunite e cospiranti allo stesso 
effetto. 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MENTALI 33 

Il legame fra l'etiologia dello malattie mentali e le loro manifesta- 
zioni cliniche, sebbene oscuro ed incerto in questo terzo gruppo, è così 
stretto ed evidente negli altri due, che ha potuto essere utilizzato nella 
classificazione nosograflca, di cui anzi rappresenta per molti alienisti il 
criterio fondamentale. 



Cause esterne. 

Cause somatiche. — I processi morbosi che alterano il corpo grossola- 
namente sono i più avvertibili fra questi fattori esterni di pazzia, perchè 
non vi è bisogno di guardarli attraverso la coscienza dei malati. A loro 
volta i traumi sono i più avvertibili fra i fattori somatici, perchè si può 
quasi sempre precisare l'istante e il punto in cui hanno esercitato la loro 
azione. 

Si conosce una serie abbastanza tipica di pazzie trauma ti ci te, ed hanno 
un connotato comune: quello di modificare la memoria o il carattere. I 
quadri clinici che derivano da questa causa, in ispecie da traumi del 
capo, sono i seguenti : 

i.° disturbi psicopatici effimeri o parziali che susseguono senza inter- 
vallo al trauma, come perdita di coscienza con oblio di ciò che è acca- 
duto al momento o poco dopo (amnesia anterograda) od anche poco 
prima (amnesia retrograda); 

2.° psicosi protratte (per lo più si tratta d'isterismo) che esplodono 
qualche tempo dopo, in seguito ad un periodo latente, e che di rado gua- 
riscono ; 

3." pervertimenti isolati ed irreparabili del carattere, che talvolta 
conducono a psicosi secondarie o direttamente od attraverso all'ozio, alla 
miseria, ai disordini alcoolici e ad altre conseguenze dirette del trauma; 
A." psicosi ritiesse, ipocondria, monoisterismo, epilessia, per compres- 
sioni ed irritazioni sulle vie nervose, ossia per traumi che cadono fuori 
del cervello e del capo. 

Anche le emorragie, gli ascessi, i tumori agiscono sul cervello come 
corpi estranei, irritando, paralizzando o distruggendo la sostanza funzio- 
nante da cui sono circondati ; e perciò, comunque siano sopraggiunti, 
equivalgono ad un trauma d'origine esterna. 

Lesioni distruttive e irritative del cervello si hanno frequentemente per 
infezioni, intossicazioni, avvelenamenti, processi infiammatori, che an- 
nientano, sospendono o sovreccitano le attività mentali, ora parzialmente, 
più spesso totalmente, e in ogni modo sconvolgono la loro armonia. 
Queste lesioni sono spesso favorite dallo stato d'anemia o d'iperemia, dal- 
Tanzi, Fuiclàatria. — 5 



3-t CAPITOLO II 



l'arteriosclerosi, da cachessia, da pregressa sifilide, da abusi alcoolici, 
dagli strapazzi e da altre cause preesistenti d'origine interna. Non im- 
porta: tanto le lesioni determinatrici della malattia mentale quanto le con- 
dizioni e le eventualità che l'hanno preparata si comportano come cause 
esterne, perchè non hanno nulla che fare con l'evoluzione naturale del- 
l'intelligenza e del carattere, né si verificherebbero senza il concorso di 
circostanze estrinseche. 

Le infezioni non cagionano disturbi mentali che in una parte dei col- 
piti, la minore, per mezzo di tossine che provengono dal ricambio vitale 
dei microrganismi o di proteine tossiche prodotte dalla dissoluzione dei 
loro cadaveri: ma spesso a queste tossine, d'origine bacterica, tengono 
dietro tossine secondarie che si sviluppano dall'organismo invaso a con- 
tatto con gli invasori e con le tossine primarie. Queste autotossine secon- 
darie compaiono o precocemente, vale a dire nei primi periodi dell'inva- 
sione e quasi insieme alle primarie; o tardivamente, nei periodi ulteriori 
e nello sfebbramelo ; o addirittura in un'epoca successiva e più o meno 
prolungata, ancorché il processo originario sia del tutto spento, lasciando 
una traccia più meno durevole nella costituzione del malato. 

Il tifo e la polmonite sono, dopo le meningiti, i processi infettivi che 
provocano più facilmente disordini mentali fin dalle prime fasi del loro 
decorso, e sempre coi caratteri dell'amenza allucinatoria ; ma possono 
del pari dare occasione ad una amenza postfebbrile. L'influenza è tra le 
infezioni quella che più facilmente apre la strada alle psicopatie secon- 
darie, in ispecie sotto forma di nevrastenia con idee fisse, di melancolia 
e qualche volta d'amenza. 11 vainolo, il morbillo, la scarlattina, l'erisipela, 
la poliartrite, la difterite, l'infezione puerperale sono accompagnate da 
delirio febbrile o seguite da amenza apiretica, ma non cosi spesso come il 
tifo e la polmonite. La sifìlide non è scevra di complicazioni psicopatiche: 
rare nel periodo secondario, esse assumono i caratteri d'una confusione 
acuta, ossia dell'amenza; nel periodo terziario, le gomme possono pro- 
durre amnesie sistematizzate, allucinazioni ed ogni altro sintomo a foco- 
laio; la sifilide cerebrale, a sua volta, è accompagnata da disturbi psichici 
che talora simulano il quadro della paratisi progressiva. La malaria è 
capace di determinare stati d'amenza grave e di nevrastenia consecutiva 
simili a quelli dell'influenza. Nessuna di queste psicopatie, contemporaneo 
o successive al processo infettivo, è assolutamente inguaribile; ed anzi, 
se la comparsa del delirio durante lo stadio febbrile dell'infezione costi- 
tuisce un notevole aggravamento, le forme di amenza pura che susse- 
guono lo stadio febbrile sono invece assai proclivi alla guarigione com- 
pleta nel termine di poche settimane. Solo alcuni casi A' amenza gravis- 
sima che scoppiano improvvisamente con febbre e con gravi fenomeni 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MUNTALI 35 

generali, conducono inesorabilmente e in breve tempo alla morte. Questi 
casi d'origine mista, ma sintomaticamente simili e che sono dovuti con 
ogni probabilità ad infezioni, a gravissime intossicazioni, ad uremia, 
costituiscono il cosi detto delirio acuto. 

I sintomi che accompagnano le autointossicazioni secondarie non cor- 
rispondono necessariamente al quadro semplice del processo tossi-infettivo; 
ed anzi possono scostarsene al punto, da non aver più nulla di comune 
con esso. Non di rado le tossine secondarie hanno un potere psicopato- 
geno che manca alle tossine primarie o lo possiedono in grado più alto; 
e perciò i deliri postinfettivi, che si presentano senza febbre, sono non 
meno frequenti dei deliri febbrili. Ma, quanto alla guaribilità, non sono meno 
maligni dei deliri primari. Un esempio di psicosi postinfettiva a scadenza 
remotissima e con sintomi assolutamente caratteristici è quello della paralisi 
progressiva, che segue la sifilide a distanza di cinque, dieci e fin vent'anni. 
Mentre le tossine primarie della sifilide non danno occasione, di regola, 
ad alcun disturbo mentale, le sue tossine secondarie, accumulandosi con 
estrema lentezza, finiscono per vincere la resistenza degli elementi nervosi 
e, forse con l'aiuto d'una predisposizione o di concause debilitanti, fanno 
scoppiare i ben noti e inguaribili disordini della paralisi progressiva. 

Gli effetti immediati e tardivi delle infezioni si possono riprodurre senza 
gran divario, cioè specialmente sotto la forma d'amenza, prescindendo da 
qualunque agente infettivo, per semplici processi A.' autointossicazione od 
anche d' avvelenamento. Fra le autointossicazioni vanno in prima linea 
l'uremia, la glicemia, V acetonemia e i processi per lo più effimeri, ma 
talvolta tumultuosi che inquinano il sangue in seguito a. coprostasi. La 
insufficienza congenita od acquisita della funzione tiroidea determina uno 
stato d'autointossicazione che si manifesta con quadri clinici del tutto 
caratteristici. Fra gli avvelenamenti quello da alcool, da morfina, da co- 
caina, da piombo, da ossido di carbonio. Persino una febbre gastrica, un 
certo grado di stipsi, lo stato d'ubbriachezza bastano a determinare con- 
fusione mentale, specialmente in soggetti esauriti da emorragie, stra- 
pazzi venerei, digiuno, clorosi. Ed anzi, quando mancano sicuri indizi di 
un'azione tossica, non è inammissibile che possano sorgere gli stessi sin- 
tomi di disordine amenziale anche dal terreno mal definito del semplice 
esaurimento. Tale é il caso delle psicosi da allattamento, da emorragie 
profuse o ripetute, da fame cronica. D'altra parte è difficile escludere 
ogni e qualunque influenza autotossica in malati che presentano anemia, 
braditrofia, dimagramento ed altri segni d'esaurimento organico: in questi 
casi, per miti che siano, all'esaurimento si associa sempre qualche alte- 
razione del ricambio chimico. 

I due fattori di confusione mentale si trovano costantemente riuniti nella 



36 CAPITOLO II 



pellagra, che è dovuta alla miseria nutritiva ed all'avvelenamento maidico: 
donde il gran numero di pellagrosi che diventano pazzi e cadono nelle 
l'orme più gravi d'amenza. La proporzione dei pazzi è assai minore nelle 
inlezioni e nelle altre intossicazioni per quanto violente, perché quest'ultime 
operano in generale all'improvviso su gente valida e assai meno denutrita 
elei candidati alla pellagra. 

L'incostanza delle complicazioni psicopatiche di fronte alle sostanze 
tossiche e virulente dimostra che l'amenza, come in genere qualunque 
altra l'orma di pazzia infettiva, postinfettiva e tossica, sta in un certo 
rapporto con la costituzione individuale, e dipende, si, dalla qualità e 
quantità del veleno, ma solo in parte. Vi è dunque un coefficiente interno, 
che resta nascosto in condizioni normali, ma che si affaccia al soprav- 
venire d'un dissesto nell'economia chimica dell'organismo, ed aggiunge 
al quadro morboso dell'infezione, del periodo postili fettivo o dell'avvele- 
namento l'aggravante dei disordini mentali. Questo elemento costitu- 
zionale può anche essere di natura transitoria, e molte volte è rappre- 
sentato semplicemente dall' età. Infatti è da notare che nell'infanzia 
malattie leggere, sopratutto infettive, che possono passare inosservate, 
persino lo spavento, determinano cerebropatie che talvolta modificano ed 
arrestano in modo irreparabile lo sviluppo dell'intelligenza. Si tratta di 
un'azione morbosa che riescirebbe innocua sopra un cervello adulto, ma 
che pregiudica l'avvenire d'un organo ancora immaturo. Nel sistema ner- 
voso del neonato le fibre non hanno finito di mielinizzarsi e le cellule 
non hanno sviluppato tutte le ramificazioni dendritiche di cui sono capaci : 
offesi in questo periodo della vita, gli elementi nervosi in parte soccom- 
bono, in parte restano atrofici e non contraggono tutti quei rapporti 
anatomici a cui erano destinati. 

Le lesioni dei sensi speciflei, le nevralgie, sopratutto quelle del V paio, 
possono produrre stati psicopatici in soggetti predisposti, agendo come 
cause esterne, ma semplicemente occasionali. Gli elminti intestinali, 
oltreché per via tossica, disturbano le funzioni del cervello per via riflessa. 
Le cardiopatie ne compromettono la circolazione. Le nefriti, in quanto 
generano l'uremia, sono una delle cause più temibili di gravissime altera- 
zioni mentali; e comparendo come un sintomo terminale nel corso di pro- 
cessi psicopatici già iniziati, sono causa frequentissima di peggioramento e 
di morte. 

Cause psichiche. — Che in seguito a cause puramente psichiche si 
possano manifestare malattie mentali lo provano certi casi di spavento. 
Lo spavento, per l'evidenza, la rapidità e la gravezza dei suoi effetti 
psicopatici, si avvicina ai traumi tino a produrre lo shock: il railwar/ spine 



LE CAl'SE DELLE MALATTIE MENTALI 



è appunto un caso particolare, ma assai frequente, ili sìwck per disastro 
ferroviario. Ora, lo shock dà luogo anche sopra soggetti somaticamente 
illesi ad amnesie, isterismo, epilessia, ipocondria, nevrastenia cronica, 
amenza, pervertimenti morali non meno gravi di quelli che provengono 
da traumi fisici; e la sua azione fu giustamente equiparata ad un trau- 
matismo psichico. 

Le emozioni prolungate, anche se non sono violente, fluiscono col turbare 
le funzioni mentali, sebbene in maniera meno semplice di quanto gene- 
ralmente si crede. Ch'esse opprimano e logorino il cervello a poco a 
poco con risultati e processi non dissimili da quelli delle emozioni ecce- 
zionali che lo colpiscono all'improvviso, come lo spavento, è forse vero. 
Ma non si deve ritenere che un fenomeno psichico, per quanto tumultuoso 
o ripetuto, possa sconcertare direttamente 1' equilibrio chimico degli ele- 
menti nervosi fin oltre ai limiti della riparabilità fisiologica, né provocarvi 
col proprio impeto o con la propria insistenza, cioè per via dinamica, 
lesioni irrimediabili di struttura. Questa teoria troppo semplice dello shock 
psichico e delle passioni in genere, quantunque sia stata lungamente in 
onore, corrisponde ad un preconcetto fisiologico che le ricerche più recenti 
dimostrano erroneo. 

L'importanza chimica dei processi mentali non è molto grande. Essi si 
compiono economicamente, senza scosse, né esplosioni, né sperperi, qua- 
lunque sia il loro contenuto e la loro rapidità. E infatti l'esercizio paci- 
fico dell' intelligenza, per quanto continuo e vigoroso, non produce né 
disturbi psicopatici, né alcun segno di affaticamento; e le abitudini dello 
studioso senza passioni sono uno dei mezzi più sicuri per raggiungere 
meno spiacevolmente una certa longevità. Anche i processi nervosi di 
ordine inferiore, per esempio la visione, appunto perchè si svolgono sen- 
z'impegnare l'affettività, non danno luogo né ad esaurimento, né a stan- 
chezza, malgrado la loro continuità. Egualmente, l'ozio intellettuale, se 
nuoce alla ricchezza delle nozioni acquisite, non modifica la potenzialità 
dell' intelligenza : e quando termina un lungo periodo di vacanze o ili 
dissipazione, il pensiero non è meno alacre di prima, e neanche di più. 
Alla stessa maniera si può rimaner ciechi per anni interi in seguito a 
cateratta; ma dopo l'operazione, la retina e i centri nervosi, che non 
hanno cessato di nutrirsi e di serbare la propria struttura anatomica, 
ricuperano sollecitamente tutta l'attività funzionale di cui erano capaci. 

La cellula nervosa è dunque infaticabile: infaticabile al lavoro e indif- 
ferente al riposo. Né l'eccesso dell'esercizio funzionale, né l'astensione 
sono in grado di scemare, sia pure momentaneamente, la sua capacità ; 
e tanto meno potrebbero, producendo malattie mentali, comprometterla 
durevolmente. Solo le emozioni, o che si manifestino in modo violento e 



38 CAPITOLO II 



istantaneo, o che agiscano in modo sordo e continuato, l'anno eccezione 
a questa regola: perchè non di rado stancano, minacciano l'intelligenza, 
e determinano veri processi psicopatici. 

11 perchè di quest'eccezione si deve cercare nella fisiologia. L'emozione 
e le passioni sono fatti psichici, ma la loro caratteristica è di spandersi 
largamente in tutto il nevrasse e ben oltre i limiti della coscienza. Quando 
il nostro animo è agitato dalle emozioni o corroso dalle passioni, ne 
restano sconvolti i processi vasomotori e trofici che, partendo dal cervello, 
regolano la nutrizione dei tessuti; è sospesa l'assimilazione delle sostanze 
anaboliche; è aumentato l'ingombro dei prodotti catabolici. Così si accen- 
dono qua e là, in focolai più o meno circoscritti e fin dove arriva il 
disordine dell'innervazione, altrettante malattie rudimentali: brevi e vio- 
lente, se si tratta d'emozioni improvvise ; lunghe ed attenuate, se si tratta 
«li passioni continue. Lo stesso cervello non rimane tanto colpito da ciò 
che vede od ascolta, da ciò che soffre o teme, insomma da ciò che forma 
il contenuto psichico dell' emozione e della passione, quanto dall' azione 
reflessa dei disordini viscerali, che alterano la cenestesi, e più ancora 
dall'azione chimica ed apsichica delle autotossine che accompagnano quei 
disordini e che, una volta entrate nel circolo sanguigno, offendono il 
sistema nervoso, disturbandone le l'unzioni. 

L'esperimento fisiologico conferma questo modo di vedere. L'eccitazione 
el 'Urica della corteccia cerebrale ha dimostrato, per opera di Hitzig, 
Lépine, Bochefontaine, Danilewski, Eulenburg e Landois, Riciiet, 
Bufalini, che da certi punti determinati (della zona somestetica) si spri- 
gionano influenze agevolatrici o inibitorie, secondo i casi, sopra un gran 
numero di funzioni organiche: circolazione, respirazione, secrezione sali- 
vare, gastrica, pancreatica, intestinale, biliare, urinaria, peristalsi dello 
stomaco e dell'intestino, contrazioni della vescica e dell'utero. In seguito 
Francois-Franck precisò queste localizzazioni, aggiungendovi i punti della 
secrezione sudorale ; e una serie di sperimentatori, fra cui principalmente 
Hechterew, arricchì il capitolo in questione riscontrando la funzione dei 
centri viscerali anche alla prova della distruzione. Per esempio, Trapes- 
nikao scoperse nel 1897 il centro della deglutizione, e Ducceschi nel 1898 
quello dello sfintere anale. Si può dunque ritenere che l'emozione, dopo 
aver trasmesso a questi centri viscerali e per solito incoscienti un dina- 
mismo violento e straordinario, promuova in tutto il corpo arresti e dis- 
persioni d'attività organica che si fanno sentire a loro volta nel cervello, 
sia come impressioni cenestetiche, sia come agenti tossici che si sono 
l'ormati alla periferia del corpo e mescolati al torrente del sangue. 

Se poi gli eccessi afletti vi rimangono quasi sempre nel campo delle 
manifestazioni subiettive e ben di rado si materializzano in forma di vere 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MENTALI 39 

malattie organiche nei visceri e nello stesso cervello, questa contraddizione 
si spiega con la speciale sensibilità ai veleni, che è la proprietà e la sven- 
tura della cellula nervosa. Il cervello, che non sente la fatica del proprio 
lavoro, forse per la scarsezza assoluta dei prodotti regressivi che ne sono 
l'espressione, forse per la loro innocuità, forse per la ristrettezza anche 
relativa del metabolismo cerebrale, è invece uno scpuisito segnalatore dei 
veleni fisiologici e patologici che si svolgono con assai maggiore abbon- 
danza e probabilmente con maggior virulenza relativa negli altri visceri. 
Secondo i calcoli di miss Thompson e di H. Donaldson, fatti in base agli 
accuratissimi conteggi di Hammarberg, tutte le cellule nervose della 
corteccia umana non pesano più di 27 grammi. Insomma la capacità in- 
tellettuale può subire per conto proprio l' effetto di malattie viscerali 
che, per la loro tenuità, non disturbano obiettivamente le funzioni del 
viscere malato od affaticato ; e talvolta riesco più compromessa o dimi- 
nuita dalle malattie e dal sopralavoro di altri organi, che non dalle 
malattie e dal sopralavoro del cervello. Se il cervello, non correndo il 
pericolo d'avvelenarsi da sé, ossia coi veleni autoctoni del lavoro psichico, 
disponesse, per bizzarra ipotesi, d'una circolazione propria, sarebbe al 
riparo da tutte le importazioni tossiche, ed anche da quelle che gli arri- 
vano di seconda mano come conseguenza delle emozioni e delle passioni. 
Una forma d' autointossicazione fisiologica, che compendia 1' attività 
generale dell'organismo in tutta la giornata, ma non sospende la funzione 
di nessun altro organo, tranne il cervello, è quella che ha per esponente 
quotidiano il sonno : il sonno fa tacere la coscienza, ma la sua durata e 
profondità sono affatto indipendenti dall' intensità del lavoro mentale, tanto 
è vero che raggiungono il massimo nei neonati, negli animali ed anche, 
talvolta, negli imbecilli e nei dementi. Un' altra forma d'avvelenamento 
cerebrale, ma sempre d'origine estrinseca al cervello, è quella che proviene 
dai prodotti regressivi delle masse muscolari in contrazione forzata e che 
si manifesta subiettivamente sotto forma di stanchezza : l'esaurimento dei 
muscoli è sentito nel cervello, non solo per la via delle fibre sensitive, ma 
anche sotto l'azione diretta dei prodotti tossici che, circolando, passano attra- 
verso ai centri nervosi. La fragilità chimica che caratterizza gli elementi 
nervosi li espone a facili alterazioni anche all' infuori dei centri somestetici 
e motori : e quindi basta una marcia od uno sforzo ginnastico per renderci 
non solo stanchi, ma anche inetti ad un proficuo lavoro mentale. 

Per ragioni simili, appena si manifesta una malattia qualunque con 
un'alterazione patologica del ricambio, uno dei primissimi sintomi è la 
fiacchezza intellettuale, che può raggiungere le proporzioni dell'incoscienza 
e del coma, sebbene al sopravvenire d' un processo morboso il cervello, 
al pari dei muscoli e del tubo digerente, goda in generale i benefizi d'un 



40 CAPITOLO li 



insolito riposo. Invece, se il circolo sanguigno è libero di veleni, patologici 
o fisiologici che siano, e non ha a proprio carico che quelli provenienti 
dal lavoro mentale, come avviene in persone sane che conducono vita 
sedentaria e studiosa, non solo manca ogni segno di stanchezza muscolare, 
di sonno o di fiacchezza mentale, ma i processi dell'intelligenza si rendono 
tanto più attivi, rapidi e perfetti quanto più si protraggono; e solo a lungo 
andare restano sopraffatti non già dai prodotti del consumo cerebrale, ma 
da quelli che frattanto s'accumulano nel circolo sanguigni/ come con- 
tributo, per quanto modico, degli altri organi. 

Una serie di esperimenti suffraga questo modo di vedere. Secondo 
Philippen, il quoziente respiratorio d'un animale tormentato con la tra- 
cheotomia s'innalza pel solo l'atto della legatura e dell'operazione; ina 
s' innalza perchè i visceri, il cuore e i muscoli sono disturbati nella loro 
innervazione, e l'autointossicazione a cui vanno incontro si ripercuote nel 
cervello sotto forma di shock. Se si curarizza 1' animale, rendendo inerti i 
suoi muscoli, e poi si eccitano con la corrente faradica i capi centrali di 
nervi importanti, né il quoziente respiratorio, né le ossidazioni organiche, 
né la temperatura generale del corpo subiscono alterazioni apprezzabili per 
cosi poco: come non subiscono diminuzione per 1' inattività del cervello. 
Il metabolismo del sistema nervoso non è, in genere, abbastanza impor- 
tante per influire siili' insieme del chimismo organico. Che poi lo s/ioc/,- 
-ia il prodotto di un'autointossicazione lo dimostrano i suoi sintomi, che 
vanno dal coma al furore, la colorazione rossa ilei sangue venoso, il 
rallentamento della i-espirazione, l'abbassamento della temperatura interna. 
È vero che qualche volta, sotto le mani dei chirurghi, si ha la morte 
improvvisa, nel qual caso si stenta a concepire un' autointossicazione con 
effetti cos'i istantanei. Ma in realtà queste morti improvvise non sono 
dovute ad avvelenamento; e quindi nemmeno ad un vero shock: la causa 
della morte è la sincope del cuore. 

Secondo Bernstein, il nervo è assai piti resistente alla fatica che non 
sia il muscolo. Per poter verificare separatamente l'esauribilità di due 
organi come il nervo ed il muscolo, che eseguiscono un lavoro solidale, 
ma visibile nel muscolo e non nel nervo, ecco come si procede. Si eccitano 
bilateralmente i due sciatici d'una rana; ma da una parte si lascia libero 
il nervo in maniera che trasmetta ai gastrocnemi la sua azione tetanizzante, 
mentre dall'altra parte, applicando la corrente d'una pila, si produce 
l'elettro tono, ossia, purché la corrente sia abbastanza intensa, si rende il 
nervo impervio in tutto il tratto che è sotto il dominio dell'elettrode 
positivo (anelettrotono), e il muscolo rimane in riposo. Orbene, dopo 
qualche tempo, il tetano che si era manifestato dalla parte del nervo 
libero si risolve, perchè subentra l'esaurimento; ma dall'altra parte, dove 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MENTALI 41 



il muscolo è rimasto inattivo, si vede che lo sciatico, quantunque abbia 
seguitato a ricevere lo stesso stimolo ilei compagno, è ancora capace di 
trasmettere il tetano, purché sia liberato dall'elettrotono e gli venga così 
restituita la sua conducibilità. È dunque evidente che il muscolo si stanca 
prima del nervo. Se si potesse prolungare la così detta sezione fisiologica 
del nervo mediante l'elettrotono, senza fargli perdere per sempre la sua 
proprietà conduttrice, non sarebbe difficile calcolare, in base alla rispettiva 
durata dell'eccitabilità, di quanto la resistenza del nervo supera quella del 
muscolo. 

Questo calcolo fu perfezionato dalla sig. M Iotevko. Nei suoi esperimenti 
è compreso il midollo spinale, e gli eccitamenti sono esercitati o diretta- 
mente su di esso o per la via dei nervi sensitivi. Per ottenere la sezione 
lisiologica del nervo, l'esperimentatrice ricorse anche al metodo dell' ete- 
rizzazione, e così riesci a stabilire che il midollo spinale leggermente 
stricnizzato possiede una capacità di lavoro cento volte superiore a quella 
del muscolo. Quanto all'esaurimento che fa cessare il tetano, esso non 
comincia, per dire il vero, propriamente nel muscolo, ma nella placca 
motrice. Infatti, paralizzando il nervo con l'elettrotono, e faradizzando i 
gastrocnemi rilasciati dopo la tetanizzazione, si ottengono ancora, per 
qualche minuto, contrazioni idiomuscolari. Perciò la scala dell'esauribilità 
discende in quest'ordine: placca motrice, muscolo, midollo spinale. Pro- 
babilmente le terminazioni motrici sparse nei muscoli restano intossicate 
dai veleni che si producono durante la contrazione muscolare dai muscoli 
stessi. Ma in ogni modo il midollo spinale, sia come centro rellettorio, sia 
come organo di trasmissione, vince di gran lunga il muscolo nella re- 
sistenza alla fatica. Ed è verosimile che il cervello non resti indietro al 
midollo. 

La grande resistenza dei centri nervosi è dimostrata in modo più 
diretto dalla scarsezza di reperti appariscenti in gangli che erano stati 
sottoposti ad eccitazioni più o meno protratte. Esperienze di Vas, di 
Mann, di Lugano, di Pergens, di Demoor mettono in rilievo leggere 
diminuzioni della parte cromatica che accompagnano soltanto le eccitazioni 
protratte al di là della durata ordinaria. 

QuaPè la ragione per cui gli elementi nervosi sono cosi inesauribili :' 
Forse perchè, avendo in serbo una gran quantità di materiali nutritivi, si 
comportano come altrettanti accumulatori d'energia chimica e funzionalo.' 
O invece perchè il loro chimismo è misero, ma la funzione è facile? In 
altre parole: perchè sono ricchi o perchè spendono poco ? Tutto collima 
a far pensare che la vera soluzione del quesito sia l'ultima. 

11 valore degli scambi chimici che si svolgono nel cervello è stato ri- 
scontrato con metodi diretti e indiretti. Direttamente: con l'analisi coni 

Tanzi, Psichiatria. — 0. 



42 CAPITOLO II 



parativa del sangue carotideo e giugulare, con tentativi (poco riusciti» di 
circolazione artificiale, e col dosare i gas del sangue prima e dopo il suo 
passaggio nel cervello. Indirettamente : col metodo termometrico e calo, 
rimetrico, come pure con esami delle escrezioni. Ori iene, il risultato finali 1 
di tante ricerche è questo: che il cervello non è un fabbricatore privi- 
legiato di colesterina, come pretendeva Flint; che gli accessi convulsivi, 
per quanto violenti, non determinano mai nel sangue cerebrale (vena 
-iugulare) una produzione d'acido carbonico paragonabile a quella che si 
riscontra nel sangue muscolare (vena femorale), e non hanno nemmeno il 
potere d'elevare la temperatura del cervello; che i piccioni scerebrati 
irradiano una quantità di calore non inferiore'a quella dei sani (Corin e 
van Beneden); che, se la perdita del peso e l'eliminazione dell'azoto, 
durante il digiuno prolungato, sono nei piccioni scerebrati inferiori a 
quelle dei piccioni illesi e parimente sottoposti al digiuno, ciò non dipende 
dal risparmio d'energia mentale, ma dal silenzio a cui sono ridotte le 
influenze trofiche del cervello sui visceri e sui muscoli (Belmondo) ; che 
le oscillazioni della termogenesi cerebrale non sono punto parallele al 
lavoro psichico (A. Mosso) ; che, se pur ve n'hanno, non derivano dal 
metabolismo autoctono del cervello, ma dagli squilibri circolatori e dalla 
particolare lentezza con cui si disperde il calore cerebrale non solo nel- 
l'organismo vivo, ma anche in cadaveri tenuti in un ambiente isotermico 
(Heger); che quanto poi all'acido fosforico, l'attività intellettuale tende in 
complesso a diminuirlo leggermente, perchè abbassa la quantità dei 
fosfati alcalini e non influisce su quella dei terrosi (Mairet) ; che lo 
stesso fatto avviene nei pazzi, ancorché agitati, appena comincia la denu- 
trizione (Dr. Boeck e Slosse); che i melancolici, benché si torturino in- 
tensamente il cervello, non presentano irregolarità di sorta né riguardo 
all'urea, né riguardo ai l'ostati, purché si nutrano come all'ordinario 
(Bikt e Zulzeri. 

Un chimismo assai povero congiunto ad una sensibilità chimica squisita: 
ecco dunque il carattere dominante del metabolismo nervoso. 11 cervello 
serve alla ripartizione, non alla produzione dell'energia, e Belmondo l'ha 
felicemente paragonato ad un commutatore. La sua funzione, per quanto 
possa raggiungere un alto valore logico, è sempre modesta chimicamente; 
e il pensiero geniale, come il più comune, non si svolge fra lampi e tuoni 
con gran consumo di fosforo, ma con la lenta e silenziosa coordinazione 
di minimi rapporti che richiedono minimi sforzi. 

Se il cervello non dura gran fatica per conto proprio e non é sede d'un 
intenso metabolismo proprio, ciò non gli impedisce d'influire potentemente 
su lavoro e sul metabolismo extracerebrale. Quest'influenza è involontaria 
ci incosciente sui visceri come pure sui muscoli lisci; volontaria sui imi- 



LE CAUSE LIEI. LE .MALATTIE MENTALI -id 

scoli striati ad eccezione del cuore. Ma l'azione che il cervello esercita 
sui visceri può accompagnarsi con emozioni; e le emozioni, per quanto 
siano lontane dal fornirci esatte notizie sullo stato reale dei nostri 
visceri, costituiscono un fenomeno psichico d'origine esterna, perché 
assumono caratteri e proporzioni adeguati ad un avvenimento obicttivi! 
che si compie fuori di noi. In questo senso, le emozioni e le passioni 
possono costituire, come abbiamo dimostrato, una causa di malattie mentali ; 
vale a dire in quanto provocano discrasie extracerebrali che vengono a 
ripercuotersi poi sul cervello. Ed è questo l'unico caso possibile di malattie 
mentali che abbiano un'origine schiettamente psichica. 

Lo strapazzo scolastico, cosi spesso accusato di favorire la pazzia, la 
favorisce senza dubbio, ma non già perchè richieda una grande fatica 
intellettuale, bensì per le condizioni anti-igieniche a cui astringe 1' orar.o 
improprio delle scuole. L'immobilità, il digiuno, il cattivo riscaldamento 
dei locali, protraendosi per troppe ore, affaticano il cervello assai più di 
qualunque sforzo intellettuale. La noia d'un insegnamento sterile ed an- 
tiquato, alternandosi con la paura di castighi inopportuni o d'esami troppo 
severi, aggiunge al fattore somatico il fattore affettivo. Ma il fattore 
affettivo non agisce sulle sorti dell'intelligenza che indirettamente, cioè in 
quanto è punto di partenza e segnale d'un disordine organico che si svolge 
e si continua in tutto il corpo, d'onde si ritorce sul cervello, guastandone 
le funzioni quando la noia o la paura sono già svanite. 

Tra' le passioni, l'amore, la gelosia, V avarizia, specie d'ossessioni mono- 
spastiche che già rasentano per sé stesse la psicopatologia, possono forse 
spiegare certi stati di nevrastenia e di melancolia, insomma i semplici 
disturbi affettivi, ma difficilmente s'invocherebbero come cause di psicosi 
più gravi senza il coefficiente d'una predisposizione affatto speciale. In 
ogni modo è certo che la massima parte dei processi psicopatici esordisce 
con disordini o con semplice esagerazione dell' affettività. Questi primi 
sintomi possono anche rappresentare la causa della malattia mentale e 
dipendere dall'eccessività degli stimoli esterni, minacele, scene racca- 
priccianti, avvenimenti dolorosi, a cui il cervello ha la mala ventura di 
sottostare oltre ai limiti normali della tolleranza affettiva. Nelle grandi 
calamità pubbliche non manca mai qualche vittima della pura emozione; 
ad ogni sinistro marittimo, ad ogni grande incendio, nei terremoti, nelle 
sommosse scoppiano casi di pazzia o istantanei sotto forma di amenza o 
tardivi sotto forma di nevrastenia, che si devono al traumatismo psichico 
moltiplicato dallo spettacolo dell'emozione altrui. 

Qualche volta il meccanismo genetico delle cause morali é abbastanza 
evidente. Le preoccupazioni, la paura, le passioni producono insonnia, e 
il difetto di sonno permette un maggior accumulo di prodotti tossici. 



14 CAPITOLO II 



Questi prodotti che, in condizioni e proporzioni normali, sarebbero anzi 
ipnogeni, non solo mantengono l' insonnia, ma producono stati d'ecci- 
tamento disordinato che si estrinsecano con la confusione. Ciò avviene o 
per aumento dei veleni normali o per modificazioni della loro qualità o 
per l'abnorme dinamismo del cervello che ne soffre maggiormente l'effetto. 
Gli orari di lavoro troppo prolungati obbligano ad un 1 insonnia artificiali', 
le cui conseguenze non sono diverse da quelle dell' insonnia passionale, 
perchè giungono fino al grado d'un processo d'amenza (Agostini). 

Può avvenire che la pazzia si trasmetta per imitazione. L'imitazione è 
un istinto naturale, che è assai sviluppato in certi animali come le scimmie, 
che si afferma automaticamente nei bambini, e che è sfruttato sistemati- 
camente da tutti gli educatori; ma acquista un valore morbigeno quand'è 
sovreccitata isolatamente. In questi casi l'imitazione suggerisce atti dannosi, 
ridicoli od inutili all'imitatore; e senza creare di moto proprio la malattia 
mentale, non si può negare che ne determina per lo meno le manifesta- 
zioni esterne. In realtà una sovreccitazione dell'istinto imitativo che arrivi 
al punto da rendere irragionevole la condotta del malato non è possibile 
se non preesiste uno stato d'incoscienza o di fatuità mentale. Quando la 
coscienza è gravemente turbata o quando è indebolita la critica, entra 
facilmente in giuoco l'attenzione passiva, e le percezioni, diventando assai 
vivaci, si trasformano in atti prima d'aver subito l'elaborazione psichica 
che avrebbe dovuto inibire ogni reazione o modificarla in senso più ra- 
gionevole. L'accesso isterico e l'ipnosi che precludono le comunicazioni 
col mondo esterno, ad eccezione di poche impressioni ingigantite dal 
silenzio delle altre, sono un terreno fecondo di disordini imitativi. L' im- 
becillità, che limita il campo della coscienza, ma spesso rende vivaci e 
rapide le reazioni a certi stimoli esterni, favorisce a sua volta gli eccessi 
dell'imitazione. Il Mah ed il jumping, che parimente determinano, a 
quanto si dice, V irresistibile imitazione di gesti ed atti senza scopo, non 
vi arrivano probabilmente che attraverso l'incoscienza. 

A questo modo si sviluppano le pazzie comunicate, l'orme di psico-i 
collettive che abbracciano due, tre e fin quattro persone conviventi, 
e le epidemie psicopatiche che colpiscono gruppi più numerosi, come un 
collegio, un villaggio, una sezione d'ospedale. Vi è un contagio isterico 
e vi è un contagio paranoico, che costituiscono i due poli opposti tra cui 
oscillano tutte le epidemie psichiche e tutte le varietà di psicosi comunicata. 
Il contagio isterico si effettua, per imitazione cieca, da una grande isterica 
ad altre isteriche minori, che subiscono il fascino d'una mimica e d'una 
e indotta conforme al loro stato di tensione emotiva, e lo subiscono tanto 
più potentemente quanto più grande è il numero delle contagiate che si 
offrono alla loro attenzione come modelli da imitare. Il contagio paranoico 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MENTALI 40 

si esercita da un paranoico lucido, intelligente ed energico sopra altrettanti 
imbecilli o semplici di spirito o candidati alla paranoia, che non hanno 
abbastanza immaginazione per delirare di propria iniziativa, ma di- 
spongono di sufficiente credulità per delirare sulla falsariga altrui. 

La Russia ci offre negli skopzki numerosi esempì contemporanei ili 
sette che professano la mutilazione dei genitali, il suicidio, l'omicidio per 
puro fanatismo: e le religioni in genere non hanno origine diversa, tranne 
che, passando in retaggio a persone intelligenti con l'aureola della tra- 
dizione, vengono idealizzate, codificate ed utilizzate a scopi sociali. La 
suggestione delle idee sbagliate, come quella degli atteggiamenti espressivi 
nelle isteriche, è così efficace, che nelle collettività di persone conviventi, 
come pure nelle folle assembrate dal caso nelle piazze, nei teatri od 
altrove, si ha consenso completo non solo d'entusiasmi, ma persino 
d'allucinazioni : per esempio, purché uno incominci, tutti asseriscono 
d'aver veduto il diavolo o la Madonna. Un'epidemia isterica abbastanza 
recente si verificò dopo il 1860 a Verzegnis, nel Friuli ; e fu celebre 
l'epidemia paranoica d'Arcidosso, promossa nel 1879 da Davide Lazzaretti, 
allucinato, intelligente, superiore per coltura ai suoi conterranei, che si 
credeva inspirato da Dio e a cui ancora oggi, dopo oltre vent'anni dalla 
morte del profeta, sopravvivono gli epigoni fedeli. Una storia diffusa delle 
principali epidemie psichiche, che infierirono specialmente nel medio evo, 
fu scritta da Calmeil. 

Cause sociali. — Si dice che la civiltà favorisca la pazzia. Se con ciò 
s'intende. che lo studio più intenso e più generalizzato, che gli ideali più 
vasti e più audaci, che il dileguare della fede religiosa intorbidino 1' in- 
telligenza e la rendano più accessibile alla pazzia, si all'erma un'opinione 
non provata e per lo più interessata. Che invece le crisi economiche e 
l'inacerbirsi della concorrenza per la vita siano cause di pazzia è molto 
probabile; ma questi malanni sociali non si debbono attribuire ai progressi 
della civiltà, né ad un determinato sistema di vita civile, bensì alle im- 
perfezioni che sono inevitabili in ogni civiltà e che ricorrono assai più 
gravi, più frequenti e più prolungate nella barbarie e nella vita selvaggia. 
Le carestie, le carneficine, le infermità d'ogni specie e la miseria, eccezionali 
nei paesi civili, sono altrove un fenomeno ordinario della vita quotidiana. 
La civiltà vera, che non fu ancora attuata, è quella esente da crisi e da 
odiose sperequazioni che esagerano in luogo d'attenuare le differenze 
naturali tra individuo e individuo. 

D'altra parte, è innegabile che il numero dei ricoverati nei manicomi 
cresce col crescere della coltura e della prosperità pubblica. Questa verità 
rifulse nel confronto tra il Nord e il Sud d' Italia. Le 10 provincie italiane 



•ili CAPITOLO 

che contano il massimo numero di ricoverati pazzi in rapporto alla po- 
polazione sono tutte del Nord, con una proporzione che varia dal ~.">, 3 
al 16,9 per ogni 1(1.000 abitanti; le 22 provincie italiane che contano il 
minimo numero di ricoverati pazzi in rapporto alla popolazione sono tinte 
del Sud (salvo Alessandria), con una proporzione che oscilla dall' 1,3 al 
0,0 per ogni 10.000 abitanti. Le altre 35 pro\incie d'Italia rappresentano 
le proporzioni mediocri, ma sempre con prevalenza del Sud ai gradini più 
bassi della scala e del Nord ai più alti. 

In realtà l'istruzione e la floridezza acuiscono la sensibilità sociale e 
individuale di fronte allo spettacolo doloroso della pazzia, e l'accresciuta 
sensibilità crea un maggiore stimolo all' internamento degli alienati in 
appositi ospedali. Nel mezzogiorno d'Italia il livello di vita è meschino, 
la promiscuità dei pazzi eoi sani è facilmente tollerata da un popolo 
avvezzo agli orrori della miseria, le classi ricche non sentono alcuna ri- 
pugnanza nel contatto con una plebe ignobile, e città popolose non sono che 
grandi villaggi. Perciò i manicomi sono tuttora scarsi, disseminati, poco 
accessibili e poco ben visti, eccetto che dagli appaltatori, dai fornitori e 
dai loro parassiti che ne traggono benefizio materiale. Ma la piccola pro- 
porzione dei ricoverati non indica scarsezza d'alienati. Il vagabondaggio, 
la mendicità, le carceri, i sequestri famigliari reclutano una quantità 
immensa di pazzi non riconosciuti e rappresentano altrettante succursali 
automatiche dei manicomi. Si aggiunga che la tisi, l'inedia e innumerevoli 
malattie cadono con predilezione su questi derelitti, e la mortalità decima 
le loro file sbandate senza impedirne la tacita, ma continua rinnovazione. 
Se nel Nord imperversa Palcoolismo, il Sud non è risparmiato dall'epilessia; 
la pellagra, energicamente combattuta nell'Alta Italia, si sposta verso il 
Centro della penisola, donde non è difficile che emigri, insieme col mais, 
verso il Sud; e la primitività degli ordinamenti civili, coi suoi effetti con- 
tinuati e con le sue crisi momentanee, ma ben più profonde di quelle che 
si verificano nei paesi commerciali e industriali, mentre contribuisce a 
nascondere i casi di pazzia, non è certo capace di diminuirne il numero. 

insomma, nei paesi civili la pazzia è addensata nei manicomi, nei paesi 
di civiltà inferiore essa 6 una sventura spicciola, anonima, che si sottrae 
alla diagnosi, che sfugge alla statistica, che non figura nei bilanci delle 
pubbliche Amministrazioni, ma che non cessa per questo di gravare 
sull'economia materiale e morale della popolazione in maniera indiretta, 
peggiorando le condizioni della sicurezza e del benessere collettivo. 

Quanto allo stato di barbarie, sebbene non si possano invocare a suo 
carico le tabelle statistiche, si può arguire ch'esso non preservi punto 
dalle più terribili tra le malattie mentali, considerando con quanta facilità 
vi si incontrino imbecilli, idioti, epilettici, isteriche, paranoici che la storia 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MENTALI 47 

ricorda sotto il falso nome di indemoniati, (l'ossessi, di streghe, d'eretici, 
di santi, e che qualche volta riconosce sotto la loro vera luce nelle endemie 
mentali, cosi frequenti un tempo, cosi rare adesso. 

Altre cause sociali di pazzia sono da cercarsi nel genere d'occupazione, 
nella residenza, nell'alimentazione, nei rapporti di famiglia, nei costumi, 
nelle abitudini sessuali, a cui l'individuo povero è costretto, talvolta contro 
sua voglia e con sacrifizio della propria salute psichica, dall'incosciente 
egoismo della collettività, mentre l' individuo ricco vi è spinto dall'ozio e 
dalla mancanza di freni. La condizione necessaria perchè tutti questi 
fattori di pazzia spieghino la loro funesta influenza sta dunque eviden- 
temente nell'organizzazione sociale che permette eccessive sproporzioni 
nella distribuzione della ricchezza. Cosi si rendono inevitabili certe psicosi 
professionali come l' aleoolismo nei vetturali che restano lunghe ore 
esposti alle intemperie, la pseudo-paralisi generale nei tipografi per sa- 
turnismo e nelle stiratrici per avvelenamento da ossido di carbonio, certe 
psicosi endemiche come il cretinismo nelle vallate alpine, e i disordini 
mentali dell'ergotismo in Polonia, dell'eterismo in Irlanda, del maidismo 
in Italia, Spagna, Rumenia, dell' oppio fagismo in Cina; certe forme d' iste- 
rismo, di nevrastenia con idee fìsse, di pervertimento erotico, di delin- 
quenza, di paranoia in individui educati troppo monasticamente o abban- 
donati alla corruzione delle strade o contrariati nelle inclinazioni amorose 
o spinti a matrimoni d'interesse o delusi nelle proprie speranze. 

Insomma, sono sempre le cause somatiche e le cause psichiche, di cui 
abbiamo parlato dianzi, quelle che prendono il nome di eause sociali 
quando operano sub' individuo movendo dall' ambiente esterno con la 
regolarità d'un fenomeno sociale. 



Cause interne. 

Diatesi. - Vi sono malattie, infermità, imperfezioni, anomalie, debolezze, 
che non costituiscono una malattia mentale, ma predispongono alle malattie 
mentali od anche ad una forma determinata di malattia mentale. A parità 
d'ambiente, vi è chi impazzisce e chi no. 11 delirio del tifo e di altri 
processi infettivi non è in ragione della gravità con cui si presenta 
l'infezione o la febbre; ma in parte dipende altresì dal modo con cui 
reagisce il cervello, ossia dalla personalità fisica e psichica del malato. 
La sensibilità ai veleni è tra le attitudini costituzionali quella che forse 
varia più di tutte da un individuo all'altro. La stessa quantità di veleno 
produce gli effetti più disparati per energia e qualità a seconda degli 
individui, come si può facilmente osservare neh' ubriachezza ; e la 



48 capitolo ii 



disparità d'effetti può andare dall' estrema intolleranza ad un' immunità 
quasi assoluta. 

La massima parte delle predisposizioni diatesiche ha le sue sorgenti nell'in- 
tero organismo o in aberrazioni costituzionali del ricambio materiale. 11 
cervello è sede di malattie mentali assai più che di semplici predisposizioni, 
a meno che non si voglia considerare come una diatesi V arteriosclerosi 
cerebrale, che predispone ai rammollimenti, o non si creda di poter loca- 
lizzare nel cervello quell'ignota condizione organica che prelude all'apo- 
plessia e spesso si trasmette nelle famiglie per eredità. 

Si eredita spesso anche la diatesi urica, da cui sembra che si sviluppino, 
oltre all'uricemia ed alla gotta, parecchie malattie mentali (Crocqj. Altre dia- 
tesi si acquistano invece nel corso della vita, ora lentamente, ora come con- 
seguenza di altre malattie. E queste diatesi acquisite, come le ereditarie, 
possono scomparire o persistere a seconda dei casi. L' invalidità che tien 
dietro alla sifìlide, benché rimanga lunghi anni latente, dà origine alla 
labe od alla paralisi progressiva, e costituisce una predisposizione ai pro- 
rossi nietasililitici, ossia una specie di diatesi consecutiva; ma quanto al 
presentarsi o no del processo metasifllitico e al quesito se esso si localiz- 
zerà piuttosto nel midollo spinale come tabe, o nel cervello come paralisi 
progressiva, o in entrambi gli organi come tabe-paralisi, ciò dipende forse 
da una diatesi primaria, di cui ci sfuggono le manifestazioni e che potrebbe 
non avere alcun rapporto diretto con le funzioni psichiche. 

Certe diatesi si affermano soltanto in date età: senza questo coefficiente 
dell'età non traluce la diatesi e non si manifesta la malattia mentale. E 
perciò ogni età ha. di preferenza le sue psicosi. La cerebroplegia diffusa 
colpisce l'età infantile, ì'ebefrenia fa strage fra gli adolescenti, la paralisi 
progressiva non assale che gente valida fra i 30 e i 50 anni, la demenza 
classica con amnesia e disorientamento è propria dei vecchi. 11 fattore 
dell'età si aggiunge forse ad altri fattori, per sé stessi insufficienti e più o 
meno oscuri. Questa conflagrazione di cause basta a creare una diatesi 
che non c'era: e cosi spunta, qualche volta a 50 anni, unnpsicosi circolare, 
o I una paranoia da menopausa, che rivela una metamorfosi costituzionale 
dell'individuo, (.(avviene invece che. l'età corregga una costituzione difettosa 
e l'accia sparire una psicosi costituzionale, come l'isterismo, od una psicosi 
periodica od un'emicrania, che avevano imperversato durante la gioventù. 
Ragazzi ch'erano stati intelligenti ed equilibrati fino alla pubertà si ar- 
restano, indietreggiano, deviano o ritardano al punto, da rimanere al 
disotto del livello comune: il che fa domandare se non vi sia una diatesi 
por le forme anche lievi di demensa giovanile, che spesso è una malattia 
di famiglia, e se questa diatesi che qualche volta si manifesta con oscil- 
lazioni enormi e capricciose del peso corporeo non abbia origine nei 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MENTALI 49 

processi intimi del ricambio generale o nelle influenze chimiche che sono 
esercitate su di esso dallo sviluppo e dalla rinnovazione continua degli ele- 
menti sessuali. 

Degenerazioni psichiche. — Con questo nome s'intendono certe anomalie 
della costituzione mentale che rappresentano una specie di diatesi rispetto 
a psicopatie ulteriori e non necessarie, ma d'indole più franca ed acuta. 
Data l'anomala costituzione della mente, è probabile se non certo che 
un giorno, anche senza l'intervento d'una causa esterna o per una causa 
assai lieve, scoppierà un accesso di mania, di melancolia, di confusione 
mentale, o si produrranno delle allucinazioni isolate, o si organizzerà 
una forma di delirio sistematizzato. Spesso gli accessi dei degenerati si 
ripetono ed assumono un decorso periodico. La diatesi degenerativa o 
degenerazione psichica, a differenza delle precedenti, è schiettamente 
cerebrale, perchè, prima ancora d'aver generato accessi di vero disordine 
psichico od anche non generandone mai, si rivela con imperfezioni dell'in- 
telligenza e del carattere che costituiscono già per sé stesse, se non una 
malattia, un'infermità mentale. Le malattie mentali dei degenerati, se si 
producono episodicamente, non sono in certo modo che una continuazione 
o meglio un epifenomeno dell'anomalia da cui dipendono ed a cui rasso- 
migliano. 

Le imperfezioni costituzionali dei degenerati sono associate ad irregolarità 
scheletriche e viscerali che si riscontrano anche in personalità normali, 
ma alquanto più raramente. Alcune di queste irregolarità hanno carattere 
di reversioni ataviche e sono interpretate senz'altro come stigme dege- 
nerative: il lobulo darwiniano dell' orecchia, il labbro leporino, l' utero 
bicorne, la polimastia, l'ipertricosi, la mano pitecoide. Ma la frequenza 
con cui appariscono anche in persone psichicamente normali non permette 
di utilizzarle quasi mai nella diagnosi individuale. In ogni modo, è in- 
negabile che certe imperfezioni d'ordine intellettuale ed etico, con o senza 
stigme somatiche, denotano uno stato d' inferiorità antropologica. 

L' inferiorità antropologica dei degenerati è per lo più ereditaria, ma 
può anche prendere origine da malattie che colpiscano l'organismo nella 
vita fetale e nella prima infanzia. Molte volte la degenerazione psichica 
rimane nella cerchia delle imperfezioni vaghe o circoscritte o nascoste, 
della stravaganza, della diffidenza, dell' insensibilità morale, del perver- 
timento erotico, dell' insocievolezza, che non impediscono uno sviluppo 
abbastanza rigoglioso dell'intelligenza; altre volte invece, senza perdere 
l'attitudine predisponente verso altre psicosi più determinate, la diatesi 
degenerativa subisce una prima attuazione clinica, assumendo la forma 
dell' imbecillità, della paranoia, della delinquenza. Come avviene nelle forme 

Tanzi, Psichiatrie — 7- 



50 CAPITOLO li 



di degenerazione non qualificate, anche all' imbecillità, alla paranoia, 
alla delinquenza si sovrappongono gli accessi di mania, di melancolia, di 
psicosi periodiche e circolari che complicano, ma non nascondono il quadro 
clinico dell' infermità primitiva. Le diatesi semplici sono la candidatura 
alla pazzia; la degenerazione non qualificata e le forme specifiche di de- 
generazione che abbiamo nominate, se non sono ancora la pazzia, sono 
già qualche cosa di più d'una candidatura. Anche l'amenza, il delirio 
febbrile e tutte le altre specie di psicosi acuta colpiscono più frequente- 
mente i degenerati che i normali: ma non bisogna dimenticare che dei 
due elementi necessari alla produzione di queste psicosi acute, l'avvele- 
namento del sangue e la speciale reattività dell'organismo, il primo può 
dipendere da cause estranee alla costituzione individuale, e il secondo può 
essere legato sia ad una diatesi extracerebrale, sia anche ad una specifica 
sensibilità del cervello di fronte ad un singolo agente morboso, senza che 
la sensibilità e la funzionalità ordinaria del cervello, come organo dell' in- 
telligenza, ne resti minimamente offuscata. In altre parole, non ogni 
diatesi che conduca alle psicosi od al delirio ha necessariamente il signi- 
ficato della degenerazione psichica. Per esempio, una certa intolleranza 
verso l'alcool è assai comune fra persone normali e psichicamente elevate. 

Quanto poi al valore delle stir/me degenerative, esso è sempre assai 
discutibile. Le statistiche comparative fra normali e degenerati autentici 
non offrono, come abbiamo detto, che differenze seriali e per giunta assai 
deboli. In ogni mmlo, le irregolarità scheletriche e viscerali, anche se 
hanno sede nel cranio o in visceri strettamente solidali col cervello, sono 
un segno e non una eausa : esse indicano che qualche turbamento nel- 
l'evoluzione d'un individuo è avvenuto, e lasciano presumere che anche 
In sviluppo dell'intelligenza o del carattere possa aver sofferto alterazioni 
parallele e dipendenti dalla stessa causa. Insomma, anche come semplice 
senno di malattie o di predisposizioni psicopatiche, non hanno che un 
valore molto relativo. La psichiatria italiana ha accumulato milioni di 
misure, sottoponendo gli alienati ad esami minuziosissimi del cranio ; e 
fu uno studio lodevole, quantunque non coronato da risultati positivi. La 
misurazione del cranio non serve che a descrivere con esattezza quelle 
irregolarità madornali di struttura, che qualunque medico esperto sa 
rilevare ad occhio nudo, e che costituiscono non già l' indizio d'una pro- 
blematica inferiorità antropologica, ma il sintomo o il residuo d'un pro- 
cesso clinico, per lo più d'origine accidentale. Tali sono 1' idrocefalo, la 
plagiocefalia, la microcefalia, l'anomalia di Kelp. 

Secondo Lombroso, la degenerazione è quasi sempre associata ad epilessia. 
Fra le tante stigme antropologiche, questa stigma clinica è la più impor- 
tante ed assorge al valore di causa. Più specialmente, la delinquenza e 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MENTALI 51 

la genialità non sarebbero altro che forme (l'epilessia psichica. Questo 
concetto implica un ampliamento abusivo dei confini assegnabili all'epilessia 
psichica, un'idealizzazione affatlo mistica del cosi detto genio e un' inter- 
pretazione unilaterale della delinquenza, ch'è ben di raro costituzionale. 

Il genio non ha nulla di mostruoso, né di patologico, né di meraviglioso, 
tranne l'ammirazione della gente semplice che lo circonda d'un culto 
idolatrico. Gli uomini geniali non sono che individui intelligenti sorretti 
da una grandissima costanza nei loro sforzi e dalla fortuna nel giudizio 
non sempre giusto della posterità. Le idee geniali non sono cosi intuitive 
e fulminee come si crede dal troppo famoso pomo di Newton in poi, e 
per maturarle non v'è bisogno d'un contorno romantico o di un'affettività 
psicopatica. Come la genesi di tante altre varietà umane non costituisce, 
almeno finora, un quesito scientifico, cosi non esiste una questione del 
genio e tanto meno una teoria; e meno che mai è sostenibile la conce- 
zione catastrofica che equipara il genio all' epilessia e l' idea geniale ad 
una scarica convulsiva. 

Quanto alla delinquenza, essa è quasi sempre il prodotto delle condizioni 
sociali, ossia di cause esterne che si potrebbero in gran parte evitare. 
Solo un piccolo numero di criminali ostinati, che delinquono a dispetto 
dell'educazione ricevuta, dell'ambiente in cui vivono e del proprio interesse, 
dimostrano un'insensibilità morale che ha veramente 1' impronta degene- 
rativa e che spesso è legata o deriva dall'epilessia. Che questi delinquenti 
nati, veri eroi del furto, dell'assassinio, dello stupro, della grassazione, 
siano da riguardarsi come degenerati è giusto. Ma nella maggioranza dei 
delinquenti non è punto dimostrabile la degenerazione, e lo prova la 
grandissima prevalenza della criminalità maschile sulla femminile. Appunto 
perchè il delitto è quasi sempre la reazione ad un' anomalia o ad una 
ingiustizia o ad un pregiudizio sociale, il sesso maschile, che è all'avan- 
guardia nella lotta per la vita e per il benessere, delinque assai più spesso 
del femminile; e la donna, schiava e parassita dell'uomo, è assai meno 
esposta di lui ai pericoli ed alle tentazioni criminose. Invece di fronte alle 
cause dell'epilessia non v'è alcun divario fra i due sessi, e le statistiche 
si pareggiano. Se la delinquenza fosse una varietà dell'epilessia, dovrebbero 
pareggiarsi anche le statistiche della delinquenza, il che è lontanissimo 
dal vero. Inoltre è evidente che non appartengono all'epilessia i casi ab- 
bastanza numerosi di delitti che derivano da imbecillità, da paranoia, da 
demenza giovanile, da isterismo, da mania, da raptus melancolico, da 
alcoolismo. L'epilessia è dunque un fattore di delinquenza, la degenerazione 
con insensibilità morale è un altro fattore, ma la grandissima maggioranza 
dei reati é effetto delle condizioni sociali. E questa è la ragione per cui i 
reati tendono a diminuire con una rapidità che non sarebbe possibile se 
fossero il prodotto fatale d'una degenerazione ereditaria. 



CAPITOLO li 



Eredità. — Gli studi sull'eredità fisiologica hanno dimostrato quanto sia 
difficile la trasmissione dei caratteri acquisiti, malgrado la loro evidente 
utilità per l'individuo e per la specie, che dovrebbe agevolarne la perpe- 
tuazione. Gli esempì in proposito sono cosi scarsi e cosi dubbi, che natu- 
ralisti di valore indiscutibile, come Naegeli e Weismann, hanno creduto 
ili poter negare l'epigenesi, ammettendo l'evoluzione, ma solo in senso 
ristretto, cioè come l'attuazione progressiva di proprietà, l'unzioni ed organi 
potenzialmente preformati. Se si ereditano cosi difficilmente i nuovi ca- 
ratteri fisiologici, che accrescono il valore dell'organismo senza disturbare 
le sue armonie, che cosa dovrà dirsi delle malattie'' Tutti i processi 
ordinari dell'organismo cospirano contro le malattie, anziché in favore ; e 
i discendenti dei malati ereditano piuttosto la capacità di resistere all'agente 
intruso, nuovo e privo, per cosi dire, di tradizione organica, che non la 
facoltà di adattarvisi nel giro d'una o di poche generazioni. 

E infatti l'eredità patologica, nella sua forma genuina, cioè di trasmissione 
similare, è assai più rara di quanto si crede generalmente. Si parla per 
esempio della tubercolosi e in certi casi della sifilide come di malattie 
ereditarie ; ma la trasmissione avviene per contagio e non per eredità. Si 
citano famiglie in cui è frequente V alcoolismo o il .suicidio; ma 1' educa- 
zione, l'esempio, la suggestività di certi precedenti creano un contagio 
psichico che non si deve confondere con l'eredità. Si pretende che la 
pellagra sia anch'essa o possa diventare ereditaria; ma questa non è 
l'eredità organica col suo rigorismo fatale, è eredità esterna di miseria, 
di residenza, d'ambiente agricolo, da cui si guarisce con le leghe di 
resistenza, con l'emigrazione, con provvedimenti legislativi. A questo 
modo, cioè per continuità di condizioni esterne, acqua, abitazione, ali- 
mentazione, sono ereditari anche il gozzo ed il cretinismo. Un altro errore 
è quello di scambiare V eredità generica, che è semplice trasmissione di 
debolezze, con V eredità specifica, che è trasmissione di malattie. Quando 
Brown-Sequard provocava nelle cavie un'epilessia artificiale ed osservava 
l'epilessia spontanea nella seconda generazione, egli non aveva fatto altro 
che estenuare un animale assai proclive alle convulsioni e che reagisce 
epiletticamente ad ogni attacco morboso, mettendolo in condizione di 
generare una prole fiacca, che con tutta probabilità avrebbe manifestato 
la propria insufficienza organica nello stesso modo, cioè con convulsioni 
epilettiche. 

L'eredità dissimilare delle malattie non è che l'effetto esercitato dal 
processo morboso del generante sugli elementi germinali o sull'embrione, 
che ne resta invalidato e si sviluppa in modo difettoso. Questo è il mec- 
canismo abbastanza semplice per cui da un alcoolista nasce un dipsomane, 
ma può nascere egualmente un idiota od un epilettico; e da un sifilitico 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MENTALI 



53 



nasce un sifilitico, ma anche un paralitico precoce, un cieco, un sordomuto, 
un rachitico, un nano, un focomelico. Fu osservato da Agostini che i figli 
di pellagrosi presentano talvolta forme tipiche d' infantilismo distrofico 
e d'infantismo mixedematoso (fìg. 8). In quest'ultimo caso l'azione tossica 
della pellagra non aveva fatto altro che offendere la tiroide della prole, 
e ne era scaturito il consueto 
processo di mixedema. Il con- 
tinuarsi dell'invalidità da padre 
a figlio, per mezzo d'un germe 
ammalato, in una forma qual- 
siasi e sotto la pressione d'una 
violenza esterna, non ha nulla 
di comune col misterioso pro- 
cesso dell'eredità organica, che 
ricopia in modo preciso forme, 
tendenze e svolgimenti del 
tutto particolari attraverso ad 
un germe carico di potenzialità 
attiva. 

L'eredità similare delle ma- 
lattie è la sola che si possa ri- 
guardare come una trasmis- 
sione di veri caratteri organici, 
(ili alienisti la osservarono 
nella paranoia, nella demenza 
giovanile e nelle psicosi affet- 
tive: melancolia, mania, forme 
periodiche. Vi è talvolta eredità 
similare anche neW imbecillità ; 

, . ,. | li -a Fi"". 8. — Infantilismo con mixedema in un ragazzo ili 

ma bisogna lare le aeone ec- ,- ann] uat0 , 1a malire pe u a groia. statura m. o, 9» 

cezioni pei casi di cerebroplegia (da AG0STIN1 )- 

infantile, che per lo più dipen- 
dono da cause accidentali, quantunque assumano in un grandissimo 
numero di casi le apparenze dell'imbecillità ereditaria. I connotati clinici 
che si trasmettono per eredità similare sono sempre qualche cosa di molto 
intimo, che determina un'impronta nella costituzione individuale e che 
rassomiglia ad un carattere organico. Perciò il ravvicinamento all'eredità 
biologica, che è arbitrario per l'eredità dissimilare delle malattie, diventa 
legittimo per l'eredità similare. 

Del resto le percentuali dell'eredità, fra i malati di mente, non sono molto 
elevate. Per elevarle a tutti i costi, bisogna tener conto delle metamorfosi 




CAPITOLO II 



da una malattia nervosa od anche da una malattia qualunque ad una 
psicopatia, equiparare le anomalie a processi morbosi e vendere per 
eredità autentica tutti i casi di eredità dissimilare. A questo modo sono 
costruite le tabelle statistiche che hanno ridotto la psichiatria ad un registro 
di mostruosità inguaribili e prestabilite. 

L'eredità dissimilare non si manifesta soltanto in modo generico e ca- 
priccioso, ma anche in un ciclo chiuso di malattie mentali che presentano 
altri elementi comuni. Si incontrano facilmente, in una stessa famiglia, 
casi di me/anco/in, di mania, di pania circolare, che appartengono tutte al 
gruppo delle psicosi affettive e che talvolta si sommano o si avvicendano 
anche nello stesso individuo appunto per la loro affinità d'origine. Siccome 
peraltro i sintomi e il decorso di queste varie psicosi sono molto diversi, 
e tra mania e melancolia vi è un divario che arriva fino all'antitesi, è 
evidente che non si eredita la disposizione specifica alla melancolia, alla 
mania, alla pazzia circolare, ma soltanto la disposizione in genere alle 
psicosi affettive ; e non è improbabile che la causa d'una simile di- 
sposizione risieda in uno squilibrio unico del ricambio generale anziché 
in un'alterazione ereditaria dell'intelligenza, che difficilmente potrebbe 
differenziarsi sotto forme morbose cosi svariate. Il grado raggiunto dallo 
squilibrio del ricambio e le interferenze che esso incontra nello stato 
nutritivo e psichico del malato promuovono la molteplicità dei quadri 
reattivi, la melancolia, la mania, la psicosi circolare, secondo la perso- 
nalità del malato e le circostanze del momento. Insomma, si tratta 
d'una diatesi che non ha diretto rapporto col meccanismo intellettuale e 
che perciò è in grado di modificare il proprio esponente clinico nei limiti 
che abbiamo indicato. Forse la solidarietà delle varie psicosi affettive si 
estende anche oltre i confini della psichiatria, a qualche alterazione del 
ricambio che non danneggia l'intelligenza e che perciò va sotto il titolo 
comprensivo delle diatesi generali. 

Il concetto del polimorfismo nelle psicosi ereditarie fu sviluppato con 
vigore dall'alienista belga Morel, che se ne servi nel 1862 per trarne la 
sua teoria della degenerazione ineritale. Le psicosi ereditarie, secondo 
Morel, si comunicano alla discendenza in età sempre più fresca e in 
forme sempre più gravi, e finiscono per comparire alla nascita sotto le 
vesti déiV idiozia congenita. L'idiozia si associa molto spesso all' infecondità, 
e cosi il processo di degenerazione, se non è mortale per l'individuo, 
uccide la stirpe degenerata perchè ne impedisce la continuazione. 

La legge della degenerazione mentale è esatta finché si limita ad in- 
dicare di preferenza come ereditarie certe psicosi che in realtà si tras- 
mettono più fatalmente delle altre, e intaccano più profondamente la 
personalità del malato, e quindi meritano d'essere contrapposte alle psicosi 



LE CAUSE DELLE MALATTIE MUNTALI 



acquisite per causa esterna. Nessuno può negare che la paranoia, la 
demenza giovanile e la pazzia periodica sono più ereditarie delle altre 
malattie mentali. È vera anche la regola per cui, nella trasmissione delle 
malattie mentali, incombe la tendenza all'anticipazione d'età; e Pierac- 
cini lo dimostrò con tabelle statistiche, dove questa legge d' affretta- 
mento risulta con singolare costanza e regolarità. Ma non è punto 
dimostrato che la decadenza delle famiglie psicopatiche sia progres- 
siva : lo sforzo per la rigenerazione è assai più potente di quello 
che spinge alla degenerazione, e si esplica in maniera di gran lunga più 
larga. Quanto all'idiozia, essa è quasi sempre una malattia d'origine 
esterna e fortuita. E infine, non è affatto da credere che il processo di 
degenerazione conduca per una fatalità tutta sua propria, cioè per mezzo 
dell'infecondità, all'estinzione della stirpe degenerata. Si può dire agli 
apostoli della teoria degenerativa: « les gens que vous tuez se portent assez 
bien », e l'estinzione di molte famiglie è un fenomeno assai comune che 
non ha per causa l'eredità degenerativa. 

Tutte le ricerche che si praticano comunemente sull'eredità morbosa, e 
peggio che mai sull'eredità delle malattie mentali, che talvolta si pre- 
sumono per vashi e minimi indizi, peccano d'insufficienza e d'inesattezza. 
In generale, compilando gli alberi genealogici, si confonde la stirpe col 
casato, che comprende soltanto le parentele in linea patronimica; e, salvo 
nelle generazioni viventi, non si oltrepassa il casato. Ora, la famiglia vera 
è immensamente più vasta di questa famiglia convenzionale. Mentre la 
genealogia d'un individuo si raffigura araldicamente come un altieri > 
schiacciato su d'un piano, che comincia al massimo con quattro proavi e 
termina con un certo numero di germani, essa si dovrebbe raffigurare 
biologicamente come una rete che si estende a perdita d'occhio nelle tre 
dimensioni, verso l'ascendenza, verso la discendenza e verso i collaterali 
di tutte le generazioni. Ogni individuo conta al disopra di sé un numero 
d'antenati che sale a 1024 nella decima generazione e ad 1.048.576 nella 
ventesima, se non vi sono consanguinei tra gli ascendenti. Un discendente 
diretto di Dante Alighieri o di Filippo il Bello dovrebbe racchiudere nel 
proprio idioplasma, oltre ai germi del capostipite da cui ha ereditato il 
nome, quello di altri 1.048.575 contemporanei del capostipite e i germi a 
migliaia di proavi meno antichi, ma altrettanto ignoti, dispersi e liberi 
da qualunque rapporto di parentela reciproca, che tuttavia hanno con- 
tribuito in egual misura alla sua nascita e, insieme, a quella d'una stirpe 
sterminata con all'incirca i medesimi progenitori. Questo numero straboc- 
chevole di antenati è per solito alquanto diminuito dal fatto dei matrimoni 
tra consanguinei, che semplificano le ramificazioni ascendenti, come 
avviene ad esempio nelle popolazioni delle piccole isole, dove si vede ri- 



56 CAPITOLO II 



CC'rrere cos'i frequentemente lo stesso casato. Ma questa attenuazione non 
infirma la regola generale. 

Da queste premesse bisogna concludere che è impossibile qualunque 
studio non diciamo completo, ma anche non del tutto unilaterale delle 
eredità remote; e che è estremamente difficile anche la più semplice ve- 
rifica delle eredità vicine. In ogni modo 1' estinzione di molti casati è un 
fenomeno demografico che non esprime una particolare sterilità delle 
famiglie degenerate, ma la necessità sociale d'un ostacolo (psichico, eco- 
nomico o fortuito) che freni e regoli l'aumento della popolazione. Quanto 
poi all'eredità delle malattie mentali, se qualche cosa risulta da quanto 
finora si conosce, non è già una pretesa legge di degenerazione progressiva, 
ma piuttosto una legge assai più generale di rigenerazione psichica. In 
virtù di questa legge è probabile che il numero dei pazzi cresca meno 
della popolazione totale. 

Se si tengono in giusto conto tutte queste riserve, si arriva alla con- 
clusione che, fra le cause di pazzia, le esterne agiscono assai più lar- 
gamente delle interne. E fra le cause esterne, gli sconvolgimenti somatici 
e le disarmonie sociali sono più temibili dello strapazzo intellettuale, la 
cui azione è nulla se non è accompagnata da errori igienici, da emozioni 
deprimenti e perciò anche da perturbazioni trofiche dell' intero or- 
ganismo. 



& 



CAPITOLO III. 

11 substrato anatomo-patologico delle malattie 

mentali 



Lo studio anatomo-patologico delle malattie mentali e rivolto principal- 
mente alla corteccia del cervello, sede necessaria ed essenziale dei processi 
psichici e perciò d'ogni loro alterazione. Dal punto di vista clinico bisogna 
però che le autopsie e le ricerche successive si estendano anche agli altri 
organi del corpo. Le lesioni extracorticali ed extracerebrali offrono anzi 
un interesse considerevole, sia perchè possono rivelare la sorgente dell'a- 
zione patologica che ha sconvolto il cervello, sia perchè contengono le 
traccie dimostrabili di processi collaterali. Molte volte l'origine d'una psi- 
copatia è da ricercarsi nei reni, nella tiroide o nei vasi. Altre volte la pre- 
senza d'alterazioni evidenti nell'intestino, nel cuore, nei reni, nel fegato 
o nel midollo spinale chiarisce le alterazioni meno evidenti o addirittura 
indecifrabili della corteccia cerebrale, come avviene in certi casi di pellagra, 
d'alcoolismo, di epilessia, di amenza, i cui sintomi psichici, malgrado la 
loro gravità, sono dovuti a turbamenti di natura funzionale od a lesioni 
lievi e riparabili. 

Per lungo tempo la psichiatria difettò quasi completamente d'anatomia 
patologica. Tutta la sua ricchezza proveniva dalle necroscopie dei para- 
litici progressivi, ma i reperti erano limitati alle lesioni complesse e gros- 
solane dello stadio terminale. 11 problema sulla patogenesi e sulla natura 
anatomica del processo non veniva né risoluto, né formulato, perchè era 
ammesso a priori che la paralisi progressiva, unica miniera accessibile 
allo studio anatomo-patologico degli alienisti, fosse un' infiammazione. 
Oggi, se continuiamo ad ignorare il corrispettivo materiale della paranoia, 
della demenza precoce, delle psicosi periodiche, della melancolia e di 
poche altre sindromi cliniche che del resto sono soggette ad incessanti 
contestazioni non solo sui loro confini, ma persino sulla loro realtà, ab- 

Xakzi, l'tichialria. — ». 



58 CAPITOLO IH 



biamo in compenso un numero eguale e forse maggiore di psicosi ben 
definite che possono figurare nella psichiatria speciale col loro quadro 
anatomo-patologico, come si vede ai capitoli della paralisi progressiva, 
della demenza senile ed apoplettica, dell'idiozia cerebroplegica, e in parte 
dell'epilessia, dell'amenza, della pellagra, delPalcoolismo. 

Le nozioni d'anatomia patologica finora assodate in psichiatria, inte- 
grandosi con quelle di patologia sperimentale, ci autorizzano a distinguere 
l'indole diffusa o circoscritta, transitoria od irreparabile, recente o congenita 
delle lesioni e quindi anche dei sintomi che si sono manifestati in vita, 
benché siano assai lontane dal rivelarci il loro contenuto psichico. È vero 
che a questo modo non si esauriscono affatto le questioni inerenti ai rap- 
porti fra i disturbi mentali e il loro organo anatomico, questioni d' una 
difficoltà forse insuperabile; ma d'altra parte si arriva ad una sintesi che 
permette di considerare un buon numero di psicosi da un punto di vista 
comune e di riferire i loro stadi e i loro momenti clinici ad una serie 
nota, anatomicamente coordinata ed approssimativamente parallela di 
processi materiali. 

11 metodo di Nissl, ponendo in evidenza varie particolarità citologiche 
della cellula nervosa, ha servito a completare ed a rettificare le osserva- 
zioni raccolte coi metodi meno recenti e in pari tempo ha aperto la strada 
a ricerche nuove, specialmente nel campo della patologia sperimentale. 
Bisogna riflettere che i pazzi di cui si pratica 1' autopsia nei manicomi 
muoiono quasi sempre in istato di demenza avanzata o sotto l'azione di 
malattie intercorrenti che, non l'oss'altro per mezzo dell'agonia, sovrac- 
caricano il cervello d'alterazioni premortali ; e queste alterazioni dell'ul- 
tima ora, spesso assolutamente estranee al processo della psicosi, nascon- 
dono o totalmente o in parte le alterazioni originarie e caratteristiche. 
Ora, i risultati sperimentali che si sono potuti raccogliere in abbondanza 
sugli animali presentano innegabili ed intime analogie coi reperti anato- 
mo-patologici che solo a gran fatica si possono riscontrare sull'uomo, e 
più specialmente con quelli, cosi raramente utilizzabili, che corrispondono 
alle prime fasi dei processi tossici, infettivi, traumatici e d'esaurimento. 
Con questo efficace complemento di studi si possono riempire le lacune e 
definire le incertezze che ricorrono cosi frequentemente nelle autopsie 
degli alienati. 

11 metodo di Golgi, dimostrando la complessità morfologica dei neuroni 
normali come pure dei rapporti anatomici e funzionali che corrono nor- 
malmente fra cellule e fibre, ha giovato in modo indiretto anche all'ana- 
tomia patologica, che può attingere in questi dati di fatto molte partico- 
larità suggestive e adeguate alla delicatezza dei suoi problemi. 

A dire il vero, si è creduto per qualche tempo che le applicazioni di 



IL SUBSTRATO ANAT0M0-PATOL0GICO DELLE MALATTIE MENTALI 



questo prezioso metodo ai tessuti patologici potessero essere più dirette 
e più semplici. Si dava particolare importanza alle deformazioni appari- 
scenti dei dendriti e delle fibre, sopratutto ai rigonfiamenti moniliformi. 
Ma l'esperienza ha dimostrato che simili deformazioni rientrano nel 
novero delle modificazioni funzionali, dei caratteri morfologici ordinari, 
delle alterazioni postmortali, dei prodotti artificiali. Nel campo delle ri- 
cerche sperimentali rimangono ancora incertezze sul valore e sull'origine 
dei singoli reperti : è naturale che le incertezze aumentino di fronte ai 
casi di patologia umana, dove i momenti causali possono essere molteplici 
e si sottraggono facilmente ad una determinazione preventiva o retro- 
spettiva. Tuttavia certi reperti d'atrofie gravi nelle cellule nervose e nei 
loro prolungamenti, di proliferazione e metamorfosi morfologiche straor- 
dinarie nella nevroglia resistono a qualunque critica. 

Nello studio delle fibre nervose, all'usatissimo e prezioso metodo di Wei- 
gert si è aggiunto quello di Marchi. Mentre col metodo di Weigert i 
processi di distruzione non si rivelano che in forma negativa, col metodo 
di Marchi si scorge il processo della degenerazione secondaria sotto forma 
positiva e in fase precoce, perchè la mielina delle fibre degeneranti si 
disgrega in goccioline, si altera chimicamente, e quindi si annerisce sotto 
l'azione dell'acido osmico nonostante la preventiva impregnazione con sali 
di cromo. Questo reperto indica con sicurezza che durante la vita doveva 
essere o interrotta o inaridita la corrente d' influenza trofica che emana 
perennemente dalle cellule di origine. 

Nel 189(5 Weigert rese noto un altro suo procedimento istologico 
che lascia invisibili le fibre e le cellule nervose, salvo il nucleo col suo 
nucleolo, ma che colora elettivamente le fibre e le cellule della nevroglia 
o, più esattamente, i soli nuclei (v. fig. 14). Con questo metodo la ne- 
vroglia spicca vivamente e totalmente in un campo libero sotto forma di 
fibrille lisce, lunghe e indipendenti. Esso ci permette di valutarne la 
densità e la distribuzione nelle varie zone del cervello e sopratutto nei 
casi patologici, dove la nevroglia è cos'i spesso in antagonismo attivo con 
gli elementi specifici ch'essa sostituisce e forse uccide. 

Le alterazioni anatomo-patologiche di cui si tien conto nelle autopsie 
degli alienati si possono dividere, per sede, in tre gruppi. Le più essen- 
ziali sono quello che si riferiscono alla corteccia cerebrale ed alle sue 
dipendenze immediate: corona raggiata e corpo calloso. Lesioni del tutto 
analoghe si riscontrano nel resto del sistema nervoso: gangli della base, 
ponte, bulbo, cervelletto, midollo spinale, simpatico, nervi periferici, 
apparati sensoriali. Finalmente non si devono tralasciare gli esami del 
cranio, dei muscoli, dei visceri, del sangue e dell'organismo nel suo 
insieme. 



/. 



CAPITOLO III 



I. 

Quadri macroscopici delle lesioni cortico-cerebrali. 

Nella corteccia cerebrale, nella corona raggiata e nel corpo calloso, 
come nel resto dei centri nervosi, si riscontrano lesioni a focolaio e 
lesioni più o meno diffuse. Le lesioni a focolaio sono facili a rilevarsi 
perchè occupano uno spazio macroscopico e più o meno nettamente cir- 
coscritto, talvolta grandissimo, nel quale i processi morbosi, di qualunque 
genere siano, distruttivi o neoformativi, si palesano con caratteri fisici 
d'una grande evidenza ; ed anche i focolai meno vasti, specialmente di 
origine vascolare, sono spesso multipli, per cui è ben diffìcile che sfug- 
gano all'osservazione, e infatti sono conosciuti da lungo tempo. 

1 processi diffusi presentano maggior varietà di lesioni e quindi mag- 
giore interesse dal lato istologico e citologico ; ed anzi avviene qualche 
volta che macroscopicamente essi non diano alcun segno della propria 
esistenza. La malattia colpisce in modo per lo più assai ineguale i vari 
elementi morfologici e le varie zone della corteccia, ed elementi simili si 
trovano spesso in differenti stadi di metamorfosi, benché vicini ed anche 
attigui. Persino in una singola cellula può darsi che coesistano le traccie 
del processo fondamentale e quelle dei processi reattivi che sopraggiun- 
gono in via secondaria durante le ultime fasi della malattia. Perciò il 
reperto anatomico delle malattie a localizzazione diffusa dev'essere il rie- 
pilogo critico di un'analisi laboriosa, estesa e che raramente si completa 
sopra un solo cadavere. 

Le alterazioni cerebrali si possono considerare anche da un altro punto 
di vista, cioè a seconda che sono precoci o tardive. Gli altri organi del 
corpo (salvo i sessuali) non crescono nel corso dell'adolescenza che di 
volume: soltanto il cervello va perfezionandosi con lentissima progressione 
nella propria struttura intima ed acquista la capacità di funzioni nuove, 
la cui serie è aperta e sembra indefinita. Di qui l'importanza dei processi 
morbosi che s'iniziano precocemente. Questi processi precoci sorprendono 
un organo che è ancora assai lontano dail' aver raggiunto la propria 
maturità fisiologica ed anatomica, e ciò produce un complesso di segni 
differenziali non solo sopra i sintomi della malattia, ma anche sopra le 
lesioni. 

Gli agenti e i processi non differiscono da quelli degli adulti per la loro 
natura; ma la precocità della loro azione ne rende assai diversi gli effetti. 
Qualche volta un processo locale e originariamente circoscritto provoca 
reazioni irritative che si propagano ad un intero lobo. Altre volte il prò- 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOG1CO DELLE MALATTIE MENTALI 61 

cesso primitivo è d' origine fetale, e le parti che non avevano ancora 
raggiunto la loro evoluzione completa, quantunque risparmiate dall'agente 
morboso, cessano di subire l'influenza trofica delle parti lese o distrutte, 
andando incontro, anche a grande distanza dalla località involuta, a ra- 
pide degenerazioni, ad arresti di sviluppo o a deviazioni mostruose della 
loro struttura, che non hanno riscontri nella patologia degli adulti. Per 
esempio, il talamo ottico è in rapporto di solidarietà evolutiva con l'emisfero 
cerebrale dello stesso lato e con la metà cerebellare del lato opposto. 

Non di rado le atrofie secondarie che colpiscono gli elementi nervosi 
nella vita infantile e fetale spingono ad oltranza la proliferazione ancora 
incompiuta della nevroglia, e creano, per via quasi fisiologica, irregolarità 
strutturali di terzo ordine che non sarebbero possibili, per lo meno in 
così larga misura, fra gli adulti. I processi d'iperplasia complementare 
assumono il carattere della riparazione o dell' adattamento in modo da 
apparire talvolta come semplici anomalie di sviluppo ; le atrofie sono così 
lente, graduali e generalizzate, che il cervello, in luogo dell'impronta 
patologica, può acquistare un aspetto omogeneo e quasi armonico di de- 
formità spontanea, com'è il caso di alcune varietà morbose battezzate per 
aijenesie od aplasie. 

A) Reperti terminali dei processi precoci. — La massima parte di questi 
processi patologici, malgrado le diversità originarie, conduce ad un epi- 
logo comune, cioè &\V atrofia totale o parziale del cervello con residui più 
o meno riconoscibili di focolai. I reperti più caratteristici e che sovente 
si associano tra di loro sono i seguenti : 

1.° Microencefalia ; 

2.° Microgiria ; 

3." Macrogiria ; 

4." Sclerosi lobare ; 

5.° Assenza del corpo calloso ; 

()." Porencefalia ; 

7." Idrocefalo cronico ; 

8." Meningo-encefalite cronica ; 

9.° Sclerosi tuberosa. 
La microencefalia si distingue a seconda della sua origine in patologica 
e (fino a prova contraria) spontanea. Nei casi di microencefalia patologica 
persistono i segni evidenti di malattie pregresse che hanno provocato più 
o meno uniformemente aplasie od atrofie secondarie. L' impiccolimento 
del cervello non è che l'espressione grossolana del processo distruttivo e 
si trova combinato con porencefalie, sclerosi, microgiria, idrocefalo, fo- 
colai diversi, in cui si deve ravvisare la causa fondamentale e spesso 



02 CAPITOLO III 



accidentale della microencefalia. Dal novero di queste cause va esclusa la 
precoce ossificazione delle suture craniche, che nelle autopsie dei micro- 
cefali si verifica con poca frequenza e che in ogni modo non è mai un 
fenomeno primario. Tanto in patologia come nell'evoluzione fisiologica è 
sempre il cranio che si adatta al cervello come la fodera al suo contenuto, 
e la microencefalia è cosi indipendente dalla scatola ossea, che qualche 
volta si riscontra persino nelle grosse teste dei macrocefali (per idroce- 
falia). I cervelli microencefalici per causa patologica sono quasi sempre 
asimmetrici, talvolta estremamente, e il loro peso in età adulta varia fra 
300 e 1000 grammi. 

La microencefalia vera (Giacomino o classica o idiopatica o spontanea, 
che si contrappone alle forme patologiche o cosi dette di pseudo-microen- 
cefalia, non è assai frequente, e la sua possibilità è messa in dubbio da 
patologi di grande autorità, come Vmcnow e Meynert. Malgrado l'assenza 
di residui manifestamente patologici, è probabile che queste agenesie 
apparentemente semplici e senza causa siano dovute a processi ignorati 
ed antichi della vita fetale od anche a semplici disturbi di nutrizione che, 
diffondendosi a tutto il canale midollare, hanno potuto esercitare un im- 
pedimento simultaneo ed uniforme sullo sviluppo dell'intero asse nervoso. 
E di fatti in questi casi alla piccolezza del cervello si aggiunge costante- 
mente quella del midollo spinale o micromielia, che interessa non solo, 
com'è inevitabile, i fasci piramidali (Steinleciiner), ma anche i fasci 
endogeni e quelli che provengono dalla periferia. Inoltre vi è fra i due 
emisferi una rigorosa simmetria, ossia un parallelismo di sviluppo che 
conferma l'uniformità d'azione del l'attore patogenetico su tutti i centri 
nervosi. 

In ogni modo la microencefalia classica (fìg. 9), per la sua esteriorità 
armonica e per qualche carattere pitecoide che non ne turba la regola- 
rità, è qualche cosa di ben diverso dalla microencefalia spuria o secon- 
daria. Il cranio è sempre piccolo con fronte fuggente e suture normali. 
Il peso del cervello varia fra gli stessi limiti dei casi precedenti, per cui 
anche questa forma di microencefalia si avvicina da un canto alla norma- 
lità, dall'altro all'anencefalia. Le circonvoluzioni sono più grossolane e 
meno contorte ; scarseggiano i solchi secondari e terziari ; mancano le 
pieghe anastomotiche ; e la superficie del cervello presenta una povertà 
di linee ifig. '.)) pari a quella che si osserva nei feti fra r8.° e il 0." mese. 
Il tipo fetale di struttura esterna si conserva per tuttala vita anche se la 
massa encefalica, proseguendo nel suo accrescimento, raggiunge col tempo 
un peso non molto lontano dal normale degli adulti, per esempio 1100 grammi 
o poco meno. 

La microgiria è un vizio di conformazione della corteccia cerebrale, per 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 63 

cui le circonvoluzioni si presentano fìtte, numerose, minute, sotto forme 
strane, talvolta addirittura lamellari, con solchi molteplici ed estrema- 




Fig. 9. — Microencefalia con semplicità delle circonvoluzioni. Grandezza naturale, peso 323 grammi. 
La morte avvenne all'età di 6 anni e 7 mesi (dall'opera I cervelli dei mie foce fall, Torino. 1890. 
di C. Giacomini). 




Fi - tu - Mioroeiria, specialmente del lobo frontale. Metà della grandezza naturale 
-" ' (da "BllESLEB, Archiv fiir Psychiatrie. Bd. XXXI, H. 3). 

mente atipici (flg. IO). Quest'anomalia dipende sopratutto da una spro- 
porzione fra la superficie corticale e i fasci sottoposti della sostanza 
bianca : la corteccia del cervello, dovendo stendersi sopra uno spazio ri- 



64 CAPITOLO III 



dotto, è costretta ad accartocciarsi ; a questo effetto può concorrere anche 
l'irregolarità dei processi proliferativi della nevroglia che si svolgono 
nello spessore della corteccia. La microgiria è un'irregolarità molto gros- 
solana, spesso unilaterale e limitata ad una o poche regioni della cor- 
teccia, intorno alle quali si scorge, con netta separazione, una struttura 
normale. Ma di solito essa non si limita ad una sola località, ed occu- 
pando qua e là vasti territori della volta e della base, in numero di due, 
tre o più, determina una considerevole retrazione dell'emisfero intaccato, 
e, se è bilaterale, una forma grave di pseudo-micrencefalia. 

Per macrogiria s'intende una conformazione speciale delle circonvolu- 
zioni, che si presentano larghe, senza eleganza di contorni, divise da solchi 
poco profondi, come in un cervello fetale del sesto o settimo mese, che 
fosse visto con un certo ingrandimento. Spesso la macrogiria è parziale : 
accanto alle circonvoluzioni macrogiriche si scorgono circonvoluzioni 
normali od anche in istato di microgiria. Dove le circonvoluzioni sono 
grandi lo spessore della corteccia è più alto, ma i suoi confini col centro 
ovale sono meno distinti, perchè un certo numero di cellule corticali, fra 
cui anche talune piramidi, si trovano al disotto del livello normale, me- 
scolate con la sostanza bianca, e l'ordine degli strati corticali è un po' 
scompigliato. Si può arrivare fino aWeterotopia o meiaplasia della sostanza 
grigia: cellule d'un dato tipo compaiono a gruppi in territori dove do- 
vrebbe esservi sostanza grigia, ma d'un altro tipo. 

La sclerosi lobare è un reperto anatomico che appartiene esclusiva- 
mente alla patologia infantile, e colpisce in totalità o parzialmente un 
emisfero od un lobo del cervello. La porzione sclerosata è sempre vasta 
e si presenta rattrappita, leggiera, indurita ; spesso il cervelletto rimane 
allo scoperto ; il ponte e i gangli della base possono partecipare al pro- 
cesso ; le circonvoluzioni sono piccole, ina conservano la figura e la 
disposizione ordinaria ; le meningi sono quasi sempre intatte. Istologica- 
mente la sclerosi lobare consiste neh' ipertrofia della nevroglia con atrofìa 
degli elementi nervosi, e la sede di questa doppia alterazione è nettamente 
separata dal tessuto normale, per cui si può diagnosticare anche coi mezzi 
macroscopici. 

Spesso il territorio sclerosato contiene residui più o meno inveterati di 
Inculai, specialmente di emorragie, embolie, trombosi, di cui si scoprono 
ancora le traccie in forma di cisti emorragiche, rammollimenti, placche 
gialle (Cotard), infiltrazioni cellulari, e che si possono interpretare come 
centri d'irradiazione della sclerosi. Mentre nei cervelli degli adulti che 
siano colpiti da apoplessia od obliterazione d'un vaso perisce con gli ele- 
menti nervosi anche la nevroglia, e il processo di riparazione si limita 
tutt'al più ad un'estensione microscopica, il contrario avviene, a quanto 



IL SUBSTRATO AN'ATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 65 



pare, nella vita fetale ed infantile. La sclerosi lobare rappresenta o tende 
a rappresentare il grande residuo cicatriziale d'un processo spento ed ori- 
ginariamente piccolo, benché spesso multiplo. 

Qualche volta la massa sclerosata racchiude uno o più nodi centrali di 
sclerosi più densa, da cui il processo va digradando in tutte le direzioni. 
Questi nodi corrispondono a focolai perioaseolari di natura infiammatoria 
accesi con molta probabilità da un agente infettivo e che hanno divam- 
pato all'intorno per tutto il lobo o per tutto l'emisfero, spingendo fino alla 
distruzione i processi regressivi degli elementi nervosi, ma istigando 
invece fino alla sclerosi l' accrescimento progressivo della nevroglia 
(Marie). 

La mancanza del corpo calloso si associa frequentemente all'atrofia 
•della corona raggiata e quindi alla micrencefalia con o senza microgiria 
(più spesso senza). Questa gravissima lesione non implica paralisi mo- 
torie ; e, cosa più strana, fu riscontrata al tavolo anatomico anche in in- 
dividui non idioti. Il corpo calloso, in luogo dell'aplasia assoluta, può su- 
bire arresti di sviluppo che lo rendono semplicemente più corto o più sot- 
tile, ma che tuttavia si riverberano sulla superficie del cervello. I due 
emisferi cerebrali rimangono talvolta uniti, perchè non si forma la scis- 
sura interemisferica (sincefalia) ; o soggiacciono alla microgiria ; o, più 
spesso, conservano disposizioni primitive, che ricordano il cosi detto 
periodo delle scissure transitorie ; e gli arabeschi della corteccia restano 
ridotti alla loro espressione più semplice. 

Col nome di porencefalia, proposto da Heschl nel 1859, si designa la 
formazione, sempre assai remota, di breccie o lacune nello spessore della 
sostanza cerebrale, che assumono l'aspetto d'infossamenti, d'imbuti, di 
fenditure e che talvolta si approfondiscono come pozzi dalla corteccia 
fino ai ventricoli laterali. Queste anomalie risalgono, il più delle volte, a 
processi morbosi della vita intrauterina, ma possono prodursi anche come 
un fenomeno postnatale per occlusione di vasi o per traumi della scatola 
ossea. Qualche cosa di molto analogo si può determinare in animali gio- 
vani con lesioni sperimentali (D'Adundo). 

Le porencelalie sono spesso multiple, ma di raro simmetriche. Se 
anche sono simmetriche per posizione, come ad esempio nei due campi 
dell'arteria cerebrale media (Kundrat), presentano disuguaglianze di 
forma e profondità, che tradiscono la natura accidentale e patologica 
della loro origine. Sebbene sia impossibile unificare i processi morbosi 
che provocano la porencefalia, è evidente ch'essi confluiscono in un me- 
desimo stadio terminale, che consiste nella necrosi circoscritta della so- 
stanza cerebrale, grigia e bianca. D'altra parte la molteplicità delle ori- 
gini spiega la concomitanza d'altre lesioni gravi e svariate, come mi- 

Tanzi, l'iìchìatrìa. — 9. 



66 



CAPITOLO III 



crencefalia, assenza del corpo calloso, idrocefalo, sclerosi lobare. Tal- 
volta, secondo Schultze, Strììmpell e Hòsel, si scorgono indizi d'an- 
tichi processi infiammatori, a cui si deve attribuire un'importanza 
patogenetica per lo meno pari a quella degli embolismi e dei traumi, 
e che trasportano la data inaugurale della malattia in un'epoca poste- 
riore alla nascita. Però la regolarità quasi costante delle scissure di 
primo ordine nei cervelli porencefalici fa pensare che il processo morboso, 
qualunque sia, si svolga di preferenza fra il 5.° e l'8." mese della vita 
fetale. 

Anche V idrocefalo cronico non ha il valore d'un processo morboso a 
se. Clinicamente esso non è che un sintomo ed anzi può persino passare 

inosservato ; anatomicamente 
è spesso un fenomeno colla- 
terale di lesioni diverse. 
Quando per processi distruttivi 
della sostanza cerebrale i ven- 
tricoli si dilatano e gli spazi 
subaracnoidei si avvallano, è 
naturale che si produca ex 
vacuo l'idrocefalia, interna ed 
esterna insieme, senza che il 
capo apparisca ingrossato, 
com'è forse il caso più fre- 
quente. Altre volte la raccolta 
di liquido cefalo-rachidiano è 
secondaria a compressione 
della vena di Galeno, da cui 
si produce la stasi nei plessi 
coroidei. 

L' idrocefalo interno può 
limitarsi ad un solo emisfero ed anche ad un solo ventricolo. Spesso è 
enorme, e si ha uno sflancamento progressivo delle pareti craniche, 
sicché il cranio diventa mostruoso. In casi molto più rari il cranio rimane 
di dimensioni comuni (fig. 11), ma il cervello è talmente compresso da ridursi 
ad una semplice parete sottile come un foglio (uno o due millimetri di spessore) 
e dove la struttura degli strati corticali diventa irriconoscibile (fig. 12). 

L'aumento del liquido cefalo-rachideo è spesso dovuto a malattie pre- 
natali, ma d'ordinario cresce ulteriormente anche per uno o più anni oltre 
alla nascita e non si rende appariscente che dopo qualche mese. In molti 
altri casi l' idrocefalo è acquisito per malattie sopravvenienti dopo la 
nascita : la causa più frequente di questa varietà è la meningite sierosa^ 




Fig. 11. — Idrocefalo interno .senza macrocefalia: il 
bambino visse sino all'età di undici mesi : mori per 
polmonite: in vita la testa lasciava trasparire la luce 
d'una candela perchè il cervello era ridotto ad una 
sottilissima lamella parietale, come si vede alla fi- 
guta seguente. 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 



67 



che a sua volta rappresenta il postumo d'una meningite acuta (Quinke). 
L'idrocefalo infiammatorio in forma cronica è spesso la conseguenza di 
una obliterazione delle comunicazioni ordinarie tra le cavità ventricolari 
e gli spazi subaracnoidei od anche di particolari lesioni dei plessi coroidei. 
La meningo-eneefalite cronica dei bambini si riconosce all'autopsia per 
le aderenze fra la corteccia e la pia madre (Bourneville, Marie), com- 
prende in generale tutti e due gli emisferi, ed è un reperto che s'incontra 
di raro in compagnia dei precedenti, salvo forse quello della sclerosi Io- 
bare e della porencefalia. 




Fi". 12. — Coutenuto cranico nel caso precedente: nella fossa anteriore si redono lembi della mera - 
" brana parietale che rappresenta gli emisferi ; le fosse medie sono rivestite dalla stessa mem- 
brana ; i corpi striati e il trigono sono allo scoperto : nella fossa posteriore si vedono gli avanei 
dei lobi occipitali, unica parte degli emisferi ohe conservi struttura quasi normale. 



Secondo Vizioli (1880) lo stesso agente infettivo che è capace di pro- 
durre la poliomielite anteriore o paralisi spinale dei bambini potrebbe lo- 
calizzarsi anche nelle cellule motorie del cervello, manifestandosi clini- 
camente con la paralisi cerebrale a tipo spastico associata ad idiozia, ed 
anatomicamente con polioeneefalite ovvero semplicemente con encefalite 
acuta dei bambini. 

L'idea di Vizioli fu ripresa da Strumpell (1884), ma con applicazioni 
eccessive, che furono opportunamente corrette da Marie (1885). Non è 
vero che l'encefalite sia una malattia sistematica e limitata ai centri del 
movimento. È parimenti inesatto che si possano forzare nel quadro del- 
l'encefalite acuta tutti i casi di meningo-encefalite infantile e tanto meno 



66 CAPITOLO III 



quelli di cerebroplegia. Ma sembra fuori di contestazione che esistono 
encefaliti postnatali d'origine infettiva, con o senza paralisi, che sono pro- 
dotte da quegli stessi fattori, del resto svariati, che determinano la polio- 
mielite anteriore. Infatti le due specie di paralisi infantile, la spinale e la 
cerebrale, si presentano simultaneamente sotto forma epidemica, oppure si 
sommano in uno stesso individuo che riunisce atrofìe e paralisi flaccide 
con paralisi spastiche ed imbecillità. Tanto l'una specie di paralisi che 
l'altra si afferma pei suoi reliquati più che per la gravità dei sintomi 
inerenti al breve periodo d'invasione ; anzi, per ciò che riguarda più spe- 
cialmente la paralisi cerebrale dei bambini, il periodo iniziale ed acuto 
può sopravvenire con poca febbre e in modo piuttosto insidioso, quasi 
occulto. 

Queste circostanze creano un gran divario fra l'encefalite dei bambini 
da una parte e l'encefalite emorragica o l'encefalite suppurativa degli 
adulti dall'altra. E il divario risulta anche maggiore fra questi processi in- 
fiammatori, raramente mortali, e i casi fatali di meningite acuta per 
meningococco di Weichselbaum o per altre infezioni consimili. Se poi 
l'encefalite infantile non è una malattia sistematica, ciò non basta me- 
nomamente a spogliarla della sua analogia con la paralisi spinale, perchè 
rigorosamente sistematica non è nemmeno la paralisi spinale. 

I casi recenti d'encefalite infantile, studiati in numero piuttosto scarso, 
si distinguono pei seguenti caratteri : sostanza grigia più soffice, super- 
fìcie del taglio liscia, lucente, con emorragie puntiformi e rosso-chiare in 
campo roseo o giallo-bigio ; al microscopio non si vedono cellule granu- 
lose, ma goccie di mielina e detriti ; i vasi dilatati ; nella sostanza bianca 
l'infiammazione è più evidente, gli spazi linfatici sono ripieni e i vasi 
circondati di leucociti ; la nevroglia è dovunque abbondante. Quanto al 
reperto dei casi inveterati, che formano certamente la maggioranza, esso 
degenera nel quadro della sclerosi lobare. 

La sclerosi ipertrofica o tuberosa, cosi chiamata da Bournevii.le (1880), 
che la descrisse per il primo, non conduce il cervello ad una vera iper- 
trofìa, ma solo ad una proliferazione circonscritta della nevroglia con 
aumento enorme delle fibre nevrogliche e con alterazione e distruzione 
delle cellule nervose. La qualifica d'ipertrofica serve sopratutto a mettere 
in rilievo le differenze veramente considerevoli che contraddistinguono la 
sclerosi tuberosa dalla sclerosi lobare od atrofica. Qua e là sulla base, 
ma più specialmente sulla volta del cervello, si avvertono placche promi- 
nenti, numerose, consistenti, che spiccano anche al disotto della pia 
madre ed hanno la larghezza d'un soldo o poco più. Queste placche sono 
pallide e poco profonde : di solito non interessano che la corteccia ce- 
rebrale. 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 69 

Solo nella parte centrale dell'isola sclerotica la nevroglia è più stipata 
e arriva fino alla sostanza bianca; agli orli, ossia verso la parte sana, si 
ritrova qualche cellula nervosa, ma le piramidi hanno perduto la loro 
orientazione regolare e gli strati corticali appariscono scompigliati. 

Alla sclerosi tuberosa si associa costantemente l'idiozia. Nei casi fi- 
nora conosciuti era costante anche l'epilessia, e spesso si aggiungevano 
paralisi spastiche. Tuttavia la diagnosi speciale non è possibile che al ta- 
volo anatomico. 

B) Reperti a focolaio e reperti diffusi degli adulti. — Nella patologia 
cerebrale degli adulti riprende tutto il suo vigore la distinzione tradizionale 
ira le malattie diffuse e le malattie a focolaio, le cui lesioni nei reperti 
dei processi precoci si presentano spesso associate e cosi compenetrate 
le une nelle altre, da perdere i contrassegni speciali di cui pure non 
erano prive all'origine. 

I processi morbosi a focolaio che colgono il cervello completamente svilup- 
pato danno luogo a reperti meno svariati di quelli che furono descritti 
come propri della vita infantile e fetale. Nello stesso tempo questi processi 
morbosi, in quanto producono lesioni meno compromettenti per la strut- 
tura generale del cervello e si svolgono in un ciclo più breve di me- 
tamorfosi ben distinte, sono tutti più noti, specialmente sotto l'aspetto 
macroscopico, malgrado la loro pluralità, ed appartengono da lungo tempo 
alla patologia ordinaria. Basterà in proposito un accenno sommario, tanto 
più che le lesioni cerebrali degli adulti, appunto perchè sono assai limitate, 
risparmiano spesso le funzioni psichiche o le disturbano bensì, ma in 
modo cosi preciso e parziale, che forniscono argomento alla clinica gene- 
rale quanto a quella delle malattie mentali. Eppure, alcune di queste 
lesioni, per esempio le apoplessie con o senza afasia, intorbidano l'intel- 
ligenza e il carattere assai più profondamente che non accada in certe 
psicosi pure, come sarebbero l'ossessione semplice per un'idea fissa od 
anche una lieve melancolia. 

Le lesioni a focolaio del cervello sono ematogene, traumatiche o pro- 
pagate da processi locali delle meningi e del cranio, e intaccano le fun- 
zioni mentali più spesso che non si creda generalmente. 

Emorragie capillari ed arteriose. — Le emorragie capillari sono facili 
a prodursi in ogni punto del cervello, sia per occlusione arteriosclerotica 
dei tronchi maggiori e situata a tergo, sia per compressioni, sia per iperemia 
attiva o per infezioni. Il loro volume varia fra un grano di miglio e un pi- 
sello. Le emorragie delle arterie provengono da processi degenerativi ed in- 
fiammatori delle pareti o da dilatazioni aneurismatiche che predispongono 
alla rottura sotto l'azione occasionale d'un aumento anche momentaneo da 



CAPITOLO HI 



parte della pressione sanguigna. Talvolta queste dilatazioni sono picco- 
lissime e multiple : aneurismi miliari. Prescindendo dai traumi, le regioni 
più battute dalle emorragie arteriose sono i gangli della base, la capsula 
interna e le loro vicinanze ; in seconda linea il ponte, i peduncoli cerebrali, 
il cervelletto e il centro ovale ; solo di raro la volta del cervello, e ciò a 
motivo della minor pressione che anima i vasi arteriosi della corteccia 
(provenienti dalla pia madre) in confronto ai grossi rami collaterali che 
si distaccano direttamente dall'arteria della fossa di Silvio. 

Le minime emorragie capillari non agiscono che come un corpo estra- 
neo, comprimendo il tessuto circostante ; ma le masse emorragiche più 
voluminose distruggono porzioni considerevoli di sostanza cerebrale, e la 
rottura d'una grossa arteria può annientare, per esempio, un corpo striato 
o tutti i gangli basali d'un lato o tutta la sostanza bianca del lobo occi- 
pitale. Le vicende del coagulo, la formazione della cisti apoplettica e della 
cicatrice, come pure le reazioni (limitatissime) delle parti compresse sono 
troppo note per essere qui ricordate. 

1 rammollimenti o en.ee/aloriialacie sono determinati da occlusione di 
arterie che può avvenire per trombosi, per embolia e per inspessimento 
interno delle pareti vasali. In quest'ultimo caso i focolai, essendo dovuti 
ad arteriosclerosi più o meno diffusa, sono quasi sempre multipli, e perciò, 
anche se piccoli, hanno in psichiatria maggiore importanza dei rammol- 
limenti embolici, che per lo più sono unici. I focolai più grossi possono 
occupare una circonvoluzione, un ganglio, un lobo intero ; e per quanto 
isolati, possono cadere in posizioni abbastanza superficiali intaccando la 
corteccia o le vie intercorticali e disturbandone gravemente le funzioni. 

Nel cervello dei vecchi (oltre ai 60 anni) e sopratutto nei gangli della 
base si osservano spesso lacune multiple del tessuto nervoso (fig. 13, A), 
che variano di grandezza come da un grano di miglio ad un cece : sono 
le cos'i dette lacune di disintegrazione cerebrale (Marie, Ferrand). Queste 
cavità contengono sempre una piccola arteria pervia, ma molto ammalata 
per ordinari processi d'arteriosclerosi. Lo spazio tra le pareti della cavità 
ed il vaso è occupato da scarsi detriti di tessuto nervoso rammollito e da 
elementi linfoidi. Negli stadi più avanzati la parete della cavità è costi- 
tuita da un fitto tessuto di nevroglia. Lo strato più interno della parete 
lascia vedere, col metodo Weigert, i fasci compatti di fibre che lo com- 
pongono ; e in mezzo ad essi non si scorgono nuclei ; più all'esterno, 
dove le fibre si diradano, vi sono nuclei piccoli e scuri come i normali, 
ma più numerosi, nuclei chiari, granulosi e più grandi, nuclei più chiari, 
più grandi e dotati d'un nucleolo eccentrico (fig. 14), e qua e là astrociti 
giganteschi o Monstersellen (fig. 15). 

Le lacune di disintegrazione cerebrale non debbono venir confuse col 



IL SUBSTRATO AN ATOMO-I'ATOLOUICO DELLK MALATTIE MENTALI 



71 



cos'i detto état criblé (fig. 13, B), che dipende da una retrazione di tessuto 
nervoso dovuta ai reagenti e che si osserva anche in cervelli normali. 
Tanto meno si confonderanno con la così detta porosi cerebrale, che con- 
siste in cavità di varia grandezza, con contorni netti e senza alcuna alte- 
razione sclerotica od infiammatoria delle pareti : queste cavità sono un 
effetto postmortale di gas che talvolta si producono nella sostanza cere- 
brale del cadavere (Marie). 

L'ascesso cerebrale varia fra gli stessi limiti di grandezza, non si rias- 
sorbe che quando sia assai piccolo, più spesso cresce con grande len 




Fig. 13. — Taglio di FLECB8IG iu un cervello senile: A, lacune di disintegrazione nei nuclei 
centrali; B, stato cribroso (état criblé). (Uà J. Fkhkand, L'hemiplegie des vieillards. 
F. Eousset, Paris, 1902). 

tezza comprimendo la sostanza circostante che degenera o si atrofizza. 
Talvolta è multiplo e proviene da focolai purulenti lontani per metastasi, 
o da suppurazioni vicine per contiguità, per esempio in seguito ad otiti, a 
carie della rupe o dell'orbita, a traumi del cranio. 

I tumori più comuni del cervello sono i gliomi, di solito non visibili che 
al taglio, interni, spesso enormi, formati di nevroglia che si sviluppa pro- 
gressivamente tra cellule e tra fibre nervose, ma che poi va incontro a 
svariate metamorfosi parziali con distruzione degli elementi specifici. Se 
ne conoscono molte varietà a seconda che in essi prevalgono le fibre o le 
cellule. Col nome di neurogliomi si intendono tumori in cui, oltre alla 
nevroglia, proliferano, a quanto si dice, anche cellule nervose. Le ricerche 



72 



CAI-ITO l.O III 



più recenti rendono per altro dubbia l'esistenza di simili tumori: è noto 
che le cellule nervose dell'adulto hanno in generale perduto per sempre 
la capacità prolil'erativa ; d'altra parte il metodo di Weigert dimostra 
sovente che le presunte cellule nervose in proliferazione non sono altro 
che gigantesche cellule di nevroglia. Sono gliosarcomi quei tumori costi- 
tuiti di nevroglia nei quali, per la proliferazione di elementi delle pareti 
vasali, si son formate delle parti sarcomatose. I sarcomi sono anch'essi 
abbastanza comuni e prendono origine dalla pia madre o dalle guaine 
vasali. Per metastasi si formano nel cervello anche noduli carcinomatosi. 




AVBWf.H> 



Fig. 14. — Inspessirnento della nevroglia sul marcine d'una lacuna ili disintegrazione cerebrale; 
a, strato di fibre interamente privo di nuclei ; b. nuclei di gliooellule granulosi e scuri ; e, grandi 
nuclei di gliocellule chiari e con nucleolo. Metodo elettivo ili WEIGKKT- (Da un preparato ori- 
ginale). 



Tra i granulomi si devono menzionare i tubercoli, quasi sempre multipli 
e localizzati assai più nelle meningi che nel cervello, dove si localizzano, 
sotto la pia madre, presso i vasi e lungo le scissure. Pessono anche presen- 
tarsi isoitati e raggiungere dimensioni considerevoli : tubercoli solitari. 
Le gomme si formano durante il periodo terziario della sifilide nella cor- 
teccia cerebrale e nella pia madre, dando luogo qualche volta ad un fo- 
colaio unico, qualche volta a parecchi noduli più o meno grandi. Le 
masse nodulari più piccole possono riassorbirsi, e cos'i si sottraggono ai 
processi regressivi d'indurimento o di caseificazione che trasformano le 
gomme più voluminose. Queste manifestazioni della sifilide terziaria av- 
vengono a spese della sostanza cerebrale e provocano anche all'intorno 
processi d'anemia, di rammollimento, d'emorragia. 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 



73 



Ai tumori ed ai granulomi sono da aggiungere i cisticerchi e gli echi- 
nococchi, che si comportano in modo analogo. I cisticerchi crescono 
qualche volta di numero per nuove immigrazioni ; l'echinococco è unico, 
ma cresce di volume. 

Le lesioni più o meno diffuse, che sono suscettibili d'osservazione ma- 
croscopica, nel cervello di adulti si riducono a pochi quadri in parte limi- 
tati ad un solo ordine d'elementi anatomici e che perciò si possono de- 
scrivere ed analizzare con maggior profitto dal punto di vista istologico. 
Questi quadri sono : 




Fig. 15 



Gliocellule giganti {Monuterzellen) nei paraggi d'una lacuna di disiìitcgrazione cerebrale. 
Da un preparato originale. 



la sclerosi a placche, che per lo più è disseminata nell'interno del- 
l'asse cerebro spinale ; 

la sclerosi ependimale o ependimite, che rende scabre le pareti 
dei ventricoli o, se è uniforme, le lascia liscie, ma cambiandone il co- 
lore ; 

la sclerosi diffusa, che dipende come le forme precedenti da prolife- 
razione della nevroglia, ma che non si riscontra negli adulti se non come 
un esito di processi distruttivi ; 

le atrofie primarie e le atrofie secondarie di fasci fibrosi ; 

Yatrofia generale della corteccia cerebrale, apprezzabile ad occhio 
nudo, con appiattimento delle circonvoluzioni e dilatazione dei solchi ; 

l'encefalite emorragica successiva ad influenza, a polmonite, ad endo- 
cardite, a meningite e ad altre infezioni, e che dà luogo a focolai più o 

Tanxi, Ftiehiatri''. — 10. 



74 CAPITOLO III 



meno numerosi d'emorragia, in parte piccolissimi e riconoscibili soltanto 
al microscopio per accumuli parvicellulari intorno ai vasi, in parte pun- 
tiformi e rosso-scuri, di rado grossi e soggetti a suppurazione; 

V encefalite purulenta o suppurativa che, se è d'origine metastatica, 
può anche manifestarsi con ascessi multipli e non più grossi d'un pisello 
o d'un grano di canape, altrimenti ricade nel gruppo delle malattie a 
focolaio. Gli ascessi minori svegliano intorno infiammazioni o edemi, i 
maggiori s'incapsulano e restano immutati anche per anni, ma con la 
minaccia permanente d' una perforazione improvvisa, per esempio nei 
ventricoli. 



II. 

Lesioni elementari della corteccia cerebrale 
e delle sue dipendenze. 

I quadri anatomo-patologici fin qui enumerati non sono che i compendi 
grossolani di lesioni più minute, la cui successione costituisce integral- 
mente i singoli processi morbosi. Queste lesioni elementari in parte cam- 
biano, in parte si ripetono con leggiere varianti che peraltro determinano 
differenze sensibili nei reperti esterni. In realtà le differenze esterne 
derivano non solo dalla natura, ma anche dalla sede, dalla estensione e 
dalla durata dei processi elementare e perciò non corrispondono sempre 
a differenze istologiche o citologiche di grande rilievo. D'altra parte le- 
sioni microscopiche, e delle più caratteristiche, si scoprono anche in cer- 
velli apparentemente normali e che perciò non si potrebbero assegnare 
a nessuno dei quadri precedenti, o si presentano sotto forme diverse in 
cervelli che macroscopicamente sembrano simili. 

Per tutte queste ragioni l'esame istologico e citologico porge criteri im- 
portanti e indispensabili per l'anatomia patologica delle malattie mentali. 
Esso non è soltanto un complemento, ma anche un mezzo di revisione, 
che, malgrado la data recente delle sue applicazioni, permette di consi- 
derare la psichiatria sotto un aspetto diverso e più esatto che non sia 
quello dell'anatomia macroscopica. 

Le lesioni più o meno notoriamente implicite nei reperti suscettibili di 
diagnosi ad occhio nudo si possono dividere secondo gli elementi istolo- 
gici, cioè secondo che riguardano : le cellule, le fibre nervose, \&nevroglia 
e V ependima, i vasi e le leptomeningi. 

A) Lesioni delle celiale nervose. — Nelle cellule nervose si riesce, sinte- 
tizzando i risultati di ricerche, specialmente sperimentali, compiute negli 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 75 

ultimi anni, a distinguere con chiarezza i processi acuti dai subacuti e 
dai cronici, benché molte volte gli uni e gli altri si sommino e tendano, 
qua e là, a sopraffarsi. Sono possibili e quasi facili anche distinzioni ul- 
teriori e più sottili che si riferiscono al genere dell'agente morboso. 

l.° Processi acuti. — Nei processi acuti si riconoscono nettamente vari 
ordini di cause, i cui effetti sulla cellula nervosa sono in parte diversi, 
ma in più gran parte comuni. L'espressione più tipica dei processi acuti 
si trova nel quadro dell' ipertermia, dove la sostanza cromatica del corpo 






, 



# 








Fi". 16. — Cellula radicolare anteriore di coniglio. Ipertermia sperimentale. Cromatolisi diffusa. 

Metodo Nissl (da LUGARO). 

cellulare subisce una disgregazione con diminuzione progressiva della sua 
quantità che può arrivare quasi fino all'assoluta scomparsa : cromatolisi 
diffusa (fig. 16). Al contrario la sostanza acromatica, ordinariamente 
invisibile, mette in mostra la propria struttura reticolo-fibrillare. Salvo 
queste alterazioni, la cellula e il nucleo conservano la struttura e i rap- 
porti normali, ma è caratteristico che la cromatolisi avviene indistintamente 
e presso a poco con la stessa intensità in tutte le cellule, ciò che non si 
verifica cosi completamente in nessun altro processo morboso, né acuto, né 
cronico. Finché il reperto si limita alla cromatolisi, si suppone che la so- 
stanza cromatica possa essere rinnovata e che la cellula nervosa si renda 



76 



CAPITOLO III 



i 

i 



/ 



ancora idonea, cessata la causa dell'alterazione, a riprendere le proprie 
l'unzioni ; anzi è probabile che le funzioni specifiche siano soltanto affie- 
volite per la diminuzione della sostanza cromatica e temporaneamente so- 
spese per la sua scomparsa, se ed in quanto essa perdura, ma che la di- 
sposizione delle zolle cromatiche influisca poco sull'attività della cellula. 
Altre cause di processi acuti, da aggiungere all'ipertermia, sono le tos- 
sine e i veleni che agiscono sulla cellula violentemente; la soppressione 

locale ed improvvisa del 
circolo sanguigno; i 
traumi esterni e le emor- 
ragie che producono nelle 
regioni vicine le stesse 
conseguenze se appena 
la loro massa è conside- 
revole. 

Per catoni tossielie 
(d'origine esterna od in- 
terna) si hanno lesioni 
riparabili ed irreparabili, 
secondo i casi. Apparten- 
gono al gruppo delle le- 
sioni riparabili : il rigon- 
fiamento del corpo cellu- 
lare ; la cromatolisi più o 
meno completa ; il rigon- 
fiamento del nucleo, il 
suo impiccolimento con 
aumento della colorabi- 
lità ; le modificazioni chi- 
miche della parte acroma- 
tica, che si rende visibile 
appunto perchè acquista 
una accessibilità nuova 
ai colori basici. Appartengono invece al gruppo delle lesioni irreparabili 
il raggrinzamento e disfacimento del nucleo come pure la dissoluzione 
progressiva della parte acromatica in seguito a processi di vacuolizzazione 
e fors'anche all'azione fagocitarla della nevroglia. 

Per soppressione improvvisa della circolazione toc-afe si notano fenomeni 
analoghi; ma vi è maggior tumultuarietà del processo e prevalgono le 
lesioni irreparabili che conducono alla scomparsa delle cellule nervose. 
Quando è temporaneamente occlusa l'aorta addominale (esperimento di 




Fig. 17. 



■v 



Cellula piramidale gigante in un caso d'amenza 
consecutiva ad influenza (da Camia). 



IL SUBSTRATO ANAT0JIO-PATOL0GICO DELIE MALATTIE MFNTAL] 



77 



Stenson) si necrotizzano le cellule della sostanza grigia del midollo lom- 
bare, e si disgregano fino a scomparire nel breve termine di 48 ore. 

I reperti di alterazioni acute sono frequenti nelle malattie mentali acute 
e specialmente in quelle psicosi febbrili od afebbrili che dipendono da 
infezioni e intossicazioni acute d'origine interna od anche esterna. La 
gravità delle lesioni varia molto 
da caso a caso, e non è a dir 
vero in ragione diretta dei sin- 
tomi presentati in vita. In molti 
casi d'amenza si riscontra la cro- 
matolisi diffusa di moltissime 
cellule, sopratutto della corteccia, 
ma talvolta anche degli altri 
centri, persino del midollo e dei 
gangli spinali. Nella corteccia 
quest' alterazione si rileva con 
maggiore evidenza sulle cellule 
di Betz (Kg. 17), che normal- 
mente presentano più d'ogni al- 
tra cellula corticale il caratteri- 
stico aspetto tigrato proprio delle 
cellule più ricche di sostanza 
cromatica (flg. 18). Nelle medie 
e piccole piramidi la cromatolisi 
totale è spesso accompagnata da 
impiccolimento e colorabilità del 
nucleo ; e questa può spingersi 
a tal segno, da mascherare in- 
teramente la presenza del nucleolo 
(flg. 1!)). 

Per traumi si producono me- 
tamorfosi molto diverse a se- 
conda che è colpito direttamente 
il corpo cellulare o che invece 
l'azione traumatica cade sopra 

l'axone. L'axone, appunto a motivo della sua lunghezza, può esservi 
esposto per conto proprio. Questa distinzione vale non soltanto pei traumi, 
ma anche per le sostanze tossiche che eventualmente esercitino sul pro- 
lungamento nervoso un'azione elettiva. 

Siccome il corpo cellulare è il centro trofico del neurone, ogni trauma 
o intossicazione che lo alteri irreparabilmente conduce ad un rapido prò- 




^ 



Fig. 18. — Cellula di Betz io condizione normale 
dalla circonvoluzione frontale ascendente d' un 
adulto. 



78 



CAPITOLO III 



cesso di distruzione totale ossia alla scomparsa dell'elemento nervoso in 
tutte le sue parti. Se invece è colpito l'axone (la sola parte del neurone 
che possa subire una ferita parziale) si hanno generalmente le seguenti 
alterazioni: arrotondamento del corpo cellulare ; cromatolisi centrifuga; 
lateralizzazione del nucleo, che può fare ernia ; deformazione reniforme 
dello stesso nucleo ; accumulo di sostanza cromatica nell'rVo del nucleo 
alterato (flg. 20, 21 e 22). E tutto questo processo, di cui il valore non po- 
trebbe essere più dimostrativo, è soggetto a doppio esito, perchè finisce 
o nella morte o (più sovente) nella lenta riparazione dell'elemento nervoso. 
Questo processo tipico, che si presenta nella grande maggioranza dei 
casi, subisce talvolta un'attenuazione. In certe cellule, invece della modi- 
ficazione descritta, si osserva sem- 
plicemente un accumulo peri nu- 
cleare della sostanza cromatica, 
mentre la parte periferica della cel- 
lula diventa più pallida (flg. 23). 
Questo speciale tipo di reazione si 
può anche osservare temporanea- 
mente come fase iniziale del pro- 
cesso comune (flg. 24) od anche 
come fase del processo riparativo 
in cellule che hanno presentato la 
tipica reazione con eccentricità del 
nucleo (flg. 25 e 26). Secondo Lu- 
garo è probabile che il processo 
di cromatolisi periferica con adden- 
samento perinucleare della sostanza 
cromatica sia l'esponente d'una 
reazione meno intensa che non il processo classico di cromatolisi centrale 
con lateralizzazione del nucleo. 

Quest'ultimo processo ricopia certe condizioni normali della cellula 
nervosa embrionale. Perciò van Biervliet e van Gehuchten hanno 
sostenuto ch'esso rappresenti un ringiovanimento della cellula in rapporto 
col lavorio rigenerativo della fibra nervosa. A sua volta Lugaro ha fatto 
notare che ambedue i tipi di reazione patologica testé descritti trovano 
riscontro in forme normali di cellule appartenenti a vertebrati inferiori: 
pesci, batraci, rettili. 

Il tipo caratteristico di reazione cellulare per lesione del cilindrasse si 
riscontra in malattie mentali acute da intossicazione. In certi casi di 
amenza e in certi casi d'alcoolismo le cellule di Betz presentano appunto 
cromatolisi centrale con nucleo lateralizzato e depresso nella faccia 




Fig. 19. — Corteccia cerebrale: a, piccola 
piramidale: 6. piccola piramidale, in un 
caso di amenza. Cromatolisi diffusa, colo- 
rabilitù della parte acromatica, colorazione 
intensa del nucleo (da Gamia). 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 



79 





Fig. 20 e 21. — Cellule delle corna anteriori del midollo lombare d'un cane, quindici giorni dopo 
il taglio dello sciatico : la fìg. 20 iu fase meno avanzata, con incipiente cromatolisi centrale, 
spostamento del nucleo ed accumulo di zolle cromatiche sulla faccia centrale di esso ; la 
flg. 21 in taso più avanzata con spiccata cromatolisi centrale, nucleo lateralizzato e depresso 
nella sua faccia centrale, ove si accumula la sostanza cromatica. 




<s>- 



Fi<". 22. — Cellula di tipo grande e chiaro, presa dall'S. ganglio cervicale d'un cane, 40 giorni 
dopo il taglio del plesso brachiale : cromatolisi diffusa, nucleo eccentrico e reniforme, accu- 
mulo di sostanza cromatica nell'ilo del nucleo (da Lugaho). Questo tipo d'alterazione è il 
più comune. 



30 



CAPITOLO III 



interna, ove si accumula un po' di sostanza cromatica, talvolta a quarto 
di luna (flg. 27). Non sempre, in questi casi, è evidente la lesione del 




Fig. 23. — Cellula vorticosa dell'8. ganglio cervicale in un coniglio, venti giorni dopo il taglio 
del plesso brachiale : addensamento perinucleare della sostanza cromatica, cromatolisi perife- 
rica. Metodo di Nissl (da Lugako). 

fascio piramidale che prende origine dalle cellule di Betz : qualche volta 
il metodo di Marchi dà risultati del tutto negativi, onde è a credere che 




« 



& 



^^:— >" i 



m 






Fig. 24. — Cellula vorticosa dell'8. ° ganglio cervicale in un cane, 7 giorni dopo il taglio del 
plesso brachiale. In fase più avanzata questa cellula presenterebbe, per graduale trasforma- 
zione, il tipo di reazione ordinaria, come nella fig. 22. Metodo di Niasl (da LugaiiO). 



siano lese soltanto le estreme terminazioni amieliniche di questo fascio 
(Camia). Anche le grandi piramidali e persino le medie possono parte- 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 



81 



m 




*» /■*-■* _ -. 



% 



Fig. 25. — Cellula vorticosa di ganglio spinale 
in un cane durante la fase di riparazione, 
80 giorni dopo la lesione della fibra perife- 
rica corrispondente : nucleo ricentralizzato, 
addensamento perinucleare della sostanza cro- 
matica, acromatosi periferica (da Lugaro). 



cipare al processo. E all'int'uori del cervello vi partecipano spesso negli 
stessi casi le cellule delle colonne di Clarke. Quando vi è polinevrite, 
l'atto non raro nei processi tossici 
acuti o subacuti, anche le cellule 
delle corna anteriori e dei gangli 
spinali presentano la tipica reazione. 
2.° Processi subacuti. — Le 
lesioni sono analoghe a quelle dei 
processi acuti. Ma poiché le cose 
si svolgono con maggior lentezza, 
manca il turgore della cellula ; la dis- 
gregazione della parte cromatica è 
per lo più parziale e frequentemente 
assume la forma di cromatolisi pe- 
riferica (flg. 28;. Alla cromatolisi 
periferica si associa qualche volta un 
addensamento della sostanza croma- 
tica ancora superstite intorno al nu- 
cleo ; in questo caso si ha un qua- 
dro analogo a quello sopradescritto 

e che si osserva talvolta transitoriamente per lesione del cilindrasse. La 
cromatolisi periferica con addensamento cromatico perinucleare da causa 

tossica ha, secondo Lugaro, 
il valore di una reazione cel- 
lulare a scopo reintegrativo ; 
i processi di cromatolisi diffusa 
e grave con alterazioni della 
parte acromatica hanno invece 
un significato semplicemente 
degenerativo. Gli esiti dei 
processi subacuti sono di va- 
ria specie : riparazione, atrofìa 
lenta, morte della cellula ner- 
vosa. 

Alterazioni subacute delle 
cellule si riscontrano in tutti 
i processi tossici a decorso 
subacuto, come quelli dell'al- 
coolismo, della pellagra, del- 
l'uremia (fig. 29) e in certi casi di paralisi progressiva. Alle note del processo 
subacuto possono naturalmente sovrapporsi, mascherandole, le lesioni acute. 

Tanzi, Psichiatria. — 11. 




Fig. 26. — Cellule piccole, scure, dei gangli spinali 
(cane) in fase di riparazione: nella cellula b il nu- 
cleo è ancora eccentrico ; nella cellula e si inoltra 
verso il centro fra le zolle cromatiche neoformate ; 
nella cellula a la parte cromatica ai addensa in- 
torno al nucleo. Metodo di Nissl (da Lugako). 



82 



CAPITOLO III 



3.° Processi cronici. — Nei processi cronici la cellula nervosa, se 
non è del tutto scomparsa, è atrofica in ognuna delle sue parti costituenti:- 
il contorno è irregolare e raggrinzato, il nucleo omogeneo, piccolo e in- 
tensamente colorato (fig. 30 e 31). L'atrofia può manifestarsi con una 
riduzione notevolissima del volume senza importanti modificazioni della 



A 

V .71' ^K ;" 





>?g4»*e 



Fig. 27. — Cellule piramidali giganti (circonvoluzione frontale ascendente) in nn caso d'amenza : 
reazione cellulare alla lesione del cilindrasse probabilmente per causa tossica (da Camia). 



struttura (fig. 32). Nel citoplasma si osserva spesso un deposito di sostanza 
pìgmentata gialla. Questi depositi si riscontrano anche in cervelli di nor- 




Fig. 28. — Cellula dei gangli spinali in un cane con cromatolisi periferica per avvelenaiiien'o 
subacuto da arsenico. Colorazione alL'ematossiliua Delafield. Nelle parti periferiche la man- 
canza di zolle cromatiche mette in evidenza la struttura fibrillare. 



mali, ma solo per età avanzata e solo in certe cellule, specialmente nelle 
più grandi (fig. 20). Il carattere patologico di questi accumuli intracellulari 
dipende dunque dalla loro quantità e dalla loro sede. Cos'i la paralisi pro- 
gressiva fa nascere depositi gialli in quasi tutte le cellule piccole, che 
d'ordinario non ne presentano affatto; e non risparmia le cellule grandi, 
che ne vanno provviste anche normalmente, tanto più fra i vecchi. 
Qualunque sia il decorso del processo morboso, è probabile che la scom- 



IL SUBSTRATO AN ATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 



83 



parsa delle cellule morte avvenga con estrema rapidità. A questo risul- 
tato contribuiscono talvolta manovre speciali di fagocitismo da parte della 
nevroglia (fig. 33) ; ma è forse più frequente che la dissoluzione si pro- 
duca per azione della linfa circolante senza intervento di elementi migra- 
tori e fagocitar!". Naturalmente, nei processi acuti e gravi le cellule morte e 



; * 
■ 











Fig 29. — Cellula piramidale gigante della 
circonvoluzione frontale ascendente in 
un caso di uremia. In basso una zolla 
di pigmento. 



;. 30. — Cellula di Betz della circonvoluzione 
frontale ascendente in un caso di demenza 
senile. Incipiente atrofia. 



non ancora scomparse sono in numero maggiore ; ma nei processi cronici fa 
impressione la loro scarsezza. Così nella paralisi progressiva la sostanza 
grigia è esposta ad enormi avarie, lo spessore della corteccia è assotti- 
gliato in proporzione persino del 50 per cento, ciò che si vede benissimo 
anche ad occhio nudo, e questa distruzione d'elementi nervosi è confer- 
mata al microscopio. Eppure, le cellule che si possono sorprendere nel 



84 



CAPITOLO III 



momento della loro massima dissoluzione sono in numero assai piccolo. 
La rapida scomparsa dei cadaveri cellulari è dimostrata all'evidenza dall'e- 
sperimento. Nell'occlusione temporanea dell'aorta addominale (per la 
durata di un'ora o poco più) si ha la necrosi della sostanza grigia nel 
midollo spinale, ma dopo 48 ore anche gli stessi cadaveri dei colossi 
cellulari che appartengono alle corna anteriori non sono più reperibili. 



B) Lesioni delle fibre nervose. — La fibra nervosa è soggetta ad alte- 
razioni primarie e secondarie : primarie quand'è colpita direttamente da 

un agente morboso, per lo più di natura 
tossica, che proviene o dal di fuori o dal- 
l'interno dell'organismo ; secondarie quando 
cessa di risentire l'influenza trofica della 
cellula a cui fa capo anatomicamente, sia 
perchè la cellula non è più capace d'eserci- 
tarla, sia perchè la fibra ne resta in qualche 
modo separata. I due processi possono an- 
che associarsi : se la lesione primaria è 
localizzata e cosi grave da sopprimere la 
permeabilità funzionale nel tratto di fibra 
alterato, si avrà rottura di continuità con la 
cellula d'origine come se la fibra fosse ta- 
gliata, e degenererà secondariamente tutto 
il tratto della fibra che sta a valle della le- 
sione primitiva. 

Le alterazioni primarie possono manife- 

Fie. 31. — Cellula di Betz della cir- „ . ,,,. 

convolatone frontale ascendente starsi sotto (orma acuta o subacuta ali ìm- 

in un caso di demenza seDile : . . , . , • , „ 

atrofia avanzata, diffusione della provviso sopraggiungere di sostanze tossiche 

sostanza cromatica, raggrinzamento . .... ,, ,. , ,. «i*„„ 

e colorazione omogenea dei nucleo, in quantità molto grandi. In questi casi, oltre 

alla mielina, è più o meno compromesso 
anche il cilindrasse, e la fibra può reintegrarsi o perire. Ma il caso più 
comune è quello dei processi primari che si svolgono sotto forma cro- 
nica : la lenta azione di sostanze tossiche, che spiegano affinità elettive 
sopra determinati sistemi di fibre, dà luogo alle degenerazioni primarie 
sistematici ie. 

Le degenerazioni primarie sono caratterizzate più specialmente da un 
processo d'atrofia progressiva della guaina mielinica, mentre il cilindrasse 
rimane per lungo tempo quasi integro. Cosi si spiega perchè la funzione 
sia piuttosto disturbata che abolita e perchè il reperto anatomico stia in 
disaccordo con l'esiguità dei sintomi clinici. Lesioni atrofiche di questo 
genere, cioè con relativa integrità del cilindrasse e con possibilità di rein- 




IL SUBSTRATO AN ATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 85 

tegrazione, si riscontrano nei nervi periferici e spesso anche nei fasci 
lunghi del midollo spinale per effetto d'intossicazioni croniche o di ca- 




\ ■ 






Fig. 32. — Cellule di Betz gravemente atrofiche in un caso di sclerosi laterale 
amiotrotìca (da Franceschi). 

chessia. Ed è caratteristico di simili processi che l'alterazione s'inizia ed 
è ad ogni modo più grave nell'estremità terminale della fibra, e ch'essa 




Jfc ; 



lì 



a/ 



Fig. 33. — Due cellule nervose prese dallo strato polimorfo della corteccia cerebrale in un para- 
litico: entrambe sono invase da nuclei di revroglia. enormemente rigonfie e vacuolizzate. 
Nella cellula a il nucleo persista ancora e si riconosce per la presenza del nucleolo, è impic- 
colito ed intensamente colorato ; nella cellula b non vi è nucleo e del citoplasma non restano 
che detriti. Metodo di Kissl. 

procede dalla terminazione alla cellula d'origine. Solo nelle fasi ulteriori 
il cilindrasse viene a subire un vero processo distruttivo, per cui la fibra 
nervosa perisce e scompare. 



86 CAPITOLO III 



Esempì tipici di degenerazioni atrofiche con carattere più o meno si- 
stematico si vedono, per riguardo ai nervi periferici, nelle così dette po- 
linevriti senili e in quelle degli alcoolisti. Per riguardo ai l'asci del mi- 
dollo spinale, le degenerazioni combinate (cordoni pesteriori e l'asci pira- 
midali crociati) sono frequenti nella pellagra e nella paralisi progressiva. 
Secondo Tuczek anche nel campo del cervello si verificherebbe la possi- 
bilità di un'atrofìa primaria con carattere sistematico sopra un sistema 
assai più esteso, quello delle fibre tangenziali, e ciò costituirebbe la le- 
sione iniziale e caratteristica della paralisi progressiva ; ma è assai vero- 
simile che tale degenerazione non sia esclusivamente primaria e dipenda 
invece, almeno in massima parte, da alterazioni precoci di cellule. 

Le degenerazioni secondarie si svolgono in maniera più tumultuaria. 
Morta la cellula d'origine, la fibra nervosa subisce un'alterazione che si 
propaga rapidamente in senso cellulifugo ; e l'involuzione avviene con 
eguale rapidità in seguito al taglio od a qualunque altra interruzione che 
separi la fibra dalla cellula. Le fibrille del cilindrasse si sminuzzano in 
granuli; la guaina midollare si frammenta prima in segmenti ellissoidali, 
poi in gocciole sempre più piccole che diventano nere col metodo di 
Marchi. E tanto le gocciole di mielina come i detriti del cilindrasse ven- 
gono riassorbiti e in parte asportati meccanicamente : nei nervi perife- 
rici per l'azione delle cellule della guaina di Schwann e fors'anco per 
l'intervento attivo dei leucociti; nei centri per azione della nevroglia. 

Nei nervi periferici può avvenire un processo di rigenerazione, purché 
la degenerazione secondaria non dipenda dalla distruzione della cellula 
d'origine. Nei centri è estremamente dubbio che quest'opera ili ripara- 
zione possa, non che compiersi, nemmeno iniziarsi. 

C) Lesioni della nerroglia. — Gli antichi metodi di colorazione, benché 
non segnalino la nevroglia che in maniera affatto sommaria, avevano già 
dimostrato che la sua iperplasia colma i vuoti lasciati dalla distruzione 
degli altri elementi ed assume così il carattere d'un processo complemen- 
tare. 11 recente metodo di Weigert, che con ogni probabilità colora elet- 
tivamente tutte le fibre di nevroglia, rivelando le località in cui il loro 
intreccio è più fitto o più rado, non solo ha pienamente confermato questa 
legge di compensazione, ma ha messo in chiaro alcune interessanti parti- 
colarità del suo meccanismo. La nevroglia va facilmente incontro a pro- 
cessi progressivi ed a processi regressivi che rammentano le vicende del 
suo sviluppo normale e che da poco tempo in qua si conoscono con mag- 
gior precisione sia dal punto di vista patologico, sia dal punto di vista 
ontogenetico. 

Fra le cellule della nevroglia, alcune non possiedono che brevi prolun- 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 87 

gannenti protoplasmatici d'aspetto muscoso e risiedono di preferenza nello 
spessore degli strati corticali. Altre, col nome à'astroeitt, emettono fibre 
colorabili col metodo di Weigert e creano così il materiale della sostanza 
intercellulare, che chiude, apre e traccia la strada alla formazione pro- 
gressiva degli elementi nervosi. Queste fibre non appariscono che negli 
ultimi periodi dello sviluppo, quando le cellule di nevroglia hanno ces- 
sato di peregrinare e si sono fissate in una residenza stabile. 

Nei processi di proliferazione patologica il corpo degli astrociti (di cui 
col metodo di Weigert non si vede che il nucleo) si emancipa dalle sue 
fibre e riacquista la primitiva capacità migratoria. Anche le cellule di ne- 
vroglia originariamente spoglie di fibre assumono l'aspetto e la funzione 
d'astrociti, concorrendo a questa specie di ripresa patologica della gliogenesi 
embrionaria. Parecchi fra gli elementi di entrambe le specie raggiungono 
anche individualmente proporzioni ipertrofiche e diventano cellule mo- 
struose : Monsterzellen di Weigert. 11 nucleo delle cellule mostruose, an- 
ch'esso ingrandito, subisce talvolta la scissione diretta. Così si formano 
nuove cellule di nevroglia, che a loro volta elaborano o secernono nuove 
fibre. Il reticolo di nevroglia si rende stipato, robustissimo, avvertibile 
anche macroscopicamente, e fra le sue fibre più o meno arruffate non si 
vede neppure un nucleo di cellula nervosa (fig. 14). 

Nella fase della capacità migratoria le cellule di nevroglia acquistano, 
a quanto pare, anche proprietà fagocitarle che vengono esercitate a danno 
delle cellule nervose. Forse i corpi liberi degli astrociti non divorano che 
i piccoli frammenti di cellule già disfatte ; forse assalgono cellule intatte, 
ma già gravemente indebolite, introducendosi nel loro interno e portan- 
dovi la disorganizzazione. In ogni modo l'iperplasia della nevroglia as- 
sume forme diffuse o localizzate a seconda che è generale o a focolaio la 
lesione distruttiva degli elementi nervosi. 

Nei processi cronici, oltre all'iperplasia per sostituzione di elementi spe- 
cifici eventualmente perduti, si ha un risveglio spontaneo di gliosi nelle 
località dove anche normalmente la nevroglia è più abbondante: sotto 
la pia madre (fig. 34), dentro allo strato tangenziale della corteccia cere- 
brale, intorno ai vasi, e nell'ependima, dove possono formarsi fittissimi 
tumoretti sotto forma di ependimite granulosa. Così si raccolgono spesso 
veri ammassi od isole di cellule nevrogliche in mezzo a territori di tessuto 
nervoso normale: gliosi miliare della demenza senile, placche di gliosi 
della sclerosi tuberosa. 

D) Lesioni dei vasi e delle meningi. — Nel cervello, se si tratta di 
psicosi acutissime o comunque terminate con processi tossico-infettivi 
acuti, si scoprono abbastanza frequentemente emorragie capillari. Le 



88 



CAPITOLO III 



emorragie più vaste sono collegate ad alterazioni croniche e diffuse dei 
vasi e sopratutto a presenza di piccoli aneurismi miliari che hanno sede 
nelle piccole arterie. 1 vasi sanguigni vanno soggetti a processi di proli- 
ferazione cellulare come pure a processi regressivi che non di rado si 
associano. Un reperto singolare ed ancora discusso della patologia vasale 
è V infiltrazione parvicellulare delle pareti, sotto il nome della quale si 
mescolano insieme fenomeni non sempre simili. 
Nelle affezioni più gravi si ha neoformazione di capillari, non foss'altro 

allo stato rudimentale. La moltipli- 
cazione delle cellule nell'intima può 
alterare il lume dei vasi, talvolta 
a segno da occluderlo : endoarte- 
rite obliterante. Ma spesso le cellule 
proliferate sono esposte a graduale 
regressione, ed allora lo strato del- 
l'intima si assottiglia, i nuclei delle 
sue cellule sono meno colorabili, e 
il lume del vaso è dilatato. Tra i 
processi regressivi, i più comuni 
sono la degenerazione grassa e la 
degenerazione colloide, che interes- 
sano le varie tonache vascolari, spe- 
cialmente l'intima e la media. Per 
deposito di sostanze solide è fre- 
quente, specialmente nei vecchi, la 
calcificazione, che interessa in par- 
ticolare l'avventizia e che priva, 
dal più al meno, i vasi della loro 
elasticità. Queste alterazioni fanno 
capo all' ateromasia, che è evidente 
anche macroscopicamente nelle 
grosse arterie della base e che 
costituisce il reperto tipico della demenza senile sotto il nome d'arterio- 
sclerosi cerebrale. 

L'ai-centizia è la sede principale delle infiltrazioni cellulari, che spesso 
fanno passare in seconda linea o nascondono addirittura i suoi processi 
degenerativi. Gli spazi linfatici dell'avventizia possono restare inalterati, 
malgrado la proliferazione, o subire enormi dilatazioni. Nel primo caso lo 
strato esterno della parete è inspessito e contiene molte cellule che rasso- 
migliano alle normali, ma che potrebbero anche essere di provenienza 
esogena perchè i loro nuclei non sono, per esempio, molto diversi da 




Fig. TU. — Gitosi epilettica. Strato molecolare 
della circonvoluzione frontale ascendente 
in un caso di demenza epilettica. Lo 
strato di fibre superficiale ha uno spes- 
sore più che decuplo del normale ed è 
fittissimo. La sovrabbondanza delle fibre 
si estende, attenuandosi, agli strati sotto- 
stanti. Metodo elettivo di Weigkrt. 



IL SL' «STRATO AN VTO.MO-PATOLOG1CO UELI.IÌ MALATTIE MESTALI 



8!> 



quelli — piccoli, rotolili — «Iella nevroglia (Nissl). Se poi gli spazi lin- 
fatici dell'avventizia sono dilatati, essi possono racchiudere dei leucociti, 
specialmente linfociti con poco protoplasma e nucleo scuro, rotondo; e 
linfociti si trovano anche nello spessore dello pareti. Finalmente, può 
avvenire che nella parete limitante degli spazi linfatici vi siano, in mezzo 
alle cellule dell'avventizia, altri elementi, che Alzheimer ritiene di natura 
connettiva e misti a Mastsellen, mentre Nissl li interpreta come 
identici a quelli che si rinvengono in altri organi sotto il nome di cellule 
plasmatiche di Unna. In ogni modo questi elementi possono presentarsi 




: ir- r 
, < ® 

9 ■-> ■ ' ,.■■". 




Pig. 35. 



Edema istologico del cervello: gli spazi perivascolan e pericellnlari sono enormemente 
dilatati (da G. Catola). 



isolati, in modiche proporzioni ed anche in maniera da rimpinzare l'av- 
ventizia e deformarla. 

La dilatazione sistematica e generale delle guaine linfatiche perivasco- 
lari è qualche volta associata a formazione di spazi considerevoli intorno 
alle cellule nervose. Si ha allora quel quadro che fu designato da Léo- 
pold Levi col nome di edema istologico del cervello (fìg. 35). L' edema 
istologico del cervello non dev'essere confuso con la formazione artificiale 
di spazi pericellulari come avviene quando le cellule si raggrinzano per 
difetto di fissazione. 

Coi vasi sono sovente alterate le meningi, principalmente la pia madre. 
Essa è inspessita in tutti i processi cronici e diffusi della corteccia cere- 
brale. L'ipertrofìa del connettivo intorno ai vasi, la sclerosi della corteccia 
e i processi infiammatori creano facilmente aderenze, ora estese, ora lo- 

Tanzi. Psichiatria. — 12. 



911 CAPITOLO III 



calizzate, fra la corteccia e la pia. La pia è anche la sede iniziale e il 
veicolo di processi che turbano profondamente e clamorosamente le fun- 
zioni psichiche, come le meningo-encefaliti. 

La dura madre è molto esposta ai processi infiammatori che spesso 
determinano neoformazioni vasali ed emorragie. I vasi neoformati si iden- 
tificano facilmente perchè nella dura normale non ve ne sono che pochis- 
simi e sottili. Le emorragie si versano dalla superficie esterna : extrame- 
ningee; dalla superficie interna: intermeningee ; o rimangono nello spes- 
sore della membrana: intr ameningee. Quando s'incapsulano, prendono il 
nome di ematomi. Nella dura madre si sviluppano abbastanza frequente- 
mente ossificazioni con adesioni al cranio, che fanno testimonianza di an- 
tichi processi infiammatori. 

Lungo il seno longitudinale della dura madre si scorgono molto spesso 
i rilievi delle granulazioni pae chiamane. Le granulazioni di Pacchioni 
sono masse papillari d'origine connettiva, che partono dalla pia madre 
e s'inoltrano nella dura, logorandola fino a perforarla; di là solcano il 
tavolato interno del cranio, che può esserne addirittura attraversato. Esse 
sono cosi comuni, che costituiscono un reperto insignificante; ma il loro 
numero e la loro grossezza aumentano in seguito ai processi d'infiamma- 
zione cronici. 



III. 



ALTERAZIONI EXTRACORTICALI ED EXTR ACEREBRALI. 

Le varie parti dell'encefalo possono presentare le traccie di processi del 
tutto analoghi a quelli che furono descritti per la corteccia e per le sue 
dipendenze immediate: precoci e tardivi, a focolaio e diffusi, cronici ed 
acuti, con localizzazioni varie alle cellule nervose, alle fibre, alla nevro- 
glia ed ai vasi. Queste lesioni sono un indice e un complemento delle al- 
terazioni corticali ; e talvolta, senza diffondersi alla corteccia, bastano in- 
direttamente a disturbarne le funzioni, chiudendo le vie d'accesso agli 
stimoli sensoriali o le vie di scarico agli impulsi volontari. 

Il midollo spinale è sede frequente di lesioni consecutive a lesioni cere- 
brali ed anche di lesioni autoctone, ma che sono cagionate da fat- 
tori analoghi a quelli che agiscono sulla corteccia. Perciò vi si osser- 
vano: alterazioni cellulari ed alterazioni di fasci, spesso sistematiche, tal- 
volta anche combinate, che per lo più si devono a cause tossiche ; e cosi 
pure alterazioni della nevroglia e dei vasi. 

I nervi periferici vanno parimente soggetti ad alterazioni acute, suba- 
cute e croniche, di carattere atrofico e degenerativo, che qualche volta 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 91 

sono un semplice corteo, altre volte entrano nel meccanismo della psico- 
patia o di qualche suo sintomo, per es. delle parestesie. 

Gli organi dei sensi soggiacciono a tutte le alterazioni possibili. L'a- 
trofìa del nervo ottico è spesso il sintomo collaterale d'un processo mor- 
boso che è anche causa di psicosi. Lesioni esterne dell'orecchio danno 
luogo ad acusmi osi traducono in allucinazioni complesse, agendo come 
cause occasionali di deliri o di contusione mentale. Polipi nasali pos- 
sono provocare accessi convulsivi con tutte le possibili complicazioni psi- 
copatiche. 

Il cranio è tuttora oggetto di misurazioni e studi altrettanto minuziosi 
che sterili. Dal punto di vista anatomo-patologico, esso presenta atrofia 
od inspessimento della diploe, esostosi, osteomi e fratture, che spesso 
costituiscono il movente della malattia corticale. Quanto alle irregolarità 
di forma ed alle varie accidentalità di sviluppo che si manifestano con 
rilievi, protuberanze ed avvallamenti, tutte queste anomalie non hanno 
importanza come causa di malattia o d'anomalia mentale che quando 
raggiungono proporzioni enormi, in modo che riescono avvertiti a prima 
vista anche sulla testa del vivo ; molto più spesso esse non rappresentano 
nulla nel meccanismo genetico della malattia mentale, ma sono una ma- 
nifestazione accessoria od un effetto collaterale d' un processo generale 
in cui risiede la vera origine della psicopatia. 

La macrocefalia è un segno d'idrocefalo, specialmente se è accompa- 
gnata da brachicefalia (testa larga) e convessità frontale (fronte infantile). 
La microcefalia è il correlativo quasi immancabile d'un cervello mostruo- 
samente piccolo. La cimboeefalia (depressione della regione bregmatica) 
rivela precocità di chiusura nella fontanella anteriore. La plagiocefalia 
(asimmetria fra le due metà laterali del cranio) è l'effetto d'un mancato 
parallelismo fra i processi di sinostosi che si compiono a destra ed a 
sinistra del piano mediano verticale. La depressione della radice nasale, 
frequente nel mixedema congenito e nel cretinismo, dipende da anticipata 
ossificazione della sinfisi occipito-sfenoidale. Anche l'ultra-brachicefalia 
come pure l'ultradolicocefalia sono indizi d'anomalie evolutive a base 
patologica. Invece non hanno che un valore etnologico la dolicocefalia 
e la brachicefalia, le cui formule numeriche esprimono uno dei caratteri 
più costanti e più infallibili della razza. È probabile che dall' infanzia in 
poi Vindice cefalico, cioè il rapporto centesimale del diametro biparietale 
al diametro antero-posteriore del cranio, si conservi inalterato durante 
tutto il periodo dell'accrescimento. Sebbene sia assai difficile verificare 
simile misura d' anno in anno sopra un gran numero di bambini o di 
adolescenti, senza mai perderli di vista fino all'età matura, tutto induce 
a credere che l'indice cefalico sia un carattere individuale della massima 



92 CAPITOLO III 



importanza; ma non si comprende quali applicazioni si possano ricavare 
per la clinica dalla conoscenza di questo carattere antropologico. 

Le particolarità di forma, che si possono cosi facilmente verificare nella 
testa degli alienati, furono dapprima interpretate come cause visibili di 
pretese anomalie intracraniche a cui venivano attribuiti i disordini e i 
pervertimenti psichici. In realtà il cervello può svolgersi normalmente in 
qualunque scatola ossea, e l'intelligenza si adatta per mezzo d'associa- 
zioni intercellulari, qualunque sia la configurazione dei giri corticali, salvo 
i casi di deviazione estrema. Le sorti intellettuali, più che da queste este- 




Fig. 36. — Cranio peruviano con deformazione artificiale fper fasciature) (ti tipo Quicliua: nella 
razza Quichna (che si sostituì nel dominio a quella degli Aymarà e che concorse allo sviluppo 
d'una civiltà fiorente) si sottraeva all'uso della fasciatura solo chi non poteva resistervi per 
le sofferenze della compressione, e perciò la testa assumeva la forma d'una vescica compressa 
lungo le fascie e rigonfia nelle parti lihere (dal Mvseo Antropologico di Firenze diretto dal 
prof. Taolo Mantegazza). 

riorità, dipendono dal numero, dallo sviluppo dendritico e dall'attività fun- 
zionale dei neuroni. 

La prova di questa relativa indipendenza si scorge al massimo grado 
nelle deformazioni artificiali del cranio. Fra gli antichi Peruviani vigeva 
l'abitudine di stringere il capo dei neonati tra fasciature compressive, in 
modo che rimaneva permanentemente deformato per tutta la vita. La po- 
polazione era divisa in due razze conviventi, e tutti i teschi raccolti in 
grande abbondanza dai tumuli portano l'impronta di questa costumanza 
nazionale che fu praticata per una lunga serie di generazioni. I sistemi 
di deformazione erano due, spinti entrambi fino all'inverosimile (fìg. 36 
e 37). Eppure da queste teste mostruose nacque una civiltà di cui riman- 
gono insigni monumenti e svariate memorie. 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOG1CO DELLE MALATTIE MENTALI 



93 



Se si esamina un cranio estremamente basso, ma non deformato, come 



Jm Wk 






B-"-j 









Fis. 37. — Cranio peruviano con deformazione artificiale (per fasciature) di tipo Aymarà : nella 
razza Aymarà (che lasciò traccio di alta civiltà) queste deformazioni erano generali e si riscon- 
trano dì resola in tutti i crani (dal Museo Antropologica di Firenze). 




Fig. 38. — Cranio di tipo inferiore. 



Ito nella Terra del Fdoco, con ampi soni frontali , forti : 



cat^^'iarr^^isnmVs^amdi^io rlSevodi tntte le creste ossee che servono all'in 
ser/ione di muscoli (dal Ihisro Antropologico di Firenze). 



per esempio quello di un abitante della Terra del Fuoco (fig. 38), si dovrà 
ch'esso differisce da un cranio europeo di tipo elevato (fig. 39) 



convenire 



94 



CAPITOLO III 



assai meno che non ne differiscano i due tipi peruviani con deformazione 
artificiale ; e ciò malgrado la povertà intellettuale di quelle rozzissime 
popolazioni notoriamente dedite all'antropofagia. 

Le anomalie del cranio, non che cause, spesso non suini neppure l'ef- 
fetto di speciali o per lo meno di note anomalie cerebrali, il cui signifi- 
cato psicologico costituirebbe in ogni modo una nuova incognita. Mal- 
grado la subordinazione generica che vincola lo sviluppo del cranio a 
quello del cervello, questa corrispondenza non arriva mai fino al det- 
taglio. Perciò è vano cercare nel capo dei vivi o nel teschio dei morti la 
rivelazione esterna della pazzia e della degenerazione o, come pretendeva 
Gall, l'indice qualitativo e quantitativo dell'intelligenza e del carattere. 




Fig. 3y. — Cranio europeo di tipo elevato (ila confrontare con le fig. 36, 37, 38). 



Con assai maggior fondamento il cranio fu assoggettato ad investiga- 
zioni e misurazioni come sede preferita di anomalie ataviche o di arresti 
evolutivi in cui si volle riscontrare il marchio della degenerazione mo- 
rale. Anche da questo punto di vista l'importanza delle cosi dette 
stigme degenerative non è molto grande per la diagnosi individuale. Dalle 
statistiche antropologiche raccolte specialmente per opera di Lombroso, 
Marro ed altri risulta che certe anomalie prevalgono fra i pazzi e i cri- 
minali in confronto ai normali, cioè agli intelligenti ed agli onesti ; ma 
tale prevalenza è assai piccola sia per riguardo al numero dei casi posi- 
tivi, sia per riguardo al numero ed alla gravità delle anomalie riscontrate 
nella media dei casi. Le anomalie più o meno ataviche sono abbastanza 



IL SUBSTRATO ANATOMO-PATOLOGICO DELLE MALATTIE MENTALI 95 

frequenti anche nel cranio di persone psichicamente normali ; e molte ano- 
malie che passano come stigme degenerative non sono che l'espressione 
di lievi irregolarità o processi patologici, il cui significato non va preso 
oltre alla lettera. Perciò la presenza di stigme anche indubbiamente de- 
generative non può costituire un criterio d'inferiorità psichica nei sin- 
goli individui se non a titolo d'una lontanissima probabilità. 

Tra i visceri, nei polmoni si osservano, oltre ai reperti ordinari : polmo- 
niti per alterazioni del vago, che talvolta formano l'epilogo della paralisi 
progressiva (Bianchi); polmoniti da inspirazione nei dementi, negli idioti, 
negli epilettici, nei marastici che non tossono; occlusione delle vie aeree 
per ingresso di corpi estranei favorito da anestesia o dalla voracità dei 
malati (epilettici, paralitici, idioti). Nei catatonici, che non reagiscono 
agli stimoli esterni e che stanno abitualmente immobili, è frequente la 
tubercolosi. 

Il cuore degenera negli stati di marasmo, che costituiscono il quadro 
finale di varie psicosi croniche. Si ha ipertrofìa del ventricolo sinistro per 
varie cause spesso strettamente connesse con la psicosi: negli epilettici 
inveterati per eccesso di resistenze funzionali e transitorie nel circolo 
sanguigno; nei dementi per arteriosclerosi; nei paralitici per concomi- 
tanti lesioni renali. 

Nei grossi vasi si notano ectasie, placche arteriosclerotiche, alterazioni 
sifilitiche, arteriosclerosi diffusa ; nei piccoli vasi si trovano le medesime 
lesioni, indizio di quelle del tutto identiche che si ripetono nel cervello o 
in organi molto solidali col cervello, come per esempio il rene. 

Nello stomaco è assai comune la dilatazione fra i dementi cronici e gli 
idioti a motivo della loro voracità; il catarro [lastrico negli alcoolisti; 
l'atrofia della mucosa noi casi di gastrite cronica cosi spesso associati a 
melancolia o ad ipocondria. L'intestino presenta alterazioni catarrali ed 
atrofiche assai frequenti nei marastici, cioè nella massima parte dei pazzi 
che muoiono al manicomio. L'enterite pellagrosa ha caratteri speciali che 
meritano la massima attenzione: forte atrofia, iperemia con ulcerazioni 
nel crasso e specialmente nel retto. 

I reni sono sede frequentissima di alterazioni svariate, che a seconda 
dei casi sono la causa immediata o mediata della psicosi, e talvolta non 
ne sono che un fenomeno concomitante dovuto ad una causa tossica 
comune. Sono ben pochi i cadaveri di pazzi che non presentino altera- 
zioni renali. 

II fegato e la milza portano non di rado le traccie di processi patologici 
che spiegano anche i disordini psichici. È noto volgarmente l'effetto rat- 
tristante dell'itterizia. La cirrosi epatica è spesso il complemento dell'al- 
coolismo cerebrale. Il tumore di milza può documentare un'infezione che 



96 CAPITOLO III 



ha portato conseguenze acute od anche durature nelle funzioni intellet- 
tuali. 

Negli organi genitali si riscontrano anomalie congenite ili conformazione ; 
ipotrofia dipendente da discrasie generali come nelle varie l'orme di infan- 
tilismo : mixedematoso, distrofico, cerebroplegico. Si possono osservare 
anche segni di malattie acquisite, che ben di raro rimangono senz' in- 
fluenza sull'origine o sul decorso d'una psicosi : fu descritta una gonocoe- 
cofrenia. Talvolta si osservano ipertrofie e deformazioni provenienti da 
abitudini psicopatologiche, sopratutto per onanismo. 

Nei muscoli si possono riscontrare, oltre all'atrofia per dimagramento, 
atrofie funzionali con localizzazione circoscritta o diffusa ed atrofie siste- 
matiche di origine neuropatica, principalmente nei casi di cerebroplegia 
infantile e in cpielli di demenza postapoplettica. 

Nella pelle si osservano distrofie e decubiti. Nelle ossa vizi di con- 
formazione congeniti, asimmetrie scheletric/ie in rapporto con paralisi ed 
atrofie muscolari di lunga data, specialmente contratte nell'infanzia ; 
atrofie, distrofie, Va fragilità abnorme, determinata da rarefazione ossea e 
impoverimento calcare, che può giungere a segno da dar luogo a fratture 
per minimi traumi ; Yosteomalacia. 



CAPITOLO IV. 

La sensibilità 



FISIOLOGIA GENERALE DEI PROCESSI 
SENSORIALI E SENSITIVI 

Gli organismi viventi hanno la proprietà di n trirsi, di moltiplicarsi e di 
reagire. Reagire significa adattarsi, momentaneamente o durevolmente, 
alle novità talvolta effimere, talvolta permanenti che vengono ad alterare 
le condizioni in mezzo a cui viviamo. Ogni reazione non è dunque che 
un cambiamento necessario od utile per la continuazione della vita. Nel 
protoplasma cellulare la proprietà di reagire si dice irritabilità. Negli or- 
ganismi pluricellulari le reazioni si compiono attraverso al sistema ner- 
voso, che segnala i fenomeni dell'ambiente esterno, e a questo modo si 
rende capace anche di sfruttarli o di resistervi con movimenti adeguati : 
attrattivi verso gli stimoli favorevoli, repellenti di fronte agli stimoli 
nocivi. 

I primordi dell'organizzazione nervosa sono assai semplici. La mas- 
sima parte delle variazioni esterne o non produce alcun effetto nell'ani- 
male o l'uccide senz'altro ; vi è soltanto un ordine od un gruppo circo- 
scritto di fenomeni che agiscono come stimoli e provocano una reazione 
speciale, sempre la stessa. Ad una funzione cosi elementare non è punto 
necessario un apparecchio complesso d'associazione in cui si svolgano 
processi coscienti. Basta che un certo numero di cellule o neuroni che 
chiameremo antropomorficamente sensitivi, ricettacoli di forza meccanica 
o chimica in istato di tensione, si sparga nel tegumento esterno e vada 
ad applicarsi con le sue terminazioni sopra un gruppo di neuroni mo- 
tori, e si avranno quegli invariabili ed inconsci movimenti di retrazione o 
di prensione, di fuga o di avvicinamento, di cui l'animale ha bisogno per 
salvarsi o per nutrirsi. Quanto più l'organismo animale si perfeziona, 
tanto più è esposto alla varietà delle influenze esterne, e perciò si trova 

Tanzi, Psichiatria. — 13. 



98 CAPITOLO IV 



nella necessità di ricorrere a nuovi adattamenti, ossia a reazioni sempre 
più differenziate e numerose. L'organizzazione del sistema nervoso si per- 
feziona anch'essa e dà luogo ad una moltiplicazione di meccanismi spe- 
ciali, accentrati in masse gangliari, che agiscono l'una senza sapere del- 
l'altra ed ignorando sé stesse : questo tipo di adattamento è raggiunto al 
massimo grado negli artropodi. 

Ma a misura che la varietà delle reazioni aumenta ancora, bisogna che 
i meccanismi speciali cessino d'essere separati ed autonomi, e s'impone 
la formazione di un unico meccanismo sovrastante, generale e complesso. 
Ufficio di questo meccanismo è di poter dominare le vicende esterne, che 
sono tanti problemi presentati alla sua operosità, non più con reazioni 
stereotipate, ma con risposte adeguate ai singoli casi, mettendosi in rap- 
porto e quasi assidendosi arbitro fra i meccanismi speciali che fanno capo 
ai gangli e che determinano i movimenti reflessi. 

Vi è un punto oltre al quale il differenziarsi di nuovi meccanismi spe- 
ciali diventerebbe dannoso. L'economia di spazio rende impossibile una 
simile moltiplicazione che, per far riscontro ai bisogni crescenti, non do- 
vrebbe mai arrestarsi, e finirebbe col portare ingombro all'organismo, 
pregiudicando lo sviluppo e le funzioni di organi e tessuti diversi dal ner- 
voso, ma ancora più necessari alla vita. 

L'economia di tempo condanna come incongrua ai bisogni non solo in- 
cessanti e svariati, ma spesso anche del tutto insoliti ed improvvisi, una 
serie di meccanismi specifici che, per rispondere ciascuno al proprio uf- 
ficio, dovessero formarsi apposta e raggiungere nella filogenesi una per- 
fezione altrettanto faticosa che lenta, forse quando il bisogno provocatore 
è già altrimenti risoluto o quando ne è scomparso il movente. 

Ver non restare sopraffatto dal numero e dalla volubilità degli stimoli, 
l'organismo deve dunque possedere od acquistare un meccanismo accen- 
tratore, a cui confluiscano le impressioni degli agenti esterni e donde 
possano diffondersi reazioni opportune, ma non prestabilite, anche di 
frmite a combinazioni musate di stimoli. E cosi si provvede ai casi nuovi, 
cosi s'improvvisano gli attacchi e le resistenze che escono dal programma 
dell'automatismo biologico, cosi si padroneggia l'imprevisto. In luogo d'una 
sequela interminabile d'adattamenti speciali e consuetudinari, un'adatta- 
bilità generica e buona a tutti gli usi, con adattamenti d'occasione; in 
luogo d'un corredo di rapporti chiusi fra date azioni esterne e date rea- 
zioni nervose, un congegni! di rapporti indefiniti fra un numero stermi- 
nato e sempre accrescibile di stimoli esterni e un sistema sempre più 
complicabile di reazioni nervose che sono il frutto d'una discriminazione 
cosciente e l'oggetto d'una determinazione volontaria corroborata dalla 
previsione delle conseguenze. 



1.4 SENSI UILITÀ 90 



Il perfezionamento funzionale del sistema nervoso, in quanto unifica gli 
adattamenti reattivi in un organo assai complesso e capace di emanci- 
parsi dalla tirannia delle reazioni obbligate, conduce necessariamente al- 
l'intelligenza, e vi arriva passando appunto per la sensibilità. Questa or- 
ganizzazione superiore del sistema nervoso, che si afferma massimamente 
nell'uomo, non esclude l'utilità delle reazioni reflesse. Ecco quindi la ra- 
gione della coesistenza in un sistema nervoso elevato dei centri inferiori 
per le reazioni reflesse e di centri superiori per le distinzioni e determi- 
nazioni coscienti : l'automatismo che vegeta e prospera accanto all'intel- 
ligenza. 

Aftinché il sistema nervoso possa rispondere volta per volta in modo 
differente, è necessario che siano sentiti in modo differente i fenomeni 
esterni da cui sono determinate le sue reazioni ; che ogni fenomeno si 
raccomandi possibilmente per qualche contrassegno e sfugga al pericolo 
d'andar confuso con gli altri, ossia di passare inavvertito ; che insomma 
le differenze obiettive e talvolta assai minute, su cui è fondata l'indivi- 
dualità dei vari fenomeni, si traducano in differenze subiettive. Perciò oc- 
corre che i fenomeni siano decomposti nei loro singoli elementi e che il 
sistema nervoso, assoggettandoli ad un processo analitico, riesca ad iso- 
lare l'elemento o gli elementi differenziali, senza di che non potrebbe mai 
assorgere alla capacità di distinguere le incessanti modificazioni che pre- 
senta il mondo esterno, sia nei suoi momenti successivi, sia tra le vario 
sue parti in uno stesso momento. 

L'azione fisiologica delle energie esterne è favorita dalle strutture che il 
sistema nervoso assume negli organi dei sensi e dovunque la superficie 
del corpo è esposta al contatto delle vicissitudini esterne. Ciascuna di tali 
strutture, diversissime fra loro, è straordinariamente appropriata a risen- 
tire un dato ordine d'energie, circoscritto con rigore, reagendo varia- 
mente alle minime differenze che si avverino in quella categoria ristretta 
di fenomeni, ma rimanendo muta ed inerte a tutti gli altri : per la luce i 
bastoncini e i coni della retina — squisitamente sensibili all'influenza chi- 
mica dei vari colori e distribuiti in una superficie estesa come una lastra 
fotografica ; pel suono le cellule ciliate di Corti — pronte a vibrare al- 
l'unisono con le varie note e (orse graduate nelle dimensioni come stru- 
menti musicali; pei contatti un gran numero di terminazioni più semplici, 
di fibre e non di cellule — appena sufficienti ad avvertire differenze quan- 
titative di compressioni. 

I processi fisiologici d'analisi, che si compiono negli apparecchi perilc- 
rici del sistema nervoso, devono conservare la propria individualità, pro- 
lungandosi per vie separate, fino all'apparecchio centrale, che è capace, 
raccogliendo le differenze tra i fenomeni dei vari ordini, di distinguerle. 



100 CAPITOLO IV 



di compararle e di modellare la propria attività motoria od inibitrice se- 
condo il complesso delle notizie che riceve continuamente da tutte le parti 
e sotto svariatissime forme. 

Perciò, dove le fibre sono più addensate e incrocicchiate la trasmis- 
sione distinta delle notizie è assicurata, negli organismi più evoluti, da 
una sostanza isolante, la mielina, che inguaina il cilindrasse conducente 
come i giri della seta intorno al filo elettrico. E fra gli elementi nervosi 
comparisce, nei vertebrati, un nuovo tessuto complementare, la nevroglia, 
tracciando la strada alle fibre nervose che fin dai primi albori della vita 
si devono sviluppare in direzioni risolute e con una meta precisa; avvol- 
gendo le cellule nervose quasi per proteggerle da maltrattamenti e so- 
pratutto da dispersioni d'attività; ramificandosi intorno ad esse con una 
delicatezza che traspare dalla singolarità delle sue disposizioni e dalla 
piccolezza insolita dei suoi corpuscoli. 

Cos'i nasce e cosi si perfeziona, in un organo proprio, l'intelligenza, 
avendo per condizione indispensabile la sensibilità e per obiettivo pratico 
le azioni volontarie. Ma acciocché quest'obbiettivo pratico sia effettiva- 
mente ed utilmente raggiunto, cioè nell'interesse dell'individuo e della 
specie, è necessario che si verifichi una corrispondenza sistematica tra i 
fantasmi interni e le realtà esterne, fra ciò che avviene in noi e ciò che 
sta fuori di noi. Se la corrispondenza tra il mondo subiettivo e il mondo 
obiettivo mancasse completamente, tutta la lunga serie di visioni e di 
azioni che costituisce, dalla nascita alla morte, il ciclo d'una vita psi- 
chica, si ridurrebbe ad un sogno privo d'analogie col resto dell'universi!: 
l'uomo stesso, pellegrino senza meta, traverserebbe la realtà come addor- 
mentato, portandosi dietro disutilmente un fardello ili pure illusioni. Se 
poi la corrispondenza ci fosse, ma senza i caratteri della fedeltà e della 
costanza, i processi psichici costituirebbero una guida cosi fallace, un'arma 
cosi malsicura nelle battaglie per la vita, da riuscire un vero inciampo, 
un argomento di debolezza, una funzione mostruosa, la cui apparizione 
nella filogenesi e nell'ontogenesi non avrebbe, biologicamente, alcuna ra- 
gione di essere e condurrebbe anzi ad una fatale inettitudine alla vita. 
La grande utilità della corrispondenza fra i fenomeni esterni e gli inte- 
riori ha permesso alle funzioni sensoriali di differenziarsi sempre più, e< I 
alle funzioni intellettuali di complicarsi, elaborando il materiale fornito 
dai sensi. Una lieve aberrazione da questa legge di corrispondenza, anche 
tra i confini modesti della semplice sensibilità, basta invece non di rado 
a produrre quel grave fallimento biologico, che è la pazzia. 

Le immagini concrete degli oggetti e dei fenomeni esterni risultano da 
una folla di percezioni elementari e dalla coscienza dei loro reciproci 
rapporti. Si chiama sensazione il processo subiettivamente indecomponi- 



LA SENSIBILITÀ 101 



bile con cui il sistema nervoso avverte uno stimolo semplicissimo d'una 
categoria determinata ; si chiama percezione il processo per cui le sensa- 
zioni concomitanti sono integrate fra di loro e coi ricordi di altre sensa- 
zioni simili o dissimili, ciò clie richiede un certo grado d'attenzione e 
permette d'inquadrare le immagini degli avvenimenti e degli oggetti nel 
tempo e nello spazio, di obiettivarle nettamente nel mondo esterno, di 
utilizzarle come strumento di conoscenza. 

La sensazione non ha che una esistenza teorica, perchè non si presenta mai 
isolata. Data la mutevolezza dell'ambiente esteriore, la molteplicità dei nostri 
apparecchi di senso e l'irresistibilità delle associazioni che si formano im- 
mediatamente fra le varie sensazioni simultanee e successive della stessa 
categoria od anche d'ordini diversi, praticamente anche le unità elemen- 
tari dei sensi sono percezioni, e noi non possiamo raffigurarci le sen- 
sazioni che sotto forma di percezioni, riducendone i ricordi alla massima 
semplicità possibile o pensandole astrattamente (ma senza riescire a raf- 
figurarcele) come frazioni del fenomeno percettivo. 

Fra le varie immagini sensoriali e percettive si fanno distinzioni di 
qualità, di quantità, di coesistenza e di successione. Le distinzioni per 
qualità e quantità riguardano più specialmente le sensazioni semplici ; le 
distinzioni per coesistenza e per successione si applicano largamente anche 
alle percezioni. Nei vari ordini di sensi hanno una parte preponderante 
singole specie di associazioni : le immagini visive e tattili sono coordinate 
nei loro elementi e con le immagini circostanti per rapporti di coesistenza; 
le immagini uditive, gustative ed olfattive si dispongono nei loro elementi 
e in rapporto con le altre immagini per ordine di successione. Cosi si 
disegnano e si fissano le linee di riscontro di cui ci serviamo per formarci 
la nozione pratica del tempo e dello spazio. Questa nozione empirica è in- 
dispensabile per orientarci in mezzo alle svariate impressioni dei nostri 
sensi, e si può paragonare ad un'impalcatura su cui disponiamo ed appog- 
giamo le nostre percezioni come pure i loro ricordi. 

Senza la nozione empirica di tempo e spazio le immagini sensoriali e 
rappresentative cadrebbero nel vuoto e non sarebbe possibile di valersene 
come materiale di conoscenza: le percezioni sarebbero ridotte all'uf- 
ficio di stimoli semplici e grossolani, come la fame o il dolore, e la vita 
psichica non oltrepasserebbe la sua forma rudimentale che è appunto la 
sensibilità. 

PATOLOGIA DELLA SENSIBILITÀ. 

Fra i disordini della sensibilità e quelli dell'intelligenza vi sono rap- 
porti di dipendenza nelle due direzioni ; ma spesso si osservano rapporti 



10'-' CAPITOLO IV 



di semplice concomitanza perchè una causa comune, per esempio una 
malattia diffusa dell'encefalo, del nevrasse o dell'intero organismo, col- 
pisce in pari tempo le due categorie di funzioni. Non è infrequente il 
caso di alterazioni mentali con integrità di tutti i processi sensitivi, come 
tra i melancoliei, i paranoici, gli imbecilli. E si danno esempì ili lesioni 
anche gravi della sensibilità senz'alcun disturbo dell'intelligenza. La ce- 
cità e la sordità, se sono acquisite od anche se sono congenite, purché 
compensate mercè l'educazione degli altri sensi, non influiscono sulle fun- 
zioni intellettuali. Le parestesie dei tabetici, il ronzio agli orecchi degli 
anemici e degli otitici, l'analgesia dei siringomielici non provengono dal- 
l'intelligenza e, di regola, non la disturbano. L'anosmia, l'ageusia pos- 
sono essere dovute a cause periferiche, come la coriza, e del tutto insi- 
gnificanti per la psichiatria. 

Tranne le eccezioni che si verificano caso per caso, non v'è forma della 
sensibilità, dalla cenestesi alla vista ed all'udito, che non meriti da parte 
dell'alienista il più vivo interesse. 

Cenestesi. — L'esercizio complessivo ed incessante delle l'unzioni sensi- 
tive, oltre alla somma delle notizie particolari che ci procura sul mondo 
esterno e sul nostro corpo, è sorgente perenne d'una coscienza generale 
e confusa, ma spesso assai attiva, che ci formiamo di momento in mo- 
mento sulla validità funzionale dell'organismo in tutte le sue parti, anche 
in quelle che, isolatamente ed allo stato d'integrità, non fanno mai sen- 
tire la propria voce. Una cenestesi perfetta ci dà un senso di benessere 
lieve, ma cosi profondi) che sfida l'imperversare delle sventure esterne 
e prende il sopravvento sui dolori morali affrettandone la scomparsa. Una 
cenestesi alterata, anche se dipende da disturbi singolarmente poco av- 
vertibili della sensibilità, produce uno scoraggiamento a cui non si sot- 
traggono talvolta gl'individui normali e in buona salute. Certe oscilla- 
zioni moderate della cenestesi sono anzi un fatto volgare e quotidiano 
della vita fisiologica: il classico benefìzio corporale del mattino, un bagno 
caldo, l'improvvisa scomparsa dell'umidità atmosferica , il movimento 
d'un treno ferroviario, lo stato di perfetto equilibrio da parte delle fun- 
zioni sessuali modificano la nostra cenestesi e il nostro stato d'animo, 
accrescendo o diminuendo l'energia delle azioni. Dopo una malattia, la 
convalescenza dà momenti di benessere che rendono deliziosi gli atti per 
solito indifferenti, come la minzione, il respiro, il cammino. 

Nei malati di niente spesso è alterato il rapporto tra la cenestesi e lo 
stato reale dell'organismo, sia perchè il medesimo processo morboso fe- 
risce in pari tempo i centri psichici e le sorgenti viscerali della sensibi- 
lità, sia perchè un'irritazione locale dei centri somestetici risveglia sensa- 



LA SENSIBILITÀ 103 



zioni vaghe, ma vivaci di malessere o di benessere che sembrano prove- 
nire dai visceri e sono erroneamente riferite ad essi. 

La paralisi progressiva non risparmia mai i centri somestetici e l'eu- 
foria gratuita dei paralitici è uno degli indizi più sicuri per la dia- 
gnosi. I pochi paralitici che non presentano euforia vanno difficilmente 
esenti dallo stato opposto : un malessere tormentoso, continuo, indescri- 
vibile li rende talvolta irritabili, accasciati, tristi per settimane e mesi 
interi senza un minuto di sosta, fino alla disperazione. Altre volte la di- 
sestesia generale si manifesta in modo più tenue e più indiretto, sugge- 
rendo deliri ipocondriaci. 

Sono spesso euforici anche i maniaci ; e talvolta i dementi senili per 
cause analoghe a quelle dei paralitici. Parimente, nell'involuzione senile 
si hanno momenti o fasi di depressione gravissima, che dipende da alte- 
razioni cenestetiche d'origine centrale, e che rende più srave ed ostinata 
la melancolia dei vecchi. Nei nevrastenici un'iperestesia abituale della 
cenestesi determina uno stato ili depressione irritabile che è forse il sin- 
tomo più caratteristico di questa infermità. Negli amenti in istato di con- 
fusione acuta la cenestesi è variabile, ma di tanto in tanto è notevole uni. 
sgomento che è dettato dal senso di deficienza generale e più specialmente 
di deficienza mentale : i malati si accorgono di non percepire rettamente 
le cose o di percepirle a stento e, malgrado la difficoltà che provano ad 
esternare ed a concepire chiaramente le proprie idee, dipingono con frasi 
espressive l'imbarazzo e quasi lo stato di paralisi intellettuale in cui sen- 
tono di trovarsi, sebbene non lo possano capire pienamente. Gli amenti 
della forma attonita sono invece quasi sempre affetti da analgesia gene- 
rale di tutto il corpo. 

Un'espressione importante della cenestesi è quella forma di sensibilità 
che si riferisce in genere al sistema muscolare od a buona parte di esso. 
11 senso della fatica manca completamente nei maniaci, che perciò mol- 
tiplicano la loro spesso inutile attività, vegliano, gozzovigliano, si danno 
al chiasso durante la notte, e non si accorgono di disperdere [lazzamente 
le loro forze e la loro salute. Un'esagerazione della sensibilità alla fatica, 
specialmente muscolare, è invece il fastidio quotidiano dei nevrastenici, 
che perciò sarebbero tratti a risparmiarsi, trincerandosi nel riposo : ma la 
continua scontentezza di sé stessi rende questi malati cosi pessimisti e ti- 
midi di fronte all'avvenire, ch'essi si rappresentano in modo esagerato i 
danni finanziari o morali dell'inattività, e finiscono per condannarsi 
volontariamente ad un sopralavoro capace soltanto di aggravare il loro 

malessere. 

Nel disordine della cenestesi che caratterizza gli stati di contusione 
mentale spuntano altre irregolarità del senso muscolare, (ili amenti, ipa- 



104 CAPITOLO IV 



ralitici, gli alcoolisti si sentono leggieri e qualche volta si abbandonano 
ad illusioni assurde, come quella di volare, d'essere trasformati in su- 
ghero o in gas, di non esistere che spiritualmente. 

Oppure si verificano lacune nel senso della personalità somatica : de- 
menti precoci, paralitici credono che manchino loro le gambe, la testa, 
il cuore, lo stomaco. O si hanno alterazioni strane e sistematiche della 
cenestesi : l'intestino è otturato, il torace è fragile come il vetro, il corpo 
è imputridito, la lingua è discesa nel ventricolo, la statura è nana o gi- 
gantesca, le braccia sono smisurate, l'appetito pare od è insaziabile, la 
potenza sessuale pare od è straordinaria, la l'orza muscolare sembra (e 
non è mai) triplicata. 

Le metamorfosi della cenestesi, succedendosi con una certa regola, ac- 
ci impagliano e forse determinano quelle alternative d'umore e di condotta 
che costituiscono la pazzia circolare. Un brusco e completo cambiamento 
nel modo di sentire sé stessi può rompere il senso della propria conti- 
nuità e fornir materia a deliri di mutata personalità o di sdoppiamento 
in due personalità alternanti. Talvolta il mutamento è cosi generale e 
profondo, che anche la memoria segue in parte le sorti della cenestesi. 
In certi casi famosi d'isterismo si notarono uno stato primo ed uno stato 
secondo della cenestesi, del carattere, della condotta, che si avvicenda- 
vano regolarmente nel corso della vita con antitesi perfetta di manifesta- 
zioni : i ricordi degli stati primi rimanevano sospesi durante l'imperver- 
sare degli stati secondi, e viceversa ; insomma tutte le forme dell'attività 
psichica cambiavano d'indirizzo, come se due anime si fossero disputate 
il dominio d'un unico corpo. 

Sensibilità tattile, termosensibilità, sensibilità dolorosa. — h'alcoolismo 
è causa frequente di nevriti che si manifestano con anestesie ed anal- 
gesie abbastanza estese, per esempio, della mano, dell'avambraccio, della 
faccia, per lo più sotto forma multipla, ma senza simmetria. Simili di- 
sturbi confermano l'origine alcoolica dei disordini mentali. 

Fra i degenerati è frequente una certa insensibilità al tatto ed al do- 
lore che si suol misurare col mezzo della corrente indotta \algometria 
elettrica). Occorre una corrente più intensa dell'ordinario perchè gli in- 
dividui ili questa specie riescano ad avvertirne la presenza; e ci vuole 
una corrente più intensa ancora perchè ne risentano dolore o cessino di 
sopportarne il contatto. Ciò non dipende da aumento di resistenza, ma da 
diminuzione di sensibilità, ossia da una inferiorità funzionale. La stessa 
inferiorità si riscontra normalmente nelle popolazioni primitive e nelle 
classi lavoratrici delle società civili. Essa si spiega in parte con le con- 
dizioni della pelle, esposta agli attriti ed alle lesioni d'un lavoro rude 



LA SENSIBILITÀ 105 



e continuo, in parte con la mancanza d'esercizio, che ottunde la squisi- 
tezza della sensibilità tattile. 

Secondo Lombroso le donne, malgrado la delicatezza originaria ed 
acquisita della loro cute, sentono il dolore fisico meno del sesso maschile. 
Di qui un marchio d'inferiorità antropologica che gli anti-femministi 
infliggono alle donne anche nel campo delle manifestazioni intellettuali. 
Agli occhi di costoro la genialità scientifica ed artistica di cui eccezional- 
mente ha potuto dar prova qualche donna, l'originalità, l'inventività, sono 
requisiti maschili : se si smarriscono per accidente in un cervello femmi- 
nile, è in seguito ad un'aberrazione dello sviluppo, analoga a quella che 
produce la ginecomastia nei maschi. AU'infuori di questi casi eccezionali, 
la donna sarebbe meno intelligente e meno sensibile dell'uomo. 

Le anestesie e le iperestesie costituiscono una delle più caratteristiche 
fra le cosi dette stigme dell'isterismo e danno luogo alle zone isteriche. 
Si tratta di punti ed isole insensibili o dolorabili, di solito non più d'una, 
e che si localizzano al bregma, alla regione mammaria, all'inguine, od 
anche in altre parti, ma poco estese, del ventre, del torace, degli arti o 
della faccia. Ne presentano spesso, insieme a parestesie, anche i nerra- 
stenici costituzionali. Le iperestesie del dolore vanno distinte dalle topo- 
oìgie, che sono punti non dolorabili, ma dolenti. 

Queste zone isteriche hanno sempre un'origine centrale. Esse si mani- 
festano come la proiezione centrifuga d'una rappresentazione più o meno 
cosciente, ossia d'una paura che dalle anomalie d'innervazione proprie 
dell'isterismo trae la capacità di esteriorizzarsi, ossia di contrarre un'as- 
sociazione insolita e viziosa che non è possibile nei normali, nemmeno 
per uno sforzo di volontà. Qualche volta le anestesie e le iperestesie cir- 
coscritte non sono che il prodotto d'una suggestione involontaria da parte 
di medici zelanti e malaccorti. 

Nei maniaci e negli amenti è assai notevole l'insensibilità al freddo, per 
cui questi malati si scoprono in pieno inverno, passeggiano in camicia, 
tengono le finestre aperte sfidando le intemperie. Ma la causa d'una si- 
mile anestesia è puramente emotiva: nell'agitazione d'una psicosi acuta 
si trascurano le eccitazioni esterne, come il dolore delle percosse e delle 
ferite nell'infuriar d'una rissa o d'una battaglia. I maniaci sono sempre 
in faccende, gli amenti navigano per lidi fantastici e non prestano atten- 
zione alle vicende atmosferiche, nemmeno quando sono costretti all'im- 
mobilità nella cella d'un manicomio. Non per questo sono al riparo dalle 
conseguenze obiettive del freddo, che anzi sono rese più gravi dall'impru- 
denza dei malati. 

Nei melane olici la concentrazione ostinata sopra un'idea delirante o 
sopra un proposito sinistro paralizza la sensibilità dolorosa e viscerale, 

Tanzi, Psichiatria. — 14. 



10(5 CAPITOLO IV 



facilitando certe maniere raccapriccianti di suicidio, la mutilazione delle 
membra, lo strappo dei capelli. Nei dementi, nei paralitici, negli idioti 
manca qualche volta la tosse, perchè anche quest'umile l'orma di sensi- 
bilità è deficiente. Forse è per un motivo analogo che molti fra questi 
stessi malati non padroneggiano bene i propri bisogni corporali. 

Senso genetico. — Talvolta eccitato nei dementi senili, nei paralitici, 
negli idioti, nei meìancolici, negli epilettici, il senso genetico è assai più 
spesso assopito e quasi mancante, sia in queste categorie di alienati, sia 
in tutti gli altri. Tutti i dementi secondari, i dementi precoci allo stadio 
terminale, la maggioranza degli idioti, degl'imbecilli, dei paranoici, < Ielle 
isteriche, dei nevrastenici, degli alcoolisti sono piuttosto casti o addirit- 
tura astinenti. 

Nei manicomi gli atti contrari al buon costume sono rari, e la sorve- 
glianza da questo lato è delle più facili. L'erotismo si manifesta ingenua- 
mente con profferte laide o con l'onanismo in malati molto agitati o 
molto confusi o molto dementi : maniaci gravissimi, amenti, dementi pre- 
coci ai primi stadi, epilettici prossimi all'accesso. Negli epilettici i tras- 
porti erotici possono rappresentare un equivalente della crisi convulsiva, 
e in tal caso assumono qualche volta forme mostruose e criminali : la 
coscienza è assente od obnubilata. 

Le sole isteriche e i inalati in istato d'ipomania fanno eccezione tra i 
pazzi, estrinsecando con la mimica, con le parole e con gli atti un ero- 
tismo talvolta latente e frenato per pudore, talvolta un po' ostentato 
per civetteria, ma quasi sempre entro i limiti dell'estetica, se non deb 
l'etica. 

Gnsto ed olfatto. — Il gusto e l'olfatto sono qualche volta affievoliti nei 
meìancolici : essi se ne lamentano come d'un danno irreparabile, che a 
loro avviso rivela il principio dello sfacelo organico. Fra gli idioti e i 
dementi si trovano i pervertiti del gusto e dell'olfatto, mangiatori di terra, 
raccoglitori di sterco, eclettici capaci di mangiare con voracità qualunque 
cosa o di sopportare qualunque puzzo. Tra le isteriche non è infrequente 
Yiperosmia: e vi può essere intolleranza sistematizzata per dati odori o 
per dati sapori, in modo da formare un'idiosincrasia che talvolta ha ori- 
gine in una auto-suggestione. Fra i paralitici si hanno invece fatti simili, 
ma in forma passeggera e per lesioni circoscritte dei centri corticali. Le 
irritazioni locali della corteccia cerebrale risvegliano sensazioni olfattive 
e gustative a cui non corrisponde alcun oggetto esterno e che raggiun- 
gono un'evidenza allucinatoria accompagnata da un'intensità dolorosa. 
Ho visto paralitici in preda ad una serie di starnuti quasi tormentosi per 



LA SENSIBILITÀ ] Q7 



odori disgustanti ed immaginari, che probabilmente dipendevano da irri- 
tazione del trigemino. 

Udito e vista. — Prescindendo dalle allucinazioni configurate, l'udito e 
la vista possono presentare nei pazzi una serie d'irregolarità che non 
sono prive d'importanza. Nei nevrastenici e nei paralitici si ha talvolta 
iperacusia: Jules de Goncourt invocava con versi desolati un po' di si- 
lenzio, tanto soffriva d'ogni più debole rumore. Le isteriche vanno sog- 
gette ad iperacusie ed a sordità passeggere: non v'è del resto alcun sin- 
tomo nevropatico che sia estraneo all'isterismo. Gli acusmi, sotto forma 
di ronzio, fischi, scrosci, sono frequenti negli anemici, nei nevrastenici, 
nei melancolici, ma non hanno valore psicopatico finché si manten- 
gono nei limiti di un'allucinazione elementare e d'un disturbo perife- 
rico. 

Nel campo della vista è da notare Vipoestesia retinica di alcuni degene- 
rati, imbecilli, criminali che sopportano la luce intensa e sono capaci di 
fissare il sole. Le discromatopsie e le /otopsie si presentano specialmente 
negli alcoolisti. L'emianopsia, oltreché per lesioni a focolaio, può compa- 
rire transitoriamente per turbamenti funzionali ed unilaterali della cor- 
teccia visiva. Nelle isteriche si arriva addirittura all' amaurosi ; ma è più 
frequente un lieve restringimento del campo visivo. 

La cecità congenita, che del resto è abbastanza rara, non nuoce allo 
sviluppo dell'intelligenza quanto la sordità congenita che conduce al sor- 
domutismo. Il sordomutismo, se non è compensato da una lunga e pa- 
ziente educazione, restringe l'orizzonte psichico e spesso costituisce un 
terreno propizio alla pazzia ; non di rado i sordomuti sono anche più 
o meno imbecilli. 

Allucinazioni ed illusioni. — Le irregolarità che furono descritte or ora 
vanno considerate come errori di proporzione o lacune della sensibilità: 
esse rendono imperfetta la corrispondenza della nostra mente con l'am- 
biente esterno. Ma vi sono altre irregolarità che tendono addirittura a 
falsarla, e per la psichiatria hanno naturalmente un'importanza assai più 
grande. Nel primo caso le notizie che ci arrivano dal di fuori sono sem- 
plicemente incomplete od esagerate, e il danno che ne soffre l'intelligenza 
si limita alla quantità ed alla misura dei suoi acquisti. Nel secondo caso, 
invece, si ricevono informazioni erronee per qualità, si cade nell'alluci- 
nazione o nell'illusione ; e l'intelligenza ne rimane, peggio che scemata, 
tradita, perchè si altera quella squisita consapevolezza della realtà esterna 
che è necessaria per orientarsi con rapidità e sicurezza sia nelle peripezie, 
sia nelle vicende quotidiane della vita. 



108 CAPITOLO IV 



S'intende per allucinazione la comparsa d'immagini interne che, per la 
loro singolare evidenza, vengono esteriorizzate come se provenissero dal 
di fuori e sono scambiate per realtà obiettiva. S'intende per illusione il 
processo involontario per cui alla realtà si aggiungono attributi fantastici 
con la persuasione od almeno col dubbio che siano reali. Illusioni mo- 
mentanee per paura o per effetto dell'attenzione aspettante si possono 
produrre anche in persone normali, ma vengono subito rettificate. Allucina- 
zioni d'ogni specie, mescolate a poche idee incoerenti, formano la ma- 
teria dei sogni, ma restano senza influenza e sono presto dimenticate nella 
veglia. Nelle malattie mentali, invece, le allucinazioni e le illusioni hanno 
sempre il valore d'un sintomo preminente. 

Tra le allucinazioni bisogna distinguere le elementari e le configurate. 
Le allucinazioni elementari non soni) un fenomeno psicopatico, ma la 
reazione normale ad uno stimolo irregolare che si esercita sopra il 
nervo: fotopsie, acusmi, parestesie, apparenze di sapori o di odori che di- 
pendono da irritazioni locali. In simili casi, cioè quando il nervo è irritato da 
agenti morbosi, la reazione allucinatoria è un fenomeno naturale: notila 
sua presenza, mala sua mancanza potrebbe costituire un'anomalia. Le allu- 
cinazioni configurate sono invece una costruzione cerebrale che richiede 
il concorso, sia pure involontario e magari anche incosciente, dell'intel- 
liginza: esse sarebbero impossibili senza questa specie di tradimento da 
parte dell'attività mentale. 

È principalmente nel dominio dei sensi superiori, la vista e l'udito, che 
s-i presentano le allucinazioni configurate, ossia le vere allucinazioni. I 
sensi più bassi danno piuttosto alimento alle illusioni, perchè nei fantasmi 
subiettivi ch'essi sono in grado di generare (con l'apparenza di sensazioni 
reali) è difficile eliminare la possibile azione d'una causa irritante e na- 
scosta. Gli eccitamenti del tatto, dell'olfatto, del gusto sfuggono spesso 
alla verifica, appunto, perchè sono sempre più oscuri, più discutibili e 
più individuali di quelli che vengono raccolti dalla vista e dall'udito. Al 
contrario le sensazioni reali della vista e dell'udito derivano da eccita- 
menti sulla cui esistenza e natura sarebbe assurdo qualunque dubbio : 
gli eccitamenti acustici sono spesso associabili ad eccitamenti visivi; i 
visivi, se accessibili, si possono confermare per mezzo di sensazioni tat- 
tili ; f-:Ti uni e gli altri sono sempre suscettibili di essere percepiti nell'i- 
dentica fonna da chiunque si trovi alla loro portata ; e l'allucinato o l'il- 
luso che vedesse od udisse ciò che noi non vediamo o non udiamo sa- 
rebbe subito qualificato per ciò che è. 

Le allucinazioni elementari sono frequenti negli stadi iniziali o in certe 
ricorrenze periodiche di non poche psicopatie e, con l'aggravarsi del di- 
sordine mentale, possono assumere un aspetto configurato, complicato e 



LA SENSIBILITÀ 109 



preciso, che cambia il loro carattere e le schiera tra i fenomeni decisa- 
mente psicopatici. Le fotopsie degli alcoolisti diventano immagmi d'in- 
setti, di gnomi, di guerrieri lillipuziani o d'altre cose minute, multiple e 
semoventi che caratterizzano le visioni del delirium tremens. L'abbaglia- 
mento dell'aura epilettica può convertirsi in un'allucinazione complessa e 
sistematica, ripresentandosi al principio di ogni accesso sotto forma d'im- 
magini sanguinose, di bandiere rosse, di teschi e di battaglie. Il ronzio, 
che è cos'i frequente nella melaneolia e nella nevrastenia, può voltarsi 
nel suono preciso d'una voce umana o in figure verbali che mutano il 
significato morboso dell'allucinazione. 

Le allucinazioni formate sono di vari gradi : senza significato, verbali 
o grafiche, ma inconcludenti ; minacciose o lusinghiere con un signifi- 
cato preciso e complesso ; associate ad allucinazioni congeneri d'altri 
sensi. Visioni indifferenti di cose e persone irriconoscibili si hanno nei 
primordi della paranoia, nella demenza giovanile, nell'amenza : ai malati 
sembra d'udire un susurrar di parole sconnesse, di vedere ombre, fiori, 
maschere che si disegnano sulle pareti o sul soffitto. Nei paranoici e nei 
dementi precoci non è rara l'allucinazione d'esser chiamati per nome o 
di udire una parola qualunque che viene ad acquistare un valore miste- 
rioso ed importante. L'ulteriore complicarsi del processo allucinatorie dà 
luogo a visioni costanti, a figure parlanti, a dialoghi continuati, in cui 
l'allucinato crede di ascoltare e di rispondere, alla pretesa ripetizione del 
pensiero. 

Tra le allucinazioni che si riferiscono al linguaggio, hanno una posi- 
zione a parte le allucinazioni psico-motrici verbali (Séglas, Tamburini). 
Sono allucinazioni del senso muscolare, di cui rappresentano un caso 
particolare: i malati non sentono il suono della propria voce, ma credono 
di parlare, perchè negli organi mutori della favella provano la sensazione 
dei movimenti fonetici. Si manifestano allucinazioni di movimento anche 
nei muscoli degli arti: si può credere di muovere un braccio, di cammi- 
nare, di volare od averne almeno l'impressione. Questo fenomeno è molto 
raro, e pare che si presenti nei deliri cronici, all' in fuori dei quali non fu 
mai osservato. 

Certe forme di sensibilità sono costantemente risparmiate dalle alluci- 
nazioni in certe psicopatie e colpite di preferenza in certe altre ; e ciò 
serve di criterio differenziale per la diagnosi. Le allucinazioni visive sono 
frequenti neU'alcoolismo, rarissime e l'orse impossibili nella paralisi pro- 
gressiva. Le isteriche soffrono difficilmente di allucinazioni, ma piuttosto 
nel dominio della vista che in quello dell'udito. La presenza di allucina- 
zioni in genere, specialmente visive, è rara tra i paranoici, ma frequente 
nei deliri paranoidi dei dementi precoci. Nella paranoia vera o man- 



110 CAPITOLO IV 



cano le allucinazioni o, se ve ne sono, riguardano piuttosto l'udito. Nel- 
V amenza le allucinazioni costituiscono un sintomo caratteristico e rasso- 
migliano, dal più al meno, a quelle dell'alcoolismo : a seconda dei mo- 
menti, sono terrifiche, moleste, indifferenti e persino umoristiche, e i 
malati si vedono agire in conseguenza, correndo all'impazzata, irritan- 
dosi, smarrendosi in atto di contemplazione tranquilla o ridendo sapori- 
tamente. È assai incerto se persone normali possano andar soggette ad 
allucinazioni, e se debbono interpretarsi come allucinazioni le illusioni 
d'origine emotiva a cui esse vanno incontro in occasioni del tutto straor- 
dinarie e le rappresentazioni vivaci e precise che sono in grado di evocare 
con uno sforzo di volontà, ma apprezzandone perfettamente la prove- 
nienza fantastica. 

Meccanismo dell'allucinazione. — Secondo Tamburini la patogenesi delle 
allucinazioni consiste in uno stato irritativo dei centri psico-sensori, ana- 
logo a quello che nei centri psicomotori produce l'epilessia. La convul- 
sione dei centri sensoriali risveglia le immagini che vi stanno depositate 
allo stato incosciente, in l'orme semplici o complesse, secondo l'estensione 
dello stimolo, e in modo tanto più somigliante alla realtà quanto più lo 
stimolo è intenso. Insomma, qualunque sia l'origine dell'azione morbosa, 
la sede del fenomeno allucinatoria è sempre la stessa, cioè quella parte 
della corteccia cerebrale che percepisce le sensazioni attuali e sa, donde 
che sia eccitata, riprodurle più o meno vivacemente sotto l'orma mne- 
monica. 

Ciò avviene per tre vie : o per un eccitamento anomalo che colpisce 
l'apparecchio periferico di sensibilità e sale lungo il nervo centripeto ; 
per un'idea delirante che influisce sul centro sensoriale ; o per un'irrita- 
zione locale che agisce su di esso direttamente. 

Questa teoria trasporta con lucida sintesi i dati della fisiologia, quali 
erano fino a ieri, nel campo della patologia. Oggi che nuovi dati, per 
quanto controversi, vengono a riaprire la questione fisiologica, non è inop- 
portuni! di verificare se una nuova ipotesi non possa chiarire più ampia- 
mente i fatti e correggere alcuni difetti che la teoria precedente non po- 
teva evitare. È appunto ciò che io credo : mentre coi dati classici non si 
poteva immaginare una genesi dell'allucinazione diversa da quella che 
formulò Tamburini, le induzioni fisiologiche sull'esistenza di centri rap- 
presentativi distinti da quelli delle sensazioni e che abbiamo esposto nel 
primo capitolo formano una buona base ad una teoria più armonica e 
più completa. 

Di fronte all'ipotesi che scaturisce dai dati strettamente sperimentali 
rimangono insolute le seguenti questioni : 



LA SENSIBILITÀ 111 



1." Noi possiamo comprendere benissimo che un'irritazione periferica 
produca allucinazioni elementari come fotopsie, acusmi, parestesie; ma 
come si spiega per questa via l'insorgenza di allucinazioni configurate e 
significative, di forme, di persone, di parole, di discorsi ? 

2.° Come si può concepire che stimoli diretti sui centri visivi produ- 
cano immagini, complete, mentre il centro visivo d'un emisfero non è ca- 
pace di dare che una mezza immagine ? È evidente che per ottenere 
questo effetto, cioè per determinare l'immagine completa di un oggetto 
non presente, sarebbero necessari due stimoli simultanei che si dessero 
l'intesa di cadere nelle due aree complementari dei centri visivi, e 
che fossero tanto intelligenti da disegnarvi sopra l'immagine dell'oggetto, 
metà nell'emisfero destro e l'altra metà nell'emisfero sinistro, come av- 
viene nella visione normale e come dovrebbe avvenire anche nella rap- 
presentazione mnemonica d'immagini visive, se la rappresentazione e la 
sensazione coincidessero nei medesimi centri corticali. Si comprende che 
ciò accada di fronte ad un oggetto presente od anche quando si tratta di 
rievocare le sue traccie mnemoniche, ma non per l'incontro fortuito d'un 
doppio stimolo patologico ed incongruo sui centri visivi. 

3." Se un'idea delirante riesce a destare nei centri sensoriali un'al- 
lucinazione corrispondente, perchè mai un'idea normale, che può certo 
raggiungere un'intensità non inferiore, dovrebbe essere incapace di dare 
origine ad un'allucinazione, volontaria od involontaria :' 

La patogenesi dell'allucinazione si rende assai più chiara ed accettabile, 
ammettendo che le immagini delle cose, come abbiamo indicato nel 
primo capitolo, siano percepite in un luogo e pensate in un altro. Che 
cosa sono le allucinazioni ? Se prescindiamo dalle fotopsie, dagli acusmi 
e dalle parestesie, che si spiegano con l'irritazione locale dei nervi peri- 
ferici e sulla cui genesi non vi è dissenso di sorta, le allucinazioni pos- 
sono parificarsi alle rappresentazioni solo perchè si producono senza l'in- 
tervento d'alcuno stimolo periferico ; ma per l'aspetto che assumono nella 
coscienza, esse si accostano assai più alle sensazioni. Questa rassomiglianza 
è così sorprendente da indurci in errore e da farci credere reali i feno- 
meni di cui il processo allucinatorie non ci offre che una finzione. Ep- 
pure le allucinazioni sono qualche cosa di assai nettamente diverso non 
solo dalle rappresentazioni, ma anche dalle sensazioni. 

I più famosi calcolatori, giocatori di scacchi e ritrattisti, che emergono 
per la vivacità delle loro rappresentazioni visive e se ne valgono per ese- 
guire calcoli, partite e ritratti a memoria, come pure i musicisti che 
sanno rappresentarsi l'istrumentazione di un'intera orchestra, non sono 
minimamente allucinati : essi non hanno bisogno di fare alcuno sforzo per 
accorgersi dell'enorme differenza che passa fra le immagini contemplate 



112 CAPITOLO IV 



mentalmente e le immagini reali, né avviene mai che cadano in equi- 
voco. Invece gli allucinati, anche quando l'immagine allucinatoria sia 
debole, perdono la nozione della sua provenienza interna, ed acquistano 
la convinzione o per lo meno il dubbio ch'essa abbia un riscontro nel- 
l'ambiente esterno. Ciò si osserva specialmente nei sogni, quando fan- 
tasmi scoloriti e senza forma sono scambiati per cose e persone reali. 
Insomma, l'allucinazione è sempre un fatto straordinario ; e se il suo an- 
tagonismo di fronte alla sensazione risulta dal meccanismo d'origine, non 
è meno potente il contrasto che la separa dalla rappresentazione per ciò 
che riguarda l'aspetto subiettivo. Dire che sensazione e rappresentazione 
si formano nel medesimo centro è lo stesso che precludere all'allucina- 
zione la possibilità di contrapporsi mai alla rappresentazione, salvo che 
in ragione dell'intensità. Ora, se la differenza tra sensazione e rappre- 
sentazione si riducesse ad una questione di misura, vi sarebbero termini 
di transizione fra i due fenomeni, e il loro antagonismo non riuscirebbe 
cosi deciso. Vi dovrebbero essere casi indeterminati, di dubbio allucina- 
toria, in cui l'intensità dell'immagine ha già sorpassato quella delle rap- 
presentazioni ordinarie, ma non ha ancora raggiunto quella delle alluci- 
nazioni perfette ; e l'incertezza d'apprezzamento tra il reale e il fanta- 
stico dovrebbe ricorrere frequentemente, anche nelle persone bene equi- 
librate, davanti ad ogni rappresentazione vivace e un po' più precisa 
delle altre. 

Da alcuni anni a questa parte si tende ad ammettere che la sensazione 
normale non lasci di sé alcuna traccia nei due centri sensoriali, ma che, 
prolungando il suo cammino per vie omolaterali e controlaterali, possa 
trasformarsi e registrarsi come simbolo in un centro transcorticale di 
rappresentazione. Di li potrà essere rievocata come idea o come fram- 
mento d'una idea; ma non avverrà mai che riviva come sensazione se 
non si ripeta un'altra volta lo stimolo esterno. Ripetiamo ciò che ab- 
biamo detto al primo capitolo : « I centri sensoriali della vista sono uno 
specchio, quelli dell'udito un risonatore, quelli della sensibilità cutanea 
uno strumento di segnalazione ; e nulla più. Le rappresentazioni mnemo- 
niche della realtà esterna e del nostro corpo si formano in altri centri 
(unilaterali ?) allo stato di simboli, e sono simboli diretti. Dai centri di 
rappresentazione i simboli diretti possono salire a centri superiori per 
formarvi concetti più generali e più astratti : simboli di simboli ». 

Quanto ai centri sensoriali, da soli, essi non sono in grado di dare al- 
cuna immagine completa. Possono soltanto rifletterne, anzi le riflettono 
infallibilmente o col concorso della realtà esterna o col concorso dell'im- 
maginazione. Ma in condizioni normali riescono a riflettere soltanto la 
realtà che si affaccia di fuori : per riflettere anche l'immagine mentale 



I. \ SENSIBILITÀ 



113 



della realtà che si riaccende dentro di noi, debbono trovarsi in condi- 
zioni patologiche o per lo meno insolite, come quelle del sonno. 
Basta immaginare che, sotto l'impero di tali condizioni, le vie orciola- 




io 



— Schema (lei rapporti Ira i centri sensoriali (visivi) e i centri rappresentativi. 



SS centri visivi: lì lì, centro rappresentativo (unilaterale per la visione: I, centro superiore 
d'ideazione; v v vv, neuroni omolaterali e controlaterali che trasportano le immagini attuali 
della vista al centro transcorticale di rappresentazione: aaaa, neuroni retrogradi che dal 
centro di rappresentazione portano normalmente ai centri sensoriali stimoli eccitatori ed ini- 
bitori (attenzione'' e che, patologicamente, risuscitano immagini allucinatorie ; cp, fibre cen- 
tripete ; cf, fibre centrifughe o retrograde. — I neuroni raffigurati con linee pallide indicano 
le connessioni reciproche tra il centio rappresentativo della vista ed altri centri rappresen- 
tativi od ideativi. 



terali e controlaterali, che mettono dai centri di sensazione al centro di 
rappresentazione, acquistino la proprietà di lasciarsi percorrere in senso 
inverso e che ciò non avvenga mai in condizioni fisiologiche, per dare 

Tanzi, Psichiatria. — 15. 



114 CAPITOLO IV 



una spiegazione soddisfacente a tutte le specie d'allucinazione. Noi pos- 
siamo pensare che l'allucinazione nasca come un'idea od un simbolo, od un 
frammento più o meno cosciente d'idea nella regione associativa ; ma in 
luogo d'associarsi ad altre idee o di proiettarsi all'esterno come movi- 
mento, essa refluisce, o lungo le stesse fibre omolaterali e controlaterali 
di dov'era venuta o in altro modo da ricercarsi, ai centri di sensibilità 
da cui era immigrata quand'era sensazione (fig. 40). Cosi essa ridiventa 
ciò che era : una sensazione ; ma una sensazione di marca patologica 
per l'insolita origine. 

Questa forza d'espansione retrograda, che inverte il rapporto abituale 
tra i centri sensoriali e il centro rappresentativo, è dunque il contras- 
segno morboso che determina l'individualità dell'allucinazione, sia come 
fenomeno psicologico, sia come sintomo clinico. I centri sensoriali sono 
importatori rispetto all'ambiente esterno; esportatori rispetto all'ambiente 
interno del pensiero transcorticale. Se, per un'inversione patologica dei 
rapporti abituali, importano dall'interno, è naturale che reagiscano nel- 
l'unica maniera che sanno, cioè mediante immagini sensoriali. Ed ecco 
perchè il processo, qualunque sia, che risveglia la loro attività, assume 
costantemente la figura della sensazione. 

Che il cammino di ritorno si compia per le stesse vie dell'andata è cosa 
che veramente urta un poco contro la legge della polarizzazione dinamica. 
È noto che, secondo questa legge, l'onda nervosa è obbligata a proce- 
dere in una sola direzione, la direzione cellulifuga. Le fibre omolaterali e 
controlaterali che portano le immagini visive ai centri di rappresenta- 
zione nascono da cellule dei centri sensoriali, e le loro arborescenze ter- 
minali si espandono nei centri rappresentativi : come potrebbero con- 
durre la corrente funzionale in senso discendente? Un'inversione di cor- 
rente in queste fibre è poco verosimile: non è peraltro impossibile. Noi 
sappiamo, per esempio, che le fibre dei nervi periferici, quantunque di 
regola non conducano che in un senso, possono lasciarsi attraversare in 
senso opposto quando siano sottomesse a certe condizioni sperimentali. 
Nel malapterurus eleetricus tutto l'organo elettrico è innervato da una 
sola fibra gigantesca : è ovvio che le varie diramazioni di questa libra 
hanno fisiologicamente una conduzione obbligata, centrifuga. Orbene, se 
si distacca una delle diramazioni dell'organo elettrico, mantenendola in 
contatto col nervo, e si stimola in un punto qualunque, si ottiene una 
scarica completa dell'organo elettrico. In questo caso la diramazione iso- 
lata si è comportata precisamente come un nervo di senso, ed ha inver- 
tito la propria conducibilità, trasmettendo l'eccitamento non all'organo 
elettrico da cui è ormai separata, ma al tronco principale del nervo che 
lo riceve e lo rovescia al suo destino. È certamente un risultato di labo- 



LA SENSIBILITÀ 1 15 



ratorio, dunque (torse) un fenomeno d'eccezione; ma perchè una causa pa- 
tologica non potrebbe determinare a sua volta un effetto altrettanto ecce- 
zionale, anzi del tutto simile nel dominio delle fibre centrali ? 

Del resto non v'è bisogno d'ammettere che, per retrocedere ai centri 
di sensibilità, il processo funzionale debba ritornare sui propri passi lungo 
le vie centripete. Nei centri sensoriali, oltre ai fasci omolaterali e contro- 
laterali che salgono in direzione transcorticale, vi sono fibre in arrivo 
che scendono dai centri superiori ed esercitano una funzione centrifuga. 
Quale sia questa funzione che nessun apriorismo fisiologico psicologico 
avrebbe osato attribuire ad un sistema speciale di fibre, ma la cui esi- 
stenza è ratificata senz'ombra di dubbio dall'anatomia, non è facile indo- 
vinare. Flechsig considera le fibre in parola come moderatrici delle sen- 
sazioni, Ramon y Cajal attribuisce loro un'azione tonica o dinamogena 
in rapporto col processo dell'attenzione. A mio avviso le due opinioni di 
Flechsig e di Cajal si conciliano e si completano, se vengono poste en- 
trambe sotto lo stesso punto di vista, quello dell' attenzione. Il processo 
dell'attenzione richiede appunto il concorso di influenze agevolatrici e 
d'influenze inibitrici ad un tempo. Ed un rimbalzo dell'onda nervosa può 
concepirsi pel tramite di queste fibre centrifughe senz'essere forzati ad 
immaginare ch'esse deroghino troppo dalle proprie funzioni abituali. 
Un'irritazione straordinaria, che metta le fibre retrograde in condizioni 
patologiche e le renda largamente accessibili a stimoli più deboli degli 
usuali, è dunque in grado d'aprire al fenomeno allucinatorio una strada 
già tracciata e naturalmente declive verso i centri sensoriali. 

Una piccola minoranza di fibre discendenti si ritrova, con la costanza 
d'una legge, in tutti i fasci di proiezione ascendente. Ve ne sono tra la 
corteccia visiva e il corpo genicolato esterno ; tra il corpo genicolato 
esterno e la retina; tra i centri olfattivi della corteccia e il lobo olfat- 
tivo ; sulle vie secondarie e terziarie dell'acustico. Non vi è quindi da 
meravigliarsi che ne esistano anche al disopra dei centri sensoriali. 

Supporre che la rappresentazione più o meno cosciente di un'imma- 
gine possa, in circostanze eccezionali, retrocedere ai centri sensoriali per 
vie centrifughe, la cui esistenza non è punto ipotetica, è una buona ma- 
niera di risolvere il problema dell'allucinazione senza violare la legge 
della polarizzazione dinamica. Cosi il meccanismo del fenomeno allucina- 
torio non richiede più, per rendersi spiegabile, che una condizione 
sola : la separazione di sede tra il processo sensoriale e il processo rap- 
presentativo. 

Se poi consideriamo le fibre centrifughe delle proiezioni centripete come 
dotate d'un potere regolatore sull'attenzione, e se immaginiamo che questo 
potere si esplichi normalmente in due modi diversi, cioè agevolando le 



liti CAPITOLO IV 



sensazioni utili e inibendo le inutili, noi capiremo meglio non solo il mec- 
canismo positivo dell'allucinazione, ma anche il suo meccanismo nega- 
tivo. L'immagine allucinatoria non si localizza nel vuoto, ma si sosti- 
tuisce ad un'immagine reale che ne resta coperta e neutralizzata; e 
questo doppio carattere dell'allucinazione è assai manifesto nel caso par- 
ticolare della vista. L'esercizio della visione, salvo le ore di sonno, do- 
vrebbe essere continuo nel tempo e senza lacune nello spazio. Ma du- 
rante la crisi allucinatoria vi è un momento in cui la realtà non si scorge 
o si scorge solo in parte, come se vi l'osse uno scotoma transitorio dei 
centri corticali. Per poter localizzare all'esterno l'immagine allucinatoria, 
bisogna o non vedere o non osservare ciò che realmente si trova al posto 
usurpato da essa. Ora le fibre centrifughe che arrivano ai centri visivi 
(ed anche agli altri centri di sensibilità) dalle regioni transcorticali, po- 
trebbero benissimo dividersi fra loro questo doppio ufficio: di produrre il 
fantasma allucinatorio riportando dal centro rappresentativo gli stimoli 
corrispondenti; e d'inibire, nei gruppi cellulari occupati dall'allucinazione, 
la vista della realtà. 

Con minor costanza si verifica la stessa inibizione delle immagini reali 
anche nelle allucinazioni che si riferiscono alle altre forme di sensibilità, 
per esempio all'udito. 

Comunque avvenga il rimbalzo patologici! della rappresentazione alle 
sue sorgenti sensoriali, o rimontando il corso delle vie afferenti contro la 
legge della polarizzazione dinamica, o cadendo per vie efferenti e senza 
offenderla, l'importante è d'ammettere che l'allucinazione consista ap- 
punto in questo rimbalzo. Inteso così, il processo flsio- patologico dell'al- 
lucinazione acquista una fisionomia del tutto particolare e donna della 
sua innegabile singolarità. Non è più, cosa troppo semplice, l'estrema in- 
tensificazione possibile di un'immagine rappresentativa ; ma diventa la 
degradazione morbosa d'una rappresentazione che fu una sensazione e 
che, decomponendosi sotto circostanze abnormi, torna a diventare una 
sensazione. Psicologicamente : un fenomeno involutivo. Fisiologicamente : 
un fenomeno insolito d'associazione regressiva. 

Applicazioni della teoria. — Il valore di questa ipotesi si può giudicare 
anche dal numero dei fatti clinici ch'essa è capace di spiegare. Se non 
m'inganno, questo numero è abbastanza rilevante. 

Allucinazioni da stimoli irritanti che agiscono direttamente snl cervello. 

— Anzitutto l'ipotesi in questione è conciliabile con la patogenesi più 
accreditata e più frequentemente applicata dei fenomeni allucinatori, cioè 
con quella cheli fa dipendere da irritazioni locali. Nei casi di delirio febbrile, 



LA SENBIIULITÀ 117 



d'amenza, d'ai coolismo e, in genere, d'intossicazione, cioè, ogni volta 
che si manifestano allucinazioni stravaganti, tumultuarie, senz'alcuna lo- 
gica, è impossibile attribuire questa sindrome ad altra causa che non sia 
l'irritazione chimica della corteccia cerebrale. Ora noi abbiamo veduto 
che, identificando la sede dei processi sensoriali con quella dei processi 
rappresentativi, si doveva rinunziare ad ammettere un simile mecca- 
nismo, per non cadere nell'inverosimile. Le allucinazioni visive, dovendo 
prodursi primitivamente nell'area dei centri visivi, la sola disponibile, 
non potrebbero presentarsi che come un caos di /orme emianopsiche, 
ossia d'immagini dimezzate, ciò che non si verifica mai. 

Per determinare con questo procedimento autoctono un'immagine com- 
pleta bisognerebbe, come già abbiamo notato, che due stimoli simul- 
tanei, complementari ed intelligenti si mettessero d'accordo e andassero 
a colpire i due emisferi cerebrali in modo da suscitare mezza immagine 
in ciascheduno: ciò che è assolutamente inverosimile, se non assurdo. 

Ora, ammettendo l'autonomia del centro rappresentativo, cessa l'as- 
surda necessità della doppia irritazione combinata. Siccome il centro rap- 
presentativo è unilaterale, si potrebbe pensare che lo stimolo irritante 
(unico) agisca direttamente su di esso e che la rappresentazione nata in 
questo modo abbia la virtù che manca alle rappresentazioni normali, di 
ritornare alle proprie sorgenti, cioè ai centri sensoriali, formando l'im- 
magine allucinatoria. Ma è più giusto ammettere che l'allucinazione 
nasca prima come idea o come simbolo o come frammento d'idea, cioè 
normalmente, e che il processo morboso cominci soltanto dopo, quando 
l'azione patologica si esplica sulle fibre di conduzione. Il che può avve- 
nire in due modi: sia perchè diventano pervie in senso contrario le fibre 
afferenti che sogliono sollevare la sensazione al centro rappresentativo, 
sia perchè agiscono in direzione ordinaria, ma con effetti straordinari, 
le fibre efferenti che sogliono portare ai centri sensoriali (dall'alto) gli 
stimoli positivi ed inibitori dell'attenzione. Di queste tre varianti la prima 
(scartata) urta contro la difficoltà di concepire che un'irritazione inintel- 
ligente, per esempio d'un veleno, possa determinare una rappresentazione 
significativa. La penultima è contraria, come abbiamo più volte ricono- 
sciuto, alla legge della polarizzazione dinamica, per quanto non sia poi 
il caso di pretendere in patologia il rispetto letterale di tutte le leggi fi- 
siologiche. L'ultima versione è quella che soddisfa maggiormente. Essa 
implica l'acquisto da parte delle fibre irritate d'una permeabilità morbosa 
a stimoli che normalmente non le attraversano o che le attraversano 
bensì, ma in altre circostanze e con ben altro effetto. Infatti, se queste 
fibre efferenti, d'origine soprasensoriale, regolano il processo dell'aden- 
done (ed a che mai servirebbero altrimenti?), non è inverosimile che 



118 CAPITOLO IV 



in condizioni fisiologiche quando nei centri sensoriali si ripresenta un'im- 
magine attuale e non nuova, esse siano destinate a portarle incontro i 
residui delle immagini anteriori e similari che valgono a meglio discrimi- 
nare le particolarità dell'ultima arrivata, raccogliendone alcune e lascian- 
done altre in disparte. Si effettuerebbe invece un'allucinazione quando 
questo lavorio a ritroso, per un'irritazione delle vie retro-rappresentative, 
avvenisse all'infuori d'una sensazione corrispondente, e con tale efficacia, 
da generare lo stesso spettacolo d'una sensazione in atto. 

Allucinazioni ad occhi chiusi. — Vi sono casi d'esaurimento nervoso, 
d'intossicazione, di shock post-operatorio, d'insonnia grave, che non offu- 
scano menomamente l'intelligenza, ma producono il fenomeno dell'allu- 
cinazione visiva ad ocelli chiusi: riaprendo gli occhi l'allucinazione spa- 
risce, e i malati, che non delirami, capiscono benissimo di che si tratta, 
e ne restano turbati, ma non riescono ad impedirne la comparsa sotto 
l'orma cos'i vivace da imitare esattamente la realtà. Sono ombre che pas- 
seggiano sulle pareti, maschere che chiudono un occhio e sporgono la 
lingua, nani, pesci, cariatidi animate, ed altre simili bizzarrie che 
amareggiano i preparativi, pur così necessari in malati esauriti, per 
prendere sonno. Spesso questi effetti sono dovuti a certi medicinali mal 
tollerati ; e gli infermi, che se ne accorgono, pregano il medico di non 
prescriverli più. Esempio : la morfina. 

Orbene, se l'allucinazione non l'osse che una rappresentazione esage- 
rata, come si pretende, basterebbe chiudere gli occhi per procacciarsi, 
se non un'allucinazione, una rappresentazione tanto vivace da rasen- 
tarla ; e ciò non accade. Si capisce invece che avvenga questo e peggio, 
se la rappresentazione, trovando aperta una strada insolita che normal- 
mente serve ad altri usi, precipita nei centri sensoriali di dove era arri- 
vata, ed ivi riveste l'apparenza d'una sensazione vera. Chiudendo gli 
occhi, i centri visivi sono sgombri, ed è più facile che rispecchino viva- 
cemente la scialba immagine interna. Se gli occhi sono aperti, l'imma- 
gine interna è vinta dalle immagini reali, a meno che il processo fisio- 
patologico dell'allucinazione non si svolga nella sua forma completa. In 
quest'ultimo caso non solo si realizza la fantasia, ma si annulla per un 
momento la realtà che le cede il posto. 

Ripetizione del pensiero. — Un fenomeno non raro ed assai interessante 
nei malati di niente è quello del pensiero ad alta voce. Si tratta di para- 
noici, di dementi precoci, di deliranti in genere, che sentono ripetere di 
fuori ciò che essi pensano mentalmente : vi è un'eco fastidiosa che rac- 
coglie e divulga a tutto il mondo ciò ch'essi leggono o pensano in se- 



LA SENSIBILITÀ 119 



greto ; e spesso ne nasce un delirio, cioè che il pensiero, mediante con- 
gegni misteriosi, venga sorpreso e rubato. Questo sintomo sarebbe 
inesplicabile se il pensiero e la sua ripetizione allucinatoria si svolges- 
sero nel medesimo luogo : bisognerebbe ammettere uno stimolo reiterato 
che la prima volta producesse il pensiero silenzioso e la seconda volta 
l'allucinazione. In tal caso non si capisce perchè il primo stimolo do- 
vrebbe determinare un effetto subiettivamente cos'i diverso dal se- 
condo; né perchè gli stimoli si ripetano sempre a coppie e mai per serie 
più lunghe. 

Il meccanismo del pensiero ad alta voce si chiarisce quando invece 
si ammetta ch'esso cominci fisiologicamente nel centro rappresentativo e 
che di là venga respinto, per un processo di regressione patologica, ai 
centri dell'udito. La ragione per cui quest'unico pensiero è sentito in due 
edizioni cos'i diverse, cioè prima come un pensiero silenzioso e ili lì a 
poco come una voce altrui, è riposta appunto nella duplicità della sua 
localizzazione. Se la localizzazione fosse sempre la stessa, come si do- 
vrebbe ritenere secondo i dettami della fisiologia classica, il fenomeno 
subiettivo non potrebbe sdoppiarsi che per una reiterazione di stimoli. In 
tal caso l'effetto che si produrrebbe non potrebbe mai essere l'allucina- 
zione d'un pensiero nostro ripetuto da altri ; ma si avrebbe, salvo qualche 
eventuale differenza d'intensità, o la rappresentazione di due pensieri 
uguali e nostri, oppure la sensazione di due voci eguali e non nostre. 

Vi è da domandarsi perchè mai, se l'immagine allucinatoria è prece- 
duta da un pensiero analogo, non debba presentarsi sempre come una 
copia (sonora, visiva o tattile) di ciò che avevamo pensato. Eppure in ge- 
nerale non è cos'i. Per lo più l'allucinazione è o sembra priva di qua- 
lunque rapporto col pensiero del malato. Forse la rapidità con cui la ri- 
percussione sensoriale suol succedere, negli allucinati, alla rappresenta- 
zione non lascia loro il tempo d'avvertire l' idea-modello su cui è foggiata 
l'allucinazione: e la coscienza della ripetizione non si avvera che quando 
la successione è assai lenta. Fors'anche, il più delle volte, avviene un'altra 
cosa : la rappresentazione che degenererà in una immagine allucinatoria 
si trova fuori del campo dell'attenzione od all'estremo limite, ed è così 
estranea al corso principale del nostro pensiero che non sembra appar- 
tenerci. Tanto meno noi riesciamo dunque a riconoscere come nostra 
l'idea fuggevole, aberrante, l'orse addirittura incosciente, che ha sfiorato 
per un momento la scena del nostro pensiero, quando ci apparisce sotto 
il suo travestimento allucinatorie. Ed ecco perchè il teina dell'allucina- 
zione è così spesso indifferente, frivolo, inaspettato, enigmatico, contrario 
alle abitudini ed al carattere del malato, che la ripudia o la considera 
come un'imposizione artificiosa e ne rimane meravigliato. 



120 CAPITOLO IV 



Allucinazioni configurate. — Che nei centri sensoriali, irritati da so- 
stanze tossiche, da compressioni, da traumi, spuntino direttamente allu- 
cinazioni elementari, non è cosa che possa meravigliare. Giù che si svi- 
luppa dall'apparecchio periferico di senso o dal nervo centripeto si pro- 
duce con maggior ragione per eccitamento dei centri. I centri someste- 
tici, che raccolgono le notizie di ciò che si svolge nell'organismo e che 
presiedono all'innervazione trofica dei visceri, debbono spesso trovarsi in 
queste condizioni di fertilità allucinatoria. Noi sappiami! che la massima 
partii dei paralitici, anche senza cadere in allucinazioni precise, si tro- 
vano ben di rado in uno stato di cenestesi regolare; essi soggiacciono 
per lunghi mesi, talvolta per tutto il decorso della malattia, o ad un'eu- 
foria indefinibile, ma iperbolica, o ad un malessere non meno indefini- 
bile, ma altrettanto profondo. Questi pervertimenti della cenestesi sono 
così tenacemente denunziati e sentiti, che non possono spiegarsi come un 
effetto dell'indebolimento mentale o d'una semplice amplificazione dei giu- 
dizi. È invece più giusto d'interpretarli come una specie d'allucinazione 
in permanenza che colpisca ì centri della sensibilità generale in seguito 
ad irritazioni continuate e dirette delle loro cellule. E poiché il centro 
della rappresentazione è fuori di causa, si capisce che l'allucinazione ce- 
nestetica non acquisti, in questo caso, alcuna consistenza precisa. Il pa- 
ralitico soffre e gioisce senza saper di che : il suo errore cenestetico non 
ha né una firma, né un posto, e si esaurisce in un atteggiamento ilare 
o doloroso dell'animo, a cui non corrisponde alcuna rappresentazione, nò 
patologica, né normale. 

Nel campo della sensibilità cutanea e generale è ben difficile che le al- 
lucinazioni, come del resto le rappresentazioni, assumano una forma evi- 
dente e precisa. Se anche l'assumessero, sarebbe altrettanto difficile valu- 
tare il loro grado di corrispondenza con la realtà. Forse, per questa 
specie cosi umile e cosi subiettiva di sensibilità non esistono centri appo- 
siti di rappresentazione o sono imperfetti o poco adoperati. Si menzio- 
nano, è vero, casi di aatereognosia che parlano per la loro esistenza, ma 
sono sempre associati a cecità psichica. Inoltre l'ufficio essenziale delle 
sensazioni tattili, termiche, bariche, dolorifiche e viscerali è quello d'in- 
dicare una località pivi o meno definita del nostro corpo, ma in modo 
che non vi sia possibilità di confusione tra un lato e l'altro. Perciò le 
sensazioni di questo genere si bipartiscono in due categorie parallele che 
corrispondono alle due metà laterali del corpo e che non hanno gran 
bisogno di sommarsi in simboli sintetici. Non è probabile che il centro 
di rappresentazione, se pure esiste, possa emanciparsi, come quello delle 
immagini visive od acustiche, da questa necessità di bipartizione e di bi- 
lateralità ; e può darsi che il vincolo della doppia sede nei due emisferi, 



LA SENSIBILITÀ 121 



rendendo nulla l'opportunità economica d'un unico centro rappresentativo 
e diminuendone per conseguenza l'utilità, già abbastanza problematica, 
ne abbia anche impedito la formazione. 

Ben differente è l'aspetto con cui si presenta il quesito delle allucina- 
zioni per ciò che riguarda la vista e l'udito. Qui è tutt'altro che infre- 
quente il caso delle allucinazioni configurate. 

Gli stimoli irritanti che potrebbero risvegliare l'attività dei centri vi- 
sivi od uditivi non possiedono tanta sapienza da disegnarvi figure viventi 
o da eseguirvi suoni verbali e significativi ; ma nulla ci proibisce di pen- 
sare che un'azione morbosa apra alle rappresentazioni già esistenti le 
strade d'un regresso abnorme, a capo del quale riprendono l'apparenza 
vivace e ingannatrice di sensazioni. 

A questo modo non v'è idea, normale o patologica, astratta o con- 
creta, intensa o quasi incosciente, che non possa trasformarsi in alluci- 
nazione. 11 concetto generico d'una persecuzione inspira, per un processo 
d'associazione normale, l'immagine rappresentativa ili un'insidia speci- 
fica ; e l'immagine rappresentativa, per un effetto di retrovoluzione pa- 
tologica, diventa un'immagine sensoriale, cioè un'allucinazione. Così si 
spiega l'accordo in cui si trovano non di raro le allucinazioni coi deliri 
e col carattere (diffidente od ambizioso o mistico) dei soggetti allucinati. 
Non solo dunque si possono avere allucinazioni configurate, ma anche 
allucinazioni subordinate al pensiero e che rasentano una certa ragione- 
volezza formale. 

Allucinazioni combinate. — Qualche volta, specialmente tra i paranoici, 
si verificano allucinazioni, per esempio, di figure parlanti che implicano 
il concorso della vista e dell'udito, e che si spiegano come un caso par- 
ticolare delle precedenti. Si tratta cioè d'immagini complesse ed eviden- 
temente inspirate da un pensiero. Le allucinazioni combinate risultano 
dal connubio di due rappresentazioni che degenerano in una doppia sen- 
sazione dopo essersi formate a loro volta come la conseguenza secon- 
daria di un'idea superiore. 

Dovremo credere che anche il passaggio da un'idea superiore ad una 
o più rappresentazioni particolari costituisca un regresso patologico? E, 
traducendo in termini anatomici, concluderemo che la corrente nervosa 
debba percorrere la distanza fra due centri corticali in una sola direzione 
e precisamente dai più bassi ai più alti? Nemmeno per sogno : l'esercizio 
ordinario del pensiero dimostra che, se l'induzione, portandoci alla cono- 
scenza di leggi sempre più generali, è il processo più elevato dell'intelli- 
genza, non è punto da disprezzarsi il processo opposto, che ci permette 
di scendere dai concetti generali (nostri od altrui) alle applicazioni, agli 

Tanzi. Psichiatrìa. — 1G. 



122 CAPITOLO IV 



eternili, alle singole immagini rappresentative. Fra i centri transcorticali 
non mancano le fibre associative atte a facilitare questi rapporti intercel- 
lulari in tntte le direzioni; e il passaggio della corrente nervosa da un 
centro transcorticale ad un altro centro transcorticale, ma più basso, non 
deve considerarsi come un fatto morboso. Solo al suo ultimo passo, cioè 
da un centro di rappresentazione ai rispettivi centri ili sensazione, la di- 
scesa della corrente nervosa assume un carattere patologico. 

Allucinazioni che si presentano nei sogni. — Quando dormiamo, sono 
chiuse le porte dei sensi e il pensiero tace. Se peraltro avviene che si 
apra uno spiraglio esterno o che si svegli un'irritazione interna, si mani- 
festano di tratto in tratto fenomeni di coscienza: noi sogniamo. I 
sogni sono un tessuto variopinto d' immagini, di rappresentazioni, 
d' idee evanescenti sopra una trama debole, appena ordita, spesso 
scompigliata. L'ordine logico si smarrisce; le associazioni si sban- 
dano per vie collaterali ed insolite; il tema del sogno, se anche prende 
le mosse da una sensazione oscura del mondo reale, se ne allontana cosi 
smisuratamente, che assume subito un aspetto incoerente, spesso assurdo. 
Tuttavia nell'insieme di questi fenomeni subiettivi, per quanto possano 
essere caotici, noi discerniamo ancora, abbastanza nettamente, ciò che è 
riferibile alla nostra persona da ciò che, a torto od a ragione, ci sembra 
riguardare l'ambiente esteriore: le rappresentazioni dalle immagini senso- 
riali. Insomma, per quanto i processi subiettivi possano variare d'inten- 
sità e di contenuto, non perdono mai i caratteri specifici che li rendono 
cosi distinti nella veglia : fra i ricordi, spuri o genuini, e le immagini false 
«i vere della realtà attuale persiste, nel sogno, l'antitesi che è cosi chiara 
nello stato normale. E mentre sentiamo gli spettacoli fantastici, a cui ci 
sembra d'assistere, come se fossero una parte dell'ambiente estenui, non 
cessiamo d'avvertire le meditazioni e i commenti più o meno melensi, 
di cui dormendo li corrediamo, come una parte del nostro pensiero. Le 
fantasmagorie dei sogni non hanno dunque l'apparenza di rappresenta- 
zioni vivaci, ma di realtà, anche quando sono meschine e crepuscolari. 
È evidente che devono formarsi nei centri sensoriali, vale a dire che sono 
allucinazioni; e non v'è ragione di crederle dovute ad un meccanismo 
diverso da quello che determina le allucinazioni degli avvelenamenti e 
delle malattie mentali. Che in un cervello stanco si produca, per man- 
canza d'inibizione, la caduta di qualche immagine rappresentativa nei 
centri di sensibilità, è cosa più facile ad intendersi che non un orgasmo 
epilettico da parte di centri assopiti in un sonno pacìfico e riparatore. 



LA SENSIBILITÀ 1 23 



Allucinazioni d'origine periferica. — Le immagini elementari che si for- 
mano nei centri sensoriali per eccitamento di nervi periferici non hanno 
nulla di comune con le vere allucinazioni. I fosfeni che si producono toc- 
cando il bulbo oculare, il bagliore che accompagna la recisione del nervo 
ottico, gli acusmi che s'aggiungono alle otiti, i sibili, gli scrosci, i suoni 
più o meno musicali che si ottengono nell'esperimento di Brenner, gal- 
vanizzando il nervo acustico, le parestesie provocate da irritazioni mor- 
bose dei nervi sensitivi, non sono fenomeni morbosi, ma reazioni normali 
ad uno stimolo abnorme. In ognuno di questi casi le allucinazioni, purché 
non oltrepassino il grado d'immagini rudimentali, sono perfettamente le- 
gittime : non è la loro presenza, ma la loro mancanza che potrebbe costi- 
tuire un documento patologico a carico del cervello. Segnalare un'irre- 
golarità che effettivamente si compie in un punto lontano non è la stessa 
cosa che commetterla; e i centri sensoriali, quando liberano nella coscienza 
un'allucinazione d'origine periferica, non fanno che l' ufficio di segnalatori 
imparziali. L'allucinazione periferica, come il dolore, è un processo inu- 
sitato, ma naturale e del tutto estraneo alla psichiatria. 

Nondimeno, avviene qualche volta che queste sensazioni insolite, ma 
non morbose, suggeriscano idee. Se il cervello che ne è sede non presenta 
anomalie o processi morbosi, le idee suggerite potranno essere giuste o 
sbagliate, questo poco importa, ma non saranno psicopatiche. Se invece 
dalle allucinazioni d'origine periferica nasceranno deliri, come del resto 
ne nascono spontaneamente o per effetto di sensazioni affatto normali ed 
ordinarie, vuol dire che il cervello non si trova in condizioni normali. In 
questo caso non è difficile che, tra gli altri sintomi d'una perturbazione 
mentale, si verifichino anche quelli che favoriscono la produzione d' im- 
magini allucinatorie. Le allucinazioni più o meno complesse che si deter- 
minano allora possono prendere a prestito il loro tema dalla sensazione 
insolita che, arrivando dalla periferia del corpo per via normale, ha atti- 
rato sopra di sé l'attenzione dell'anomalo o dell'infermo. Ci troviamo 
dunque dinanzi ad un caso particolare di allucinazione configurata e su- 
bordinata al pensiero, dove la così detta allucinazione periferica non è che 
un semplice agente provocatore. 

E infatti, sono innumerevoli gli esempi di persone che per settimane e 
per mesi soffrono senza interruzione di acusmi per anemia o per otiti, di 
fotopsie per congiuntiviti od emicrania, di parestesie per mille cause di- 
verse, e che sono ben lontani dal presentare allucinazioni vere e tanto 
meno il più piccolo indizio di delirio. Possiamo quindi concludere che 
vere allucinazioni d'origine periferica non esistono. L'allucinazione pro- 
priamente detta è sempre un processo d'origine transcorticale: una rap- 
presentazione retrocessa e patologicamente convertita in sensazione. 



124- CAPITOLO IV 



Allucinazioni unilaterali dell'udito — Vi sono individui abitualmente 
sospetti ad allucinazioni uditive, ma da un lato solo. Se si tratta di sem- 
plici acusmi, la genesi del fenomeno è ovvia. Ma come si spiega la for- 
mazione d'immagini uditive che sembrano partite esclusivamente da un 
orecchio quando raggiungono un alto grado di complessità ? Come si spiega 
che i prodotti di un'elaborazione transcorticale, voci riconoscibili, suoni di 
parole, frasi piene di lusinghe o di minacele, possano differenziarsi così 
nettamente secondo l'orecchio da cui provengono o figurano di provenire? 
Non si è detto che i centri delle rappresentazioni verbali sono unici e 
svincolati dai rapporti di spazio? Come si concilia dunque l'unilateralità 
d'una allucinazione verbale, che sembra penetrata per un orecchio e non 
per l'altro, con la sua origine da un centro indi [ferente alla provenienza 
dei suoni, come dev'essere senza fallo quello situato nella l. a circonvolu- 
zione temporale di sinistra? Questo centro, essendo unico, non accoglie 
promiscuamente e senza distinzione il contributo dei due orecchi? In che 
mudo potrebbe imprimere ad una rappresentazione nata nel suo seno il 
carattere della provenienza uniauricolare e trasmettere questo carattere 
all'immagine allucinatoria che si ripeterà nei due centri sensoriali :' 

La risposta è facile. Quando noi ci rappresentiamo, in genere, il suono 
d'una parola, non abbiamo alcun bisogno di localizzarla mentalmente né 
fuori dal nostro corpo, né dentro il nostro corpo, cioè ad un orecchio 
piuttosto che all'altro. E infatti ordinariamente questa localizzazione nello 
spazio non avviene. Ma se mediante un'associazione di dati spaziali che 
possiamo anche attingere alle altre forme di sensibilità, per esempio alla 
visiva ed alla tattile, ci piacesse soffermarci sopra una rappresentazione 
fonetica e figurarci il punto da cui proviene, la sua direzione in rapporto 
a noi, la persona che ha parlato o parlerà, e l'orecchio in cui sentiamo 
rintronare o susurrare la sua voce, noi troviamo subito nel nostro cer- 
vello tutti gli elementi che ci occorrono per riescire in questo modestis- 
simo intento. La localizzazione del suono verbale in un punto dello 
spazio esterno o in uno piuttosto che nell'altro dei nostri orecchi non è 
dunque una conseguenza ordinaria e tanto meno necessaria all'evocazione 
acustica; ma è un procedimento che può effettuarsi quando si voglia, per 
associazione. 

Quando un paranoico perseguitato teme di sentirsi arrivare delle ingiurie 
dalla gola del camino, non è improbabile che tutte le allucinazioni uditive 
di cui sarà vittima si localizzino sistematicamente in quel punto dello 
spazio esterno. Quando un infermo simile sia molestato da un acusma 
reale dell'orecchio sinistro e la sua attenzione sia spesso richiamata di 
preferenza da questa parte, non è improbabile che la suggestione d'ori- 
gine epiperiferica, malgrado la propria legittimità, si associ con autosug- 



LA SENSIBILITÀ 125 



gestioni d'origine transcorticale e vi porti il contributo di un'indicazione 
spaziale in rapporto con l'orecchio sinistro. Da questa rappresentazione 
complessa, verificandosi nelle fibre cerebrali le condizioni necessarie al 
processo allucinatorie), si avrà facilmente un'allucinazione, il cui riferi- 
mento all'orecchio sinistro è l'effetto dell'acusma. Certamente, l'incontro 
d'un acusma uniauricolare con uno stato che potrebbe dirsi dì (Untesi al- 
lucinatoria (nel senso dell'allucinazione vera e complessa) è qualche cosa 
di non molto facile a verificarsi; ma appunto perciò le allucinazioni uni- 
laterali e configurate dell'udito sono un fenomeno abbastanza raro, mentre 
gli acusmi, bilaterali ed unilaterali, sono un incomodo ilei più comuni. 

Illusioni. — Il meccanismo delle allucinazioni, come l'abbiamo descritto, 
si attaglia senz'alcuna difficoltà alle illusioni. K noto che l'illusione fa 
nascere un'immagine deformata, ma non interamente falsa, della realtà; 
essa è un miscuglio di sensazioni reali, ma spesso deboli, frettolose, in- 
distinte, insomma incomplete, e di rappresentazioni con carattere alluci- 
natorio che vendono ad integrarla erroneamente. Un processo d'integra- 
zione analogo, ma inconsapevole e senz'errori, si effettua ad ogni atto 
di percezione, e corrobora l'immagine attuale con una fugace apparizione 
di ricordi similari che ci permettono ili meglio distinguerne le minute 
particolarità e i loro reciproci rapporti. Nell'illusione l'immagine attuale, 
in luogo di fondersi armonicamente coi ricordi similari, è integrata da 
un preconcetto incongruo che, per giunta, assume un'evidenza allucina- 
toria. Questa parvenza è l'effetto della regressione che riconduce gii ele- 
menti rappresentativi ai centri sensoriali: e l'illusione non è altro che 
un'allucinazione parziale. 

Conclusione. — La teoria che ho esposto, cimentandola alle varie mani- 
festazioni con cui si presentano le allucinazioni nella clinica e fuori della 
clinica, e specialmente a quelle che finora rimanevano inesplicate o in con- 
trasto con gli ultimi dati della fisiopatologia cerebrale, offre alcuni vantaggi 
che si possono brevemente riassumere. 

1." Il fenomeno allucinatorie acquista anche obiettivamente, cioè nel 
suo meccanismo fisiopatologico, quella fisionomia decisa e ben netta che 
lo caratterizza subietti vamente, e che non permette di confonderlo coi 
processi di rappresentazione. L'allucinazione non è una rappresentazione 
spasmodica, ma anzi differisce dalla rappresentazione per qualità e per 
seile. Per ciò che riguarda la quantità, si possono verificare allucinazioni 
anche assai deboli, come sono qualche volta quelle dei sogni e quelle 
.della vista) che scompariscono aprendo gli occhi. 

2." L'origine di tutte le allucinazioni genuine è transcorticale; e le 



126 CAPITOLO IV 



allucinazioni di provenienza periferica, finché non siano completate da un 
coefficiente soprasensoriale, non hanno nulla di comune con esse, non 
sono allucinazioni genuine, non vanno calcolate come un fenomeno psico- 
patologico. 

3." Il meccanismo dell'allucinazione consiste nel regresso d'una imma- 
gine più o meno complessa, più o meno cosciente che dalla zona psichica 
cade nei centri di sensibilità dond'era venuta, e cos'i assume di nuovo 
l'aspetto preciso d'una sensazione, tanto da essere scambiata per realtà. 

4.° Questo meccanismo si compie soltanto in condizioni patologiche 
od abnormi, ma senza scariche epilettoidi, per vie anatomicamente idonee 
al collegamento centrifugo della zona psichica o soprasensoriale coi centri 
corticali di pura sensibilità, quantunque d'altra parte queste stesse vie 
siano normalmente destinate ad altre funzioni più o meno determinabili. 
5." Data la separazione di sede tra i processi di rappresentazione e 
quelli di sensazione, si concepisce che un'allucinazione, essendo subietti- 
vamente identica ad una sensazione, occupi l'identica porzione di cor- 
teccia e si spartisca fra i due emisferi. Ma perchè ciò avvenga, non è 
più necessario ammettere che due stimoli irritanti abbiano agito sulla 
corteccia in modo simultaneo, complementare ed intelligente, cosa invero- 
simile e quasi assurda, specialmente nel caso delle allucinazioni visivi' 
(che, dato uno stimolo isolato e grossolano, dovrebbero presentarsi unila- 
teralmente e quindi sotto forma emianopsica). Invece, si può credere senza 
difficoltà che i centri di sensibilità, comunque siano eccitati, reagiscano 
sempre con immagini precise, vivaci, ma effimere: fisiologicamente, rispec- 
chiando la realtà che sta fuori di noi; patologicamente, rispecchiando 
sotto forma più rinforzata e realistica il ritratto della realtà, che sta 
dentro di noi, ma in altro territorio della corteccia. 

(i.° Allo stesso modo si spiega il meccanismo delle allucinazioni con- 
figurate in genere ; di quelle che risultano dalle combinazioni di più im- 
magini appartenenti a forme di sensibilità diverse; delle allucinazioni 
subordinate al pensiero e quasi logiche; delle illusioni; e infine di quella 
singolarità, che è la ripetizione sonora, ma immaginaria del pensiero. 

Insomma, vi è un punto comune fra la classica teoria di Tamburini e la 
presente: l'identità di sede, se non d'origine, tra i fenomeni sensoriali e 
gli allucinatori. Sensazioni ed allucinazioni fanno dunque bon ménage 
negli stessi centri corticali: è vero, ma a patto che siano messe fuori di 
casa le rappresentazioni. A questa maniera le allucinazioni vengono a 
guadagnare un'individualità propria. Per la loro provenienza transcorti- 
cale, esse sono ex-rappresentazioni (più o meno coscienti); pel loro de- 
terminismo patologico, sono un'associazione aberrante, straordinaria, re- 
gressiva ; pel loro aspetto subiettivo e per la sede corticale in cui si svolge 



LA SENSIBILITÀ 127 



la parte culminante del fenomeno allucinatorio, le allucinazioni non sono 
altro che sensazioni «lei tutto simili alla realtà e affatto dissimili dalle 
rappresentazioni. 

Pseudo-alluciuazioni od allucinazioni psichiche. — A giudicare superfi- 
cialmente, parrebbe che gli allucinati, e più che mai quelli dell'udito, 
siano tra i malati di mente assai numerosi. Ma un esame accurato ci 
dimostra spesso che una gran parte delle allucinazioni uditive e special- 
mente verbali non sono in realtà che pseudo-allucinazioni. Non si tratta di 
parole simili a quelle che si ascoltano realmente, ma d'immagini verbali 
talvolta sbiadite che per altro differiscono dal pensiero ordinario per la 
loro incoerenza e per l'insolito mistero della loro origine subiettiva. Questo 
fenomeno non era ignoto all'antica psichiatria : Baillarger l'aveva desi- 
gnato come una forma d ! 'allucinazione psichica, Hagen come una pseudo- 
allucinazione, Kahlbaum come un' allucinazione appercettiva. Di questo 
problema si sono occupati molti alienisti, ma senza risolverlo, anzi senza 
neppure intavolarlo chiaramente. 

L'oscurità che circonda le allucinazioni psichiche, sia nella mente dei 
malati, sia in quella degli alienisti, dipende dall'indeterminatezza, anzi 
dalla mancanza d'una qualsiasi distinzione tra i due fenomeni : allucina- 
zione ed immagine mentale. Secondo gli autori che non si distaccano 
dalla tradizione corrente, le allucinazioni e le immagini mentali cor- 
rispettive si producono nei medesimi centri corticali, cioè là dove si 
determinano le sensazioni attuali : tra allucinazione ed immagine mentale 
non vi è dunque che una differenza subbiettiva ; e la differenza diventa 
inafferrabile, se ad un'allucinazione debole mettiamo di fronte un'imma- 
gine mentale fisiologica, ma intensa. 

Le allucinazioni psichiche acquistano un significato ed un interesse 
solo per chi ammette l'esistenza dei centri rappresentativi e la diversità 
non solo subiettiva, ma anche topografica tra sensazione e rappresenta- 
zione. In questo caso le pseudo-allucinazioni di«BAiLLARGER, che realmente 
hanno un'importanza di primo ordine nella demenza precoce, sono da 
interpretarsi come rappresentazioni od immagini mentali od idee, che 
per il loro aspetto e la loro localizzazione sono identiche ai processi 
normali del pensiero, non già alle sensazioni, né alle allucinazioni vere, 
imitatrici perfette delle sensazioni ; ma d'altra parte si avvicinano alle 
allucinazioni per la loro genesi, in quanto nascono da stimoli locali, in- 
soliti ed estranei all'associazione corrente del pensiero. Perciò i malati 
ne parlano come d'un pensiero coatto, straniero alla loro personalità; e 
gli alienisti le confondono con le allucinazioni propriamente dette. 

Questo argomento, ch'era rimasto sterile finché stava confinato coni • 



128 CAPITOLO IV 



una semplice nozione clinica tra le curiosità della psicologia subiettiva, 
fu ringiovanito quando Lugaro, mettendolo in rapporto con la genesi 
delle allucinazioni, distinse, localizzò e descrisse le immagini mentali di 
origine patologica, cercando di spiegarne il meccanismo e di renderle com- 
prensibili anche a chi le analizza dal di fuori, senza averle mai provate. 
Secondo Lugaro, le pseudo-allucinazioni sono immagini mentali che, in- 
vece d'essere provocate dalla realtà esterna o dai processi d'associazione 
interna, sorgono come fantasmi per l'azione d' uno stimolo locale ed 
abnorme sui centri rappresentativi. La loro indipendenza dalla corrente 
del pensiero ordinario genera nei malati il sentimento di un'anomalia, 
di un'influenza malefica, d'una soggezione cerebrale, che si traduce con 
espressioni svariate : suggestione, pensiero comandato, pensiero alieno, 
trasmissione del pensiero, parole mentali, idee che si specificano nel 
cervello, testa occupata da persone invisibili, azioni e pensieri forzati. 
Si tratta specialmente d'immagini verbali acustiche, ma che non vengono 
mai scambiate per voci estranee, perchè sono più deboli d'una voce reale 
ed anche diverse. Lo indicano chiaramente gli stessi malati, chiamandole 
coi nomi di voci pallide, microfonia, parola secondaria. Talvolta le imma- 
gini mentali che assumono aspetto pseudo-allucinati >rio sono cosi indeter- 
minate, che non rassomigliano nemmeno a parole sommesse, e i malati 
sono imbarazzati nel descriverle : eppure, quelle immagini si differenziami 
spiccatamente dalle comuni rappresentazioni che formano l'orditura del 
pensiero normale. 

Cornei centri motori si possono rendere autonomi di fronte agli ideativi, 
cosi si rompe la solidarietà reciproca tra i vari territori di rappresenta- 
zione, e il malato ne acquista la convinzione o il sospetto d'un pensiero 
inni suo. Se l'alienista designerà frettolosamente il fenomeno come un'al- 
lucinazione, può «larsi che il malato, per lo più un demente precoce, non 
avendo un concetto esatto di questa parola, accetti per buona la designa- 
zione ; ma invitato a spiegarsi da sé, darà tali indicazioni di ciò che 
avviene india sua coscienza, da persuadere che si tratta di pseudo-alluci- 
nazio.ii, non d'allucinazioni. 



CAPITOLO V. 

L'ideazione 



PSICOLOGIA DELL' IDEAZIONE. 

L'attività mentale è caratterizzata dalla coscienza. I fenomeni subiettivi 
o stati di coscienza, che costituiscono quest'attività, hanno in generale 
(per la massima parte dei psicologi sempre) un doppio aspetto, cioè : a) 
un contenuto rappresentativo, che può variare all'infinito, e è) una forma 
sentimentale, che può essere gradita o sgradita, con semplici gradazioni 
d'intensità. 

L'espressione più semplice dell'attività rappresentativa sono le imma- 
gini, che si formano sotto l'azione diretta della realtà esterna, rispecchian- 
done i vari aspetti. Esse possono anche riprodursi per azione interna e 
sotto forma di ricordo, ma purché almeno una volta siano state provo- 
cate dal di fuori : « nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu ». 
L'immagine è dunque una copia della realtà ; il ricordo è una copia 
della copia, tirata senza la presenza del modello e perciò più imperfetta. 
Percezioni e ripercezioni, secondo la felice espressione di Kahlbaum. 

Le idee sono rappresentazioni più o meno complesse, che risultano dal- 
l'aggregazione d'immagini. Ciò non avviene per effetto d'una semplice 
somma, ma per mezzo d'un doppio e delicatissimo procedimento ; vale a 
dire: 1." da molte immagini diverse e complesse, ma primitivamente indi- 
vise si isola, con un atto d'analisi per lo più incosciente, l'elemento co- 
mune, per esempio dalle immagini visive del cielo, del mare, della gen- 
ziana, dello zaffiro si astrae l'attributo d'azzurro ; 2.° queste frazioni si- 
mili d'immagini differenti si fondono in una sintesi ideale, che è appunto 
l'idea dell'azzurro. Anche le idee più elementari sono dunque sempre astra- 
zioni ma si chiamano idee conerete quando sono ricavate da semplici 
immagini. Dalle idee concrete si possono ricavare le idee astratte, met- 
Tanzi, Pgichiatria. — 17* 



130 CAPITOLO V 



tendo in giuoco i due processi d'analisi e di sintesi che abbiamo indicati) ; 
per esempio dalle idee concrete d'azzurro, di verde, di rosso si separa l'e- 
lemento ideativo comune, e si giunge all'idea astratta di colore, che viene 
ad essere l'astrazione di più astrazioni meno complesse. Si può salire ad 
un grado di astrazione più elevato, prendendo di mira l'elemento comune 
tra colore, odore, consistenza ed altre astrazioni diverse, e cos'i si l'orma 
l'idea di qualità fisica. Le astrazioni più elevate si dicono, senza precisione 
di limiti, nozioni generali. 

Durante la veglia, l'attività della coscienza è continua, ma la succes- 
sione dei processi ideativi non segue un ordine rigorosamente logico, 
perchè è frequentemente interrotta dall'accidentalità degli avvenimenti 
esterni. Il nostro pensiero si decompone in una serie innumerevole e dis- 
continua di ragionamenti incominciati e non finiti od abbreviati, in ogni 
modo assai semplici e senza legame reciproco. Per ciò l'attività rappre- 
sentativa è logica a frammenti ; ma nel suo andamento generale è piut- 
tosto alogica, a meno che non intervenga a disciplinarla l'influenza del- 
l'attenzione, che è una specie di raccoglimento volontario. Questa influenza, 
che mettiamo in opera nel parlare, nell'ascoltare e nel meditare, chiude 
la coscienza alle impressioni disturbatrici e cos'i favorisce lo sviluppo in- 
terno delle idee lungamente concatenate. 

11 pensiero ordinario si compie prevalentemente per immagini di varia 
specie, ed è un vero caleidoscopio, alla cui formazione concorrono tutti 
i sensi specifici in combinazioni assai variabili. Invece il pensiero logico 
si compie quasi esclusivamente pel tramite d'una classe particolare d'im- 
magini, cioè delle immagini verbali. Le parole, per l'abitudine che abbiamo 
di servircene comunicando con gli altri, diventano un surrogato pratico delle 
idee anche di fronte a noi stessi. La loro corrispondenza convenzionale culi 
le idee, che arriva fino alle sfumature più delicate, ci dispensa dalla necessità 
di evocare volta per volta e ad ogni passo del movimento meditativo quei 
complessi d'immagini, che sono originariamente racchiusi in ogni idea e 
specialmente nelle idee più astratte; e ci permette di rappresentarci in 
loro vece una serie omogenea d'immagini assai più semplici e più precise, 
che ne diventano il simbolo. Cos'i il pensiero logico corre svelto e senza 
intoppi per mezzo di contrassegni verbali dietro ai quali non appariscono 
che a tratti e pallidamente le larve delle immagini originali, e noi non 
pensiamo idee, ma più spesso pensiamo parole. 

Le immagini mnemoniche tendono a seguirsi ed a combinarsi tra loro 
e con le immagini primitive od attuali secondo certe leggi d'attrazione 
reciproca, che sono conosciute col nome di associazioni psichielie e che 
abbracciano: 1." i rapporti di contiguità nello spazio (coesistenza), 2." i 
rapporti di contiguità nel tempo (successione), 3." i rapporti di somi- 



l'ideazione 131 



glianza, 4.° i rapporti di causalità, 5.° i rapporti di contrasto, che solo in 
patologia mentale acquistano qualche volta un certo interesse, ma che si 
possono riguardare come l'aspetto negativo dell'associazione per somi- 
glianza. 

Le rappresentazioni che si associano nella nostra coscienza sotto le 
l'orme che abbiamo accennato sono sottomesse a questa legge d'affinità 
reciproca per una sola ragione : che i fenomeni a cui si riferi- 
scono sono vincolati a loro volta nella realtà da rapporti obiettivi e paral- 
leli. In altre parole, le leggi d'associazione poggiano sui principio di cor- 
rispondenza per cui i processi intellettuali si modellano sul mondo reale 
(Spencer). 

Nella forma d'associazione per contiguità (di spazio e di tempo) il no- 
stro spirito riproduce, s'intende a frammenti, l'ordine concreto della realtà. 
Nella forma d'associazione per somiglianza noi verifichiamo fra le rap- 
presentazioni simili gli elementi comuni, ossia l'esistenza d'un rapporto 
ideale, che ci conduce facilmente all' astrazione e ci permette, se non la 
riproduzione letterale, una prima classificazione della realtà, che è come 
un indice per materia dei suoi vari fenomeni. Ma non possiamo raffigu- 
rarci con qualche vigore, nemmeno parzialmente, l'ordine teorico dei fe- 
nomeni esterni, che applicando l'associazione per causalità. 

D'altra parte, questo processo mentale, che ci fornisce il mezzo d'ar- 
gomentare, anche senza vederli, gli effetti dalle cause e le cause dagli 
effetti, presuppone le due associazioni di successione e di somiglianza. 
Infatti, per cogliere il legame causale fra due fenomeni, bisogna averne 
riscontrato in primo luogo la successione, in secondo luogo la costanza, 
ciò che richiede la nozione dell'identità o per lo meno dell'analogia fra 
una successione e le altre, ossia l'uso dell'associazione per somiglianza. In 
grazia di questa sintesi, nasce la convinzione subiettiva che la successione 
dei due fenomeni sia inevitabile e quindi che la causa e l'effetto si richia- 
mino per una necessità obiettiva. Questa legge di necessità obiettiva, che 
dovrebbe costituire in certo modo il meccanismo della realtà esterna, non 
è in fondo che un nostro adattamento subiettivo (Hume), una specie d'ipo- 
tesi tradizionale che tutti accettano come dimostrata ; e infatti, abbia o 
no una corrispondenza assoluta col mondo reale, l'ipotesi o principio di 
causalità ci rende immensi servigi, perchè ci permette i processi d'indu- 
zione e di deduzione, con cui conquistiamo anche quei brani di realtà che 
non vediamo. 

Da quanto si è detto, è chiaro che le due associazioni di contiguità rea- 
lizzano il principio di corrispondenza nella forma più semplice e per dir 
cosi letterale ; che l'associazione di somiglianza, suggerendo le idee astratte 
e indicandoci la costanza di certi rapporti, fornisce alla nostra conoscenza 



132 CAPITOLO V 



le formule abbreviative dei fenomeni reali e il mezzo indispensabile per 
giungere all'associazione di causalità ; e infine clie quest'ultima è il pro- 
cesso più sintetico ed efficace per mettere in atto, con qualche larghezza 
e profondità, l'adattamento della nostra attività rappresentativa alla realtà 
esterna. 

L'attività logica rientra nelle leggi associative in quanto esercita una 
selezione, fra le molte idee che tenderebbero ad associarsi, su quelle che 
si riferiscono a l'atti riuniti in legame necessario e seriale, eliminando 
dalla coscienza i fatti accidentali o, comunque, estranei alla serie. Que- 
st'operazione intellettuale presuppone sempre un'idea direttiva da cui si 
parte (deduzione) od a cui si tende (induzione) e costituisce il ragiona- 
mento. Tutte le forme d'associazione hanno vigore sulle idee come sui 
loro simboli, le parole, che si richiamano fra di loro senza bisogno d'es- 
sere risvegliate una per una dalle idee corrispondenti : ciò che ci permette, 
fino ad un certo punto, di dire una cosa e di pensarne un'altra. 

Questo è, in breve, il quadro di quei processi d'ideazione che, elevan- 
dosi dalla semplice percezione fino alla previsione ed allo studio, costitui- 
scono il lato conoscitivo dell'intelligenza. 1 sentimenti ne formano, come 
vedremo, l'altro lato, il lato più intimo e più personale. 



PATOLOGIA DELL IDEAZIONE. 

Le irregolarità dell'ideazione sono naturalmente uno dei due cardini, 
ed anzi il più caratteristico della clinica psichiatrica, e si possono rag- 
gruppare prendendo in considerazione la rapidità d'associazione, il calore 
logico delle idee, la loro quantità assoluta e il loro ordinamento. 

l.° Riguardo alla rapidità con cui le idee si associano, si hanno casi 
di accelerazione e di rallentamento con e senza turbamento dell'ordine e 
della qualità. 

2.° Riguardo al calore logico delle idee, lo vediamo alterato isolata- 
mente, cioè senza disordine generale e profondo di tutti i processi men- 
tali, solo nelle ossessioni e nei deliri sistematizzati. 

3." Riguardo alla quantità assoluta o patrimoniale delle idee, essa può 
acquistare significato patologico per la sua scarsezza originaria od acqui- 
sita, come nelle forme d'imbecillità e di deterioramento mentale. 

4.° Riguardo all'orarne di associazione i processi ideativi possono dar 
luogo alla contusione mentale o sindrome amenziale ed alla incoerenza 
cronica o sindrome demenziale. E in questi casi è obnubilata anche la 
coscienza, e le idee sono spesso alterate anche nella loro quantità e so- 
pratutto nella loro qualità. 



l'ideazione 133 



Tutti questi sintomi meritano d'essere esaminati ad uno ad uno, ma in 
gran parte si presentano combinati in mutua dipendenza o come effetti 
d'una causa comune. 



RAPIDITÀ DEL PENSIERO. 

L'accelerazione dei processi ideativi e percettivi può andare scompa- 
gnata da qualsiasi turbamento del loro ordine o del loro contenuto ; ma 
in questo caso è piuttosto moderata e si associa costantemente ad un 
grado altrettanto moderato d'esaltamento sentimentale, ciò che forma il 
sintomo patognomonico dell'ipomania. Data una simile condizione, si 
può dalla bocca d'un alienato udire qualche osservazione brillante ed in- 
gegnosa, ma che di solito rimane senza lungo seguito. Il più delle volte 
la precipitazione non reca alcun benefìzio ; anzi, se non porta addirittura 
il disordine, favorisce le associazioni meno utili a danno delle più utili. 
L'attenzione è rivolta di preferenza sui rapporti di somiglianza, il che la 
distoglie da quei rapporti di causalità che costituiscono il vero nerbo del 
ragionamento. Cosi gli infermi, senza mostrarsi separati dalla realtà e an- 
cora ben lontani dal delirare, formulano giudizi superficiali, frivoli o im- 
prudenti, per quanto esenti da assurdità. Fra questi malati si trovano i 
facili verseggiatori, i declamatori, gli improvvisatori di cavilli e di calem- 
bours, e in generale tutti coloro che si lasciano trascinare dalle assonarne 
verbali, sacrificando l'associazione logica delle idee all'associazione pura- 
mente fonetica delle parole, cioè ad un'analogia fra le più accidentali. 
Questa tendenza, che nell'accelerazione leggiera dei processi ideativi si 
limita a suggerire digressioni frequenti, aumentando la logorrea, rasenta 
addirittura il vaniloquio quando l'accelerazione è massima e i giuochi di 
parole si sostituiscono interamente al ragionamento. Nondimeno il vani- 
loquio per sovrabbondanza d'idee ossia per ideorrea è un fatto raro, e più 
apparente che reale. I suoi caratteri sono ben diversi da quelli del vani- 
loquio amenziale o confusionale, che infatti è sempre accompagnato da se- 
micoscienza e supera di poco la celerità normale, anzi il più delle volte 
le sta al di sotto. 

Un singolare effetto della soverchia rapidità associativa è l'illusione 
palingnostiea (impropriamente chiamata delirio palingnostico). Il malato, 
quasi sempre un maniaco o un amente, crede di ravvisare vecchie conoscenze 
in persone che vede per la prima volta, le apostrofa confidenzialmente col 
falso nome, ma, ammonito del suo equivoco, lo riconosce quasi sempre senza 
difficoltà. La possibilità d'un simile errore è tutt'altro che esclusa nelle 
persone normali, ma in tal caso è necessario il concorso della cosi detta 



134 CAPITOLO V 



attenzione aspettante ossia d'una sovreccitazione affettiva. Quando aspet- 
tiamo con qualche impazienza in mezzo alla folla un amico che ritarda 
all'appuntamento, è facile che la rassomiglianza anche lievissima d'un 
passante qualunque ci procuri per un momento l'illusione di veder arri- 
vare l'amico : evidentemente la rappresentazione mentale di colui che 
aspettiamo si fonde, in sintesi frettolosa, coll'immagine attuale e parzial- 
mente simile del passante ignoto (che ha comune coll'amico la statura, l'in- 
cesso, la barba o il cappello) ; e si ha cosi un'anticipazione di giudizio che 
dà origine all'errore. Nei maniaci con accelerazione dei processi ideativi 
l'esaltamento affettivo, inspirando ai malati una grande confidenza in sé 
stessi, fa le veci dell'attenzione aspettante e conduce frequentemente ad 
illusioni palingnostiche del tutto caratteristiche, per esempio davanti ad 
una scolaresca numerosa. 

Il rallentamento dei processi ideativi è spesso congiunto alla sofferenza 
psichica, come nella melancolia. Però il grado di lentezza nell'associa- 
zione delle idee non è rigorosamente parallelo al grado della sofferenza 
psichica. Anche gli stati d'insensibilità affettiva o di apatia, che caratte- 
rizzano il mixedema e certe forme d'amenza attonita, si associano comu- 
nemente ad un ritardo dell'ideazione, che non la cede per nulla a quello 
dei melancolici, ed anzi in questo suo intimo legame con l'indifferenza sen- 
timentale guadagna proporzioni quasi incredibili, fino a richiedere dieci 
o venti secondi per la risposta monosillabica a domande fra le più sem- 
plici. 

La lentezza delle idee non determina errori diretti nella loro natura o 
nel loro ordine, ma può favorirli, perchè non è senza influenza sull'esten- 
sione e sul contenuto del campo ideativo. Quando il corso delle idee è rallen- 
tato, non si ha mai quella dispersione dell'attività psichica che si è notata 
negli stati d'acceleramento, e che talvolta conduce a propositi inopportuni 
o poco seri ; ma d'altra parte, siccome una certa porzione degli avveni- 
menti esterni sfugge all'attenzione dei malati, questa riduzione dei loro 
processi percettivi rende più difficile la compensazione delle lacune e la 
rettificazione degli errori, se ve ne sono. 

Mentre la celerità dell'ideazione spinge alla verbosità, il suo rallentarsi 
induce a parlar poco, con lunghe pause ed esitazioni, a voce sommessa 
e soltanto in seguito a stimoli molto vivaci oppure ad interrogazioni ca- 
tegoriche ed insistenti. Questi fatti si osservano spesso negli amenti atto- 
niti e qualche volta, in grado superlativo, nei melancolici sui quali, del 
resto, più che la lentezza delle idee, agiscono altre cause, come il timore, 
la vergogna, il dolore, che inibiscono meno il pensiero che la parola. 



l'ideazione 335 



IDEE PREVALENTI. 

Un'idea completamente isolata non è mai patologica in sé stessa. A 
stretto rigore non esistono alterazioni delle idee che possano riferirsi esclu- 
sivamente al loro contenuto. Infatti la fantasia ci permette di raffigurarci 
qualunque idea od immagine, anche le più insulse o le più assurde, senza 
uscire dai limiti dell'ideazione normale: basta all'uopo che tali immagini 
o tali idee rimangano allo sfato di semplici rappresentazioni mentali. 

I limiti della normalità vengono oltrepassati quando le idee puramente 
fantastiche contraggono rapporti anomali col pensiero coordinato, ciò che 
altera il loro valore logico. Quest'alterazione avviene in due maniere: 1." 
quando un'idea inutile, diventando oggetto d'una preoccupazione intempe- 
stiva, fa pressione continuata e sistematica sui processi logici, e cosi in- 
debolisce o compromette la loro successione naturale ; 2.° quando certe 
idee, che si trovano in evidente contraddizione con la realtà, diventano 
materia di certezza o di dubbio, falsando in modo incontestabile e grosso- 
lano i risultati dell'attività logica. Nel primo caso i malati ragionano a 
sbalzi, tempestosamente, ma non sono né alogici, né illogici ; nel secondo 
caso ragionano male, sono decisamente illogici. 

Sotto questo aspetto si sogliono prendere in considerazione due specie 
di fenomeni psicopatici : le idee fisse e le cosi dette idee deliranti (meglio 
convinzioni deliranti). Fra le une e le altre vi sono non poche e profonde 
differenze, il cui antagonismo costituisce una nozione fra le più precise 
e le più pratiche della psichiatria, ma anche alcuni caratteri comuni che 
Wernicke consacrò nella denominazione unica di idee prevalenti {ùber- 
icertige Ideen). Tanto l'idea fissa come la convinzione delirante brillano 
di luce propria in coscienze più o meno lucide, dove non trovano e non 
portano mai uno scompiglio totale ; anzi diventano centro d' irradiazione 
ad una sindrome sistematica, poco variabile, e d'altra parte cosi circo- 
scritta, che non senza ragione ha potuto inspirare il concetto della pazzia 
parziale (monomania) ora quasi interamente abbandonato. 

IDEE OSSESSIVE. 

È merito di Westphal (1871) d'aver messo in rilievo il diversissimo va- 
lore psicopatico delle sindromi che rimanevano ancora superstiti nel nau- 
fragio delle antiche monomanie, contrapponendo le idee fisse alle convin- 
zioni deliranti. Coi nomi d'idee fìsse o Zwangsvorstellungen (Westphal), 
idee coatte (Buccola), idee incoercibili (Tamburini), idee ossessive (Pitres 



136 CAPITOLO V 



e Régis), tutti assai espressivi ed equivalenti, s'intendono certe rappresen- 
tazioni che per il loro contenuto non avrebbero nulla d'insolito e tanto 
meno di morboso, ma che acquistano valore morboso per l'insistenza spa- 
smodica con cui s'intromettono abitualmente, come un tic ideativo, nel 
corso naturale del pensiero. Le idee ossessive (per lo più in numero d'una 
o due) non nascono dal ragionamento e non riescono a penetrarvi ; hanno 
il potere d'interromperlo, ma non di corromperlo ; sono e restano allo 
stato di rappresentazioni alogiche e casuali, che appena comparse dovreb- 
bero svanire per mancanza d'utilità e d'interesse; eppure ritornano, for- 
zando e ingombrando il campo della coscienza, spettri temuti ed ostinati, 
qualche volta respinti con successo, ma sempre pronti a nuove invasioni. 
Queste apparizioni disturbano più specialmente i processi logici, in mezzo 
ai prodotti dei quali figurano come un corpo eterogeneo, che non può 
assimilarsi, e che perciò non giungerà mai a formar parte integrante 
«Iella personalità psichica, anzi si troverà con essa in aperto conflitto. 
Vincitrice o vinta, a seconda dei momenti, l'idea fìssa non fa che guada- 
gnare di forza ad ognuna di queste battaglie ; nasce e vive del suo con- 
trasto con la personalità del malato ; e non tramonta che appunto quando 
cessa ogni ragione di contrasto. L'espressione follia del dubbio, con cui 
è stata descritta una modalità speciale d'idee fisse, si adatta assai bene 
anche a tutte le altre, appunto perchè il dubbio non è in sostanza che l'e- 
spressione logica d'un conflitto interiore. 

Per conoscere il meccanismo di formazione dell'idea fìssa bisogna ap- 
profondire i suoi rapporti con la personalità del malato. In che consiste 
il contrasto? Nel fatto che l'idea ossessiva non è voluta. E perchè non 6 
voluta? Perchè è riconosciuta sterile e vana. Tuttavia l'idea fissa persiste 
e il contrasto si rinnova ; perchè ? Perchè esso è alimentato da una forza 
cieca, incoercibile e perenne, che lo rende insolubile ; e questa forza, che 
costituisce la causa più remota e fondamentale del fenomeno, è uno stato 
passionale. 

Non si deve dimenticare che le idee ossessive assumono quasi sempre 
la forma d'una monofobia ; per lo meno sono facilmente riducibili al con- 
cetto di fobia. L'agorafobia o Platzangst, è il timore di cadere attraver- 
sando senza sostegno una piazza (Westphal) ; la claustrofobia, al con- 
trario, è il timore di soffocare negli spazi chiusi (Verga), per esempio nei 
tunnels ; V acrofobia è la paura delle altezze (Verga) ; V ereutofobia la 
paura d'arrossire (Pitres e Régis) ; la dismorfofobia quella di diventar de- 
formi (Morselli) ; la patofobia è l'angoscia di chi, stando bene, alma- 
nacca in maniera continua ed incoercibile l'eventualità d'una malattia; la 
tafefobia è il terrore del seppellimento prematuro per morte apparente 
(Morselli) ; la misofobia è l'orrore, comunissimo e tormentoso, dei con- 



L IDEAZIONE 



137 



tatti sudici (Hammond), della polvere che copre gli oggetti, del cencio che 
l'ha spazzata, della mano che ha afferrato il cencio, del guanto che ha 
calzato la mano, e cosi via all'infinito. 

Altre forme d'idee ossessive, sebbene non prendano il nome di fobie, 
sono casi particolari di patofobia, percbè analizzando si scopre che la causa 
inspiratrice è il timore di poter impazzire improvvisamente. Questo timore 
può concentrarsi in una particolare azione psicopatica, la cui rappresen- 
tazione, appunto per la ripugnanza che inspira, suscita più vivamente il 
meccanismo del contrasto e diventa il tema immediato dell'ossessione. A 
questo modo, cioè come l'espressione d'una fobia, si spiegano in parte le 
cos'i dette monomanie impulsive degli antichi trattatisti. Vi sono malati 
devoti e virtuosi, e in pari tempo lucidi, che appunto pel timore di non 
riescire a reprimere un peccato od un crimine da cui aborriscono si sen- 
tono spinti a commetterlo, per esempio a bestemmiare in chiesa, ad ado- 
rare il diavolo, ad uccidere, ad incendiare (Carrier). 

Altri, meno tragicamente, non possono trattenersi dal contare tutto 
ciò che è suscettibile di numerazione — ossessione aritmetica ; dal porre 
a sé stessi problemi metafisici e indovinelli — ossessione interrogativa, 
ossessione del perchè, Grilbelsueht (Griesinger), ciò che poco felicemente 
si dice anche delirio metafisico e phrenolepsia eroteinatica (Meschede). 
Anche in questi casi è evidente lo stato di preoccupazione da cui parte 
l'idea fissa; tutta la sua insistenza e morbosità deriva dal dubbio che 
hanno i malati di non saperla dominare, dubbio che in ultima analisi non 
è altro che una monofobia. 

Molti nevrastenici e normali, sotto l'influenza d'un dubbio oscuro sulla 
propria capacità a certe funzioni fisiologiche, sono condotti ad un'impo- 
tenza relativa appunto nei momenti, e in quei momenti soltanto, in cui il 
compimento della funzione sarebbe più urgente o più desiderato. Si hanno 
cosi varie forme d'impotenza psichica per soggezione, fra cui é singolare 
l'incapacità oratoria di certi scrittori facili e rapidissimi. Un caso parti- 
colare di fobia verbale (Chervin) è la balbuzie improvvisa che incoglie 
predicatori o insegnanti, ma solamente durante le loro conferenze o nella 
prevenzione di dover parlare davanti ad un uditorio. Vi è parimente un'in- 
validità alla minzione in pubblico, che è inspirata dalla fobia atavica del 
pudore ; e un'invalidità alla minzione sollecita che, basandosi sulla paura 
tutta moderna di non arrivare in tempo, non sorprende i soggetti che in 
viaggio, durante la breve fermata d'un treno o in altri frangenti dello 
stesso genere. 

Un campo fertile di fobie complicate è quello delle funzioni genetiche. 
L'eiaculazione o, molto più spesso, l'erezione possono mancare pel semplice 
timore dell'insuccesso, timore che in alcune persone è abituale e insupe 

Ta.nzi, Psichiatria. — 18. 



138 CAPITOLO V 



rabile, senz'essere affatto giustificato dalle condizioni effettive dell'appa- 
rato sessuale. Questo stato d'animo è assai penoso non solo per le priva- 
zioni che impone ad un istinto imperioso, ma anche per le umiliazioni che 
minaccia all'amor proprio. Spesso i malati cercano d'ingannare gli altri, 
se non se stessi, ostentando scrupoli estetici, morali od igienici che non 
hanno. In realtà la loro astinenza non è figlia né dello scrupolo, né del- 
l'indifferenza, ma del vivo desiderio di riuscire unito alla viva paura ili 
non riuscire. Questa condizione psichica di dubbio angoscioso diventa 
tanto più irrimediabile quanto più è suffragata successivamente da espe- 
rimenti infruttuosi; ma in origine è sempre determinata da una monofobia 
gratuita e puramente a priori. Una prova decisiva che il dubbio è irragio- 
nevole e in opposizione con la validità funzionale dei soggetti ci è data 
da quelle sotto-specie d'impotenza psichica che si manifestano sistemati- 
camente solo di fronte a certe circostanze, a certe donne od a certe classi 
di donne. 

Questi fatti clinici non hanno nulla di comune coll'orrore della donna o 
con altre simili aberrazioni dell'istinto sessuale, perchè non consistono 
nella deficienza o nel pervertimento degli ideali erotici, ma semplicemente 
nell'impotenza — vera o temuta — di realizzarli. Ed una tale impotenza 
è qualche volta in ragione inversa del desiderio. In altre parole, l'altera- 
zione non interessa direttamente l'istinto sessuale, che in genere è corretto 
e tutt'al più un po' acuito, ma scaturisce dalla sua interferenza con la 
fobia corrispondente. 

Ognuna di queste fobie contiene sempre due elementi costanti e caratteri- 
stici. Anzitutto, l'idea fìssa che ne è l'oggetto si riferisce ad avvenimenti 
possibili; in secondo luogo essa si rinnova senza posa, benché d'altra parte 
gli avvenimenti pensati siano estremamente improbabili. Per la loro pos- 
sibilità teorica le idee ossessive si presentano in cervelli relativamente 
sani ; per la loro improbabilità vengono riconosciute per morbose e quindi 
combattute. Donde mai traggono la tenacia combattiva per cui giganteg- 
giano e tengono il campo della coscienza, malgrado le resistenze della 
ragione e della volontà ì 

La chiave del fenomeno è appunto lo stato emotivo, come fu ben dimo- 
strato da Pitres e Régis. Si tratta di un'iperestesia specializzata dell'affet- 
tività, che ha per base una timidezza parziale e che si risolve in una mo- 
nofobia. La timidezza parziale può essere costituzionale od acquisita, ed 
è il sentimento fatale e fantastico, o per lo meno assai esagerato, d'una 
impotenza personale. Per camminare, per respirare, per orientarsi allo 
scuro, per mantenersi in equilibrio, per inibire il rossore della vergogna, 
per crescere regolarmente, per non ammalarsi, per non morire, per non 
lasciarsi seppellire vivi, per non toccare assolutamente nulla d'immondo, 



l'ideazione 139 



ci vuole una forza, o una fortuna, o un'attenzione, che possono benissimo 
mancare. La paura morbosa d'una simile mancanza fa dunque sentire 
come probabile, anzi come imminente, ciò che la ragione del malato e 
quella degli altri sono d'accordo nel giudicare come semplicemente pos- 
sibile. Se si compone il dissidio fra il sentimento e la conoscenza, se il 
pericolo è sentito affettivamente nella stessa misura con cui è apprezzato 
intellettualmente, l'idea ossessiva scompare. E infatti: o l'idea è temuta 
come merita, cioè assai poco o punto, e in tal caso perde ogni carattere 
patologico, non si ripete più e rientra nel novero delle idee comuni, ciò 
che significa la guarigione ; o l' idea comincia a venir apprezzata in 
ragione dei timori che desta, ossia come obiettivamente non meriterebbe, 
e in questo secondo caso il suo carattere patologico è completamente 
mutato, essa non è più un'ossessione, ma un vero e proprio delirio o la 
frazione d'un delirio, ciò che indica uno stato psicopatico del tutto diffe- 
rente. 

Perciò gli stati ossessivi risultano da una disarmonia, costituzionale o 
transitoria, fra l'intelligenza e lo stato affettivo. In quest'alterazione di rap- 
porti, la parte patogenetica che spetta allo stato affettivo è di gran lunga 
la più importante. L'intelligenza non fa che fornire dapprima il tema del- 
l'ossessione e contrapporle di poi quella resistenza logica, che è ufficio 
indeclinabile d'una mente normale. È il carattere che produce l'ossessione 
con le sue irruenze paurose. L'errore sta nel pigliare sul serio un'idea 
teorica e indifferente, nata nella penombra del pensiero logico, sta nel- 
l'aver paura, non già nel pensare astrattamente quell'idea e tanto meno 
nel condannare come insensata quella paura. E infatti l'intelligenza degli 
ossessionati non è soltanto lucida, ma conserva quasi sempre il tipo e 
l'energia fisiologica; gli ossessionati non sono che dei pusillanimi. La 
loro infermità dovrebbe studiarsi dal punto di vista sentimentale e trat- 
tarci come un'alterazione affettiva. Ma siccome si riferisce a timidezze del 
tutto parziali e specializzate, le quali hanno per materia un'idea e non pos- 
si ino descriversi che in termini ideativi, cosi è indispensabile, per distin- 
guere tutte queste paure, di designarle secondo il loro contenuto rappre- 
sentativo e di riguardarle come irregolarità dell'ideazione. 

Accade qualche volta anche a persone normali di non riescire a scac- 
ciare dalla coscienza un'idea importuna. Spesso quest'azione perturbatrice 
proviene da una frase musicale che ci ronza nella memoria con la mo- 
lesta insistenza d'una zanzara, fino a sopraffare la nostra attenzione vo- 
lontaria. Spesso é l'idea di un'azione improvvisa, contraria al nostro egoi- 
smo e suggerita da una situazione che la renderebbe assai facile per poco 
che la volontà ne secondasse l'esecuzione: cosi, trovandoci affacciati al 
parapetto d'un belvedere, ci balena ripetutamente l'idea di precipitarci ; 



140 CAPITOLO V 



contemplando una macchina potente, sentiamo lo strano impulso d'in- 
trodurre la mano fra gli ingranaggi d'una lucida ruota in movimento. 11 
t'ascino insidioso di queste idee ossessive non deriva da un pervertimento 
dell'intelligenza ; esso è il prodotto d'una rilassatezza momentanea che è 
imputabile al carattere, ossia ai sentimenti ed alla volontà. È il carattere 
soltanto che può offuscarsi cosi ; e ciò avviene per effetto della stanchezza 
o di un'alterazione effimera della cenestesi ; mentre l'intelligenza, non sog- 
getta a fatica e forte dell'inesauribile tributo che le portano i sensi spe- 
cifici, ignora per sé queste eclissi e non traligna che quando è decisa- 
mente deforme o profondamente sconvolta. 

Le ossessioni furono divise in tre gruppi: 1." intellettuali o puramente 
rappresentative; 2.° emotive, cioè con la complicazione d'uno stato affet- 
tivo; 3." impulsive con suggestione ad un atto. In realtà anche le più in- 
differenti fra le idee incoercibili ricevono dalla loro incoercibilità, o me- 
glio dalla coscienza che ha il malato della loro incoercibilità, un colorito 
emotivo che, come abbiamo dimostrato, è la vera causa dell'ossessione. 
Persino l'ossessione aritmetica e l'ossessione interrogativa, che sono cer- 
tamente fra le più inoffensive, perderebbero il loro sapore psicopatico e 
la loro tendenza a rinnovarsi, se non fossero accompagnate da un certo 
grado d'orgasmo. L'intensità e la gravità dell'ossessione non dipendono 
dalla natura del contenuto rappresentativo, quanto piuttosto dalla fre- 
quenza con cui si ripetono gli attacchi. Una rappresentazione indifferente 
od un impulso innocuo, come quello di lavarsi le mani (misofobia) o di 
guardarsi allo specchio (dismorfofobia), provocano, se spesseggiano, una 
reazione e talvolta una disperazione assai più viva di certe ossessioni ter- 
rifiche o criminose che si riproducano a lunghi intervalli. Contro quest'ul- 
time si possono mettere in opera, per iniziativa degli stessi malati, impe- 
dimenti materiali che non valgono di fronte alle pure rappresentazioni: 
per esempio, vi sono ossessionati che si presentano da sé stessi al mani- 
comio od alle carceri, che si fanno legare o sorvegliare dai loro parenti, 
che nascondono di propria mano tutte le armi per non essere tentati d'a- 
doperarle. 

Ciò posto, non è il caso di distinguere le ossessioni in più di due gruppi. 
Le ossessioni semplici si mantengono nei limiti di pure rappresentazioni 
incoercibili ; le ossessioni complesse contengono un impulso ad azioni ri- 
dicole, indelicate o criminose, e non sono che un corollario delle rappre- 
sentazioni. Non per questo è da riguardarsi come un'ossessione qualunque 
impulso morboso. Al contrario, gli impulsi morbosi come si verificano 
negli incoscienti, negli epilettici, nei maniaci, nei paralitici, nei dementi 
non sono punto d'origine ossessiva : da questi impulsi improvvisi l'azione 
esplode automaticamente, senza contrasti, senza coscienza, senza penti- 



l'ideazione 141 



mento o ricordo successivo. Meritano invece il nome di vere impulsioni 
ossessive soltanto quelle autosuggestioni che si rinnovano con ostinazione 
infrenabile, che sono valutate per morbose dagli stessi malati e che su- 
scitano una ripugnanza od uno sgomento insufficienti ad evitare il ritorno 
della rappresentazione, ma quasi sempre bastevoli a reprimere l'esecu- 
zione dell'atto. Parificare queste ossessioni coscienti, siano seguite o no 
dall'azione, agli impulsi affatto ciechi degli epilettici e degli amenti, o 
peggio ancora ragguagliarle alle gesta dei criminali, che operano più o 
meno freddamente in piena conformità colle tendenze ordinarie del pro- 
prio carattere, significa confondere in una promiscuità caotica i fenomeni 
più disparati. 

Un esempio assai chiaro d'idee ossessive e d'impulsi ossessivi riuniti 
nella stessa persona e provocati successivamente da una causa comune 
fu descritto da Morselli nel 1880. Una giovane sposa in preda all'esau- 
rimento nervi iso del suo primo puerperio osservava con fastidio e ribrezzo 
il proprio marito che ogni giorno consumava un paio d'ore a tagliuzzare 
con le forbici la carne pei suoi pappagalli. Dapprima l'immagine di questa 
scena quotidiana si scolpi nella mente stanca della puerpera allo stato 
di un'ossessione semplice e disgustosa ; ma dopo qualche tempo essa si 
trasformò in un'ossessione impulsiva ed orribile. L'ammalata, conscia 
della sua infermità mentale, si sentiva trascinata ad adoperare le stesse 
forbici per tagliare la lingua al bambino che adorava ; ma fu separala 
dal neonato e guari. 

Le ossessioni sono legate più che ad ogni altra psicosi alla nevrastenia 
costituzionale, di cui formano un elemento fra i più caratteristici ; e in 
tal caso è veramente straordinaria la tenacia con cui persistono, qualche 
volta per tutta la vita; o svaniscono, è vero, ma per cedere il posto ad 
altre idee parimente ossessive, ciò che attesta l'esistenza d'una vera dia- 
tesi d'incoercibilità, che è poi tutt'uno con la nevrastenia costituzionale 
nelle sue incarnazioni le più scultorie. 

Un'altra sorgente d'ossessioni, ma meno durevoli, è la nevrastenia acuta 
che accompagna in forma episodica i primordi di certi gravi processi en- 
cefalici come la paralisi progressiva, o decorre parallela alle esacerbazioni 
della tisi polmonare e della tabe dorsale, o segue il periodo febbrile delle 
malattie tossiche ed infettive. Ricorderò un malato di paralisi progressiva, 
che aveva sofferto di sifilide quindici anni prima, e che per quattro anni 
di seguito non presentò che miosi, claustrofobia (paura dei tunnels) e pato- 
fobia (paura dei cani e della rabbia), travolte e distrutte coll'avanzare 
del processo paralitico. 

Ossessioni più o meno effimere e numerose s'incontrano anche nell'isfe- 
ri.xmo. Nella melanco/ia sono per lo più cos'i intimamente mescolate con 
dubbi e convinzioni deliranti, che rimane un po' ambigua la loro vera 
natura. 



14:2 CAPITOLO V 



Per tutte le ragioni che abbiamo sviluppato, bisogna escludere la possi- 
bilità di vere idee ossessive in quelle malattie mentali che sono accompagnate 
da obnubilazione anche lieve della coscienza. La pantofobia, che è cosi fre- 
quente nelle forme di melancolia angosciosa e che cos'i di sovente pre- 
lude al raptus o ad altre fasi confusionali con gravi alterazioni della co- 
scienza, non è a rigor di termini una fobia, perchè la paura di tutto non 
lascia alcun posto alla reiezione critica, che è tanta parte dell'ossessione 
e che è possibile solo nei casi in cui il pensiero logico sia disturbato, ma 
non sospeso. 

Malgrado l'espressione di paranoia rudimentaria o paranoia abortiva, 
con cui si è cercato di battezzare l'anonima psicosi delle ossessioni (che 
in fondo non è altro che nevrastenia, per lo più costituzionale), si deve 
ritenere innaturale la metamorfosi delle idee fìsse in convinzioni deliranti. 
Perciò le idee ossessive non si ritrovano mai o quasi mai nella paranoia, 
che anzi costituisce una garanzia d'immunità di fronte a tutte le mani- 
festazioni di nevrastenia. Il cervello d'un paranoico, facile alle conclusioni 
precipitose e presuntuose, non è terreno adatto alle esitazioni spasmodiche 
che generano, accompagnano e ribadiscono le rappresentazioni incoer- 
cibili. 

Quei malati nei quali è stata notata la successione delle ossessioni e 
delle convinzioni deliranti, e si è creduto di scorgere un processo di pro- 
liferazione dalle une alle altre, sono in generale dementi giovanili o ebe- 
freniei. Ma in questi casi l'origine dei due sintomi è indipendente: l'idea 
ossessiva è figlia della nevrastenia prodromica che spesso apre la scena 
della demenza giovanile; l'idea delirante (piuttosto un dubbio od un'osten- 
tazione che una vera convinzione) nasce invece quando la nevrastenia è 
svanita, come espressione della decadenza mentale. 

Un giovane di 18 anni ammala coi sintomi della nevrastenia. Per vari 
anni soffre di parestesie, dimagramento, grande facilità alla stanchezza 
muscolare e mentale, insonnia, irascibilità e fobie diverse. Ha orrore dei 
metalli, anelli, spilli, monete, rasoi, cesoie, e si lascia crescere la barba, 
i capelli e le unghie piuttosto di tollerarne il contatto ; teme l'elettricità 
ed il fulmine, ed è preso da inquietudine alla vista d'un rocchetto od alla 
minima minaccia di pioggia ; finalmente è disturbato nei propri studi, a 
cui attende col massimo impegno, da una cicatrice indolente ed antica 
della mano, che costituisce la sua ossessione più continua, malgrado qualche 
trattamento anestetico ed anche dopo la correzione chirurgica. Dopo circa 
tre anni il quadro è mutato completamente : il malato è grassissimo, si 
dichiara una demenza giovanile con apatia ed incontinenza delle feci, e le 
fobie sono del tutto scomparse. 

La presenza d'idee ossessive ha una notevole importanza per la dia- 
gnosi. Questo sintomo è incompatibile con la massima parte dei disordini 
mentali più profondi, come l'incoscienza, l'incoerenza, lo stato confusio- 



l'ideazione 143 



naie, il delirio sistematizzato, ed anche con certi disordini lievi, come l'ac- 
celeramento dei processi ideativi. Date tutte queste incompatibilità, l'os- 
sessione non si presenta che in un numero strettissimo di malattie: 1." 
nelle psicosi lucide, come la nevrastenia costituzionale, l'isterismo e la 
melancolia di lieve grado ; 2.° negli episodi nevrastenici di quelle malattie 
che, esacerbandosi, possono portare qualche leggiera perturbazione psi- 
chica, come sarebbero la tabe dorsale e la tisi polmonare ; 3." nel pre- 
ludio lucido e non ancora definito di certe psicosi involutive come la pa- 
ralisi progressiva e la demenza giovanile, che, appena acquistano la pro- 
pria fisonomia caratteristica, lasciano per istrada l'ossessione. Se le idee 
ossessive non tollerano il contorno d'altri sintomi psicopatici, tranne la 
depressione affettiva, è ben difficile che vadano scompagnate da altera- 
zioni della sensibilità e della vita vegetativa. Questi indizi bastano quasi 
sempre a stabilire la malattia che sta a base dell'ossessione. 



CONVINZIONI DELIRANTI E DUBBI DELIRANTI. 

Il vero contrapposto clinico dell'idea ossessiva è la convinzione delirante. 
Mentre l'idea ossessiva è oggetto di dubbi più o meno angosciosi, la con- 
vinzione delirante è materia di certezza dogmatica. L'ossessionato è un 
esitante e sa di essere ammalato ; il delirante è un intransigente che non 
ammette discussione né sulle proprie credenze, né sul proprio stato mentale. 
L'uno non è in dissidio che con sé stesso; l'altro è in guerra aperta ed 
evidente con la verità e quindi con l'opinione di tutte le persone normali. 
L'idea ossessiva nasce e rimane fuori dalla personalità coerente dei malati 
che la combattono senza tregua come un elemento intruso ; la convinzione 
delirante nasce dal nucleo più intimo della personalità, la compenetra come 
un suo elemento integrante e finisce col signoreggiarvi. 

L'espressione più completa della convinzione delirante è raggiunta dai 
paranoici. Questi malati prendono a norma di condotta opinioni fantastiche 
che sono suggerite dalla passione ed accettate senz'alcuna verifica. La 
loro credulità e la loro cocciutaggine sono circoscritte all'argomento del 
delirio, mentre nelle altre materie i giudizi dei malati non si allontanano 
dalla norma. Perciò il carattere morboso dell'idea delirante non proviene 
soltanto dal suo contenuto strano, ma sopratutto dalla fede cieca ed ar- 
dente che i malati vi annettono. E infatti le convinzioni deliranti, poco 
numerose, sono collegate con una certa apparenza di logica, in modo da 
formare un contesto che prende appunto il nome di delirio sistematizzato. 

L'argomento dei deliri sistematizzati si riferisce sempre agli interessi 
personali e fondamentali dei malati: alla conservazione dell'individuo od 



144 CAPITOLO V 



alla riproduzione della specie. Cosi si spiega l'uniformità di questi deliri, 
che infatti sembrano copiati da un malato all'altro sopra non più di 
cinque o sei varianti, sempre le stesse in tutte le epoche e in tutti i paesi. 
E cosi si spiega anche la singolare cecità con cui malati lucidi e non 
privi d'abilità dialettica possono piegarsi a credenze di un'assurdità mador- 
nale. Queste credenze appagano istinti e passioni poco distinte, ma pro- 
fonde e prepotenti, che appunto per la loro intensità eccezionale non sono 
suscettibili d'adattamento nei rigidi termini della realtà esterna ed esor- 
bitano nel campo dell'inverosimile. 

Tutta l'attività biologica degli esseri organizzati è rivolta alla difesa dai 
nemici e dalle azioni nocive ; anche gli atti aggressivi o d'offesa non sono 
in fondo che un mezzo di difesa preventiva. Il delirio di persecuzione rap- 
presenta un pervertimento dell'istinto di difesa, una formula erronea ed 
abbreviata, ma precisa e chiara di quel terrore passivo che, operando 
sulle collettività, ha generato le superstizioni e le religioni degli uomini 
primitivi. I malati si credono vittime di vessazioni che, col cambiar di 
nomi e di meccanismi, non cambiano di natura : essi immaginano d'esser 
tenuti d'occhio, canzonati, accusati, avvelenati, stregati, violati nel loro 
corpo e nel loro segreto mentale per opera di personaggi ora reali, ora 
fantastici, ora riuniti in congreghe, gesuiti, massoni, saltimbanchi, mah- 
disti, ora isolati, la cognata, Bismarck, il sultano, il dottor Fritz, che appli- 
cano all'uopo mezzi naturali e soprannaturali, la fisica, i raggi Rontgen, 
il magnetismo, l'ermeneutica, l'etere telefonico, le polveri asciutte, i l'inni 
catatraU. 

11 delirio ipocondriaco non è che una sottospecie del delirio persecu- 
torio: è la paura che indietreggia nelle sue ultime trincee a difesa dell'in- 
columità corporea. 11 delirio ambizioso o delirio di grandezza, è anch'esso 
un pervertimento (in eccesso) dell'istinto di difesa, che si svolge in senso 
aggressivo. Invece di credersi in istato di guerra guerreggiata con gli 
altri uomini o con la natura, i malati s'illudono, malgrado l'umiltà della 
loro posizione reale, d'essere investiti d'una supremazia trionfante, ed ar- 
rivano fino al cambiamento della personalità, a proclamarsi principi, dotti, 
santi, profeti, la Madonna, Gesù, la regina Saba, a insignirsi di cognomi 
aristocratici o di nomi inventati, Luigi XXX, Baroleno I, Alessandro X. 
Salvo la diversità della conclusione, inspirata in un caso al pessimismo, 
nell'altro all'ottimismo, tanto il perseguitato che l'ambizioso tradiscono 
la stessa preoccupazione parossistica per la propria integrità e felicità in- 
dividuale, la stessa tendenza alle interpretazioni egocentriche, le stesse 
analogie di pensiero coi primitivi. 

Il delirio religioso e il delirio erotico sono le due varietà più importanti 
del delirio ambizioso, plagi involontari di quegli errori e di quelle abitu- 



l'ideazione 145 



clini mentali che regnarono endemicamente nelle società primitive. I pa- 
ranoici religiosi sprezzano le religioni tradizionali e predicano soltanto la 
propria, cercando d' imporne i freni piuttosto agli altri che a sé stessi. I 
paranoici erotici si figurano d'essere legati in matrimonio mistico con 
donne altolocate e inaccessibili, che non hanno mai visto o che non esi- 
stono. 

I deliri sistematizzati sono in gran parte l'effetto d'una suggestione pas- 
sionale. E appunto perchè le passioni fondamentali dell'uomo non subi- 
scono che minimi mutamenti, sussiste questa somiglianza di fantasie fra 
il paranoico e il primitivo ; con la differenza che il paranoico se le crea 
solitariamente da sé stesso quando la passione si fa più intensa, mentre 
il primitivo le riceve per tradizione e per contagio psichico in circostanze 
ordinarie. 

Un'espressione specifica della difesa e dell'offesa insieme si rinviene nel 
delirio di pretensione o delirio dei querelanti che, credendosi minacciati 
nei propri diritti, si trascinano di tribunale in tribunale, ed esauriti i pro- 
cedimenti legali, si trovano in contrasto coi poteri costituiti e colla so- 
cietà intera: esempio tipico di perseguitati persecutori. Talvolta il delirio 
dì pretensione scompare e ricompare periodicamente nella fase maniaca 
delle psicosi cicliche. 

Malgrado il loro tema altruistico, s'inspirano ad un ridicolo egocentri- 
smo anche i deliri pseudo-scientifici, inventori, umanitari, utopistici, me- 
tafisici di quei mattoidi che nella loro superba indipendenza dal senso co- 
mune si dimostrano individualisti non meno accaniti dei paranoici con de- 
lirio personale. 

Un delirio collaterale, che spesso si associa a quello di persecuzione o 
prelude a quello di grandezza, fu ben descritto da Carpentier sotto la 
denominazione molto appropriata di delirio di difesa. Fra i perseguitati 
puri, che hanno soltanto dei nemici, e gli ambiziosi genuini, che hanno sol- 
tanto dei vassalli, i paranoici con delirio di difesa adottano una posizione 
intermedia, immaginando di fronte ai propri nemici una serie di alleati: 
la classe medica, le dame dell'aristocrazia, i signori, gli spiriti benefici, 
Giovanna d'Arco, la regina d'Italia, l'imperatore. 

Le convinzioni paranoiche, quando raggiungono il loro pieno sviluppo, 
conducono al cambiamento della personalità: i malati si credono dotati 
d'una nuova personalità, sempre superiore alla vera, o di due personalità 
simultaneamente. Con la stessa immodestia, ma senz'alcun lavorio pre- 
cedente dell'immaginazione, il delirio di mutata personalità si presenta 
anche in altre psicosi sotto forma paranoide. 

Tutti questi deliri, che formano il ciclo classico della paranoia, sono spesso 
alimentati da allucinazioni, uditive, gustative, olfattive, più di rado visive. 

Tanzi, l'sichìatrm. — 19. 



146 CAPITOLO V 



Le allucinazioni possono precedere le convinzioni deliranti od anche se- 
guirle ; ma è ben diffìcile verificare s'esse ne siano piuttosto la causa o 
l'effetto. Per lo più i due fenomeni sono indipendenti, e l'unico loro legame 
psicogenetico consiste in questo, che le allucinazioni, qualunque ne sia 
l'argomento, hanno il potere di ribadire il delirio. Infatti, col loro fascino 
misterioso, esse familiarizzano sempre più i malati con gli orizzonti del 
soprannaturale e sgombrano gli ultimi ostacoli alla fede nel falso. 

Probabilmente le idee prevalenti (ossessioni o deliri) provengono da 
un'iperestesia morbosa dei centri ideativi. Quest'iperestesia ravviva le idee 
in modo da renderle spasmodiche come nelle ossessioni o da circondarle 
con l'aureola d'una falsa certezza, come nelle convinzioni deliranti. Di- 
pende dall'affinità o dalla ripulsione col complesso delle tendenze abituali 
se l'idea prevalente sarà accolta come una convinzione o combattuta come 
un'ossessione. 

Del resto il più delle volte le allucinazioni e i deliri si presentano 
di conserva, benché tra l'une e gli altri possa mancare un legame lo- 
gico. Questa simultaneità è di regola negli stati confusionali di semico- 
scienza. 

Una simile spiegazione non sembra di primo acchito applicabile ai casi 
che stiamo discutendo di delirio lucido e circoscritto. Infatti, data un'ipe- 
restesia dei centri ideativi, tutte o quasi tutte le idee dovrebbero assu- 
mere carattere d'ossessione o di convinzione delirante, il che non avviene 
che nei casi di grandissimo disordine ideativo. Anzi si verifica nei para- 
noici e in molte altre categorie d'alienati una parzialità di manifestazioni 
cos'i netta e costante, che le ossessioni e più anco,ra i deliri non si svol- 
gono mai all'infuori del repertorio che abbiamo ricordato. Ciò avviene 
perchè la metamorfosi patologica che imprime ad una rappresentazione 
qualsiasi il marchio dell'ossessione, del dubbio o della certezza deliranti 
richiede, oltre all'iperestesia dei centri ideativi, anche il concorso dei 
sentimenti. Sono i sentimenti di diffidenza e d'ambizione che, portati ad 
una morbosa od anomala intensità, risvegliano l'iperestesia dei centri 
ideativi solo in favore di quelle percezioni od idee con cui armonizzano, 
e cos'i danno luogo alle ossessioni, ai deliri sistematizzati, ossia ad una 
serie di disordini ideativi il cui argomento è chiuso fra limiti deter- 
minati. 

La partecipazione del fattore sentimentale si scorge con incontestabile 
chiarezza in quei deliri che, all'infuori della paranoia, compaiono transi- 
toriamente nei ineìnncoli'-i come effetto della depressione affettiva. I me- 
lancolici, che la malattia rende sofferenti ed umiliati, si abbandonano a 
convinzioni o dubbi conformi al loro stato sentimentale. Si hanno cosi i 
deliri di piccolezza, di colpa, di peccato, di auto-rimprovero, di danno 



l'ideazione 147 



attivo agli interessi altrui, che fioriscono durante l'acme del processo me- 
lancolico, ma si dissipano come nebbia al sole al primo ricomporsi del- 
l'affettività. 

D'altra parte, non tutti i melancolici delirano. Vi sono ammalati che, 
nel massimo imperversare della melancolia, conservano intatta la lucidità 
di ogni loro giudizio. Ciò significa che nei melancolici-deliranti accanto 
al tattore sentimentale opera un coefficiente intellettuale. Solo per una spe- 
ciale fiacchezza dell'intelligenza l'idea risvegliata dal dolore e dall'avvi- 
limento si mette in grado di contrarre tali rapporti col patrimonio delle 
idee abituali, da convertirsi in convinzione delirante ; senza di che l'idea 
prevalente rimarrebbe allo stato d'una semplice ossessione. In altre pa- 
role, non delirano — fra i melancolici — che coloro i quali hanno sor- 
tito una costituzione paranoide, per quanto latente ed incompleta. E in- 
tatti i loro deliri, non avendo per base un'intelligenza decisamente para- 
noica, si mantengono piuttosto nella sfera del dubbio che in quella della 
convinzione. Mentre la convinzione delirante fa apparire come certo un 
fatto incredibile, il dubbio delirante lo fa apparire come semplicemente 
possibile, con minore, benché sempre grave sfregio della logica. Cos'i il 
dubbio delirante è qualche cosa d'intermedio fra la convinzione deli- 
rante e l'idea ossessiva, di cui divide in parte il carattere ripugnante. 

Nel melancolico delirante è evidente il fattore sentimentale del delirio, 
mentre il fattore intellettuale rimane latente. L'inverso accade nei para- 
noici, dove la costituzione intellettuale è originariamente e notoriamente 
anomala, mentre i sentimenti di diffidenza e d'ambizione operano, per 
cosi dire, nell'ombra e talvolta non si sospetterebbero, se non li rivelasse 
il delirio. 

Questa doppia origine dei deliri si mostra a nudo in quei paralitici la 
cui vita mentale, per l'azione dissolvitrice e semplificatrice della malattia, 
lascia scorgere facilmente il giuoco dei suoi processi. Da un lato, quasi 
tutti i paralitici sono alterati nel loro stato affettivo — o per massima 
euforia o per massima depressione ; — dall'altro sono sempre privi di 
critica pel progressivo processo demenziale a cui va incontro l'intelli- 
genza. Perciò, appena il paralitico soggiace all'iperestesia cenestetica e 
quindi affettiva che è l'effetto dell'agente morboso sui centri corticali, si 
manifestano col concorso dell'indebolimento intellettuale la megalomania, 
il delirio volubile delle grandezze, il delirio ipocondriaco ed altre forme 
simili di deliri assai noti, frequenti e caratteristici. Per l'intensità del di- 
sturbo affettivo e per la vastità della dissoluzione intellettuale, questi de- 
liri paralitici sono più vari, più incoerenti e più iperbolici di quelli che si 
riscontrano nei paranoici. E poiché l'alterazione sentimentale non è le- 
gata, come nei paranoici, colla costituzione psichica, ma con le acciden- 



148 CAPITOLO V 



talità delle localizzazioni morbose, è naturale che nei paralitici i deliri 
abbiano durata effimera e una volubilità indefinita. D'altra parte i parali- 
tici apatici, appunto perchè la loro intelligenza, per quanto diminuita, 
non è stimolata in nessuna direzione, dimostrano incoerenza, ma non 
deliri. 

Una classe interessante di deliri paranoidi, che si potrebbero allineare 
accanto a quelli or ora descritti della paralisi progressiva e della melan- 
colia per la loro transitorietà, si riscontra più o meno episodicamente nel 
decorso di parecchie altre malattie dei centri nervosi : nell'isterismo, nel- 
l'epilessia, nell'imbecillità, nell'alcoolismo, nella nevrastenia, nella de- 
menza senile, ma sopratutto nella demenza giovanile. Mentre la massima 
parte di queste malattie non permette alcuna incertezza diagnostica per 
la natura affatto patognomonica degli altri sintomi che mai non vi man- 
cano, la demenza giovanile, riconoscibile com'è a lunga scadenza per le 
singolari caratteristiche del suo decorso, induce facilmente ad equivoci. I 
deliri della demenza giovanile rassomigliano talmente a quelli della para- 
noia, che Kraepelin, avendo felicemente rilevato qualche piccola diffe- 
renza, li aveva ascritti da principio ad una forma speciale di paranoia 
fantastica, distinta dalla paranoia combinatoria (forma classica) per la 
minor coerenza ; ma in seguito, vedendo l'analogia del decorso fra questi 
casi di psicosi con delirio fantastico e quelli già da lui designati come 
varietà ebefreniche e catatoniche di demenza giovanile, si decise a creare 
una terza varietà di demenza giovanile caratterizzata appunto dal delirio 
paranoide. 

Convinzioni deliranti e dubbi deliranti, ma in forma fugace e sussul- 
toria possono presentarsi in qualunque malattia, fase di malattia o sin- 
drome che sia accompagnata da disturbi gravi della coscienza; ma in 
tutti questi casi al sintomo del delirio si unisce, soverchiandolo, quello del 
disordine generale: il dubbio delirante è esente da ogni carattere ango- 
scioso e diventa l'espressione di un'incertezza timida e confusa per im- 
perfezione di dati ; la convinzione delirante perde le sue pretese dogma- 
tiche a base paranoica o paranoide, e si riduce ad un giudizio precipi- 
toso per momentaneo turbamento dei rapporti reciproci fra le idee. E 
così dalle alterazioni qualitative delle idee si passa a quelle che riguar- 
dano la loro quantità e il loro ordinamento. 



QUANTITÀ DELLE IDEE. 

La quantità delle idee va considerata da un doppio punto di vista : sta- 
tico e dinamico. Da un lato i ricordi e le nozioni individuali, fissandosi 



l'ideazione 149 



nel cervello allo stato potenziale, cioè come una riserva di processi rap- 
presentativi che possono venir richiamati alla coscienza in caso di bi- 
sogno, si compenetrano stabilmente con la personalità psichica, ne au- 
mentano la complessità ed il valore, e costituiscono un capitale disponi- 
bile d'esperienza da cui si possono trarre immensi frutti che sono a loro 
volta capitalizzabili. Dall'altro lato, il lento acquisto di questo patrimonio 
e l'uso continuo che ne facciamo richieggono un'operosità cosciente, la 
cui attuazione nei diversi momenti della vita avviene in misura assai va- 
riabile e quindi indipendente dal corredo delle idee patrimoniali. 

Tanto le idee esistenti allo stato d'eoocabilità, come quelle operanti allo 
stato d'evocazione in un dato termine di tempo, sfidano qualunque inven- 
tario, non solo pel loro grandissimo numero, ma anche per una serie di 
difficoltà intrinseche che renderebbero impossibile, e in ogni caso insi- 
gnificante ed inutile, questa specie di censimento. Se però è utopistico il 
computo numerico delle idee, è abbastanza facile, e infatti si suol prati- 
care correntemente, una valutazione empirica ed approssimativa che ci 
permette di quotare in ciascun individuo tanto il capitale intellettivo come 
il suo rendimento. 

Ogni idea generale ha una diversa capacità proliferativa e quindi una 
ben diversa importanza nella gerarchia delle nostre nozioni ; ma per es- 
sere utilizzata esige il concorso di circostanze favorevoli che promuovano 
gli opportuni sforzi associativi e mantengano in circolazione la parte cor- 
rispondente di capitale. 

Ciò si verifica più facilmente e più spesso quando il movimento co- 
sciente del pensiero è in tutto il suo complesso più intenso e più svariato. 
Nel melancolico che si trova sotto l'influenza d'una grave depressione 
sentimentale questo movimento è temporaneamente rallentato e circo- 
scritto, benché intenso ; perciò, se anche il patrimonio ideativo rimane 
quantitativamente inalterato, il suo rendimento è minore finché perdura 
lo stato di depressione. E se la depressione si prolunga indefinitamente, 
subentra un graduale deperimento. Nel maniaco, che agisce, parla e 
pensa sotto l'influenza dell'esaltamento sentimentale, si risvegliano, è vero, 
associazioni molteplici, vivaci ed insolite, che tenderebbero ad utilizzare 
la parte più dimenticata e più sterile del patrimonio ideativo, ma l'insta- 
bilità dell'attenzione dissipata sopra argomenti quasi sempre frivoli im- 
pedisce i giudizi più elevati, che appunto richieggono analisi severe e 
continuate. Perciò l'abbondanza di pensiero che talvolta si ammira nei 
maniaci costituisce un imbarazzo piuttosto che un segno od una sorgente 
di maggior ricchezza. 

Un giusto e felice equilibrio fra la ricchezza patrimoniale delle idee e 
la facilità di evocarle per mezzo di associazioni, è un elemento impor- 



150 CAPITOLO V 



tante nella personalità psichica, perchè concilia il sapere e la potenzialità 
intellettuale con l'attività militante del pensiero. La nevrastenia, costitu- 
zionale od episodica, suol rendere più torpido il potere d'evocazione ; e la 
coscienza di questo torpore accresce nei malati il sentimento già esage- 
rato della propria impotenza. Molti individui normali, ma con tendenze 
nevrasteniche, si trovano assai di raro nella pienezza della propria intel- 
ligenza, e per mobilizzare con agevolezza le idee disponibili che dormono 
nella loro mente hanno bisogno d'una commozione affettiva, come si ve- 
rifica in quegli oratori che diventano eloquenti, efficaci e veramente estem- 
poranei solo quando l'assenso o le interruzioni dell'uditorio vincono lo 
stato abituale d'inibizione. 

Il malessere cenestetico, le preoccupazioni ipocondriache, il braditro- 
fismo creano infatti nei nevrastenici una resistenza permanente e pas- 
siva ili fronte ad un gran numero di processi associativi ; e così si 
inutilizza, senza però distruggersi, una parte del loro capitale ideativo. 

Le idee fondamentali che servono di norma direttiva ai nostri giudizi 
ed alle nostre deliberazioni non appariscono quasi mai in forma attuale 
e nitida alla nostra coscienza; eppure dobbiamo ad esse se i giudizi eie 
deliberazioni a cui commettiamo il nostro benessere riescono appropriati, 
solleciti e conformi alla nostra personalità anche di fronte alle eventua- 
lità che si presentano all'improvviso e per la prima volta. Nell'apprez- 
zare il valore psichico d'un individuo, bisogna tener presente il conte- 
nuto di queste idee supreme e la maggiore o minore solidità della loro 
coesione. Se le idee fondamentali sono deficienti, erronee o mal colle- 
gate, si avranno delle personalità che, nonostante l'erudizione o la viva- 
cità d'ingegno, dimostreranno credulità, volubilità di convinzioni, man- 
canza di critica e quindi predisposizione morbosa a deliri più o meno du- 
revoli sotto l'azione di semplici squilibri affettivi, come quelli della me- 
lancolia e della mania, o di perturbazioni organiche, come la febbre, il 
dolore fisico, l'insonnia, l'inappetenza. La così detta degenerazione psi- 
chica, Vimbecillità morale, la paranoia non dipendono molte volte da 
altro che da questa parziale deficienza od anomalia od incoerenza dei 
criteri direttivi. Per mancanza di critica e di norme sicure, tutti questi 
degenerati, imbecilli morali e paranoici, se anche possono essere e di- 
mostrarsi assai validi nei giudizi e nelle decisioni ordinarie, finché le 
condizioni del loro animo e del loro corpo si mantengono normali, si 
smarriscono e delirano o delinquono di fronte a quei problemi ed a quelle 
cause perturbatrici a cui resisterebbero intelligenze meno ricche e 
meno brillanti, ma più solide, perchè meglio dotate di criteri generali. 

Il nostro sapere non è qualche cosa d'immobile, che si possa conside- 
rare separatamente dalle modalità della sua attuazione. Non solo in quanto 



l'ideazione 151 



contiene il germe fecondo d'applicazioni ulteriori, ma anche in quanto 
è a sua volta la sintesi laboriosa d'idee antecedenti, esso non è che il 
condensamento statico di un'attività dinamica in istato di formazione con- 
tinua, che sfugge a qualunque numerazione. Il lavoro intellettuale che le 
idee generali presuppongono nel passato è altrettanto importante e inde- 
terminabile di quello ch'esse promettono per l'avvenire. D'altra parte 
spesso le nostre sintesi non sono prodotti del pensiero individuale, ma ri- 
sultati del pensiero collettivo che vengono assimilati, sulla fede giustificata 
degli altri, nella loro formula conclusionale. In molti individui volgari i 
concetti generali non sono opinioni, ma semplici imparaticci che cadono 
demoliti al primo soffio di demenza. Taluni di questi imitatori costituzio- 
nali, quando per caso impazziscano, specialmente per demenza giovanile, 
dimostrano nella malattia la stessa mancanza d'originalità per cui brilla- 
vano nello stato sano, e riescono di gran lunga inferiori ai paranoici che, 
per quanto poveri di critica, sono sempre gl'inventori autentici e con- 
vinti dei propri deliri. 

Una massima fra le più popolari in psichiatria è quella che, a propo- 
sito della quantità patrimoniale delle idee, aveva formulato Esquirol di- 
cendo : che l'imbecille è un povero, il demente un fallito. Il loro livello 
intellettuale è il medesimo: l'uno non sale perchè è impotente a impa- 
rare ; l'altro discende perchè ha disimparato quello che sapeva. Tut- 
tavia, bisogna soggiungere, l'imbecille non rassomiglia affatto al demente. 
L'imbecille è anche psichicamente la caricatura più o meno adulta d'un 
fanciullo : la sua andatura, la sua pronuncia, ma sopratutto la sua mi- 
mica, il suo repertorio verbale, la sua ingenuità e la sua vanità portano 
l'impronta dell'infantilismo. Il demente, per quanto grave, conserva, in 
mezzo alle rovine, i residui d'una intelligenza evoluta: qualche nozione 
scientifica e morale, molte espressioni elevate, una certa dignità di con- 
tegno che gli danno la solennità esteriore d'un personaggio normale e 
coprono a prima vista le sue deficienze. 

Per determinare il valore intellettuale d'un individuo, noi non dob- 
biamo dunque limitarci a misurare il corredo permanente delle sue idee, 
ma anche la capacità non sempre costante che dimostra ad usarne e ad 
accrescerlo. La somma numerica delle idee esistenti in potenza, il loro 
"■rado gerarchico, la solidità della loro coesione sono il capitale in sé 
stesso. Ma la maniera con cui il capitale è stato raccolto, la facilità abi- 
tuale di servirsene e l'attitudine ad aumentarlo, sviluppandone i corol- 
lari formano un altro capitale più intimo e fondamentale, che chiamiamo 
talento o intelligenza. È questo il capitale che scarseggia originariamente 
ne^li imbecilli, che va in parte perduto nei dementi. Ogni malattia men- 
tale, anche se interessa le sole funzioni affettive, è una minaccia all'in- 



152 CAPITOLO V 



tegrità dell'intelligenza, che può anche subire eclissi temporanee e muti- 
lazioni permanenti, ma limitate. Un esempio assai dimostrativo di questa 
sospensione dell'attività intellettuale ci è dato dall' amenza attonita ; e un 
altro esempio, di solito meno grave, dal mixedema. 



ALTERAZIONI NELL'ORDINAMENTO DELLE IDEE. 

Si dice che è alterata la successione delle idee quando l'ordine delle 
rappresentazioni interne cessa di corrispondere all'ordine degli avveni- 
menti esterni, ossia alla realtà. Noi ci manteniamo in contatto continuo 
con la realtà mercè le percezioni che ci rispecchiano l'ordine attuale delle 
cose, mercè i ricordi che ci riproducono il loro ordine passato, e mercè 
le nozioni generali che ci schematizzano l'ordine astratto o ideale del 
mondo esteriore, permettendoci di distinguere ciò che è possibile da ciò 
che è impossibile. 

Le forme più lievi di disordine ideativo consistono in una semplice pre- 
valenza del pensiero fantastico, ossia con programma libero, sul pensiero 
che dovrebbe applicarsi alla riproduzione subiettiva e il più possibilmente 
esatta della realtà. I malati dimostrano un certo disinteresse e una certa 
disattenzione di fronte ai piccoli ed ai grossi problemi che continuamente 
si presentano all'intelligenza, mentre sono portati all'osservazione super- 
ficiale e futile delle cose esterne, come gli animali, i bambini e in ge- 
nere gli esseri inferiori. I semplici di spirito, i dementi giovanili, i para- 
litici allo stadio prodromico, i dementi senili nelle fasi di tregua, e molti 
altri malati di mente che non delirano e che si comportano non senza 
una certa passiva saviezza, tradiscono spesso un minimo grado d'indebo- 
limento mentale appunto per questa loro indifferenza. Essi cessano di di- 
sciplinare con la dovuta continuità e col dovuto rigore la propria atten- 
zione. Se anche nell'astrazione delle idee non vi è un disordine formale, 
si vedono i segni d'una certa fiacchezza nel loro ordine di successione. 
Simili malati figurano fra i normali di modesto livello intellettuale, fra i 
nevrastenici, fra gli esordienti alla paralisi progressiva e fra i casi 
di guarigione incompleta. Gli spostamenti nell'ordine delle idee stanno in 
rapporto con la mancanza o con la deformazione di molti fra questi ele- 
menti : percezioni, ricordi, idee generali, che formano la trama del no- 
stro pensiero. Senza lacune o deformazioni estese del contenuto rappre- 
sentativo, non vi è possibilità di disordine, perchè le idee che corrispon- 
dono direttamente od armonizzano logicamente con la realtà hanno in 
sé una virtù suggestiva che provoca le successioni normali e quindi im- 
pedisce le successioni scorrette. 



l'ideazione 153 



Occorre un certo numero d'allucinazioni o d'errori per deviare e scon- 
volgere l'ordine logico delle idee ; occorrono estese lacune per arrestarlo 
•o soffocarlo. D'altra parte lo sbandarsi delle idee senz'alcun ordine favo- 
risce l'insorgenza di nuovi errori e convinzioni deliranti che pullulano 
inesauribilmente in tutti i casi gravi di disordine mentale, dando luogo 
al cos'i detto delirio caotico. 

Questa solidarietà reciproca Ira il contenuto qualitativo e quantitativo 
del nostro pensiero da una parte e la successione delle idee dall'altra è fa- 
cilmente dimostrabile negli imbecilli e in certi paranoici con delirio so- 
vrabbondante. Gli imbecilli non sono cos'i poveri d'idee da dover rinunciare 
senz' altro a qualunque iniziativa mentale, ma il loro lardello è cos'i me- 
schino, che spesso, per difetto d'idee direttive e correttive, si espongono 
ad episodi di delirio paranoide con carattere confusionale, non per eccesso 
di passione, ma per difetto di riflessione. E parimente gli ebefrenici sovrac- 
carichi di convinzioni o di dubbi deliranti finiscono col cadere nel disor- 
dine perchè perdono quasi del tutto la retta visione della realtà, sicché 
rassomigliano ai dementi o ad amenti cronici. 

Al contrario, le alterazioni molto limitate delle percezioni, dei ricordi 
o delle idee generali, un' allucinazione isolata, un' amnesia circoscritta, 
un singolo errore di giudizio non modificano profondamente il corso ge- 
nerale delle idee. Le stesse idee incoercibili minacciano, molestano, affa- 
ticano il pensiero, ma non riescono ad alterare la sua corrispondenza con 
la realtà. 

1 disordini ideativi sono dunque costantemente legati ad alterazioni piut- 
tosto vaste nella qualità e nella quantità delle idee. Un grado notevole di 
disordine si rivela sotto la forma assai visibile della disorientazione par- 
ziale, e porta il malato ad ignorare la propria esatta situazione nel tempo 
■e nello spazio, a non ricordare od a localizzare impropriamente i parti- 
colari della propria vita, a non riconoscere l'identità o l'ufficio delle per- 
sone che gli stanno d'intorno. 

La disorientazione parziale può dipendere da una folla d' 'allucinazioni , 
specialmente visive, che distraggono il malato dall'osservazione dell'am- 
biente reale e lo ingannano sulla sua configurazione. Cos'i avviene, talvolta 
per pochi minuti, nelle malattie febbrili, nell'ubbriachezza, nell'affascina- 
zione ipnotica, nello stato ipnagogico del dormiveglia, in certi incidenti 
circolatori della demenza senile ; e, per tratti di tempo più lunghi, nelle 
crisi dell'isterismo e nel decorso del delirium tremens. I disturbi della 
percezione non sopprimono, ma falsificano talmente la nozione dell'am- 
biente, che costituiscono la causa più frequente della disorientazione par- 
ziale. Questo fenomeno è infatti di regola in una psicosi per eccellenza 
allucinatoria, vale a dire nell' amenza confusionale. 

Tanzi, Psichiatria. — 20. 



154 CAPITOLO V 



Altre volte la disorientazione parziale è un effetto di gravi lacune mne- 
moniche, e si manifesta dopo un trauma, nella demensa apoplettica e se- 
nile, nella paralisi progressiva e nella convalescenza delle psicosi acute 
come la mania e l'amenza. 

Un celebre pittore italiano, che aveva sofferto per otto mesi di amenza 
con glicosuria e gravissime convulsioni, ricupera la propria lucidezza abi- 
tuale, torna con grande successo ai suoi pennelli, sostiene brillanti discus- 
sioni d'estetica ; ma non riconosce più né i propri amici, né i propri qua- 
dri. Durante il lunghissimo periodo di convalescenza, ha la coscienza 
completa della propria disorientazione ; ma persuaso con ragione che 
d'altra parte la sua intelligenza è conservata, si compiace scherzosa- 
mente delle sorprese che gli procura la sua amnesia, permettendogli di 
rinnovare con un sapore di freschezza le vecchie amicizie e di criticare 
o lodare senza preconcetti le creazioni artistiche che non riconosce per sue. 

Altri malati ignorano d'essere o d'essere stati al manicomio ; non sanno 
chi ve li ha condotti, né da quanto tempo vi si trovano ; scambiano gli 
infermieri per guardiani carcerari ; o cadono in equivoci sulla propria 
età, residenza, stato civile, sebbene il loro contegno e la loro maniera di 
interloquire non escano visibilmente dalla norma. 

Nella paralisi progressiva e nella demenza senile si verificano momenti 
e tasi di disorientazione parziale anche per deficienza od alterazione più o 
meno durevole delle nozioni generali. I malati restano inermi di fronte 
alle suggestioni malevoli ed alle autosuggestioni accidentali ; e in uno 
stato di credulità puerile, interpretano alla lettera racconti ed apparenze 
che con una minima dose di critica si potrebbero subito sfatare. Essi pos- 
sono credere di fare una lunga corsa a cavalcioni d'una seggiola che 
non si muove; di navigare per lontani lidi senz'uscire di casa; di pos- 
sedere il manicomio in cui sono ricoverati tra i poveri; di discorrere col 
ritratto d'un parente defunto ; di avere in mano dei tesori perchè con- 
tano delle marche da giuoco o dei fogli di carta senza valore. Nonostante 
queste incoerenze, gli stessi malati sono in grado di sostenere una con- 
versazione assennata per abitudine ed a base di luoghi comuni. 

Quando è compromesso un numero ancor più grande di percezioni, di ri- 
cordi o d' idee generali, sia nel senso dell'alterazione qualitativa, sia nel 
senso della sospensione o della distruzione, si cade nella disorientazione 
totale o quasi totale. Questo stato si può produrre in due maniere e per 
due origini completamente diverse. 

Si chiama col nome di confusione mentale il grave disordine che si ve- 
rifica in forma acuta per alterazione transitoria o per sospensione di molti 
processi ideativi. La confusione mentale è una sindrome caratteristica del- 
Yamenza allucinatoria e dell'amenza attonita, accompagna i vaniloqui 
del delirio febbrile, presiede agli equivalenti psichici come pure agli stati 



l'ideazionk 155 



pre- e postaccessuali dell' epilessia e dell' isterismo, e interviene qualche 
volta come una fase più o meno prolungata nel decorso della paralisi 
progressiva, dell'imbecillità, della demenza giovanile. 

Si chiama invece col nome &' incoerenza psichica quel disordine cronico 
che deriva non tanto dall'irregolarità dei poteri percettivi, quanto piut- 
tosto dalla perdita irreparabile dei ricordi e delle nozioni generali. Mentre 
la confusione è una sindrome eminentemente amenziale, l'incoerenza è 
una sindrome eminentemente demenziale. Di raro l'incoerenza determina 
un disordine pari a quello della confusione acuta : ciò non avviene, in 
ogni modo, che nei casi più gravi di demenza paralitica, di demenza gio- 
vanile e di demenza senile, che assolutamente non comportano più rein- 
tegrazione di sorta. 



STATI DI SEMICOSCIENZA. 

Un alto grado di dissociazione taglia contemporaneamente tutte le co- 
municazioni con l'ordine presente, passato e teorico degli avvenimenti, 
ed isola il malato da ogni contatto attuale, mnemonico o logico col mondo 
obiettivo, compreso il suo corpo. Se tuttavia le percezioni persistono in 
forma normale, ciò che è raro nella confusione acuta, ma frequentissimo 
nell'incoerenza cronica, non per questo la disorientazione cessa dall'es- 
sere completa, poiché le immagini attuali perdono ogni valore quando 
venga a mancare la loro integrazione coi ricordi, che sarebbe capace di 
trasformarle in idee. I confusi e gli incoerenti discorrono ed operano in 
modo del tutto insensato ; essi diventano refrattari alla maggior parte 
degli eccitamenti esterni ed interni, e finiscono col perdere persino la no- 
zione della propria personalità psichica e somatica. 

In questi casi tende ad estinguersi od a sospendersi ancne 1' attività 
della coscienza, perchè non o' è coscienza senz' almeno un barlume di 
conoscenza. Fra 1' estremo disordine mentale e 1' assoluta incoscienza la 
distanza è altrettanto piccola come quella che intercede fra il sogno e il 
sonno letargico od anideico. E infatti, sia allorquando nella mente par- 
lano insieme percezioni ed idee male associate, sia allorquando le loro 
voci riescono fievoli e fiaccamente associate, la facoltà di discernere è 
egualmente compromessa da quel frastuono disarmonico e da quel quasi 
silenzio. Perciò col discernimento si oscura la coscienza, che attinge il 
suo perenne alimento dalle rappresentazioni intense, associate e il più 
possibilmente nitide. La coscienza non consiste anzi in altro che in una 
sene di distinzioni, ossia di riscontri od associazioni differenziali. Perchè 
la coscienza rimanga accesa, bisogna che non manchi la materia prima 



156 CAPITOLO V 



alle sue distinzioni, cioè che continuino a formarsi le idee o per lo meno 
le rappresentazioni. Perchè poi la coscienza mantenga anche quella lu- 
minosità che permette le distinzioni precise e che la rende completa, oc- 
corre che i termini delle distinzioni non vi arrivino in tal numero e in 
tal disordine, da riuscire inassociabili. Perciò i confusi e gli incoerenti. 
si trovano in istato crepuscolare o di semicoseienza, e si dice che la loro 
coscienza è obnubilata. Quando poi gli eccitamenti esterni non riescono 
più né a diventar processi rappresentativi (atti di distinzione), né a pro- 
vocarne, e si esaurisce più o meno presto il pensiero interiore, che è at- 
tività di distinzioni mnemoniche, rimane totalmente sospesa ogni funzione 
psichica (anche i sentimenti non vivono senza un contenuto rappresen- 
tativo) e si arriva senz'altro all' incoscienza come nel sonno senza sogni, 
nel coma epilettico e febbrile, nel colmo dell' amenza attonita, nel su- 
premo abbrutimento della paralisi progressiva e forse nel raptus melan- 
cholicus. 

L'incoscienza è dunque il termine-limite a cui tendono tanto la confu- 
sione mentale come l'incoerenza. Tutti i confusi e tutti gli incoerenti sono 
candidati all' incoscienza. 



CAPITOLO VI. 

La Memoria 



FISIOLOGIA DELLA MEMORIA. 

La memoria è l'attitudine che hanno gli stati di coscienza a rinnovarsi, 
sotto l'azione dei processi associativi, in forma di rimembranze o ricordi. 
Per mezzo della memoria si organizza l'esperienza, che è una condizione 
indispensabile all'esercizio anche il più elementare dell'attività mentale. 

Da un punto di vista piuttosto largo, tutte le rappresentazioni non sono 
che ricordi più o meno larvati o aggregazioni più o meno complesse di 
lrammenti mnemonici. Salvo (fino ad un certo limite) l'istante della per- 
cezione, il nostro pensiero, sia che ragioniamo, sia che fantastichiamo, non 
può mai svolgersi sopra un materiale ignoto e deve attingere nella me- 
moria gli elementi necessari alle sue costruzioni. La nozione del passato, 
l'esplorazione dell'avvenire e persino la percezione del presente, in quanto 
è riconoscimento e giudizio, si devono considerare come applicazioni o 
utilizzazioni dei nostri dati mnemonici. 

Da un punto di vista più ristretto, la memoria è la capacità non solo di 
riprodurre uno stato di coscienza antecedente, ma anche di avvertire con 
una certa esattezza il rapporto fra la copia e l'originale. Quest'ultima 
condizione non è necessaria e non si verifica quasi mai di fronte agli atti 
di fantasia, ai processi d'astrazione, ai ragionamenti in genere. Quan- 
tunque queste operazioni mentali richiedano, per causa delle immagini 
che impiegano nel loro giuoco, il beneficio d'una proprietà ritentiva, noi 
non abbiamo bisogno, compiendole, di riscontrare nelle immagini im- 
piegate il loro certificato di provenienza, ossia d'identificarle, come vera- 
mente sono, per nostre vecchie conoscenze. Solo nei processi di memoria 
propriamente detti la rappresentazione mnemonica viene riconosciuta 
come la reviviscenza d'una situazione o d'un momento già vissuto nel 
passato e che appartiene alla nostra storia personale. 



158 CAPITOLO VI 



I ricordi affini per la loro data d'origine, pel loro contenuto e per la 
li irò intensità formano dei gruppi naturali e subiscono le stesse vicende 
sia nella loro evoluzione, sia nella loro dissoluzione. Perciò si dice che esi- 
stono delle memorie (Ribot), non già una sola memoria unitaria. La pa- 
tologia ci conferma questo principio, insegnandoci come i ricordi possano 
scomparire per categorie di tempo, di qualità e di gradazione intensiva, 
ciascuna delle quali gode d'una certa autonomia rispetto alle altre. 

Le irregolarità della memoria hanno formato argomento di studi impor- 
tanti da parte di psicologi e clinici, ma nella sintomatologia delle malattie 
mentali non furono valutate come meritavano. La causa di questa trascu- , 
ranza è doppia : da un canto le alterazioni più gravi danno luogo ad errori 
o lacune indirette, ma appariscenti della, percezione e dell'intelligenza, 
come accade nella cecità psichica, nella cecità verbale e in altre forme 
di cosi detta asimholia, che ora vengono collocate fra i casi di amnesia 
(Monakow, Dejerineì ; dall'altro canto i disturbi minori della memoria, 
le sue eclissi momentanee e le sue insufficienze durevoli, se sono limi- 
tate ed alio stato puro, alterano cosi poco le linee principali della per- 
si malità psichica, che passano per semplici imperfezioni, anziché per sin- 
tomi di malattie mentali. Nonostante questo, ogni irregolarità evidente 
della memoria introduce nei diversi quadri psicopatici un elemento ca- 
ratteristico e spesso decisivo pel giudizio clinico ed anatomico che se ne 
può dare. 

Non si deve identificare la memoria con la semplice persistenza di una 
attitudine funzionale e nemmeno col perfezionamento delle disposizioni 
anatomiche che servono di base all'associazione fra le immagini. Questi 
fatti o per dir meglio queste leggi sono certamente, come vedremo, con- 
dizioni necessarie della memoria, ma non sono tutta la memoria e quindi 
ni m sono memoria. Fu designata come una forma di memoria organica 
(Hering) anche la crescente destrezza con cui operano i muscoli negli 
esercizi abituali (abbottonarsi gli abiti, sonare il pianoforte, scrivere); ma 
in simili casi il perfezionamento (che non è indefinito) degli atti musco- 
lari non è dovuto all'accumulo di pretesi ricordi nella sostanza del mu- 
scolo, bensì alla spinai umazione (o quasi) degli impulsi motori, che signi- 
fica semplificazione, perchè sopprime da un lato tutti i processi coscienti, 
dall'altro tutti i movimenti superflui che complicavano il periodo del ti- 
rocinio. L'automatizzazione degli atti coscienti è dunque un processo di 
graduale dissuetudine, che conduce ad una perfezione relativa non perchè 
aggiunga qualche cosa (la memoria), ma soltanto per quel che toglie (i 
movimenti imbarazzanti). 

Perciò non vi è memoria senza coscienza. La coscienza deve avere accom- 
pagnato l'immagine primitiva e riaccompagnarsi con l'immagine ripetuta, 



LA MEMORIA 159 



tanto più che toccherà ancora ad essa, per completare l'atto mnemonico, 
di verificare la somiglianza fra le due situazioni : quella in cui si trova 
e quella in cui s'era trovata. Infatti l'esercizio genuino e regolare della 
memoria richiede una serie di condizioni che soltanto i centri nervosi, 
e non tutti né sempre, sono in grado di realizzare interamente. 

1.° Anzitutto è necessaria la formazione di traceie mnemoniche che 
protraggono negli elementi nervosi la presenza (allo stato latente) del 
processo psichico destinato o candidato a rivivere come ricordanza. Perciò 
ogni stato di coscienza che non sia condannato all'oblio per congenita 
insufficienza lascia sulla via percorsa (o sopra un tratto di questa via) 
un reliquato organico che modifica più o meno stabilmente il chimismo 
o la struttura dei neuroni cointeressati, dotandoli d'una nuova capacità 
funzionale. 

Forse ogni rappresentazione in atto determina un'ipertrofia funzionale 
nei processi protoplasmatici e negli axoni interessati ; le vibrazioni mole- 
colari si fanno più intense e si propagano, alterando momentaneamente 
la forma dei dendriti ; e cosi, se le condizioni sono favorevoli, rampol- 
lano nuove espansioni e collaterali in permanenza. In ogni modo le traceie 
che contrassegnano l'attitudine mnemonica (e da cui non germoglieranno 
i ricordi che sotto l'azione feconda dei processi associativi; si formano 
quando l'energia dello stimolo esterno o la squisitezza dell'organo ricet- 
tore o lo sforzo dell'attenzione o il sovrapporsi d'un sentimento vivace 
accrescono lo splendore del fenomeno cosciente. Ogni nuova attuazione 
dello stesso fenomeno cosciente sotto forma di rimembranza, di rappre- 
sentazione fantastica o di ripetizione identica fortifica la capacità mne- 
monica perchè determina la formazione di nuove traceie che surrogano 
le preesistenti o vi si aggiungono. 

Gli antichi, fino dal tempo di Platone, consideravano le traceie mne- 
moniche come un'impronta sulla cera (teoria materiale) ; altri, senza far 
avanzare la questione con questo, inclinano piuttosto ad interpretarle 
come uno stato di tensione molecolare che al sopravvenire d'un eccita- 
mento sprigiona il ricordo e si ricarica (teoria dinamica). Comunque sia, 
lino a pochi anni sono si ammetteva generalmente che lo stato di co- 
scienza originario, l'inscrizione preventiva delle sue traceie mnemoniche 
e le conversioni successive delle traceie in atti di rimembranza fossero 
processi diversi e diversamente determinati, ma tutti centralizzati negli 
stessi elementi anatomici (Bain, Spencer, Wundt, James, Binet). Oggi 
invece, non senza valide ragioni, specialmente cliniche, si propende sempre 
più a ritenere che le immagini mnemoniche, sia allo stato latente, sia 
allo stato attivo, si localizzino in elementi o strati corticali diversi da 
quelli che ricettano per un momento la sensazione primitiva (Munk, 



160 CAPITOLO VI 



Wernicke, Ziehen, Horvicz) ; od anche in aree ultrasensitive ed affatto 
staccate della corteccia cerebrale (Nothnagel, Bianchi, Flechsig, Ramon 
y Cajal), dove le sensazioni elementari, prolungando il loro cammino, 
vanno a prenotarsi tra i simboli ideo-mnemonici e così diventano capaci 
<li ricomparire all'occasione o come immagini indifferenti o come ricordi 
autenticati. 

Volendo riferire il concetto semplicista di Spencer e di Wundt ai dati 
dell'istologia odierna, si dovrebbe pensare che un sistema invariabile di 
neuroni vicini o lontani, ma vibranti all'unisono, serva di veicolo a tutte 
le forme di rappresentazione con ugual contenuto, riunendo in sé stesso 
i tre uffici : a) dell'ammissione per la sensazione primaria, b) dell'emissione 
pel ricordo in atto, e) del deposito per le traccie mnemoniche che man- 
tengono fra la sensazione e il ricordo in atto la continuità latente. E con 
questa triplice identità di localizzazione si spiegherebbe l'eguaglianza (di- 
scutibile) fra i due processi estremi ed attivi, cioè fra gli stati di coscienza 
che corrispondono rispettivamente alla sensazione ed al ricordo. 

Secondo le ipotesi dualiste, che nel loro principio fondamentale armo- 
nizzano assai meglio coi fatti clinici ed anatomo-patologici di emianopsia, 
di cecità psichica e di cecità verbale, le sensazioni primitive che si for- 
mano bilateralmente nei centri sensoriali dei due emisferi non acquistano 
carattere simbolico (ideativo o mnemonico) che unilateralizzandosi nei 
centri superiori di associazione corticale, i più noti dei quali sono collocati 
nell'emisfero sinistro ; e con questa interpretazione si capisce fra l'altro 
perchè nei casi di emianopsia gli oggetti si vedano dimezzati, ma si pen- 
sino e si ricordino interi, e perchè le rimembranze rassomiglino assai più 
alle idee che alle sensazioni. 

La formazione di traccie mnemoniche si deve ritenere come una pre- 
messa necessaria non solo alla perpetuazione di singole immagini isolate, 
ma anche al ricordo dell'ordine con cui sono aggregate o si seguono. 
Nessuno ignora che noi non ricordiamo soltanto immagini, ma anche rap- 
porti, più o meno manifesti e pure assai efficaci, fra immagini ; e poiché 
le stesse immagini isolate non si fissano e non si risvegliano dallo stato 
<li latenza se non per mezzo di processi associativi, si deve concludere 
che il contenuto della nostra memoria si estende anche a gran parte 
delle associazioni, e che, se abbraccia immagini isolate, ciò non avviene 
che in quanto esse sono state e possono ridiventare termini di rapporti 
associativi. 

Ora bisogna tener presente che ogni processo associativo, sia che pre- 
pari o provochi una rimembranza, sia che dia luogo ad una rappresen- 
tazione qualunque o ad un atto volitivo, può, come è notorio, rendersi fa- 
cile e famigliare a furia di ripetersi. In tal caso i neuroni consociati mo- 



I.A MEMORIA 161 



mentaneamente nell'azione fluiscono per unirsi in una stabile solidarietà 
funzionale, formando un'associazione d'abitudine che ha certamente per 
base una maggiore intimità dei loro rapporti anatomici. È probabile che 
questo risultato si raggiunga per un processo progressivo d'ipertrofia 
funzionale che conduce all'accrescimento più o meno durevole dei neuro- 
dendri che connettono gli elementi nervosi e quindi al reciproco ravvici- 
namento di questi ultimi. Ora, il processo d'ipertrofia funzionale, in quanto 
determina lentamente il ravvicinamento fra i neuroni solidali, può invo- 
carsi come la causa anatomica della speditezza e precisione con cui si 
compiono le associazioni abituali di qualunque genere, comprese le mne- 
moniche ; e in quanto poi, per determinare questo effetto d'insieme, deve 
modificare individualmente anche i singoli neuroni, esso è l'espressione 
concreta delle traccie mnemoniche che fissano l'immagine allo stato la- 
tente e la rendono pronta ai possibili richiami di nuovi processi associativi. 
2." Le traccie mnemoniche possono formarsi, ma scomparire irrepa- 
rabilmente a scadenza più o meno lunga ; la durata della loro conserva- 
zioni? dipende dalla capacità personale di memoria, dall'interesse del ri- 
cordo e dal numero delle sue ripetizioni. Cosi si salvano indefinitamente 
o quasi molti ricordi, tra futili e importanti, che il ripetuto esercizio sot- 
trae all'esaurimento funzionale del disuso; e cosi perisce ogni giorno in 
via fisiologica una folla di ricordi futili, per esempio di ciò che s'è man- 
giato a pranzo una settimana prima o del tempo che faceva. 

Ogni ricordo in atto dà luogo alla formazione di nuove tracce orga- 
niche che si sommano con le precedenti o coi loro rimasugli. Questo 
processo di rinnovamento, che ringiovanisce le traccie mnemoniche, con- 
corre efficacemente a preservare dalla rovina una gran parte dei nostri 
ricordi e specialmente quelli che sono raccomandati a più frequenti ap- 
pelli dall'importanza intrinseca del loro contenuto. Ma non mancano i 
ricordi che si conservano per lunghissimo tempo allo stato latente per 
una straordinaria capacità di memoria o per una singolare fortuna di 
origine. 

La conservazione delle traccie mnemoniche da una parte e la loro for- 
mazione dall'altra possono comportarsi diversamente nella stessa persona 
i) per le varie memorie, restando entrambe entro i limiti della fisiologia. 
Vi sono memorie tenaci, ma più o meno stentate ; o memorie facili, ma 
di poca durata ; nelle une è più spiccato l'elemento conservativo, nelle 
altre l'elemento formativo. 

3.° L' evocazione del ricordo è il fatto culminante con cui la memoria 
si afferma e passa dallo stato potenziale all'attuale. È ben difficile che 
uno stato di coscienza conservi le proprie traccie se non è mai rievocato; 
e in ogni modo la verificazione della sua rievocabilità, che è l'essenza 

Tanzi, l'sichiatì-ia. — 21. 



162 CAPITOLO VI 



stessa della memoria, non è possibile se in pari tempo non si effettua la 
rievocazione. La rievocazione dei ricordi si compie per via associativa, 
cioè per un'azione nervosa esterna al sistema dei neuroni cointeressati nel 
l'atto mnemonico ; e perciò obbedisce alle leggi dell'associazione psichica 
che sono comuni a tutte le rappresentazioni. 11 ricordo assopito nello stato 
latente dev'essere risvegliato, come del resto è necessario per qualunque 
altra idea, dalla presenza di sensazioni, d'immagini, d'idee o d'altri ri- 
cordi, che contraggono rapporti improvvisati o rinnovano rapporti antichi 
con l'immagine evocata. 

Perchè l'evocazione d'un ricordo odi un'idea sia possibile, bisogna che non 
siano completamente rotti i rapporti anatomici e funzionali fra il sistema 
di neuroni che è il depositario delle sue traccie e i neuroni intracerebrali 
che stanno fuori da quel particolare sistema, ma che possono influenzarlo. 
Se tali rapporti sussisteranno per intero, l'evocazione sarà facile, frequente 
ed intensa; se si renderanno più scarsi, sarà difficile, rara, sbiadita; se 
si renderanno nulli, sarà impossibile. 

4." Un atto completo di memoria implica non solo la riapparizione 
dell'immagine ricordata, ma anche il riconoscimento della sua origine. 
In altre parole, non basta che il ricordo sia ripensato: bisogna che sia 
anche autenticato come un reduce del nostro pensiero, il che gli confe- 
risce un carattere psichico del tutto particolare in confronto alle altre idee. 
Questa specie di consacrazione si raggiunge per mezzo di speciali process 
associativi, la cui necessità conferma la dipendenza della memoria dalle 
leggi d'associazione. 

Un ricordo che si affacciasse alla coscienza in modo isolato, all'infuori 
dell'attività d'associazione e senz'alcun vincolo con altri ricordi, non po- 
trebbe essere né evocato, né (tanto meno) riconosciuto per ciò che vera- 
mente è, ossia come la nuova edizione d'una rappresentazione già pro- 
vata; e ricadrebbe nella categoria delle immagini o delle idee ordinarie. 
Solo in seguito al riconoscimento noi distinguiamo fra un fatto semplice- 
mente possibile e un fatto avvenuto, o con precisione anche maggiore 
fra eie!) che è avvenuto ad altri e ciò che si riferisce a noi. 

(ira, fra le associazioni psichiche che permettono il riconoscimento, si 
deve tener conto in primo luogo di quelle che complessivamente e con- 
fusamente ci infondono il sentimento della continuità personal e per riguardo 
al nostro io e della continuità storica per riguardo all'ambiente esterno. 
Il riconoscimento è favorito anche dalle associazioni che rendono possibile, 
per lo meno approssimativamente, la localizzazione del ricordo nel tempo 
la cui si aggiunge qualche volta anche la localizzazione nello spazio). La 
prima di queste sub-condizioni della memoria (condizione diretta del rico- 
noscimento) è sempre presente o se non altro è sempre appellabile nel- 



I.A MEMORIA 163 



l'uomo normale e che non dorme; la seconda non si verifica che nel 
momento della rimembranza perfetta e richiede a sua volta la presenza 
in seconda linea d'altri ricordi, che servono di cornice all'immagine rie- 
vocata e riconosciuta e le fanno una posizione nel passato. 

La natura schiettamente associativa del processo per mezzo del quale 
i ricordi vengono fissati, evocati e riconosciuti, risulta in modo evidente 
quando anche l'altro termine del rapporto mnemonico è una rappresen- 
tazione di luogo la cui intensità vada soggetta a mutamenti. Il ritorno 
dopo una lunghissima assenza nella città o nella casa dove si è passata 
l'infanzia, rinforzando le immagini mnemoniche che rivediamo allo stato 
attuale, le rende improvvisamente capaci di rimorchiare anche quelle im 
magini collaterali che credevamo per sempre perdute : rivedendo una 
strada od una camera che rammentavamo anche prima, ma debolmente, 
ci sovviene ad un tratto, per associazione di contiguità spaziale, anche 
d'un abitante o di un oggetto o d'altre strade o d'altre camere vicine che 
non abbiamo ancora riveduto, che forse non esistono più, e di cui non 
si sarebbe mai ricuperata la memoria senza il risveglio inopinato dell'al- 
tro termine associativo. 

5." Un'ultima condizione è necessaria alla riproduzione di un ricordo, 
cioè la coesione interna delle traccie elementari che lo costituiscono: la 
vibrazione di un neurone deve ridestare quella di tutto il sistema se il ri- 
cordo è completo, o di gran parte del sistema se il ricordo è attenuate'. 
In caso diverso la rappresentazione riprodotta rassomiglierà cosi poco 
alla primitiva, che non sarà più riconosciuta per la sua copia, e si avrà 
un'immagine qualunque, non già un ricordo localizzabile nel tempo. 



PATOLOGIA DELLA MEMORIA. 

Ciascuna delle leggi che presiedono fisiologicamente allo sviluppo, alla 
conservazione ed all'esercizio attivo della memoria trova numerosi e pre- 
cisi riscontri nella patologia cerebrale. 

Agenesia delle traccie mnemoniche. - Non possono lasciare traccia di 
sé quegli stati di coscienza che sono costituzionalmente deboli per difetto 
d'attenzione, come avviene negli idioti e in parte anche negli imbecilli. 
Oppure le traccie mnemoniche cessano di formarsi per un disturbo acqui- 
sito di nutrizione, per semplice perdita involutiva della plasticità funzio- 
nale, per atrofia. È questo il caso dei vecchi in istato più o meno pro- 
nunciato d'indebolimento mentale, donde la mancanza di ricordi contem- 
poranei (quasi sempre parziale) e la conservazione degli antichi. Ed è 



164 CAPITOLO VI 



pure il caso di quei malati che, per un traumatismo fisico o morale, pre- 
sentano una lacuna mnemonica di tutto ciò che è avvenuto dal momento 
del sinistro in poi per un certo tempo, benché non abbiano perduto od 
abbiano ricuperato subito la coscienza : amnesia anterograda. 

La mancata formazione delle traccie mnemoniche non ha importanza se 
non quando impedisce il ricordo d'impressioni intense e interessanti o 
per lo meno assai numerose o di un genere affatto particolare. Quest'ultimo 
fenomeno si coglie al vivo in certi casi di alexia incompleta : i malati 
possono ancora leggere le parole brevi, ma non le più lunghe, perchè 
arrivati che sono alle ultime sillabe hanno già dimenticato le prime o per 
dir meglio non sono riesciti a rissarne le traccie neppure per un istante. 
Qui dunque non è punto perduta la nozione schematica della lettura, o 
si conservano ancora le traccie sia delle immagini grafiche che si erano 
iormate anteriormente, sia del modo di associarle fra ili loro ; ma non si 
formano più le traccie delle immagini attuali, e perciò le lettere alfabe- 
tiche non possono essere associate che allo stato di pure percezioni. 

Qualche volta (fatto importante per la diagnosi) lo stato prodromico della 
paralisi progressiva è appunto contrassegnato da poche ma enormi, o da 
piccole ma continue dimenticanze. Piuttosto che di vere dimenticanze, si 
tratta di impressioni che, malgrado l'energia dello stimolo esterno, non 
riescono a cattivarsi l'interesse del malato, e perciò rimangono nel do- 
minio effimero dei centri sensoriali senza poter elevarsi a quei centri so- 
prasensitivi (love si formano i simboli ideo-mnemonici. 

Le traccie mnemoniche si formano (e si conservano) con facilità straor- 
dinaria in certi individui che si distinguono appunto per la loro memoria. 
Talvolta l'eccellenza della memoria per la sua parzialità a favore di certe 
immagini determinate e per la stessa sua eccessività, più imbarazzante 
che utile, acquista un significato quasi mostruoso, come in certi eruditi, 
poliglotti, calcolatori e giuocatori di scacchi senza scacchiera. Non sono 
che ipermnesie sistematiche i talenti parziali di vari imbecilli (ve n'é un 
esemplare in quasi ciascun manicomio), che superano notevolmente la 
media dei normali nella facilità di ricordare melodie, numeri e squarci di 
libri che talvolta non capiscono. Ed anche in queste forme d'ipermnesia 
degli imbecilli vi sono diverse gradazioni: dal deficiente che ricorda sol- 
tanto l'orario delle ferrovie o tutti i santi del calendario si arriva fino a 
quello che non solo fissa nella memoria una serie di numeri, ma sa pro- 
fittare di questa sua dote per risolvere a memoria calcoli abbastanza com- 
plicati. Da questi imbecilli calcolatori agli eruditi mediocri non vi è una 
grande distanza. 

Cancellazione delle traccie mnemoniche. — La cancellazione delle traccie 



LA MEMORIA 165 



già formate, ossia la perdita dei ricordi che figuravano nel bilancio attivo 
della nostra memoria, acquista un significato patologico quando in luogo 
di colpire alla spicciolata e dopo un certo tempii ricordi vecchi o poco 
importanti o poco evocati, fa strage sommaria delle reminiscenze che sono 
collegate da comunità d'origine o di contenuto. Per lo più queste dimen- 
ticanze vere sono dovute a cause organiche che le rendono anche irrepa- 
rabili : a lesioni diffuse degli elementi nervosi, come nella demenza senile 
e negli altri processi demenziali, oppure a focolai distruttivi che colpi- 
scono la corteccia cerebrale. Nel primo caso l'amnesia è lenta, progres- 
siva e generale, benché possa risparmiare anche un numero abbastanza 
considerevole di ricordi isolati. Nel secondo caso l'amnesia è improvvisa 
e quasi sempre assoluta, ma circoscritta ad una od a poche funzioni spe- 
ciali, che corrispondono esattamente alla sede del focolaio. 

La perdita dei ricordi per lesioni diffuse del cervello è soggetta aleggi 
conosciute anche popolarmente. Nel repertorio verbale, la cui ispezione 
è assai facile, primi a scomparire sono i ricordi delle parole meno usate, 
per esempio i nomi degli estranei; seguono i sostantivi in genere; ultimi 
a sopravvenire sono i verbi e gli aggettivi, la cui scomparsa caratterizza 
i gradi più bassi della demenza; ma, salvo nei casi d'incoscienza e di to- 
tale anideismo, sono ancora possibili le interiezioni o alcune singole pa- 
role od una singola sillaba a cui i malati affidano l'espressione d'idee, 
emozioni e desideri affatto rudimentari. 

La perdita generale e progressiva dei ricordi già attivi è quasi sempre 
accompagnata dall'inettitudine a fissarne dei nuovi ; e perciò l'amnesia 
senile non consiste soltanto nell'agenesia delle traccie mnemoniche dal 
principio del processo involutivo in poi, ma anche in un'abolizione delle 
traccie già esistenti, benché fertilizzate da atti frequenti di rimembranza. 
] primi effetti dell'atrofia distruggono i ricordi più giovani ; e cosi, tra i 
ricordi uccisi e i ricordi abortiti prima di nascere, si avvalora sempre 
più la legge per cui mancano le immagini dei fatti recenti, mentre per- 
sistono quelle della prima età, ossia le più antiche. 

Siccome non si può concepire che il processo d'atrofia eserciti sugli 
clementi nervosi un'azione elettiva a seconda del loro contenuto mnemo- 
nico, si deve piuttosto ammettere che, nella fase iniziale, le connessioni 
anatomiche e le traccie organiche della memoria non siano soppresse in 
un punto e conservate in un altro ; ma ch'esse subiscano un indebolimento 
abbastanza uniforme e diffuso, i cui effetti dissociativi ed amnestici si ren- 
dono manifesti ed irreparabili soltanto nei punti dove le associazioni 
erano già ab origine meno intime e le traccie meno profonde, ossia in 
quelli dove la memoria é meno organizzata. Il semplice rallentamento, 
senza interruzione, dei vincoli associativi, con sottrazione parziale delle 



Ititi CAPITOLO VI 



traccie mnemoniche, non abrogherà definitivamente i ricordi, ma li ren- 
derà più pallidi o più incerti. Ed anzi, se il processo di devastazione si 
arresta, non sarà impossibile di veder rifiorire iper mezzo di ulteriori, per 
quanto stentate, evocazioni) le traccie e i rapporti che stavano per morire. 
Questa eventualità favorevole si avvera nelle soste dell'involuzione se- 
nile a benefizio dei ricordi infantili. Dal momento che sono andati di- 
strutti i ricordi recenti, è naturale che si rimetta a nuovo il repertorio 
antico, che per essere il meno devastato e quindi il meglio evocatale, di- 
venta l'obiettivo preferito e il più accessibile sia alla semplice immagina- 
zione (senza riconoscimento), sia all'attività di riproduzione mnemonica. 
In mancanza dei ricordi morti si ravvivano i ricordi morenti, e le remi- 
niscenze d'infanzia godono la loro estate di San Martino. 

Fra le amnesie circoscritte ed improvvise con cancellazione delle trac- 
cie mnemoniche sono assai note per la precisione dei sintomi e della lo- 
calizzazione anatomica le tre forme di afasia che Pitres (per riservare 
un titolo più elevato all'afasia amnestica) ha designato col nome di nu- 
cleari : l' afasia motoria, la sordità verbale e la cecità verbale, i cui focolai 
corrispondono rispettivamente al piede della 3. 1 circonvoluzione frontale, 
alla 1." circonvoluzione temporo-sfenoidale, ed alla piega curva ; sempre 
(per tutti e tre) nell'emisfero sinistro, salvo il caso del mancinismo mo- 
torio che implica quasi sempre il destrismo cerebrale di tutte o di alcune 
fra le l'orme del linguaggio. 

La funzione del linguaggio può subire anche altre e gravissime offese, 
che interessano ugualmente la memoria, ma che si riferiscono alle as- 
sociazioni evocative, non già all'esistenza delle traccie. Avviene infatti 
per lesioni diverse ed eventualmente per la presenza di un focolaio, però 
con sede extra-nucleare, che i tre nuclei corticali del linguaggio riman- 
gano integri, ma che siano interrotte le comunicazioni inter-nucleari. Av- 
viene parimente che, restando integri i tre nuclei, vengano a troncarsi le 
comunicazioni transcorticali o ideo-nucleari fra uno o due di essi o tutti 
e tre da una parte e le altre regioni della corteccia dall'altra. Si capisce 
facilmente che in questi casi mancheranno sistematicamente certe maniere 
d'evocazione verbale, ma le traccie mnemoniche non saranno punto can- 
cellate ; e purché il centro che le contiene non sia bloccato da tutti i lati, 
esse potranno evocarsi ancora per le vie rimaste integre. Simili lesioni, 
che aboliscono non un gruppo d'immagini, ma un complesso di rapporti, 
vanno naturalmente considerate dal punto di vista dell'evocazione, non da 
quello di cui stiamo trattando. 

Sono invece della classe in discussione altre amnesie a focolaio che non 
riguardano il linguaggio. Fra queste, la più nota è la cecità psichica, di 
cui l'alexia non rappresenta che una forma e una localizzazione parziale. 



LA MEMORIA 167 



La cecità psichica cancella le traccie mnemoniche delle immagini visive 
o una parte di esse. Quando l'amnesia non è totale, il che è frequentis- 
simo, la lacuna è atipica, salvo il caso dell'alexia, e può mantenersi in 
proporzioni cosi piccole, da permettere ancora un largo esercizio dei pro- 
cessi intellettuali: in un caso meritamente celebre di Cu arcot erano per- 
dute le immagini delle l'orme e dei colori ed anche quelle delle lettere, 
ma l'ideazione, i discorsi e la lettura si compivano ancora, salvo che il 
malato doveva articolare mentalmente la parola interiore o leggere ripe- 
tutamente ad alta voce le frasi che voleva ben capire o ricordare. In 
ogni modo questo stato di cose non impedisce la percezione visiva degli 
oggetti, ma pone nell'impossibilità di figurarseli e di riconoscerli. 

11 cieco psichico die cede un cappello non può più intendere che cosa 
esso sia, né a che uso serva, perchè insieme a molte altre ha perduto 
le immagini congeneri, la cui sintesi formava la nozione astratta di quel- 
l'oggetto ; o piuttosto perchè ha perduto il segno simbolico in cui si con- 
cretava tale astrazione e che è localizzato unilateralmente nell'emisfero 
sinistro e precisamente nel centro dei simboli visivi. Cosi il malato si 
trova davanti ad un cappello come di fronte ad un caso nuovo : non solo 
ignora che si tratti di un cappello, ma per l'obliterazione o la scomparsa 
dell'organo funzionante non può nemmeno mettersi in grado d'impararlo. 
Però, se il focolaio non compromette che il centro dei simboli visivi, il 
cappello potrà essere riconosciuto, classificato e nominato pel tramite delle 
sensazioni tatto-muscolari, i cui simboli sono sovente del tutto illesi. 

Le traccie cancellate per distruzione di elementi nervosi possono forse 
tornare a formarsi in altri elementi simili, ciò che costituisce la compen- 
sazione e che si cerca di ottenere per mezzo della rieducazione, ma solo 
nel caso che esista un territorio di riserva non intaccato dal focolaio. 
Perciò la rieducazione dei ciechi psichici e degli afàsici che si trovano in 
condizioni simili è un tentativo esposto a frequenti insuccessi, benché del 
resto non presenti il menomo inconveniente. 

Combinata con la cecità psichica, e a quanto pare anche separatamente, 
può aversi l'amnesia dei simboli tatto-muscolari : astereognosia, asimbolia 
tattile od agnosia delle impressioni tattili e muscolari. Secondo Wernicke, 
che ne illustrò due casi assai nitidi sia dal punto di vista clinico, sia da 
quello dell'anatomia patologica, la sede dell'astereognosia sarebbe nelle 
due circonvoluzioni rolandiche di sinistra e più precisamente al terzo 
medin. 

Quando si sommano insieme la cecità psichica e l'astereognosia, dando 
luogo al quadro dell'agnosia completa od asimbolia totale (Wernickei o 
demenza asimbolica (Heilp.ronner), i malati non capiscono più il signi- 
ficato degli oggetti, non potendo i simboli superstiti, cioè quelli dei suoni, 



168 CAPITOLO VI 



degli odori e dei sapori, tornire nozioni abbastanza larghe sul mondo 
esterno. Questi soggetti sono ridotti ad uno stato di quasi assoluto ani- 
deismo : mordono una chiave, leccano un calamaio, si accingono ad af- 
ferrare una fiamma, si scoprono involontariamente, non sanno tirare a 
sé le lenzuola, vorrebbero uscire dalla loro camera, ma non conoscono 
più l'uso della porta e della maniglia. Oppure, malgrado la combinazione 
delle due asimbolie, rimane ancora un barlume di coscienza tattile e vi- 
siva perchè le immagini relative sono in piccola parte conservate : allora 
i malati si mettono in bocca il sigaro per traverso, tentano di bere da 
una bottiglia vuota e tappata, scambiano i calzoni per la giacchetta, uno 
specchio per una finestra, l'orinale per il bicchiere, tengono il cucchiaio 
al rovescio, sbagliano i nomi dei famigliari. 

Incerta anatomicamente e rara clinicamente è la sordità psic/u'ea, per 
cui si cessa di intendere il valore dei suoni, compresi i verbali: quello 
d'una campana, di un orologio, di uno sparo. 

Un'amnesia specialissima, che sembra localizzata nel misterioso emi- 
sfero destro, alla 2. a circonvoluzione frontale, consiste nella perdita dei 
ricordi muscolari necessari al canto, mentre può persistere l'attitudine a 
riconoscere le melodie e ad eseguirle sopra uno strumento : amusia 
(Mann, Monakow). 

Nella categoria delle amnesie muscolari, vicino all'afasia motoria e al- 
l'amnesia d'esecuzione vocale, vale a dire come una forma di apraxia, 
benché si riferisca a movimenti involontari, si annovera anche Vamimia, 
che sarebbe localizzata nel talamo ottico di destra (Idelsohn). Un'altra 
forma di apraxia è V agrafia, la cui individualità clinica è però negata 
da quasi tutti i nevrologi, che la riguardano come una semplice compli- 
cazione dell'afasia motoria (d'articolazione vocale) o dell'alexia. 

Qualunque forma di amnesia a focolaio, come del resto ogni paralisi cor- 
ticale, può essere simulata, senza che siano distrutti gli elementi nervosi, 
dalle azioni tossiche della paralisi progressiva e dell'uremia. In questi 
casi le traccie mnemoniche non sono perdute, ma semplicemente para- 
lizzate : e infatti è caratteristica, tanto nelle amnesie paralitiche come 
nelle amnesie uremiche, la transitorietà. Fra esse spesseggiano le mo- 
noafasie (senza emiplegia) che nei paralitici compaiono in forme d'accessi 
e negli uremici sono spesso altrettanto effimere (Lancereaux, Rose, Ba- 
ginsky). 

Un altro genere di amnesia, completamente diverso, ma sempre con 
soppressione di traccie organiche, è quello che si collega ai traumi. 
In seguito a cadute, ferimenti, tentativi di suicidio (specialmente per im- 
piccamento), commozione cerebrale, spavento od altre gravissime emo- 
zioni, l'amnesia assume spesso, oltre alla forma anterograda che abbiamo 



LA MEMORIA 169 



già menzionato, anche la forma retrograda. Si ha cosi il tipo misto, che 
è appunto il più frequente, di amnesia, retro- antera grada, ossia non solo 
la mancanza di memoria per ciò che è avvenuto poco dopo, ma anche 
l'oblio retroattivo di ciò che è avvenuto poco prima. Chi è investito da 
una carrozza, oltre a non ricordare l'urto, lo spavento provato, la località 
e i soccorsi ricevuti appena tornato in sé, dimenticherà completamente 
dov'era diretto e persino d'essere uscito di casa. 

Disordini dell'evocazione mnemonica. — L'evocazione di molti ricordi, 
specialmente di quelli che non hanno carattere personale e che sono at- 
taccati ad una serie complessa di associazioni logiche, può sospendersi 
momentaneamente e diventare impossibile anche in individui psichica- 
mente normali durante un periodo di emozione o per uno stato di esau- 
rimento nutritivo : davanti ad un superiore, ad un'assemblea, ad un tri- 
bunale o ad una commissione d'esami, oppure sotto l'azione dell'anemia 
o di un violento dolore fisico. In quest'ultimo caso e in molti altri si tratta 
d'una vera inibizione esercitata sul processo evocativo dalla prevalenza 
ili altre associazioni e sopratutto da un sentimento di soggezione. Cessata 
questa prevalenza, cessa l'inibizione, e l'evocazione del ricordo è di nuovo 
possibile, anzi può riescire facile e spedita. 

11 processo d'evocazione può fallire anche per uno stato più o meno 
abituale di distrazione. Ciò avviene frequentemente negli imbecilli per 
difetto generale d'attenzione attiva ; e per una causa ben diversa, ma che 
produce lo stesso effetto, nei pensatori la cui attenzione attiva è in ec- 
cesso, ma rivolta tenacemente ad un ordine chiuso di problemi astratti 
che distolgono dalla contemplazione mnemonica dei fatti insignificanti. 

Anche gli individui normali in condizioni non ordinarie, per esempi' 
nella convalescenza di una malattia qualunque e nel risveglio dal sogno 
o dall'ipnosi, sono soggetti a difficoltà spesso insuperabili d'evocazione per 
tutto o per parte di ciò che é avvenuto durante la malattia, il sogno o Io 
stato d'ipnosi. Eppure le traccie mnemoniche delle immagini relative non 
hanno mancato di formarsi e di conservarsi : qualche volta tornano a 
brillare in atti vivi di rimembranza durante una recidiva o un nuovo 
sogno o un nuovo periodo d'ipnosi. 

Indipendentemente dall'ipnosi, uno stato di cose simile a questo può av- 
verarsi con alternative più o meno regolari in certi casi singolarissimi di 
isterismo. Si hanno cosi le amnesie transitorie od a periodi con reinte- 
grazione successiva dei ricordi sospesi. Talvolta la vita delle malate, che 
tuttavia non perdono per questo la loro lucidezza, né il sentimento della 
loro continuità personale, è un continuo avvicendarsi di due stati, che in 
sostanza non differiscono l'uno dall'altro se non per la diversità dei ri- 

Tanzi, rsichiatria. — 22. 



170 CAPITOLO VI 



cordi evocati ed evocabili dalla coscienza: nello stato primo (ordinario) 
si dimentica ciò che è avvenuto nello stato secondo (io straordinario) e 
perciò i ricordi rimangono interrotti per lacune regolari ; nello stato se- 
condo può darsi parimente che restino attive le rimembranze dei periodi 
similari e sospese quelle dei periodi ordinari, ma può anche avvenire che 
rientrino in attività entrambi gli ordini di memoria, come nel celebre 
caso di Félida stupendamente descritto dal chirurgo Azam di Bordeaux. 

Le amnesie alternanti portano nell'umore, nel carattere e nella con- 
dotta curiose modificazioni, che sembrano basate sopra un preteso sdop- 
piamento della coscienza o della personalità, ma che si spiegano assai 
più semplicemente appunto con la differenza del materiale mnemonico di 
cui la coscienza può disporre. Gli effetti dell'amnesia si possono valutare 
pienamente immaginando quel che avverrebbe se si staccassero qua e là 
alcune pagine d'un libro : nello stato ordinario si ritrovano le pagine ri- 
maste, ma non le pagine staccate ; nello stato straordinario o si ritrovano 
soltanto le pagine staccate o si ricostituisce la memoria attiva di tutto 
il libro, a seconda dei casi. Ciò che rende più strana la condizione delle 
isteriche soggette a queste alternative è il fatto che, verificandosi nello 
stato secondo o straordinario il ritorno delle due memorie, mentre nello 
stato primo od ordinario non sussiste che la memoria delle fasi normali, 
il bilancio mnemonico viene ad essere più completo nel periodo morboso 
che nel normale. 

L'oblio totale o parziale per impossibilità d'evocazione è di regola nei 
guariti d'una malattia mentale che sia decorsa con offuscamento della 
coscienza e confusione delle idee. Le immagini nate nel disordine d'un 
delirio non possono rinascere nella corrente delle associazioni normali, che 
si conformano alla realtà esterna e tendono a respingere ciò che è isolato, 
incomprensibile od assurdo. Fra il pensiero d'un pazzo confuso e il pen- 
siero d'un normale vi è una tale incompatibilità, che esclude ogni vin- 
colo anche di semplice coincidenza mnemonica. Perciò, salvo il caso di 
un'ipermnesia eccezionale, riesce impossibile ad una persona ragionevole 
di ricordare anche per un brevissimo frammento il discorso d'un incoe- 
rente. E chi guarisce dalla pazzia confusa o si desta da un sogno non 
riesce che raramente e con grandissimo sforzo a ricordare qualche brano 
di ciò che aveva fantasticato o sognato. Per una ragione analoga le ri- 
membranze ordinarie, la cui evocazione è affidata allo svolgimento re- 
golare dei processi associativi, sospendono la propria attività militante 
o per lo meno non possono più coordinarsi e spiegare la loro efficacia in 
mezzo alle associazioni tumultuarie del delirio. Vi è l'oblio degli errori 
nello slato di lucidezza, e l'oblio della verità nello stato morboso. 
L'impossibilità d'un parallelismo fra una serie ordinata di processi psi- 



LA MEMORIA 171 



chici intensamente illuminati dalla coscienza e un'accozzaglia irregolare 
di rappresentazioni che, qualunque ne sia il contenuto, si svolgono con 
legami insoliti nelle nebbie della semicoscienza, è forse l'unica causa per 
cui si dimenticano gli atti compiuti durante un accesso larvato d'epilessia. 
È probabile che in questi casi, come in quelli del risveglio e della gua- 
rigione dopo una psicosi, si atrofizzino a lungo andare anche le traccie 
mnemoniche di ciò che è accaduto nello stato di semicoscienza ; e ciò 
spiegherebbe la rarità con cui, verificandosi una ricaduta, si presentano 
fenomeni di reviviscenza. D'altra parte certi epilettici e certi sonnambuli 
ripetono ad ogni accesso azioni e frasi stereotipate che dimenticano nello 
stato di lucidità e che forse risultano dal rinnovarsi d'un identico sforzo 
evocativo in condizioni morbosamente favorevoli, sempre eguali e che non 
possono riprodursi nella veglia. 

L'andamento dei processi associativi, senza uscire dai limiti fisiologici, 
è soggetto a notevoli variazioni sotto l'influenza dello stato affettivo, qua- 
lunque sia la causa di quest'ultimo. Nella depressione sentimentale d'ori- 
gine psicopatica risuscitano, per una specie di spasmo evocativo, tutti i 
ricordi più tristi, ancorché remotissimi e insignificanti, le piccole colpe 
di gioventù, i presagi sinistri, le amarezze passeggere di tutta l'esistenza 
trascorsa ; e da questa ipermnesia dolorosa che affolla la coscienza di ri- 
membranze vere, ma d'un genere solo, chiudendo l'adito a quelle del ge- 
nere contrario, nasce nei malati, per lo più melancoliei, l'illusione retro- 
spettiva d'essere sempre stati infelici e perseguitati da un destino tragico 
che talvolta diventa argomento d'un delirio. 

Invece nell' esaltamento sentimentale, principalmente nell' ipomania, l'a- 
lacrità dei processi associativi favorisce le evocazioni insolite senza im- 
pedire la reviviscenza di tutti gli altri ricordi, ciò che produce uno stato 
d'ipermnesia attuale di cui i malati, ancora lucidi, si accorgono e si com- 
piacciono. In compenso i maniaci, giunti a guarigione, dimenticano anche 
più dei melancoliei i fenomeni troppo frettolosamente- osservati della loro 
malattia, e spesso, sotto la vaga reminiscenza del benessere provato du- 
rante l'esaltamento, rimangono poco persuasi d'essere stati veramente 
ammalati. 

Fra i disturbi dell'evocazione mnemonica tornano in iscena le amnesie 
circoscritte e specialmente le afasie che sono determinate da lesioni loca- 
lizzate. La lesione, per lo più un focolaio, non invade punto la sede delle 
immagini, ma bensì le sue vie d'accesso. Perciò le traccie mnemoniche 
delle immagini non sono cancellate, ma resta impedito come per un ta- 
glio di nervo il processo d'evocazione. Anche se la lesione è irreparabile, 
l'immagine mnemonica, la cui mancanza costituisce l'unico sintomo visi- 
bile della malattia, potrà sempre rivivere per mezzo d'altri processi evo- 



172 CAPITOLO VI 



cativi, purché esistano anatomicamente altre vie di conduzione e purché 
il focolaio non le abbia tutte irreparabilmente interrotte. 

Si hanno così le forme di afasia per difetto parziale di evocazione. In 
tutti questi casi (non è male ripeterlo) le immagini muscolari, acustiche 
e visive della favella sono tutte conservate, ma i loro rapporti associativi 
sono interrotti dalla presenza del focolaio internucleare, e si possono pre- 
sentare i quadri clinici più bizzarri. Qualche volta gl'infermi intendono 
benissimo ciò che ascoltano e sanno pronunciare ad alta voce ciò che 
pensano o ciò che leggono, ma perdono la capacità di ripetere le parole 
udite ; oppure, senza che vi sia sordità verbale od agrafìa, viene a man- 
care l'attitudine a scrivere sotto dettatura ; o continuerà intatto il 
potere di leggere mentalmente, di ripetere le parole udite e di parlare 
spontaneamente, ma sarà abolita la capacità di lef/gere ad alta voce , o 
infine non si perderà che la capacità di copiare. 

Bisogna però soggiungere che queste forme isolate di afasia internu- 
cleare sono tutt'altro che frequenti, ed alcune di esse non hanno che una 
esistenza teorica. Spesso le lesioni delle vie associative sono multiple e 
creano afasie di conduzione internucleare, ma combinate ; più spesso an- 
cora, esse si sommano con lesioni nucleari d'un centro, e in questo caso 
anche i due quadri sintomatici si sommano e si confondono. L'oblitera- 
zione completa di tutte le vie conduttrici che convergono ad un nucleo 
equivale clinicamente al focolaio nucleare, perchè condanna le immagini 
mnemoniche, che vi giacciono senza possibilità di essere evocate dall'e- 
sterno, a rimanere inoperose ed a subire l'annullamento per atrofia. 

Furono studiate clinicamente diverse altre forme di afasia per dissocia- 
zione. La lesione anatomica, invece di cadere sulle vie internucleari della 
favella, può intercettare o tutte o in parte le vie supernucleari o trans- 
corticali, che Pitres con due espressioni ibride, ma chiare, chiama ideo- 
nucleari o psico-nucleari. 

La separazione dei tre centri nucleari del linguaggio dal resto della 
corteccia cerebrale dà luogo all'afasia amnestica. Nell'afasia amnestica 
sono conservate tanto le idee come le diverse immagini delle parole e la 
capacità di comprenderle ; ma ciò che manca è l'evocazione spontanea 
delle immagini verbali, ossia la traduzione delle idee in parole. I malati 
possono ripetere, copiare, scrivere parole dettate e recitare a memoria, ma 
non possono rivestire il proprio pensiero di una forma verbale, nemmeno 
mentalmente. E se tentano di esprimersi con parole, cadono nella parar 
femia o parafasia e nella paragrafici. Talvolta questi parafasici, dovendo 
dare una risposta, adoperano l'ultima parola che hanno udito o l'ultima 
che hanno pronunciato automaticamente ; ciò che i clinici tedeschi deno- 
tano dicendo che quella parola è rimasta impigliata nell'ingranaggio del 
pensiero e subitamente utilizzata : haftengeblieben. 



LA MEMORIA 173 



L'afasia amnestica può presentarsi sotto forme attenuate e parziali. In 
questo senso si distinguono i seguenti quadri clinici : V antonomasia , che 
è l'impossibilità o la difficoltà di evocare i sostantivi; V agrammatismo, 
che è l'incapacità di dare una forma grammaticale alle frasi pronunciate; 
l'afasia sistematica dei poliglotti, che è l'impotenza a ricordare le parole 
d'una data lingua. Tutti questi casi implicano l'abolizione del pensiero 
verbale. Ma può darsi che la dissociazione psico-nucleare non interessi 
che uno solo o due dei centri nucleari : è evidente che allora, se man- 
cherà la traduzione del pensiero in simboli verbali di carattere muscolare, 
potranno rimanere quelli di carattere visivo od acustico, e viceversa. 

L'importanza della lesione dipenderà dalle abitudini dei soggetti. Vi 
sono individui il cui pensiero verbale decorre esclusivamente per simboli 
muscolari ossia per immagini di pronuncia : tipo oratorio. Altri pensano 
invece le parole come se le udissero : tipo uditivo ; ed altri come se leg- 
gessero : tipo visivo. Però la grande maggioranza appartiene al tipo misto. 
Quando si determina un'afasia amnestica di forma parziale, i malati cer- 
cano di portare al massimo grado di sfruttamento i rapporti superstiti di 
associazione, ciò che riesce abbastanza facile se il centro nucleare che è 
rimasto collegato è in pari tempo quello che è depositario dei simboli ver- 
bali più famigliari al malato. In ogni modo, qualora l'evocazione delle im- 
magini verbali ancora evocabili non riesca abbastanza viva e fruttuosa, 
i malati possono corroborarla con movimenti mimici se si tratta di pen- 
sare parole da pronunciarsi o da scriversi e con la visione attuale d'un 
alfabeto se vogliono rappresentarsi una parola come se la leggessero. 

Tutte le forme di afasia amnestica che furono menzionate sinora sono 
determinate dal distacco di uno o di più centri del linguaggio dal resto 
della corteccia cerebrale, ossia dagli altri centri ideo-mnemonici, senza 
distinzione alcuna. S'intende che a questo modo qualunque idea, indipen- 
dentemente dalla natura delle immagini che la compongono, si trova nel- 
l'impossibilità d'influire sui centri o sopra un centro del linguaggio e di 
trovarvi il simbolo verbale corrispondente. Ma può anche darsi che una 
simile incapacità d'espansione non colpisca che una singola categoria di 
immagini, mentre tutte le altre non cessano di trasformarsi in parole. 
L'unico esempio nitido di un'eventualità cosi singolare è appunto quello 
che ebbe da Freund il nome di afasia ottica. 

L'afasia ottica è spesso l'avanguardia della cecità psichica o della to- 
tale afasia amnestica, ma non è nò l'una, né l'altra di queste forme cli- 
niche. Il malato riconosce esattamente l'oggetto che vede, poniamo un 
orologio, tanto è vero che vi legge le ore o lo carica : dunque non è un 
cieco psichico. D'altra parte, non ha alcuna difficoltà a pronunziare il 
nome dell'orologio, sia per imitazione, ripetendolo, sia anche spontanea- 



174 capitolo ri 



mente, purché gli venga porto il destro di toccarne i contorni o ascol- 
tarne il battito o farne argomento di risposta ad un'apposita interroga- 
zione : dunque non si tratta d'afasia amnestica, per lo. meno secondo il 
significato comune. Invece l'infermo sarà incapace di chiamare l'orologio 
col suo nome fino a quando l'ordine di traduzione verbale non partirà 
che dall'immagine visiva. Evidentemente, nei casi di afasia ottica segui- 
tano a formarsi benissimo tanto le immagini verbali che le immagini 
ottiche, ma è interrotta la via associativa fra il centro del simbolismo 
visivo e il centro motorio della parola. Sul centro motorio della parola 
continuano ad influire normalmente i due nuclei sensoriali del linguaggio 
come pure i centri dei simboli tattili, muscolari ed acustici. L'afasia ot- 
tica non è dunque che un caso particolare e sistematicamente parziale di 
afasia amnestica ; non tutte le immagini di cui si compone il mosaico 
dell'ideazione hanno perduto il potere di trasformarsi in parole mentali o 
in parole reali, ma questo potere è venuto meno per le immagini visive. 
E infatti spesso, progredendo la lesione, i malati di afasia ottica diven- 
tano poi ciechi psichici. 

Irregolarità nell'atto del riconoscimento mnemonico. — Gli errori limitati 
al puro atto del riconoscimento non hanno quasi alcuna importanza nella 
patologia della memoria. La massima parte delle nostre idee sono ap- 
punto ricordi non riconosciuti, e solo un piccolo residuo dell'ideazione è 
rappresentato da ricordi completi. L'evocazione senza il riconoscimento è 
dunque il caso ordinario dell'attività psichica, e costituisce il primo grado 
della memoria ; l'evocazione più il riconoscimento non sono che un 
caso speciale dell'attività psìchica, e formano il secondo grado della me- 
moria ossia il fine plenario, ma non sempre il più elevato di questa fun- 
zione. 

Se un'impressione già provata viene evocata, ma non riconosciuta, ciò 
non le toglie che una porzione del suo valore, e infatti non si ha ancora 
che una forma d'amnesia incompleta : finché non ha perduto l'idoneità 
ad essere rievocata, quell'impressione rimane sempre disponibile nel no- 
stro patrimonio intellettuale allo stato d'idea. L'impossibilità del ricono- 
scimento è dunque il risultato d'un processo che non degrada, ma in certo 
modo nobilita i ricordi, perchè favorisce notevolmente la loro trasforma- 
zione in idee sempre più astratte e generali. 

Il meccanismo per cui viene a mancare la funzione del riconoscimenti* 
è assai semplice. Le traccie che corrispondono alle immagini elementari 
dell'impressione primitiva (che in pratica è sempre un complesso) per- 
dono o subito o a poco a poco i legami associativi che mantenevano la 
loro coesione reciproca e con le altre impressioni contemporanee. Questo 



LA MEMORIA 175 



fenomeno di dissociazione interna ed esterna, in quanto è un atto dina- 
mico e momentaneo, costituisce il processo dell'astrazione che ci per- 
mette di costruire le nostre idee generali ; in quanto poi diventa una con- 
dizione di cose permanente e legata ad una dissociazione anatomica, fa- 
cilita questa funzione alta ed utilissima dell'intelligenza. Grazie alla dis- 
sociazione ed all'impossibilità del riconoscimento mnemonico, le immagini 
elementari che con la loro unione e i loro legami esterni costituivano il 
ricordo completo ed autentico, rimanendo disposte rozzamente per rap- 
porti di contiguità, subiscono una irreparabile disgregazione, che permette 
loro di contrarre rapporti più stabili e più utili con altre immagini ele- 
mentari o coi complessi simbolici di altre immagini elementari. Le fra- 
zioni non riconosciute del ricordo vanno così a formare o a ribadire le 
associazioni di somiglianza e di causalità che arricchiscono l'intelligenza 
in luogo d'ingombrare inutilmente la memoria di luogo e di tempo. 

In questo senso un primo grado di attenuazione mnemonica, cioè la 
perdita dell'attitudine al riconoscimento, può dunque rappresentare un pro- 
cesso fisiologico ed utile, sebbene non strettamente necessario, all'evolu- 
zione dell'intelligenza. Perciò l'involuzione parziale del ricordo (tuttora 
evocabile, ma non più riconoscibile) non è da considerarsi senz'altro come 
un fatto patologico. Essa non acquista questo carattere che quando col- 
pisca i ricordi recentissimi e d'un alto interesse personale. Ora, nelle ma- 
lattie mentali è ben difficile che l'amnesia si arresti al primo grado, e di 
solito insieme al riconoscimento va perduta anche l'evocazione, per cui 
s arriva alla dimenticanza completa. Tuttavia, in mezzo agli altri disor- 
dini della pazzia, possono anche manifestarsi singoli errori del riconosci- 
mento mnemonico, errori che si confondono da un lato con ie amnesie 
(incomplete e complete), dall'altro con deliri. 

Qualche volta, anche trattandosi di fatti importanti o di recentissima 
data, i malati ne ricordano abbastanza bene l'argomento, ma rimangono 
incerti nel riconoscimento : amnesia incompleta. 

Le stesse esitazioni possono nascere anche di fronte a rappresentazioni 
percezioni che si producono per la prima volta, ma che assumono la 
maschera di vecchi ricordi : paramnesie, false rimembranze, errori della 
memoria, illusioni e persino allucinazioni della memoria- Meglio che dalle 
espressioni consacrate nella psicologia ufficiale, questo singolare stato psi- 
chico è definito da d' Annunzio in « Giovanni Episcopo » come il sentimento 
dell'anteriorità di ciò che accade o sta per accadere, per cui si crede di 
assistere alla ripetizione inevitabile d'avvenimenti già avvenuti. Cosa ca- 
ratteristica, l'illusione paramnestica non è mai completa (paramnesia du- 
bitativa), e il falso riconoscimento rimane allo stato d'una semplice ten- 
denza. In realtà, tutto ciò ha ben poco a che fare con la patologia delal 



176 CAPITOLO VI 



memoria : la rappresentazione che è oggetto dei nostri dubbi ha un bel 
rassomigliare ad un ricordo, ma non è un ricordo e non ne possiede in- 
teramente neppure l'apparenza. 

Questo fenomeno, molto studiato, è connesso con gli stati di commo- 
zione e di stanchezza affettiva. Lo s'incontra nella nevrastenia, nelle psi- 
cosi d'esaurimento e, più ordinariamente, nelle brevi crisi di depressione 
che sono così comuni fra i normali di mente raffinata. 

Lo scambio d'una percezione nuova o d'una rappresentazione qualun- 
que per un ricordo personale ha luogo abbastanza di sovente nei pazzi 
non più in forma di dubbio, ma in forma di certezza : paramnesia affer- 
mativa. Anche in questo caso la falsa certezza non dipende dalla funzione 
mnemonica, che non ha materia su cui agire dove manca una percezione 
o una rappresentazione anteriore, ma è il prodotto della credulità, dell'im- 
potenza critica e dell'autosuggestione, che fioriscono negli stati di confu- 
sione mentale, A' incoerenza e di deficienza. Infatti la paramnesia afferma- 
tiva è frequente nei dementi senili, nei paralitici, negli amenti, nei para- 
noici e negli imbecilli. 

I vecchi, la cui mente è indebolita e la cui esistenza è una continua 
alternativa fra il sonno e la sonnolenza, scambiano spesso il ricordo ipna- 
gogico per un ricordo genuino, e credono o dubitano che sia realmente 
avvenuto ciò che hanno soltanto sognato: rumori nella camera vicina, 
visite di parenti, assalti notturni di ladri. I paralitici dicono e credono, 
fra dubitasi e convinti, d'essere stati a banchetto, a nozze od in viaggio 
la sera innanzi, mentre non si sono mai mossi dal manicomio. I paranoici, 
infatuati dei loro deliri, li proiettano all'indietro, deformando i ricordi 
del passato non diversamente da quel che fanno con le percezioni del 
presente. Similmente gli imbecilli, sommando l'amnesia con la credulità 
o con la petulanza, riescono efficacissimi suggestori di sé medesimi e te- 
stimoni pericolosi nei processi. A tutti questi casi di paramnesia afferma- 
tiva si devono aggiungere le notissime menzogne in buona fede delle iste- 
riche, che scambiano per una rimembranza personale il prodotto d'una 
fantasia appassionata. 



CAPITOLO VII. 

I sentimenti 



FISIOLOGIA DEI SENTIMENTI. 

1 sentimenti, accompagnandosi con le rappresentazioni, formano l'altro 
lato dell'attività psichica: il lato talvolta luminoso e soverchiante, spesso 
appena avvertibile, di rado del tutto assente, in cui sono contenuti i mo- 
tivi della nostra condotta. Senza questa ripercussione sentimentale, che 
infonde ai fenomeni di cui siamo spettatori un certo interesse personale, 
rendendoceli graditi o sgraditi, noi non avremmo alcuna ragione d'uscire 
neppure per un istante da una passiva e sterile contemplazione, e l'intel- 
ligenza non servirebbe a nulla. 

L'intelligenza ci fa conoscere la realtà rispecchiando i suoi innumerevoli 
aspetti mediante una serie di rappresentazioni interne, che corrispondono 
o letteralmente o logicamente all'ordine obiettivo dei fenomeni esterni e 
non ne sono che un duplicato più o meno fedele. L'attività sentimentale, 
invece di rispecchiare gli oggetti e gli avvenimenti per quel che sono in 
sé stessi, li segnala alla coscienza per quel che valgono rispetto a noi, 
ossia per quel che ci fruttano di piacere o che ci costano di disagio. 

Questo dilemma fra il benessere e il malessere psichico, che si presenta 
incessantemente davanti a tutto ciò che è capace d'impressionare la co- 
scienza, non è che la traduzione in termini subiettivi del bivio fra il bene 
e il male a cui il nostro organismo è esposto continuamente nello svi- 
luppo e nell'esercizio delle sue funzioni. Per rendere possibili le discrimi- 
nazioni, non basta che gli avvenimenti siano raffigurati nella coscienza 
come rappresentazioni, ma è necessario ch'essi siano sentiti come piaceri 
o come dispiaceri. 

A questo modo anche i sentimenti rientrano nella legge di corrispon- 
denza col mondo esterno, al quale sono legati indissolubilmente, benché 
per mezzo d'un rapporto indiretto ed affatto unilaterale. Nel piacere e 
nel dolore psichico è racchiusa l'indicazione sottintesa, ma che di rado 

Tanzi, Psichiatria. — 23. 



178 CAriTOLO vii 



fallisce, sui vantaggi o sui danni che l'organismo riceve dalle eccitazioni 
provocatrici, ed appunto in questa indicazione automatica, precisa ed ir- 
resistibile si deve ravvisare la vera funzione biologica delle reazioni sen- 
timentali. Da essa scaturiscono le autosuggestioni che stimolano, tratten- 
gono e guidano la nostra attività. 

Infatti il sentimento che proviamo a proposito d'una situazione presente 
o già avvenuta è destinato a diventare una norma preventiva di fronte 
alle situazioni future ed analoghe, che noi potremo raggiungere od evi- 
tare a seconda del piacere o del dolore che ci sembrerà di doverne ri- 
trarre. Nell'economia funzionale ilei processi psichici, le reazioni senti- 
mentali sono dunque l'elemento intermediario fra' il pensiero e l'azione, 
ossia l'epilogo pratico di tutto ciò che sappiamo e la premessa neces- 
saria di tutto ciò che facciami i. Nell'economia generale dell'organismo, i 
sentimenti diventano un valido mezzo di protezione indiretta, perchè dietro 
al loro line immediato e visibile, che è la ricerca positiva del piacere e 
negativa del dolore, si nasconde la legge biologica per cui è rivestito ili 
colori gradevoli ciò che è conforme ai nostri bisogni organici, ed è reso 
antipatico ciò che è ad essi contrario. 

Anche il semplice esercizio delle funzioni vegetative, purché si compia 
ci in regolarità e con qualche partecipazione della coscienza, ciò che ac- 
cade sopratutto dopo una malattia, risveglia un oscuro sentimento di be- 
nessere che ci incoraggia ad allargare e ad accrescere la nostra opero- 
sità. Ogni minima difficoltà nei processi del ricambio si riverbera simil- 
mente nella cenestesi, turbando il nostro stato sentimentale e imponen- 
doci il riposo o il raccoglimento. Alle influenze interne (endopariferiche) 
si aggiunge l'azione (epiperiferica) degli avvenimenti esterni. Qua- 
lunque sia lo stato d'animo che ne risulta, per poco che si prolunghi 
nella coscienza o che vi si ripeta per successive evocazioni mnemoniche, 
esso tende sempre a signoreggiarvi più o menu durevolmente tinche non 
è sopraffatto da un'impressione contraria e più forte. 

Perciò gli eccitamenti che raggiungono una certa durata od intensità 
determinano in generale una maggior disposizione verso le reazioni sen- 
timentali dello stesso genere, cioè un dato umore, che è come la risposta 
prestabilita a tutti i nuovi avvenimenti che per la loro importanza non 
impongano nell'indirizzo dei sentimenti un mutamento radicale. Si hanno 
cosi gli stati di buon umore o d'allegria e gli stati di malumore o di 
tristezza. Senz'alterare la nozione obiettiva delle cose (salvo i casi patolo- 
gici) l'umore mollifica entro certi limiti ragionevoli il punto di vista sen- 
timentale da cui ce le rappresentiamo in rapporto coi nostri interessi 
personali. E vi sono individui che per particolarità straordinarie di cene- 
stesi, di carattere o di fortuna presentano in tutto il ciclo o in un periodo 



1 SENTIMENTI 179 



delta propria vita un umore abituale che, per essere costantemente al 
disopra o al disotto della media comune, sembra sottrarsi alle vicissitu- 
dini esterne ed interne. 

Le singole reazioni di piacere e di malessere psichico che seguono im- 
mediatamente gli avvenimenti benefici o nocivi variano d'intensità, tal- 
volta fino ad invertirsi, sia nei vari individui, sia nello stesso individuo 
da un momento all'altro, senza che se ne possa arguire nulla di sicuro 
sulla natura della personalità psichica. Le aberrazioni isolate dell'umore 
non sono, in generale, riconosciute come un titolo sufficiente per la dia- 
gnosi di pazzia o d'anomalia mentale. Soltanto gli alienisti (e non tutti) 
osano considerare come patologiche quelle manifestazioni violente dei 
sentimenti che, quantunque nate fuori dai quadri ufficiali della psichiatria, 
smentiscono bruscamente tutta la condotta anteriore del soggetto o gli 
fanno compiere atti d'eccezionale gravità, ma evidentemente contrari ad 
Ogni suo interesse prossimo o remoto. 

Un giudizio più facile e più deciso si dà generalmente su quelle estrin- 
secazioni vivaci ed improvvise di sentimento che chiamiamo col nome 
di emozioni. La sorpresa, il terrore, la gioia, la voluttà possono portare 
una nota d'estrema deviazione individuale sia per la diffusione dei loro 
effetti, sia per la singolarità delle loro cause. Tuttavia l'irregolarità delle 
reazioni emotivi' dipende assai più da idiosincrasie dell'innervazione spi- 
nale e ini'raspinale che da anomalie del carattere morale, e il fenomeno 
psichico non vi figura che come un fattore occasionale. 

Fisiologicamente l'emozione non è soltanto il corrispettivo sentimentale 
e immediato d'una rappresentazione sorprendente o rallegrante, ma è 
sopratutto lo stato di coscienza complesso che persiste e ingrossa pel 
tributo sensitivo portato di contraccolpo dai visceri, nei quali si svolgono 
reazioni secondarie provocate dallo stato psichico automaticamente. Le. 
reazioni viscerali si producono in modo rapido, intenso e molteplice per 
tutto il corpo, specialmente nei muscoli, nei vasi, nelle glandule, e danno 
luogo ad alterazioni del polso e del respiro, a tremiti, a sudor freddo, a 
pallore improvviso, a scoppi di riso e di pianto, a diarrea improvvisa ; e 
noi non ci commoviamo tanto di ciò che è avvenuto, quanto del tumulto 
viscerale che ne abbiamo provato. 

Dal punto di vista dell'innervazione in genere, più che da quello della 
psicologia, si può riguardare come anomala l'emozione che non è ade- 
guata all'importanza obiettiva del contrasto, del pericolo, della fortuna o 
dell'insolito atto funzionale in cui l'organismo si trova impegnato; e molto 
spesso l'esagerazione o l'insufficienza con cui si producono gli stati emo- 
tivi di sorpresa, di terrore, di gioia, di voluttà non dipendono che dal- 
l'esagerazione o dall'insufficienza con cui si diffondono i riflessi secon- 
dari nel campo dell'innervazione viscerale. 



180 CAPITOLO VII 



Le oscillazioni estreme dell'umore potrebbero senza dubbio, se oltre- 
passassero i limiti comuni d'intensità e di durata, esercitare una note- 
vole influenza sulla nostra felicità, sulla nostra condotta e sulle nostre 
opinioni. Ma normalmente queste disposizioni generiche dell'umore non 
variano che in piccola misura. Contro le oscillazioni maggiori stanno le 
resistenze innumerevoli che gli organismi sani hanno in serbo e mettono 
in azione appena il dolore e il piacere, invece di servire come semplici 
segnalatori, minacciano d'esorbitare dal loro ufficio biologico e di com- 
promettere quel benessere che dovrebbero tutelare. La stanchezza fìsica 
e morale che segue le crisi d'allegria; la risurrezione organica e d'amor 
proprio, di coraggio, d'attaccamento alla vita, che tien dietro inevitabil- 
mente ai parossismi di disperazione, compiono efficacemente l'opera di 
riparazione. Perciò le vicende dell'umore, mentre da un lato sono esposte 
a tutte le accidentalità degli avvenimenti esterni, sono in grado d'adem- 
piere una funzione regolatrice sulla somma di piaceri e ili dolori che 
torcano a ciascuno nel corso della vita; e in luogo d'alterare le linee 
della personalità psichica, tendono piuttosto a pareggiare la disugua- 
glianza delle sorti individuali e con essa, in parte, anche quella dei vari 
caratteri. 

Questa notissima legge di compensazione, per cui l'eccesso del piacere 
acuisce occultamente la sensibilità al dolore, e l'abuso del dolore psichico 
prepara il risveglio inopinato della sensibilità al piacere, ha condotto 
qualche psicologo ad interpretare persino le violente e prolungate alter- 
nativo d'umore che costituiscono la pazzia circolare come effetti di rea- 
zione reciproca fra sentimenti opposti. Ed anche la possibilità d'una si- 
mile interpretazione conferma quanto sia difficile rintracciare nella di- 
namica dei sentimenti quelle grossolane e indiscutibili alterazioni che 
sono invece cosi volgarmente riconosciute nei processi ideativi. 

Nelle situazioni complicate i dati che ci vengono forniti dai sensi e 
dall'intelligenza e su cui possiamo spaziare coi nostri presentimenti sono 
cos'i numerosi e disformi, che promuovono veri conflitti di tendenze, fra 
cui, risolvendosi 1,, stato dì perplessità o addirittura d'angoscia, prevale 
sempre la più forte. Il piacere e il disagio, diventando materia di me- 
moria, di previsione e di discussione interiore, assumono dunque nuovi 
aspetti, e danno luogo a stati di tensione sentimentale come il desiderio, 
la speranza, che indirizzano i nostri atti in senso di conquista, oppure il 
disgusto e il Umore, che suggeriscono i movimenti di difesa o le asten- 
sioni mercè l'intervento attivo ilei processi inibitori. 

Oltre alle forme semplici e irreduttibili del sentimento, si deve tener 
conto degli affetti e delle passioni. La pietà, la simpatia, il timore, la col- 
lera, l'odio, l'invidia, la gelosia, l'avarizia, l'amor proprio, la vanità sono 



1 SENTIMENTI 1ÌS1 



altrettanti stati di coscienza complessi, ma precisi, dove il sentimento si 
associa in un rapporto obbligato con particolari rappresentazioni, perchè 
gli affetti presuppongono sempre un oggetto determinato sul quale il sen- 
timento si specializza. Tutto ciò che vi è di vago e d'indistinto nella psi- 
cologia generale dei sentimenti tende a l'aggiungere un'evidenza quasi 
volgare nella psicologia degli affetti, che per la natura ben decisa della 
loro forma sentimentale e la limitazione nettissima del loro contenuto 
rappresentativo sono, in certo modo, gli atteggiamenti plastici e spesso 
caratteristici della personalità psichica. Gli affetti acquistano poi l'impor- 
tanza di passioni quando s'instaurano nella coscienza come tendenze abi- 
tuali e predominanti, nel qual caso diventano un connotato del carattere 
morale e quindi un segno distintivo della personalità. 

Nell'orbita degli interessi umani, oltre alla conservazione dell'individuo 
e della specie, si è organizzato anche il bisogno della conservazione so- 
ciale, che permette una maggior espansione e sicurezza agli interessi in- 
dividuali. Perciò, accanto ai sentimenti egoistici, sessuali e di famiglia 
(comuni a tutte le specie animali i primi, a parecchie l'ultimo), nascono 
nell'uomo anche i sentimenti sociali, che però sono fra i più tarili a com- 
parire nell'ontogenesi come nella filogenesi. 

Si è tentata più volte una classificazione del carattere, ma sempre con 
criteri o del tutto empirici o addirittura mistici. Un classico rudere del- 
l'antica medicina è la dottrina dei quattro temperamenti (collerico, san- 
guigno, melancolico, flemmatico), che ha goduto una cosi lunga e immeri- 
tata fortuna ed è ancora accettata, p. es. (chi lo crederebbe?) da Wundt. 
Le applicazioni di questa classificazione, che mira alla medicina, ma non 
è che psicologia larvata, si riferiscono sopratutto alle varie indoli morali. 
Abbandonando il terreno della pseudo-fisiologia, Ribot condusse a termine 
una classificazione limitata alle personalità anomale, la cui base è l'in- 
coerenza affettiva. 

Ù assai probabile che l'umore e il carattere si affermino sotto una 
forma decisa e personale in dipendenza dalle modalità più intime del 
ricambio organico, i cui effetti si fanno sentire sulla funzionalità gene- 
rale del sistema nervoso. La braditrofia e la tachitrolìa sono forse le due 
cause principali ed opposte dei diversi temperamenti affettivi. Ed è certo 
che per lo meno l'umore momentaneo può subire le oscillazioni più ma- 
nifeste secondo lo stato fisiologico dell'apparecchio digerente e circola- 
torio, secondo gli ondeggiamenti della nutrizione generale, secondo le 
variazioni appena avvertibili della cenestesi, anche se questi mutamenti 
siano ben lontani dal costituire una malattia od un disordine patologico. 

Una serie d'influenze oscure, e simili a quelle che determinano le oscil- 
lazioni d'umore, conduce, svolgendosi in maniera continua ed uniforme, 



182 CAPITOLO VII 



a metamorfosi regolari del carattere individuale che stanno in rapporto 
coi processi evolutivi ed involutivi dei due sessi e delle varie età. Sono 
comunissimi e generalmente riconosciuti i tratti del carattere infantili», 
pubere, giovanile, adulto, senile, virile e femminile. Questi tipi di carat- 
tere riappariscono in patologia mentale o esagerati e sotto l'aspetto di 
vere caricature, o irremovibili oltre l'età di prescrizione, o precoci avanti 
l'età normale, o spostati in rapporto alla sessualità fisica. 

Infatti nel bambino impubere mancano i sentimenti sociali, che sono 
in parte l'irradiazione della sessualità, in parte il frutto tardivo dell'espe- 
rienza organizzata: l'affettività, spoglia di qualunque movente altruistici., 
è puramente inspirata dal bisogno diretto ed urgente di protezione pas- 
siva. L'adolescenza sviluppa coi primi germi della sessualità i sentimenti 
d'amor proprio, d'ambizione e d'aspirazione vaga agli ideali inferiori del 
misticismo romantico e religioso; e insieme s'iniziano i primi differen- 
ziamenti fra sesso e sesso (il coraggio nei maschi, la civetteria nelle ra- 
gazze) che però dipendono in massima parte dalla grande e artificiosa 
diversità dei destini sociali. L'età adulta attenua o per lo meno sistema- 
tizza e sottomette a disciplina i più clamorosi fra i reflessi morali della 
sessualità, permettendo l'organizzazione e la prevalenza di passioni più 
temperate, più utili e più in armonia con gli interessi ordinari e duraturi 
dell'organismo. Infine la senilità, inaridendo le fonti più vive dei senti- 
menti, elimina qualche volta le esuberanze perturbatrici, ciò che deter- 
mina una maggior serenità ili carattere; ma assai più di sovente l'opera 
devastatrice del processo involutivo, per quanto apparisca naturale, sor- 
passa decisamente il confine della fisiologia, abbassando il carattere al- 
l'avarizia, alla grettezza ed al brutale egoismo della prima infanzia. 

L' imbecillità morale, la paranoia, la demensa giovanile e senile, i per- 
vertimenti sessuali rinnovano spesso, in proporzioni esagerate o in con 
dizioni intempestive, la psicologia affettiva di un'altra età o d'un altro 
sesso. 



PATOLOGIA DEI SENTIMENTI. 

1." Variazioni patologiche dell'umore. — In certe categorie d'alienati 
cronici si verificano varietà abbastanza tipiche dell'umore abituale, che 
inni si possono considerare come sintomi né della psicosi, nò d'una sua 
fase o stadio ; ma simili varietà non si allontanano dalle proporzioni medie 
talmente da costituire un'anomalia, e si spiegano piuttosto come un cor-, 
relativo fisiologico (per sé stesso normale) dei sintomi morbosi propria- 
mente detti. Vi sono casi di malumore cronico, chroni.se/ie Verstimmung, 



I SENTIMENTI 183 



che costituiscono o una forma abortiva, ma irreparabile, della melancolia 
o un suo reliquato parimente irreparabile. La tristezza, la timidezza, il 
pessimismo «li questi anomali o valetudinari del sentimento, di cui fu 
forse un esemplale Filippo li di Spagna, non raggiunge le proporzioni 
morbose che si riscontrano nella vera melancolia : perciò la diagnosi 
sfugge e i malati non sono oggetto di cure, né di ammissione nei mani- 
comi. È abbastanza costante, ma non di natura patologica, la torpidezza 
dei cretini e dei mi&pdematoài, la vivacità di molti imbecilli, la serietà 
concentrata di molti epilettici intelligenti. In questi malati il malumore e il 
buonumore sono l'espressione naturale della cenestesi o d'uno stato affet- 
tivo conforme alla potenzialità fisica. 

Lievi oscillazioni dell'umore sono conciliabili con la più perfetta inte- 
grità mentale anche se non sempre si riesce a riscontrarne la causa le- 
gittima nell'ambiente esterno o nell'ambiente somatico. Certi avvenimenti 
di scarsa importanza influiscono sul nostro umore benché il loro ricordo 
rappresentativo non si trovi nel foco della nostra attenzione, ed anche i 
mutamenti cenestetici sono spesso oscuri ed ignorati o, piuttosto, trascu- 
rati nei quadri del movimento rappresentativo, mentre esercitano un'a- 
zione corrodente nell'intimità del movimento sentimentale. 

Fanno eccezione a questa regola le isteriche, il cui umore, indipenden- 
temente dalle anomalie del loro carattere, varia all'improvviso con oscil- 
lazioni troppo vivaci per poter riferirsi a motivi inavvertiti. Eppure, 
queste malate ignorano il motivo della loro tristezza e della loro allegria; 
talvolta lo cercano in l'atti o disturbi reali, ma che evidentemente non 
sono imputabili del disordine sentimentale o ne sono semplicemente l'oc- 
casione. Le isteriche dimostrano la stessa indipendenza dai fattori fisio- 
logici delle modificazioni sentimentali anche per la loro facilità alle emo- 
zioni intempestive. Esse impallidiscono, tremano, cadono in convulsioni 
e si commuovono fortemente per avvenimenti frivoli o per leggerissime 
perturbazioni della cenestesi provocate dalla vista o dal pensiero d'un 
oggetto ripugnante. 

La tristezza e l'allegria sono in questi casi l'espressione di processi 
abnormi, che si svolgono nel cervello all'infuori dei loro stimoli fisiolo- 
gici. Si tratta d'un vero errore del sentimento, d'una specie d'allucina- 
zione sentimentale che, come l'allucinazione sensoriale, può essere rico- 
nosciuta per morbosa ed anche (in via d'eccezione) rettificata, ma per 
lo più genera errori di giudizio, alterando il significato o le proporzioni 
desìi avvenimenti; e trascina anche ad errori di condotta, invertendo od 
esagerando le reazioni d'adattamento ad un ambiente rettamente perce- 
pito, ma erroneamente sentito. Donde, nel campo passivo del sentimento, 
le simpatie e le antipatie improvvise, gli scoraggiamenti e gli entusiasmi, 



184 CAPITOLO VII 



il rapido avvicendarsi della modestia e della petulanza ; nel campo attivo 
«Iella condotta, gli scoppi di riso e di pianto, gli atti di collera e di abne- 
gazione, che sono cosi comuni fra le isteriche. 

Con minor ricchezza di sfumature per la deficienza di materiale rap- 
presentativo, ma con mutamenti di scena altrettanto repentini, si dimo- 
strano eminentemente instabili d'umore i dementi apoplettici e i dementi 
senili. Ed anzi in questi casi risulta ancor più chiara l'origine morbosa 
del fenomeno. La presenza di lesioni materiali nel cervello di questi ma- 
lati autorizza a credere che anche i loro mutamenti d'umore, che si 
esprimono con tanta sovrabbondanza di mimica, siano dovuti a processi 
non solo abnormi, ma vagamente paragonabili a quelli abbastanza noti 
e precisi che determinano gli altri sintomi della malattia e che si svol- 
gono principalmente nel dominio dell'apparecchio circolatorio. Le emo- 
zioni e il passaggio dalla tristezza all'ilarità sono nei dementi senili ed 
apoplettici assai facili e superficiali. Lo stesso si verifica, ma con minor 
costanza, nei paralitici progressivi. Perciò, mentre le crisi sentimentali 
«Ielle isteriche sono spesso drammatiche, quelle dei dementi senili, apo- 
plettici e paralitici non danno luogo che a contrasti grotteschi o puerili. 

L'umore è instabile, ma in modo più ragionevole, benché ad oscilla- 
zioni estremamente vivaci, negli epilettici, che d'ordinario sono cupi ed 
irritabili o per lo meno seri con tendenza all'ipocondria; ma qualche 
volta, in uno stato di leggerissima confusione mentale, che forse è un 
equivalente abortivo dell'accesso, toccano per un momento l'apogeo del 
buonumore e sfoggiano un'allegria di cattivo gusto, antipatica, condita 
di crudeltà. 

Più frequenti, più caratteristici e quindi più importanti per la psichiatria 
sono quegli spostamenti d'umore che si protraggono per settimane e per 
mesi senz'interruzione o sul tono della tristezza o sul tono dell'allegria, 
e che formano le sindromi della depressione e dell' 'esaltamento sentimen- 
tale. L'assenza morbosa e protratta di qualsiasi reazione sentimentale 
forma una terza sindrome : quella dell'opaca. 

Depressione sentimentale. — La depressione sentimentale è il preludio 
di molte malattie mentali (secondo Guislain di tutte), è la fase obbligata 
di altre, è il sintomo unico della melancolia semplice, è il sintomo fon- 
damentale delle altre varietà di melancolia. 

I numerosi sintomi di quel ricco quadro clinico che corrisponde alla 
melancolia nascono e si moltiplicano appunto nell'atmosfera della depres- 
sione sentimentale. Sotto quest'atmosfera opprimente ogni processo psi- 
chico stampa nella coscienza il suo solco doloroso. La percezione del 
presente, la contemplazione del passato, la visione dell'avvenire, le sen- 
sazioni più innocue, gli avvenimenti più insignificanti diventano una sor- 



I SENTIMENTI 185 



gente di dolore, che da un'uggia sorda ed ostinata può arrivare fino alla 
disperazione. 11 sentimento, scolta nascosta dell'organismo, in questa sua 
continua e falsata orientazione verso il male perde l'attitudine a segna- 
lare il bene, e, fino a quando non cessa la malattia, non reagisce agli 
stimoli che dovrebbero recar piacere; o vi reagisce, ma in forma para- 
dossa, cioè dolorosamente. 

La tensione dolorosa può deformare i giudizi che il malato concepisce 
sopra il mondo e sopra sé stesso, e inspirargli diffidenze o paure che si 
consolidano in deliri. Di fronte al mistero d'un dolore senza motivo visi- 
bile o sufficiente, questi deliri costituiscono la soluzione patologica d'un 
dubbio subiettivamente insolubile: essi assumono raramente la forma 
della certezza, ossia d'un vero delirio, come nella paranoia, e si arre- 
stano piuttosto alla fase di un'ipotesi irragionevole e dolorosa. Se poi il 
malato, conservando l'integrità dei suoi giudizi (com'è frequente), si astiene 
dalle interpretazioni deliranti, l'ignoranza dei motivi non è meno" rattri- 
stante del delirio, perchè genera per lo meno il dubbio ragionevole d'un 
dolore indipendente da cause esterne e removibili, e perciò dovuto, forse, 
alla costituzione nervosa, ossia ad un privilegio funesto- che incoraggia 
il più amaro pessimismo. In materia di patologia dei sentimenti non è 
fuor di proposito citare un poeta decadente quando, come Paul Verlaine, 
abbia conosciuto per esperienza propria anche questa nota della gamma 
inelancolica : 

<_'e deuil HBt san» raieon . : . . 
C'est bien la pire peine 
De ne savoir pourquoi 
San.s amour et sans haine 
Mon coenr a tant de peine. 

La depressione dell'umore spinge i malati anche ad irregolarità pravi 
della condotta: ad atti d'esitanza, di timidezza, di ritrosia, di fatalismo, 
di rinunzia, che mettono a repentaglio i loro interessi. Fra questi atti non 
è raro il suicidio. Se poi al disordine sentimentale si unisce anche il de- 
lirio; ose, come nel raptus melaneholieus, il monoideismo doloroso oscura 
la coscienza, in tal caso le aberrazioni della condotta toccano l'estremo 
limite dell'insensatezza. Si vedono alienati al colmo della disperazione, 
che invece di finirla con la vita, ciò che nelle loro condizioni sarebbe 
forse logico, preferiscono mutilarsi i genitali, denunziarsi come rei di 
colpe immaginarie, avventarsi contro sconosciuti innocui e non odiati, 
né temuti, senz'altra finalità che quella di procurarsi un diversivo a qua- 
lunque costo. 

Esaltamento sentimentale. — L'esaltamento sentimentale si manifesta 
con sintomi più o meno esattamente contrari a quelli della depressione, ed è 

Taxzi, Psichiatria. — 'H. 



186 CAPITOLO VII 



un episodio frequente della paralisi progressiva, è un elemento integrante ili 
eerte psicosi cicliche, e rappresenta la sindrome intera dell' ipomania. 

Finché l'esaltamento é lieve, tutti i processi psichici si compiono con 
un'insolita alacrità ed esuberanza, spandendo nella coscienza del malato la 
letizia, la soddisfazione e la confidenza in sé stesso. Come l'ubbriaco, l'e- 
saltato diventa perciò più espansivo, più intraprendente, più coraggioso, 
più petulante e talvolta anche più prepotente, senz'accorgersi che la sua 
metamorfosi ha un'origine morbosa. Per lo più la consapevolezza della 
psicosi manca anche a cose finite, e non comparisce negli esaltati guariti 
che come una ragionevole acquiescenza all'opinione altrui. 

11 buonumore dell' ipomaniaco, salvo qualche penombra, sembra inesau- 
ribile : non lo abbandona quasi mai, gli rende invisibili i pericoli, lievi 
le disgrazie, facile la vita, piacevole la lotta, al cui termine non prevede 
che sicuri trionfi. Un ostacolo improvviso accende qualche volta la sua 
cullerà; ma il rapido adattamento ad altri obiettivi e il sentimento della 
propria superiorità gli inspirano una tolleranza, una bonarietà, una faci- 
lità d'oblio, che fa del maniaco un alienato dei più mansueti. 

Vi sono individui di carattere leggermente anomalo, che sono esaltati 
in permanenza per tutta la vita: progettisti impenitenti, sempre pronti 
ad abbracciare una nuova carriera, indiscreti senza volerlo, importuni 
senza saperlo, possono trascinare sé e gli altri a grandi intraprese poli- 
tiche, filantropiche, finanziarie, che spesso falliscono miseramente. Simili 
individui si meritano appunto la fama e il nome d'esaltati: col loro at- 
teggiamento sincero ma teatrale attirano l'attenzione momentanea del 
grosso pubblico, e finiscono per essere giudicati come paranoici o mat- 
toidi, mentre in realtà non sono che anomali, nei quali l'esaltamento senti- 
mentale è una qualità talvolta continua, talvolta semplicemente periodica 
del carattere costituzionale. 

Infatti gli stessi soggetti possono presentare un lieve grado d'esalta- 
mento con perfetta lucidità d'intelligenza anche sotto forma regolarmente 
interrotta. La loro anomalia è resa ancor più evidente dal contrasto con 
gli intervalli d'equilibrio, o da quello molto più stridente coi periodi de- 
pressivi, che s'intercalano fra quelli d'esaltamento. Nelle fasi d'esalta- 
mento sentimentale gli anomali di questo genere diventano spesso affa- 
risti, grafomani, accattabrighe, querelanti, e iniziano speculazioni, pubbli- 
cazioni, polemiche o processi che poi abbandonano, ma che riprendono 
ad un nuovo accesso. Questa facilità agli entusiasmi effimeri, ad imbar- 
carsi nel pelago delle avventure, a s'emballer, fu descritta recentemente 
da Ziehen col nome di Ergriflenheit, e il fenomeno in questione sarebbe 
comunissimo nei para/ilici, raro nei manìaci. Per parte mia, lo credo 
piuttosto frequente nei casi d'ipomania costituzionale, continua od inter- 



I SENTIMENTI 187 



mittente che sia : questi agitati Lucidi, che fanno disperare chi li avvicina, 
si trovano in tutte le professioni, in tutte le classi sociali, in tutte le gra- 
dazioni dell'intelligenza e della cultura. La loro lucidezza aumenta i peri- 
coli della loro inesauribile agitazione. 

Una miniera d'episodi simili, ma più gravi e senza periodicità (qui ha 
ragione Ziehen) è la paralisi progressiva. In questi malati l'incipiente de- 
perimento dell'intelligenza scopre senza possibilità d'equivoco l'origine 
morbosa dell'esaltamento. È un vento di follia sentimentale che, soffiando 
sopra un ediflzio già devastato, vi porta senz'altro l'incoerenza e lo sfa- 
celo. Perciò l'esaltamento paralitico conduce spesso a millanterie cos'i ri- 
dicole, ad una megalomania cos'i ingenua, che se ne può ricavare la dia- 
gnosi di paralisi progressiva anche in assenza d'altri sintomi e in un'e- 
poca affatto precoce. K interessante vedere come in questa malattia 
l'esaltamento sentimentale resista agli appelli dolorosi d'un organismo che 
si dissolve : esso sopravvive anche nelle fasi terminali, cioè quando il fal- 
limento intellettuale sembra aver privato gli infermi non solo d'ogni in- 
centivo all'allegrezza, ma anche d'ogni materia ad un sentimento qua- 
lunque. Cos'i il paralitico emaciato, incapace di muoversi e di parlare, 
alla vigilia della morte, balbetta ancora, in modo appena intelligibile, la 
sua formula abbreviata di beatitudine demenziale. 

Quando all'esaltamento sentimentale si aggiunge la confusione dei pro- 
cessi percettivi e ideativi, fino al punto da intorbidare la coscienza, si 
arriva qualche volta al furore, che è un'ira cieca e senza scopo. 11 fu- 
rore dei maniaci e dei dementi agitati si scarica con violenza bestiale su 
tutti e su tutto ; ma molto spesso non è che un prodotto artificiale dei 
mali trattamenti a cui nelle famiglie paurose od ignoranti si assoggettano 
i malati di mente. In altri tempi questa parte di agente provocatore 
spettava al regime di severità militare inopportunamente allottato nei ma- 
nicomi. 

L'esaltamento del tono sentimentale non raggiunge mai quella conti- 
nuità e quella coerenza che sono proprie della depressione. Mentre 
la depressione del sentimento dà luogo ai deliri cos'i caratteristici della 
melancolia e serve di sfondo ad una serie di quadri clinici assai precisi 
e lussureggianti, la ripercussione dell'esaltamento sentimentale sul pen- 
siero e sulla condotta è più disordinata e discontinua. Momentaneamente 
ed anche per giornate intere si vedono infermi al massimo dell'esalta- 
mento, come gli ipomaniaci, in preda al pianto ed allo scoraggiamento ; 
paralitici di buon umore, ma che hanno perduto la loquacità e la petu- 
lanza; dementi che esplicano il loro benessere con un contegno sarcastico 
ed arrogante. L'allegria morbosa, come l'allegria fisiologica, ha stanchezze, 
lacune e contraddizioni che sono quasi ignote al dolore. Perciò l'impor- 
tanza clinica dell'esaltamento e inferiore a quella della depressione. 



188 CAPITOLO VII 



Indifferenza sentimentale. — La mancanza totale e continuata di qua- 
lunque reazione sentimentale caratterizza la stupidita od amenza attonita, 
dove la sospensione dei sentimenti va di pari passo con quella dei pro- 
cessi ideativi. Essa è il correlativo necessario di ogni aftievolimento che 
colpisca i processi psichici, e perciò si riscontra anche nei vecchi sulla 
china della decadenza mentale. Questi malati, e in particolare gli amenti, 
presentano spesso associata con quella dei sentimenti l'anestesia delle 
impressioni dolorifiche. In ogni modo, l'inerzia del loro pensiero e del 
loro contegno e la presenza d'altri disordini più appariscenti tolgono 
quasi ogni interesse all'alterazione puramente negativa dei sentimenti, 
che in questi casi è una conseguenza ovvia di un'inattività generale. 

Nel decorso della melancolia, in luogo della tensione dolorosa che ne 
è il sintomo più comune, si ha qualche volta uno stato d'aridità senti- 
mentale, per cui i malati sono persuasi e si rimproverano d'esser diven- 
tati insensibili e sopratutto inaffettivi. Questa vacuità affettiva e piuttosto 
un'autosuggestione morbosa che un fatto reale ; e in ogni modo, il me- 
lancolico che verifica o crede di verificare in sé stesso la perdita degli 
antichi affetti finisce per trarne motivo d'amarezza e ricade sempre nel 
dolore. Che del resto l'insensibilità affettiva sia apparente o per lo menu 
amplificata ad arte dai malati, lo prova la circostanza che sovente essi 
pretendono falsamente d'essere stati duri di cuore e noncuranti della 
propria famiglia o degli amici anche prima d'ammalarsi, dando cosi un 
saggio evidente d'illusione retrospettiva provocata dal loro pessimismo. 
D'altra parte è innegabile che alcuni infermi in istato di depressione non 
si occupano affatto dei loro famigliari e si dimostrano esigenti od impazienti 
a un segno tale da giustificare pienamente la loro confessione d'insensi- 
bilità affettiva. 

2.° Variazioni patologiche nel dominio delle emozioni. — Tra i bambini 

nevropatici, molto più spesso che tra i normali, si verifica un fenomeno 
dei più caratteristici, quello del pavor noeturnus. Durante il sonno, di so- 
lito poco dopo d'essersi addormentato, il bambino (tra i 4 e gli Sanni) 
apre gli occhi, si mette a sedere sul letto con lo sguardo ansioso, agita 
le braccia come per liberarsi da un incubo, pronuncia parole incompren- 
sibili o grida al soccorso senza riconoscere gii astanti. L'accesso si pro- 
lunga per mezz'ora e più, qualche volta si divide in due riprese: poi su- 
bentra la calma, e il resto della notte passa nel sonno profondo. Al ri- 
sveglio manca il ricordo dell'accaduto. Queste crisi di terrore notturno si 
rinnovano due o tre volte per settimana, ma nel più dei casi anche tutte 
le notti ; è affatto eccezionale che si presentino durante il sonno diurno, 
che pure è cosi comune nell'orario infantile; e non compaiono mai nella 



I SENTIMENTI 1&9 



veglia. 11 periodo complessivo della malattia può abbracciare molte set- 
timane, mesi ed anche anni. Io conobbi una monaca di 55 anni, semplice 
di spirito, che conservò quest'abitudine morbosa fino all'età adulta, che 
perciò dormiva in una camera separata, e che dopo la menopausa ha an- 
cora di quando in quando brevi assalti di terrore con grida nel cuor della 
notte : non è né isterica, né epilettica. 

Durante gli accessi di terrore notturno non mancano quasi mai le al- 
lucinazioni : i malati sognano. Tra le loro frasi confuse si possono after- 
rare espressioni allusive che non lasciano dubbi in proposito : mostri ma- 
rini, vespe, catene, ladri, zingari, streghe, cimiteri e tutto il repertorio 
delle fiabe con cui si intrattengono i bambini durante la veglia fanno la 
loro apparizione nella notte dopo alcune ore di sonno. 

Si è cercato di collegare le paure notturne ad una causa unica : chi 
ne ha addebitato l'epilessia, chi l'isterismo, chi il sonnambulismo ; altri 
invocarono la dispepsia, le vegetazioni adenoidi della cavità nasale e la 
predisposizione morbosa della famiglia. Io credo che ognuna di queste 
cause possa determinare il fenomeno, che in ogni modo richiede una 
gran violenza di stimoli abnormi o una straordinaria rilassatezza da parte 
dei centri nervosi che dovrebbero, anche nel sonno, segnalarli e domi- 
narli. Infatti il pavor nocturnus non è che an'emozione morbosa, la meno 
intellettuale fra le emozioni, ma nello stesso tempo l'emozione per eccel- - 
lenza, il terrore. La sorgente secondaria, ma necessaria di tutte le emo- 
zioni è un disordine dei processi vasomotori, gastrici, respiratorie visce- 
rali, che succede ad un'impressione esterna e la avvalora. Nei bambini 
ammalati la sensazione del disordine viscerale, pel tramite dei nervi cen- 
tripeti, invade il cervelli), vi provoca un sogno sinistro, ed è scambiata 
per la reazione viscerale ad una catastrofe d'origine esterna : di qui le ma- 
nifestazioni paurose. Se il disordine viscerale è grave, il tumulto psichico 
che lo esprime indica la profondità del sonno infantile e l'incapacità dei 
centri nervosi di resistere agli stimoli centripeti ; se il disordine è minimo, 
l'emozione che si svolge nei centri indica un'anomalia speciale del sonno, 
ed è un documento, un preludio od un residuo di nevropatie e psicopatie 
diverse, tra cui primeggiano l'epilessia e V isterismo. Se poi le paure not- 
turne si protraggono nell'età matura, esse indicano che la funzione dei 
sonno si è arrestata alla fase infantile: infantilismo parziale. 

La particolare facilità a commuoversi per cause futili, talvolta per cause 
specifiche, per la vista d'un dato colore, d'un insetto, d'una faccia anti- 
patica, per la percezione d'un suono, d'un odore o d'un sapore sgrade- 
vole, è una stigma fra le più caratteristiche dell' isterismo. Gli epilettici, 
a loro volta, presentano di fronte ad ogni minima causa d'emozione i 
segni d'uno scompiglio viscerale, che si manifesta nel pallore improvviso, 



19(1 CAPITOLO VII 



nella mimica concitata, nel viso tormentato, nel tremito della voce e delle 
labbra. 

3." Variazioni patologiche dell'affettività e del carattere abituale. — Le 
anomalie costituzionali del carattere, a differenza da quelle dell'intelligenza, 
non sono generalmente riconosciute come sintomi di malattia mentale. 
Bisogna ch'esse si trovino legate a deliri, a deficienza intellettuale o ad 
offuscamento della coscienza perchè il pubblico e molti fra gli stessi alie- 
nisti possano, svincolandole dal pregiudizio del libero arbitrio, riferirle ad 
una causa morbosa e quindi assegnarle alla patologia mentale. Eppure 
le deviazioni, congenite od acquisite, dal- tipo medio del carattere morale 
sono cosi frequenti in psichiatria, che non esiste psicosi di cui non possano 
essere un sintomo o un prodromo o una causa predisponente o un resi- 
duo. Ed è discutibile se si debbano considerare per completamente nor- 
mali coloro in cui sono eccessive o mancanti certe passioni normali. 

Alcune di queste passioni, come l'irascibilità, l'avarizia, la gelosia, lo 
stesso amore degli innamorati con la sua esclusività ossessionale, rasen- 
tano pia per sé stesse la patologia, qualunque ne sia l'intensità e la du- 
rata. D'altra parte, se prendiamo in considerazione le malattie mentali 
propriamente dette, per quanto possano svolgersi con le complicazioni 
più gravi da parte dell'intelligenza, esse non creano affetti nuovi e spe- 
ciali, ma si limitano a ravvivare straordinariamente, portandoli ad im- 
peti patologici, certi affetti comuni, come la collera e la libidine; oppine 
ne spostano semplicemente l'oggetto, dando luogo a pervertimenti affet- 
tivi che si affermano sopratutto nel campo dell'erotismo e in quello delle 
fobie. 

Le anomalie del carattere costituiscono spesso una predisposizione la- 
tente alle malattie mentali, e si trasformano in una vera e propria psi- 
cosi solo quando si acuiscono ulteriormente o pel maturare dell'età oper 
l'imperversare d'una discrasia organicao per l'accumularsi degli avveni- 
menti sfavorevoli. Allora il fattore affettivo trascina i malati ad irregola- 
rità di pensiero e di condotta talmente contrari al loro interesse ed alle 
abitudini medie, che anche l'opinione volgare finisce con l'ammetterne 
l'origine patologica, riconoscendo il diritto d'esistere anche alla patologia 
lei carattere. 

Nella sua classificazione delle anomalie affettive Ribot distinse tre 
gruppi di personalità abnormi, vale a dire : 

1.° caratteri che sì modificano in periodi successivi della vita fino al 
più palmare antagonismo (Francesco d'Assisi, Maria di Magdala); 

2." quelli che presentano tendenze coesistenti, ma opposte, da cui 
nasce o un dualismo permanente ed accanito nella personalità psichica 



I SENTIMENTI ]91 



(asceti libertini) o una conciliazione più o meno l'elice per mezzo d'un 
sotterfugio logico (positivismo scientifico e credulità religiosa, abnegazione 
dell'uomo pubblico e immoralità del privato) ; 

3." i caratteri instabili, polimorfi, senza unità, la cui condotta è un 
indovinello, il cui avvenire è imprevedibile, e i cui prototipi sono le iste- 
riche, gli avventurieri, gli inquieti, dove gli appetiti sono in eccesso e le 
inibizioni in difetto, e che si compendiano nell'espressione d ! infantilismo 
affettilo. 

Il saggio classificatorio di Kiijot rappresenta un notevole progresso per 
la psicologia patologica, ma non è certamente completo. Ai caratteri che 
risultano anomali per successive o simultanee contraddizioni di tendenze 
morali bisogna aggiungere una categoria di personalità non meno ferme 
e unitarie delle normali, ma in cui predomina una passione abnorme per 
natura, come la crudeltà, la collera, la gelosia; o per grado, come la li- 
bidine e l'avarizia. Quest'ultima categoria di personalità patologiche che 
fu ommessa da Ribot, ma che forse abbraccia la massima parte dei 
predisposti alle psicosi costituzionali, sfugge per ora ad ogni possibilità ili 
delimitazione. 

L'azione remota d'una passione morbosa si scorge assai pili facilmente 
rial punto di vista di un'alterazione schiettamente intellettuale, ma già in 
atto. Dietro all' «Zea incoercibile si ritrova la. fobia, ossia una forma spe- 
ciale ed originaria di paura che varia d'oggetto da un caso all'altro, ma 
che conserva il suo inalterabile profilo in tutti gli innumerevoli quadri 
dell'ossessione. Per un processo di dissociazione affettiva, la timidezza 
del carattere, in luogo di rivelarsi logicamente di fronte a qualunque pe- 
ricolo, si organizza parzialmente intorno ad un ordine limitato di sensa- 
zioni o di avvenimenti spesso quasi sprovvisti di qualunque tenhbilità. 
Queste disarmonie e contraddizioni si riscontrano sovente, ma assai atte- 
nuate e suscettibili di correzione, anelli' nei normali. Sono pochissimi i 
normali timidi che non possano vantare almeno una forma parziale di 
coraggio; e sono pochi i coraggiosi che non presentino almeno una forma 
limitatissima di pusillanimità parziale. Per poco che la disarmonia si esa- 
geri od esca dallo stato latente, per esempio col concorso d'un disequilibrio 
organico o dell'esaurimento nervoso, si forma l'ambiente ossessivo di fobia 
da cui scaturirà l'idea o l'impulso incoercibile. 

Parimente, non è difficile rintracciare la passione che corrompe il giu- 
dizio anche dietro la convinzione delirante del paranoico, dietro ai dubbi 
del melaneolico, dietro alle ostentazioni del demente giovanile. 

Il perseguitato scopre complotti, nemici e premonizioni allegoriche per- 
chè è sospettoso, superbo e mistico. Qualche volta le sue allucinazioni, 
perfettamente intonate al delirio, tradiscono anch'esse la medesima origine 



192 CAPITOLO VII 



emotiva. Fra l'ambizioso e il perseguitato non v'è che questa differenza: che 
l'uno crede alla realtà di ciò che teme, l'altro alla realtà di ciò che spera. 
Nell'eccessività di questo timore o di questa speranza è già contenuto il 
germe del delirio. 

L'ambizioso megalomane sogna alleanze, sudditi e consacrazioni solenni 
perchè è vano, sciocco e cocciuto e, fra le molte interpretazioni possi- 
bili della propria posizione nell'universo, adotta con sicurezza la più lu- 
singhiera pel suo amor proprio, anche se è la più infondata ed invero- 
simile. 

Gli ipocondriaci sono inspirati da una esagerazione morbosamente egoi- 
stica dell'attaccamento alla vita, che nei normali non si impone alla 
coscienza se non in caso di pericolo o in brevi momenti di debolezza, ma 
senza provocare convinzioni, né dubbi di natura delirante. 

Del resto è comune in molte classi d'alienati lucidi il fervore precoce e 
segreto con cui si abbandonano alle audacie della fantasia. L'indefinito 
ha un fascino che è gustato anche dai normali raffinati, ma i degenerati 
e gli imperfetti se ne inebbriano fino al delirio. Nei momenti d'ansietà 
e di dolore ripullulano le superstizioni. La paura della morte, l'orrore 
della morte altrui, l'aspettativa d'una sentenza rigettano le intelligenze 
deboli nelle braccia della religione. Lo sgomento dell'ignoto spinge i 
bambini che si sono trovati qualche volta all'oscuro nei meandri del mi- 
sticismo. Le misteriose impressioni di voluttà che preannunziano l'adole- 
scenza tendono altri agguati, e talvolta legano alla coscienza idee sopra- 
naturali che si trasformeranno in deliri. Gli infermi, già solitari per la 
loro indole mistica ed antisociale, si isolano anche intellettualmente, al- 
lontanandosi sempre più dal modo di pensare della collettività, che è mi- 
stica soltanto per abitudine e per ragioni pratiche. La disaffezione del 
pazzo mistico arriva fino al disprezzo della propria famiglia, e lo induce 
a sconfessare i genitori e a credersi figlio di principi odi personaggi fan- 
tastici ed altolocati. 

Le stravaganze e le impulsività vengono apprezzate anche volgarmente 
come manifestazioni morbose ogni qualvolta sono il frutto d'una metamor- 
fosi cosi straordinaria e cosi peggiorativa in confronto coi precedenti del- 
l'individuo, da metterlo sotto una luce assolutamente nuova. I suoi atti e 
i suoi sentimenti sembrano il prodotto di un'altra personalità e sarebbero 
inesplicabili senza l'intervento d'un fattore rnorbigeno. Questo fattore è 
spesso rappresentato da un trauma. 

Le psicosi traumatiche, anche se non danno luogo a deliri e ad amnesie, 
si riconoscono nella passività del carattere, talvolta nell'irascibilità, nella 
dipsomania, nella scomparsa del senso morale. La stessa dissoluzione più n 
meno completa del carattere si osserva spesso neW alcoolismo cronico: tal- 



I SENTIMENTI 193 



volta i malati, senza venir meno alle leggi dell'onestà, si limitano a tra- 
scurare i propri doveri o la nettezza della persona o le norme della 
creanza, diventando trasandati, cinici e grossolani. 

Anche il processo della paralisi progressiva s'inizia quasi sempre spo- 
gliando i malati di quei poteri inibitori che solevano trattenerli dagli atti 
di spensieratezza. I paralitici diventano arrischiati negli affari, poco scru- 
polosi, loquaci e talvolta sinceri fino all'ingenuità, appunto perché hanno 
perduto non tanto la capacità intellettuale quanto l'interesse morale a 
riflettere ed a frenarsi. Sebbene siano ancora in grado di capire la por- 
tata dei propri atti e delle proprie parole, rifuggono da uno sforzo d'ini- 
bizione di cui non sentono più l'importanza. Per essi tutto è semplice, 
senza veli e senza malizia. Il loro ottimismo puerile li rende insensibili 
ai pericoli ed alle disgrazie. Cos'i si vedono paralitici ancor lucidi e va- 
lidi, ma che per crisi precedenti hanno perduto l'impiego o la clientela, 
abbandonarne la riconquista all'iniziativa delle loro mogli, lasciandosi ri- 
morchiare da esse senz'alcuna umiliazione e con passività completa, sia 
nel maneggio degli affari, sia nel governo della famiglia. 

Il carattere morale subisce trasformazioni notevoli e tipiche nel pro- 
cesso involutivo della vecchiaia. Vi sono individui che, invecchiando, per- 
dono ogni affettività : detentori principali e tenacissimi della ricchezza e 
dell'autorità, esercitano una tirannia gretta, testarda e bisbetica sui fami- 
gliari, sui dipendenti o sui popoli di cui disgraziatamente stanno a capo ; 
spesso prendono a disamare e ad invidiare i propri figli ; o cedono a 
strani risvegli dell'erotismo, della vanità e dell'ambizione; o, scendendo 
agli ultimi gradini dell'egoismo, si disinteressano completamente di tutto 
ciò che oltrepassa i confini della loro camera, del loro scrigno o della 
loro mensa. D'altra parte, non mancano esempi del tipo contrapposto, 
cioè del vecchio che diventa più indulgente, più amabile, più generoso e 
sopratutto più sereno di prima. Eppure, anche questa specie di metamor- 
fosi benefica è dovuta a lesioni distruttive, perchè in l'ondo non deriva da 
nuovi acquisti affettivi, ma dalla scomparsa delle passioni e preoccupa- 
zioni perturbatrici, ossia da un processo di semplificazione del carattere, 
che entra nel quadro dell'atrofia corticale. Vi è chi perde virtù (è il caso 
più generale) e chi non perde che qualche difetto. Queste perdite succes- 
sive, se si complicano con l'indebolimento intellettuale e con l'amnesia, 
come avviene assai di sovente, comunicano un'impronta del tutto spe- 
ciale ai noti deliri della demenza senile. 

Il carattere dell'epilettico si distingue a sua volta per certe contraddi- 
zioni affettive che costituirebbero un enigma se non si spiegassero come un 
effetto della malattia. È nota l'intransigenza ardente con cui gli epilettici 
adempiono certe formalità del rito religioso o esercitano la propaganda, 

Tanzt, Psichiatria. — 25. 



19-t CAPITOLO VII 



mentre d'altra parte trasgrediscono le prescrizioni più essenziali della mo- 
rale (Samt). Questo contrasto deriva dall'azione di due influenze opposte. 
Da un lato l'invalidità epilettica costringe i malati a considerare il mondo 
e sé stessi con un'austerità meditativa, che è imposta dalla gravezza dei 
loro bisogni e che è spesso una virtù fondamentale del loro carattere ; 
dall'altro le vicissitudini svariate della malattia portano una varietà e 
una violenza d'impulsi che può trascinare gli epilettici ad azioni del tutto 
contrarie ai loro principi. Cosi si spiegano le alternative, a torto scam- 
biate per segni d'ipocrisia, che fanno dello stesso epilettico un astemio e 
un dipsomane, un bigotto e un bestemmiatore, un asceta e un satiro. 

Per cause simili, ma con metamorfosi di gran lunga più proteiformi e 
più irregolari, varia, come si è visto, l'umore; e con l'umore il carattere 
delle isteriche. Di queste malate spesso si esagera la falsità e la tendenza 
alla mistificazione perchè si disconosce che il carattere, come ogni altra 
manifestazione dell'attività nervosa, possa risentire le influenze patolo- 
giche, mentre esso è forse, fra tutte le funzioni psichiche, precisamente la 
pili vulnerabile. Nei loro rapidi passaggi dalla perfidia alla lealtà, dal- 
l'odio all'amore, dalla crudeltà superba alla bontà calorosa e modesta, le 
isteriche sono assai più sincere di quanto sembra. Le metamorfosi del 
li irò carattere non sarebbero accettate per morbose se si compissero len- 
tamente, accompagnando l'evoluzione o l'involuzione dell'età ; ma non 
possono passare per naturali quando, non essendo simulate, toccano a 
breve distanza di tempo gli estremi opposti della scala passionale. 

Le ripugnanze che incontra la tesi della morbosità applicata al solo 
carattere risorgono più vive, e più in coloro che non si occupano di psi- 
chiatria, davanti ai casi puri di pazzia morale. Questa psicosi, che consiste 
appunto nella deficienza per lo più congenita del senso morale, ossia della 
simpatia e solidarietà che ci unisce agli altri uomini e persino agli ani- 
mali domestici, è facilmente compresa ed ammessa quando si somma 
con l'imbecillità, ossia con la deficienza intellettuale. Ma se l'insufficienza 
morale si presenta come un fenomeno isolato, senz'essere accompagnata 
e giustificata dalla povertà dell'intelligenza, la diagnosi viene ad urtare 
direttamente contro l'assurda tradizione del libero arbitrio, forte della 
sua doppia scaturigine, empirica e metafisica; e riesce praticamente in- 
sostenibile di fronte a giudici o profani saturi di bizantinismo giuridico e 
religioso. 

Lo stesso Lombroso ha forse preferito d'eludere questo preconcetto in 
luogo di combatterlo do combatte dal punto di vista psicologico e con 
molto vigore Enrico Ferri), quando, per far entrare la criminalità e 
l'insensibilità morale nel porto della patologia, le identificò con immenso 
sforzo all'epilessia. In realtà, siccome il carattere morale è una tendenza 



I SENTIMENTI 195 



organica dell'attività cerebrale e niente di più, non vi è alcun bisogno di 
documentare la fatalità morbosa delle sue anomalie con mostruosità gros- 
solane, con traumi o con accessi convulsivi rientrati, che nella massima 
parte dei casi sono ipotetici o non influiscono sulla degenerazione etica. 
Bisogna poi guardarsi dal giudicare come abnormi i non pochi criminali 
intelligenti che portano il marchio della criminalità ingiustamente, cioè 
in seguito ad errori giudiziari o in base ai gretti criteri del codice e della 
morale corrente ; e riflettere, invece, che la massima parte dei reati indi- 
viduali sono l'espressione delle anomalie ed imperfezioni sociali. 

L'incoerenza più completa e più evidente del carattere si riscontra nei 
dementi giovanili. Questi infermi, che spesso conservano intatto il tesoro 
dei propri ricordi, che in certi momenti parlano non senza arguzia, che 
scrivono con apparente assennatezza, commettono le più madornali incon- 
gruenze di condotta e di contegno, e giungono ad un punto tale di assur- 
dità, da generare, come le isteriche, il sospetto dell'ostentazione conti- 
nuata. Nei dementi giovanili non si formano più o si dissolvono quelle 
abitudini d'inibizione sistematica, la cui misura e direzione costituisce il 
principale distintivo della personalità psichica : quantunque la coscienza con- 
servi la lucidezza ordinaria, i malati si abbandonano a tutte le stravaganze 
suggerite dalla fantasia senza curarsi se riesciranno vantaggiose o nocive 
ai loro interessi più remoti. In possesso d'una discreta esperienza, di pa- 
recchie cognizioni e persino di qualche ingegno, i dementi giovanili, per 
l'ostinazione che spiegano nel non servirsene, sembrano la caricatura vo- 
lontaria degli imbecilli. 

A loro volta gli imbecilli, anche giungendo a tarda età, sono la caricatura, 
però evidentemente involontaria, dei fanciulli, a cui rassomigliano per la 
spensieratezza, la crudeltà e la vanità. E gli stessi paranoici, nella fede 
che prestano alle proprie costruzioni fantastiche, non fanno che svilup- 
pare i germi ipertrofici di quel misticismo, che fra i normali fiorisce per 
breve tempo nell'adolescenza, ma per estinguersi appena sopravviene l'età 
adulta. 

I turbamenti dell'affettività e del carattere possono venir confusi con quelle 
oscillazioni fisiologiche che consentono anche ai normali di differire tra 
di loro e con sé stessi a seconda dei momenti. L'equivoco è abbastanza 
frequente per le alterazioni lievi ed isolate con cui cosi spesso le malattie 
mentali incominciano. Del resto, anche individui apparentemente normali 
sono talvolta esposti a bufere passionali cosi violente, da lasciar adito al 
dubbio, che può concretarsi in un problema giudiziario, se non debbano 
essere interpretate e scusate come fenomeni patologici. Certe esplosioni 
d'odio, d'amore, di libidine, di collera e di paura, specialmente se si pre- 
sentano in giovani, il cui carattere è tuttora un'incognita, costituiscono 
un quesito spesso insolubile per l'alienista chiamato a pronunziarsi. 



196 CAPITOLO VII 



Può anche darsi che la manifestazione passionale sia l'effetto d'una 
doppia causa: cioè che si debba in parte ad una personalità estrema, ma 
non decisamente anomala o psicopatica, in parte ad un disordine insolito 
e passeggero, che agisce come un fattore supplementare. Questo fattore 
esogeno, che qualche volta è dimostrabile praticamente, può agire anche 
da solo. È evidente che certe infermità o disordini momentanei dell'orga- 
nismo, come la nevrastenia, l'isterismo, Valcoolismo, Yubbriachezza, 
le nevralgie, anche se rispettano completamente l'intelligenza e sono ben 
lontani dal raggiungere il grado di vere e proprie psicosi, minacciano 
da vicino tutti i processi nervosi, compresi gli affettivi. Non vi è motivo 
di meravigliarsi se, in un momento di soprasaturazione patologica, la mi- 
naccia si realizza, pervertendo od esagerando l'intensità della reazione 
passionale. 

Queste ed altre raffinatezze di casistica morale non hanno ancora oltre- 
passata la soglia della psicologia letteraria, che del resto si è resa spesso 
benemerita della psichiatria con anticipazioni molto felici. Ma gli alienisti 
non sarebbero cosi spesso chiamati a pronunciare sulla responsabilità di 
delinquenti lucidi e passionali giudizi vani ed incompetenti, se la legge 
penale fesse più larga e ragionevole nei suoi criteri direttivi. Sotto l'in- 
fluenza delle idee moderne i tribunali accordano facilmente l'irresponsa- 
bilità e quindi l'impunità ai criminali più incorreggibili perchè vi ritrovano 
anomalie e segni d'inferiorità che interpretano come causa necessaria ed 
organica del reato. I rigori della legge sono invece riservati ai delin- 
quenti passionali, che per loro disgrazia rassomigliano assai di più al tipo 
medio della gente onesta e normale e che perciò sentono anche più vi- 
vamente il rammarico e la vergogna del castigo. Eppure i delinquenti 
passionali sono più meritevoli di simpatia e immensamente meno perico- 
losi dei cosi detti delinquenti nati. 



CAPITOLO Vili. 

I movimenti e le altre reazioni esterne 



PSICOLOGIA DEI MOVIMENTI. 

L'intelligenza si estrinseca principalmente per mezzo dei movimenti vo- 
lontari: gli atti e le parole d'un individuo sono il grande indice delle sue 
condizioni psichiche. Ma qualunque altro processo d'innervazione centri- 
fuga, anche il più umile, può fornire all'occorrenza indizi indiretti. Negli 
archi diastaltici della vita vegetativa penetra dall'alto l'influenza psichica 
e qualche volta si rivela con reazioni visibili e perturbazioni caratteristiche. 
Negli atti psichici si deve poi sempre presupporre un antefatto sensoriale 
che proviene dal di fuori o cenestetico che proviene dall'interno: per quanto 
remoto, indistinto o dimenticato, questo precedente necessario opera come 
uno stimolo fisiologico e riduce anche le iniziative volontarie al grado di 
refiessi, non diversi dalle reazioni comuni che per la loro maggior compli- 
cazione. Dalla secrezione d'una gianduia alla contrazione dei muscoli lisci 
e da una singola determinazione ad un programma di condotta che si 
esplichi lentamente nel ciclo d'una vita umana, nonostante l'autonomia re- 
lativa con cui funzionano ordinariamente le diverse reti nervose del sim- 
patico, del midollo spinale, dei gangli subcorticali e della corteccia ce- 
rebrale, è dunque una catena continua di reazioni simili e solidali. 

Da questo punto di vista la psichiatria prende in considerazione non 
solo le manifestazioni motorie che sono il prodotto diretto del lavoro in- 
tellettuale, ma anche i reflessi incoscienti. Nella mimica facciale, nelle 
reazioni delle pupille, in quelle dei nervi spinali si leggono commenti im- 
portanti al dramma talvolta oscuro che si svolge internamente ; e tutti 
questi reflessi formano una controscena muta che può vincere in evidenza, 
come sempre vince in semplicità, la serie sovrabbondante e contradittoria 
delle azioni volontarie. Cosi si utilizzano per lo studio dei fatti psichici 
tutti quei fenomeni d'innervazione centrifuga che, essendo suscettibili 
d'esame, possono palesarci qualche cosa sullo stato degli organi corticali : 
gli atti volitici, gli atti istintivi, i movimenti espressiti, e persino quei re- 



198 CAPITOLO Vili 



flessi volgari (secrezioni, tono muscolare, trofismo) che non hanno alcun 
significato psichico, ma subiscono in qualche modo la pressione dei centri 
sovrastanti. 

Si classificano fra le volizioni gli atti che compiamo in previsione d'un 
effetto preciso e conforme ai nostri desideri, ossia al nostro carattere. 
Spesso l'incertezza della previsione e il conflitto di desideri contrari ritar- 
dano la risoluzione e ci fanno perdere la visione della sua fatalità: noi cre- 
diamo ili ai/ire, cioè di scegliere liberamente fra varie possibilità in se- 
guito ad un'iniziativa autoctona e incondizionata della nostra volontà. 
Invece non possiamo mai far altro di meglio che reagire, obbedendo al 
desiderio preponderante nel modo che la nostra intelligenza ci suggerisce 
come il più opportuno. 

L'indirizzo della volontà è strettamente limitato dalla struttura origi- 
naria del cervello e dalla fortuna degli avvenimenti. Infatti è da queste 
due condizioni che dipende l'economia generale dei sentimenti (desideri) 
e dei pensieri (previsioni) da cui nascono le volizioni. Più precisamente, 
gli atti volontari si devono interpretare come risposte intelligenti ed obbli- 
gate agli stimoli che pungono perennemente la coscienza sotto forma di 
desideri. E appunto per ciò che obiettivamente le manifestazioni di volontà 
non differiscono dagli altri fenomeni reflessi, salvo per la loro lentezza. 
Non ne differiscono assai neppure subiettivamente se, come spesso av- 
viene, non si presenta alcuna ragione d'incertezza preliminare e il pro- 
cesso d'elaborazione cosciente si riduce al minimo; o quando esista, come 
nelle menti filosofiche, la chiara nozione di tutti i motivi determinanti; o 
quando intervenga l'interesse di provare la propria irresponsabilità; o 
quando la causa occasionale ci spinge ad azioni cos'i ripugnanti dalle 
nostre tendenze abituali, che finiamo per riconoscere la nostra passività. 
In tutti questi casi gli atti di volontà si confondono con gli atti d'istinto 
e prendono, anche visti dal di dentro, l'aspetto di retiessi con coscienza 
o nulla più. 

Si ascrivono all'istinto e si chiamano col nome d'atti istintivi quei mo- 
vimenti che compiamo coscientemente e sotto l'impulso d'una tendenza 
misteriosa, ma senza prevederne chiaramente l'effetto. La volontà non è 
che una forma lucida dell'istinto, l'istinto è una forma oscura ed incom- 
pleta della volontà. La volontà si manifesta in modi svariati e perso- 
nali, l'istinto in modi uniformi e legati al tipo psichico della specie zoo- 
logica. 

D'altra parte l'appropriatezza innegabile e spesso singolarissima degli 
atti istintivi ai fini dell'economia biologica, ossia la loro utilità per l'indi- 
viduo e per la specie, rende assai discussa l'origine degli istinti. Sono 
automatismi perfezionati o volizioni degenerate (automatizzate)? 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 199 

Ciascuna di queste due eventualità può avverarsi. Gli istinti acquisiti de- 
rivano spesso da atti volitivi che, a furia di ripetersi, si sono semplificati 
anatomicamente e psichicamente: il camminare, il vestirsi, il parlare 
sono atti spinalizzati o bulbarizzati, a cui ormai la coscienza non parte- 
cipa che limitatamente e senz'alcun sentimento di volontarietà. Ma gli 
istinti congeniti, che specialmente negli insetti formano una fra le più 
alte meraviglie dell'adattamento, non possono spiegarsi che come abitudini 
ereditate, ossia come automatismi la cui apparente oculatezza è il frutto 
della selezione. 

Che gli atti istintivi dipendano dall'opera automatica della selezione e 
non da un disegno prestabdito ed antropomorfico o provvidenziale, lo prova 
il fatto che, malgrado la loro incontestabile utilità, essi non raggiungono 
lo stato di relativa perfezione che per gradi e per acquisti individuali. 
Le api del Messico non fabbricano celle esagonali, che sono le più eco- 
nomiche, ma cilindriche ; e i calabroni le tanno irregolari ; e il cuculo 
d'Australia non depone le ova nel nido degli altri uccelli. Ciò significa 
che la selezione si compie a poco a poco e, dove la concorrenza per 
la vita è meno aspra, permette alle specie ed ai loro istinti di perdurare 
in una fase d'organizzazione inferiore, per la quale sono certamente 
passati anche gli esseri e gli istinti più evoluti. 

Perciò, se nell'ontogenesi gli atti istintivi sono qualche volta i succedanei 
delle azioni volontarie, essi ne sono sempre gli antesignani nella filogenesi. 
Praticamente, poi, gli istinti e la volontà si dividono il governo delle 
azioni umane, operando a seconda dei casi o di conserva o in antitesi od 
anche in modo indipendente. 

Tutto sommato, la condotta dell'uomo risulta come una serie incessante 
e più o meno coerente di reflessi, che in parte s'inspirano all'abitudine ed 
alla tradizione, in parte alle iniziative innovatrici e personali. In ogni 
modo, o che risalgano ad un'origine istintiva o che dipendano da una deter- 
minazione volontaria, le nostre azioni non sono che un adattamento continuo 
alla legge edonistica (dell'utilità), per cui tendiamo sempre alla massima 
soddisfazione mediante il minimo sforzo. 

Indizi diretti ed eloquenti dello stato mentale, quantunque involontari 
e per lo più anche addirittura incoscienti, si possono raccogliere nei re- 
flessi espressivi, cioè nella mimica facciale e in quelle varie reazioni in- 
terne che formano come una specie di mimica complementare e segreta. 
La fisionomia umana è un semaforo automatico che denunzia i nostri 
sentimenti più intimi e le nostre passioni con una delicatezza ed una sin- 
cerità talvolta incomoda, a cui arriva difficilmente il linguaggio cosciente. 
Lo stesso significato hanno di sovente il rossore, il pallore, le modifica- 
zioni del polso e del respiro, il singhiozzo, il riso, la lacrimazione, la 



200 CAPITOLO Vili 



salivazione, il sudor freddo, l'erezione e l'eiaculazione, ed altri fenomeni 
dello stesso genere, che a loro volta possono essere provocati da motivi 
psichici. 

Nelle variazioni mimiche della faccia trova riscontro preciso e precoce 
ogni genere ed ogni sfumatura quantitativa di sentimento. Darwin so- 
stiene addirittura che certi gesti sono ereditari : bambini nati ed allevati 
in Inghilterra, ma d'origine francese, alzavano, per esprimere noncu- 
ranza, le spalle, gesto sconosciuto agli Inglesi. A parte l'eredità, vi 
sono gesti che, nell'infanzia, rispondono ad una finalità e poi persistono 
con significato simbolico. Un cattivo odore suscita come reazione l'arric- 
ciamento del naso accompagnato da una forte espirazione, che scaccia 
dalle narici l'odore invadente e temuto : la stessa reazione si ripete, per 
analogia, di fronte allo schifo morale. Per fissare meglio un'immagine vi- 
siva, aggrottiamo la fronte, sporgiamo le sopracciglia e socchiudiamo le 
rime palpebrali, ossia limitiamo il campo visivo e moderiamo la luce : 
una mimica affatto identica asseconda qualunque altro sforzo d'attenzione 
anche nell'ascoltare o nel meditare. Darwin interpreta bene anche il riso 
sardonico, che originariamente (e ancora adesso nel cane) è una mi- 
naccia, una specie di dimostrazione armata (l'arma è il dente canino), 
insomma un'ostentazione d'odio e di forza. Altre manifestazioni mimiche 
non sono che l'estrinsecazione motoria d'un sentimento senza sfogo di- 
retto per la via della minima resistenza od anche per quella dei muscoli 
ordinariamente disoccupati (Spencer) : l'ilarità si scarica facilmente per 
mezzo del riso; la gioia per mezzo di movimenti delle mani che sembrano 
palleggiarsi un sapone impalpabile in un'acqua invisibile; l'impazienza 
per mezzo di gesti rapidi, svariati e violenti, che non lasciano adito al 
menomo dubbio sul loro significato. 

Finalmente, nel campo del simpatico, del midollo spinale, del bulbo e 
dello stesso cervello, ferve un lavorio incessante di processi centrifughi 
che non sono né determinati dalla volontà, né accompagnati da coscienza, 
né esattamente conformati allo stato psichico ; involontari, incoscienti, 
inespressivi. Eppure anche queste forme completamente apsichiche di 
reattività rettessa costituiscono, se non altro, un esponente esatto delle 
condizioni organiche in cui versano i propri rispettivi apparati d'innerva- 
zione ; e cosi ci porgono un indizio indiretto, ma talvolta sicuro, se non 
del contenuto psichico, almeno dell'energia nutritiva o funzionale che, o 
per semplice analogia o per un nesso di causalità fisiologica, regna nelle 
vie corticali. 

Infatti, oltre alle analogie volgari che possono manifestarsi fra i vari seg- 
menti dell'asse cerebro-spinale per ciò che riguarda le condizioni gene- 
rali l'anemia, esaurimento, intossicazioni, neoformazioni a focolai mul- 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 201 



tipli), si deve tener conto delle armonie e delle antinomie che esprimono 
rapporti di solidarietà più complicati e che risultano da uno scambio 
d'influenze agevolatrici (bahnend) e inibitorie (hemmend) fra i processi d'in- 
nervazione cosciente e i processi d'innervazione automatica. Questa du- 
plice solidarietà, poco nota e poco studiata nella vita ordinaria, si mostra 
qualche volta a nudo in patologia. 

Un'analogia semplice (senza solidarietà) è la midriasi che accompagna 
il coma in certe intossicazioni : qui si tratta d'un unico agente morboso 
che si localizza doppiamente. Quando invece osserviamo un maggior ri- 
goglio dell'attività vegetativa e peristaltica sotto l'influenza d'un esalta- 
mento psichico e vi è ragione di credere che l'agente morboso non si 
sia localizzato oltre al cervello, ci troviamo di fronte ad un caso ben 
chiaro di diffusione dinamica in senso armonico. Infine é un fatto clas- 
sico di diffusione dinamica, ma in senso antinomico, quello per cui il tono 
muscolare si esalta nel campo spinale appunto quando la funzionalità 
nervosa si deprime, per paralisi motorie, nel campo cerebrale. 

PATOLOGIA DELL'INNERVAZIONE CENTRIFUGA. 

l.° — LA CONDOTTA. 

La condotta dei pazzi si distingue per un gran numero di aberrazioni, 
positive e negative, che stanno in netto contrasto coi loro interessi e 
col loro carattere anteriore. Queste aberrazioni di condotta possono dipen- 
dere, a seconda dei casi, da tre ordini diversi di cause, cioè : 

1.° da errori morbosi delle rappresentazioni, 

2.° da disordini affettivi, 

3." da alterazioni intrinseche della volontà o degli istinti. 
Ma, in pratica, tutte le singolarità di condotta che provengono da allu- 
cinazioni, da deliri, da offuscamento della coscienza, non essendo che un 
corollario logico del disturbo intellettuale, rientrano nella patologia della 
ideazione (v. capitolo V). Similmente gli eccessi d'attività, d'inerzia, di 
disperazione che sono motivati da esaltamento, indifferenza o depressione 
del tono sentimentale rientrano nella patologia dei sentimenti tv. cap. VII). 
In conclusione, gli allucinati, i deliranti, i confusi, gli esaltati, gli apatici, 
gli avviliti agiscono come sentono, sentono come pensano, e pensano 
come parlano. I loro atti si capiscono e si prevedono facilmente dai loro 
discorsi, e non vi è Insogno di studiarli, separatamente dai motivi, come 
un sintomo d'importanza speciale. 

A questo modo la patologia della condotta viene a restringersi notevol- 
mente e si identifica con quella della volontà e degli istinti. Anzi, a ri- 

Tanzi, PHchiatiia. — 20. 



202 CAPITOLO Vili 



gore, la vera pazzia degli atti o impulsività non sussiste che quando, 
per un'anomalia misteriosa del meccanismo volitivo, vi è una palmare 
inconseguenza fra la condotta e le sue premesse subiettive, giuste o mor- 
bose che siano, questo poco importa. Le irregolarità delle manifestazioni 
istintive non dovrebbero figurare in questo capitolo, perchè non derivano 
quasi mai da incoerenza fra l'atto e il motivo. Al contrario, esse sono 
la conferma brillante o il primo segno rivelatore d'un pervertimento cir- 
coscritto, che risiede nell'affettività : più che un delirio degli atti, abbiamo 
dunque di fronte un delirio parziale degli affetti. Tuttavia bisogna che 
questa anomalia, appunto perchè è assai equivoca, si sia estrinsecata e 
documentata nell'azione prima che si possa determinarne con sicurezza 
l'esistenza e la misura ; e questa circostanza sposta i pervertimenti del- 
l'istinto dalla patologia dei motivi alla patologia della condotta. 

È probabile che gli impulsi propriamente detti prorompano ex abrupto 
dai centri motori in seguito a stimoli locali ed insoliti che vi sono o ca- 
sualmente portati da un agente morboso o fatalmente attirati da una le- 
sione preesistente. Tuttavia, per non urtare contro difficoltà irresolubili e 
forse bizantine, la psichiatria deve quasi sempre evitare di pronunziarsi 
sull'intima genesi psicologica d'un movimento od atteggiamento che tal- 
volta è un enigma anche per chi lo compie. Essa si arresta prudente- 
mente all'esteriorità del fenomeno, e in generale ascrive ad assurdità in- 
trinseca della condotta solo quei processi motori i quali, mentre per la 
loro complessità e per la compostezza del soggetto arieggerebbero gli 
atti volontari, non sono o non sembrano che reflessi d'origine organica a 
causa della loro inesplicabile frivolezza ed incongruenza. Queste false 
volizioni, che meritano per eccellenza il nome d'impulsi morbosi, hanno una 
analogia di meccanismo con le allucinazioni. Anche le allucinazioni in- 
sorgono in modo simile, cioè da irritazioni locali ed insolite che accen- 
dono nei centri relativi le immagini d'oggetti non presenti. 

La condotta dei pazzi che, senza queste distinzioni, offrirebbe lo spet- 
tacolo di aberrazioni innumerevoli e inclassificabili, può dunque studiarsi 
comodamente sotto due soli aspetti : da un lato nelle volizioni false o 
che sembrano false; dall'altro nelle manifestazioni (volitivamente regolari). 
d'istinti pervertiti che altrimenti rimarrebbero ignorati od incerti. 

Anomalie della volontà. 

11 fatalismo, l'immobilità, l'inazione totale, come si manifestano nello 
stupore, prendono il nome di abulia appunto perchè in questi casi è am- 
messo che vegli ancora la coscienza, e il contegno dei malati non è spie- 
gabile che con una paralisi della volontà. Di ciò talvolta rendono conto i 



I MOVIMENTI E LE ALTKE REAZIONI ESTERNE 203 

malati sstessi quando sono guariti o convalescenti. La malattia li lascia 
spettatori, spesso non indifferenti, di ciò che accade, ma li mette nell'im- 
possibilità di reagire in armonia con le circostanze. Quest'impossibilità si 
estende anche alle iniziative più elementari. 

I malati conservano per ore e giornate intere la stessa posizione, non 
rispondono a nessuna domanda, tollerano offese morali e fisiche e non 
desistono dagli atteggiamenti, ancorché incomodi o ridicoli, che vengono 
loro inflitti passivamente : catalessi. Qualche volta ogni azione è inibita, 
e i malati si sentono come incatenati senza saperne il perchè (Benom- 
menlteit) : eppure non sono incapaci di elaborare i motivi di un'azione, 
né di riconoscerne l'opportunità e l'urgenza. La coscienza di questo sog- 
giogamento morale genera sofferenze psichiche e talvolta paura o deliri. 

In altri casi d'abulia si vede più chiaramente come la volontà non sia 
altro che una risultante. La reazione volontaria manca, non v'è dubbio, 
per limitazione qualitativa e quantitativa della coscienza: le idee sono 
poche, stereotipate e non destano associazioni che fra di loro. Per quanto 
l'abulico cosciente percepisca e ricordi le scene reali o fantastiche a cui 
assiste, esso impegna prevalentemente la sua attenzione in un monoidei- 
smo spastico, sterile e oscuramente doloroso, che esercita una specie 
d'ostruzione sui processi associativi capaci di suggerire o determinare la 
reazione. Oppure avviene che la limitazione della coscienza penda di pre- 
ferenza dal lato dell'affettività, ed allora i malati, ancorché capiscano e 
pensino, si astengono dall'azione per mancanza d'interesse. Insomma il 
loro astensionismo indica o siccità d'idee o siccità di sentimenti. Dell'ane- 
stesia morale si ha la controprova nel fatto che molti pazzi affetti da abulia 
presentano anche analgesia e immobilità mimica: evidentemente la para- 
lisi colpisce anche i territori estranei al processo volitivo, e l'abulia non 
è che un caso particolare della torpidezza che ha rallentato od arrestato 
tutti i processi d'innervazione. 

Dal non volere alcuna cosa al volerne una sola, dall'abulia alla mono- 
bulia, la differenza sembra assai piccola, ma spesso è assai notevole. In- 
tanto, si possono intendere come espressione di monobulia due specie di 
stati psichici abbastanza diversi. Vi è una monobulia statica o continua, 
che consiste in una volizione permanente e signoreggiante che inibisce 
ed elimina ogni altro fenomeno mentale. E vi è una forma di monobulia 
dinamica o discontinua, che consiste nel ritorno ripetuto e rodente d'una 
identica tendenza volitiva: qualche volta questa tendenza finisce per tra- 
dursi in atto e costituisce, se non un impedimento assoluto, una minaccia 
sempre sospesa sulla produzione d'altri fenomeni volitivi e mentali. La mo- 
nobulia statica coincide con ciò che gli alienisti hanno descritto sotto il 
nome di catatonia ; la monobulia dinamica è la l'orma attiva e caratte- 
ristica dell'impulsività. 



204 



capitolo viii 



S'intende per catatonia la persistenza d'un malato (per lo più un de- 
mente giovanile, qualche volta un'isterica, in casi eccezionali un amente, 
un paralitico o un melancolicu) in un atteggiamento espressivo, statuario, 
irremovibile (flg. 41 e 42). Se si cerca di distogliere il catatonico dalla sua 
[iosa, di farlo scendere dal suo piedestallo ideale, s'incontra una resistenza 
straordinaria, ma per così dire marmorea, cioè senz' alcun supplemento di 

mimica passionale, né di ri- 
bellione intelligente. Se poi il 
malato si decide ad alimen- 
tarsi, a spogliarsi, a cambiar 
di posto, gli atti relativi si com- 
piono con incredibile lentezza 
e solennità, in maniera che 
la posa fondamentale non è 
quasi per nulla alterata. Gli 
atteggiamenti preferiti dai ca- 
tatonici sono quelli di predi- 
cazione, di minaccia, di pre- 
ghiera, d'estasi, di sospetto. 
Qualche volta il gesto è cor- 
roborato da un motto breve 
e invariabile. Un infelice stu- 
dente di medicina, che vegetò 
per lunghi anni nel mani- 
comio di Genova, pronun- 
ciava a denti stretti la parola 
condanno! e qualche volta 
aggiungeva porcaccioni ! 
Qualunque sia la sua forma, la catatonia è un sintomo assai ostinato. 
Kaiilbaum, che Io illustrò per il primo nel 1874, pretese di elevarlo alla 
dignità d'una psicosi a sé. Recentemente Kraepelin fece rivivere il con- 
cetto di Kahlbaum, servendosi della catatonia per creare una varietà 
della demenza precoce. A questo modo la catatonia non ha perduto la 
sua importanza : scomparsa come psicosi, essa ha acquistato un signifi- 
cato sempre più largo come sindrome, perchè abbraccia, oltre a quella 
descritta, anche altre manifestazioni motorie di eguale origine clinica. 

Fra le manifestazioni affini alla catatonia, e con lo stesso nome già 
proposto da Kahlbaum, primeggia il negativismo. Mentre la catatonia 
ordinaria è un atteggiamento plastico a tema fìsso, il negativismo è una 
serie di negazioni plastiche a tema variabile, ma non libero: il malato 
si atteggia ora in un modo, ora in un altro, ma sempre con pose esatta- 




Fi-. 41 



Paralitico progressivo in atteggiamento cala- 
tonico (l'ammalato si mantenne in questo stato per 
alcuni mesi di seguitol. 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 



205 



niente contrarie alle suggestioni delle persone e dell'ambiente. È un op- 
positore sistematico e paradossale, che non parla e non ragiona, ma re- 
siste energicamente ad ogni novità, anche contro il proprio interesse : re- 
spinge, chiudendo la bocca, il cibo che gli viene offerto, e tende avida- 
mente le mani a quello che gli vien ritolto; non si lascia né spogliare, 
né vestire ; torce la testa e lo sguardo se si fa appello alla sua atten- 
zione, ma ritorna alla con- 
templazione intensa se si 
crede solo o inosservato; 
talvolta ride o va in collera, 
ma giammai a proposito; im- 
mobile e attaccato al suo 
posto, malgrado il sole e le 
intemperie, l'abbandona, per 
quanto sia comodo, appena 
è incoraggiato a restare ; al - 
l'invito di coprirsi risponde 
denudandosi , ai primi ap- 
procci d'un esame clinico na- 
scondendo il capo fra le len- 
zuola (flg. 43). 

Tanto la catatonia come 
il negativismo si manifestano 
anche sotto forme attenuate : 
la catatonia con singolarità 
stravaganti ed abituali di 
gesti, d'incesso, di maniere, 
di linguaggio e di scrittura, 

che prendono il nome di movimenti sistematizzati, ecopraxia, eco/alia, 
neolalia, neografia ; il negativismo con ribellioni assurde, improvvise e 
poco frequenti, che costituiscono il sintomo patognomonico della de- 
menza precoce in tutte le sue varietà. 

Tutti questi sintomi hanno comune un carattere fondamentale. La nio- 
nobulia, o che incomba senza interruzione come nella catatonia classica 
o che imperversi a soffi discontinui come negli altri casi, è talmente mi- 
steriosa nelle sue cause, nel suo scopo e nel suo meccanismo, che perde 
quasi tutti i distintivi della volizione. Si stenta a concepire una volontà 
che non è al servizio né di previsioni, sia pure erronee, né di sentimenti, 
sia pure patologici; e il meglio che si può concludere di simili monobulie 
è ch'esse siano al massimo parabulie. La natura enigmatica del sintomo 
non gli toglie peri') valore pratico per la diagnosi differenziale. 




Fig. 42. — Catatonia : l'ammalato .sta sempre ritto, a 
piedi imiti, con le braccia stese e addossate al tronco, 
tiene la testa rigida e lo sguardo volto in basso; da 
molti anni non proferisce parola. 



206 



CAPITOLO Vili 



Infatti gli interini che soffrono di grande catatonia, e quelli che pre- 
sentano queste forme più o meno intermittenti di catatonia frusta, non 
mostrano né sgomento, né imbarazzo, uè meraviglia di fronte alla voli- 
zione eterogenea, a cui anzi si abbandonano con indifferenza e quasi con 
compiacenza. Qualche volta spiegano scherzosamente il proprio contegno, 
adducendo una scusa improvvisata, non vera e ancora più sciocca del- 
i l'atto catatonico : cosi un demente giovanile, richiesto perchè non cam- 
minasse, accampava come spiegazione la sua incertezza se doveva comin- 
ciare il primo passo con la gamba destra o con la sinistra. Questa pas- 




Fig. 43. 



Demenza precoce : negativismo catatonico e pseudo-contrattola. L'ammalata grilla 
e resiste ogniqualvolta si tenti di modificare il suo atteggiamento. 



sività demenziale crea un abisso fra le monobulie catatoniche e le mono- 
bulie ossessive che incontreremo, con caratteri ben diversi, in malati di 
1 tutt'altra specie. 

I più comuni fra i movimenti sistematizzati sono quelli d'inginocchiarsi, 
di camminare in punta di piedi, di ripetere intempestivamente (anche da- 
vanti ad oggetti inanimati) il saluto militare, di proferire una frase ste- 
reotipata e insignificante (per esempio «dammi una lira per comprare un 
cavallo! »), d'adottare una variante incongrua e ridicola nel proprio ve- 
stiario, di passeggiare con brevi e ostinati andirivieni sempre nello stesso 
sentiero, di evitare certe linee del lastricato, di raccogliere sassi, pagliuzze 
e persino sterco, ma senza alcun criterio di collezionismo. Qualche volta 
il movimento sistematizzato è un residuo mnemonico dell'attività profes- 
sionale : un bracciante caduto in demenza traumatica per lo scoppio d'una 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 207 

mina atteggiava le gambe e moveva le braccia come se vangasse, e se- 
guitò cos'i per dieci anni. Questi movimenti passano anche sotto la qualifica 
A' incoercibili o di coatti; ma in realtà essi sono così spontanei, facili ed 
esenti da angoscie subiettive, che è meglio riservare la denominazione in 
parola alle monobulie ben diverse che descriveremo come un sintomo 
della nevrastenia. I farmachi sedativi, che sono così efficaci nel reprimere 
gli atti di furore ed anche nel trattenere i malati dalle reazioni ossessive 
non esercitano alcuna influenza sui movimenti sistematizzati. I movimenti 
sistematizzati si svolgono sotto la soglia della coscienza, nel dominio del- 
l'automatismo ; perciò sono più resistenti alle azioni terapeutiche e non 
subiscono la suggestione imperativa. 

L'ecopraxia è un caso particolare di sistematismo motorio e consiste 
nella contraffazione o ripetizione speculare dei gesti altrui. Questa ug- 
giosa ripetizione può estendersi ad ogni sorta di atti o limitarsi alle altrui 
parole : ecolalia. In quest'ultimo caso vi è da distinguere l'ecolalia lette- 
rale e l'ecolalia per approssimazione, che permette ai malati di esprimere 
bene o male qualche idea originale, copiando solo in parte le frasi che 
ascoltano. La neolalia e la neogra/ìa non sono poi che deformazioni siste- 
matiche del linguaggio e della scrittura ordinarie, donde scaturisce un 
gergo con terminazioni e interpolazioni che rammentano certi giuochi 
d'infanzia. Questi gerghi individuali e più o meno comprensibili, che i 
malati si ostinano a parlare ed a scrivere in ogni occasione e spesso per 
tutta la vita come se fossero d'uso universale e senza curarsi d'esser ca- 
piti, sono un sintomo tra i più sicuri della demenza precoce. 

Nei dementi precoci, qualunque sia la varietà clinica a cui apparten- 
gono, l'assurdità del contegno riverbera un'ombra di catatonia anche 
all'infuori della varietà catatonica. L'assurdità del contegno risulta ap- 
punto dalla disarmonia fra ciò che i malati pensano e sentono interna- 
mente e ciò ch'essi fanno e vogliono effettivamente. 

Un contegno spensierato, iracondo, irragionevole è morboso, ma non 
assurdo, se la coscienza dell'infermo è travagliata da convinzioni sba- 
gliate, da passioni insolite o da disordine generale. Ma i dementi precoci 
commettono stravaganze a sangue freddo senz'alcun fine, né serio né fri- 
volo, né remoto né vicino. Queste stravaganze assumono più che mai il 
carattere della parabulia catatonica, perchè i malati che le mandano ad 
effetto godono l'ordinaria lucidità di coscienza e il pieno equilibrio dei 
sentimenti : narrano cose incredibili senza convinzione, senza rossore per 
le contradizioni in cui cadono e senz'alcuna speranza o interesse di farle 
credere ; esplodono all'improvviso in atti violenti senz'odio né collera ; 
qualche volta cominciano un tentativo di suicidio da cui desistono senza 
mutar d'umore ; ricusano comodità e divertimenti senz'essere mossi né 



208 CAPITOLO Vili 



da scrupoli, né dal desiderio d'impressionare ; e non tengono in alcun 
pregio né l'interesse proprio, ne l'opinione altrui. Il loro contegno, volon- 
tario nell'apparenza, è la negazione della volontà nella sostanza, perchè è 
contrario a ciò che gli economisti chiamano il principio de\V edonismo e 
che consiste nella ricerca costante del massimo bene o, alla peggio, del 
minor male. 

È probabile che questo disorientamento della condotta e degli atti de- 
rivi dall'inaridirsi dei sentimenti, sorgente e ragione d'ogni iniziativa nor- 
male. Per l'opposizione perenne in cui si trovano, più che con gli altri, 
con sé stessi, i dementi precoci sono negativisti tipici, e l'assurdità delle 
azioni ricade pienamente nella catatonia. La catatonia, il negativismo ei 
movimenti sistematizzati nelle loro varie forme non sono che casi specia- 
lizzati del fenomeno che abbiamo indicato come assurdità degli atti. 

Dalle monobulie e parabulie catatoniche si passa in ben altro campo 
con le monobulie ossessive. Quantunque le monobulie ossessive s'arrestino 
il più delle volte allo stato di semplice tendenza, la coscienza sempre lu- 
cida di questi malati non lascia alcun dubbio sulle condizioni della loro 
volontà. Si tratta certamente di volizioni morbose, ma che, a differenza 
dagli impulsi ciechi della catatonia, sono elaborate e combattute quanto 
e più di certe volizioni normali. L'origine morbosa di queste vere osses- 
sioni risulta dalla circostanza caratteristica che il malato si sente invaso 
e dominato da una volontà estranea alla sua personalità psichica ; e ne 
prova molestia, dispiacere, orrore, spavento o disperazione, secondo il 
contenuto rappresentativo dell'ossessione. 

Queste monobulie ossessive nascono dalla nevrastenia, costituzionale ed 
acuta, dalla melancolia, dall' isterismo, insomma dalle psicosi lucide : na- 
scono allo stato di semplice rappresentazione ; passano nel novero delle 
ossessioni dolorose appena acquistano, pel loro ripetersi, una tenacia in- 
coercibile ; e si differenziano dalle ossessioni comuni solo perché, in luogo 
di riferirsi ad un argomento astratto, raffigurano un'azione, di cui l'os- 
sessionato è spinto — per continuità logica — a farsi il protagonista. Per 
questa stessa continuità accade anche (di rado) che la tensione si trasformi 
effettivamente in volizione compiuta. 

Un medico di 37 anni, che ha sofferto a 27 di nevrastenia grave con 
insonnia e fobie, è ripreso da un nuovo attacco : esagerazione dei reflessi 
patella ri, tremito delle palpebre ad occhi chiusi, debolezza sessuale, anemia, 
stipsi, paura d'impazzire. A questi sintomi s'aggiunge di quando in quando, 
più terribile di tutti, l'impulso ad uccidere la propria bambina, primo ed 
unico frutto d'un matrimonio recente e felice. « L'idea » mi scrive di- 
speratamente il malato <. attraversa il mio cervello all'improvviso come un 
ferro rovente; la sento arrivare, la vedo ingigantire; essa mi fa correre 
nella camera della piccina e mi spinge a commettere... quello che non 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 209 

voglio. Prendo in collo la mia bimba e sarei per gettarla dalle scale o 
dalla finestra, secondo il luogo in cui mi trovo. Finora con uno sforzo su- 
premo e insperato sono riuscito a vincermi, a stringere fra le mie braccia 
l'adorata creatura ed a baciarla come per chiederle perdono di quel che 
provo. Nessuno ha letto nel mio aspetto l'orrore che m'invade. Sembro 
un uomo normale e forse non lo sono. C'è dunque una frontiera che mi 
divide dalla pazzia o l'ho già varcata? ». 

Le monobulie ossessive sono dunque l'esempio patologico dell'esitazione 
concentrata sopra un singolo atto volitivo, la cui rappresentazione si ri- 
pete in forma incoercibile ; e a questa esitazione fiera si addice il verso 
robusto di Dante: 

Il sì e il no nel capo mi tenzona. 

Ma dallo stesso terreno della nevrastenia e della melancolia germo- 
gliano assai più spesso le manifestazioni molteplici d'una perplessità dif- 
fusa, ossia della diabulia. I malati sono ondeggianti per una penosa inde- 
terminatezza dei loro giudizi e dei loro desideri, che li trattiene da qua- 
lunque volizione completa anche di fronte alle pratiche volgari e innu- 
merevoli della vita quotidiana; ed anche a questa indecisione meschina 
si attaglia il verso pittoresco d'un altro poeta, Francesco Petrarca: 

Né il sì, né il no nel cor mi suona intero. 

La disbulia porta l'elemento della tristezza nel quadro della nevrastenia 
e lo accresce in quello, già soprasaturo, della melancolia. Dal contegno 
di questi malati e dalle loro parole è facile misurare il profondo smarri- 
mento in cui si trovano, malgrado la futilità delle esitazioni sempre nuove 
che ne sono la causa. 

11 nevrastenico disbulico è un volubile a contradizioni simultanee : vor- 
rebbe nello stesso tempo riposare e strapazzarsi, nutrirsi e digiunare, 
partire e restare. 11 suo più vivo desiderio è quello di consultare il me- 
dico, ma la decisione è rimandata di giorno in giorno con motivazioni 
tanto frivole, che sembrano pretesti. 

Il melaneoUeo che soffra per giunta di disbulia, il che è molto frequente, 
incontra ad ogni passo un bivio doloroso che lo arresta. Ricoverato al 
manicomio, soffre egualmente di scrivere ai suoi cari e di lasciarli senza 
notizie, di eseguire un consiglio che gli pare troppo benevolo e di 
trasgredirlo contro i dettami d'umiltà che si è imposto; d'alzarsi e di 
coricarsi, di parlare e di tacere, di vivere e di morire. L'immagine d'un 
atto qualunque suscita nella mente stanca e dolorabile di questi malati il 
fantasma dell'atto contrario : è una specie di negativismo rappresenta- 
tivo, che non si deve confondere con l'opposizione illogica ed automatica 

Tan/.i, Psichiatria. — 27. 



210 CAPITOLO Vili 



dei negativisti propriamente detti. I melancolici sono soggetti ad una 
serie di dilemmi affannosi (delirio di negazione di Cotard, più rettamente 
dubbiò)', la soluzione ordinaria è l'inerzia con angoscia. I catatonici, in- 
vece, si fanno esecutori intransigenti d'un impulso che non discutono o 
che forse non capiscono. La volontà dei melancolici si sdoppia in due 
tendenze contrarie e di egual forza che la rendono del pari impotente 
all'affermazione come alla negazione ; la volontà dei negativisti catatonici 
è snaturata in una negazione cieca e perenne, che, mancando quasi com- 
pletamente di carattere volitivo e intellettuale, denota uno sciopero in 
massa delle idee. 

Anomalie degli istinti. 

Nella condotta dei pazzi e dei pervertiti si trovano le sole prove vera- 
mente sicure del disordine che presiede ai loro istinti. Le tendenze utili 
ed ereditarie che formano il patrimonio della specie umana subiscono pro- 
fonde alterazioni per deficienze, eccessi e pervertimenti parziali o totali. 

A) Conservazione individuale. — La conservazione dell'individuo è rac- 
comandata ad una serie d'istinti, fra cui primeggia come il più fonda- 
mentale ed immediato quello d' attaccamento alla vita, che Schopenhauer 
pretendeva d'innalzare metafisicamente a principio esplicativo dell'universo 
e che Zola ha dipinto con giuste proporzioni psicologiche e con colori 
incantevoli nel più bello dei suoi romanzi, la Joie de vivre. La povertà 
della nostra immaginazione ci permette di rappresentarci la morte con 
un certo stoicismo finché essa apparisce lontana ; ma lo stoicismo scom- 
pare o si svigorisce di fronte all'imminenza del pericolo, come si vede 
nelle epidemie, nei naufragi, nei grandi incendi, che spingono gli individui 
e le folle ad un furore talvolta bestiale di autoconservazione, soffocando 
ogni riguardo altruistico. 

Fra i pazzi e i degenerati l'attaccamento alla vita persiste quasi sempre 
intensissimo. 11 paralitico, ridotto all'ultima miseria fisica e morale, mo- 
stra una compiacenza singolare di trovarsi a questo mondo, e spenderebbe 
tutta la poca energia che possiede per difendere la propria esistenza, se 
la credesse minacciata. Lo stesso avviene in quei fanatici della vita che 
sono gli ipocondriaci e molti fra i dementi senili. Ma non manca, ed è 
certo più caratteristico, il caso contrario. Non parlo dei melancolici che 
si uccidono per sottrarsi a sofferenze insopportabili, e nemmeno di quei 
nevrastenici che preferiscono il suicidio alla paura tormentosa, continua 
ed incoercibile di morire (tanatofobia), perchè questi malati cedono ad un 
movimento ragionevole di disperazione che, sotto l'incubo d'una grande 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 211 

sventura, può prodursi analogamente anche fra i normali. Parlo invece 
di quegli anomali lucidi (nevrastenici?) che si privano della vita in un 
momento d'impulsività improvvisa senza un motivo adeguato : per una 
minima contrarietà, per puntiglio, per una scommessa, per la suggestione 
d'un luogo, di un'arma, d'una tradizione famigliare. Qualche volta si tratta 
di coppie amorose, ma senza reciprocità di passione, di ragazzi fra i 5 e 
i 10 anni, o di famiglie in cui si contano due, tre e fin sette casi di sui- 
cidio per imitazione (Maccabruni), talvolta nelle identiche circostanze, 
con la stessa rivoltella, allo scadere d'un anniversario o d'una data pre- 
stabilita. 

Intorno a questo istinto fondamentale di attaccamento alla vita ne fio- 
riscono altri, accessori, che servono non tanto a difenderla direttamente 
quanto a renderla più piena e gagliarda, perchè assicurano all'individuo 
l'integrità fisica, l'alimentazione, la proprietà di ciò che si è meritamente 
procacciato, la nettezza del corpo e l'indipendenza sessuale. Tutti questi 
istinti complementari sono esposti ad esorbitanze, ad avarie ed a perver- 
timenti che accompagnano in generale le forme di pazzia più gravi. 

Contro l'istinto d&W integrità corporale agiscono quei malati, per lo più 
incoscienti, che incoraggiati da uno stato di analgesia praticano sopra sé 
stessi mutilazioni del tutto prive di scopo, cruente e più o meno pericolose, 
come l'estirpazione di denti, l'amputazione dei genitali o delle dita, l'enu- 
cleazione degli occhi, la bruciatura della pelle per mezzo di sigari accesi. 
In alcuni casi di profonda melancolia l'istinto dell'integrità corporale, peggio 
che sospeso, è addirittura invertito : i malati, prescindendo da ogni netto 
proposito di suicidio e di espiazione, si abbandonano ad atti d'impulsività 
nverosimile che sembrano muovere da un sentimento paradosso di 
a/ijofilia. Tra affigliati a corporazioni chiuse, coercitive o segrete, marinai, 
soldati, corrigendi, carcerati, delinquenti abituali, prostitute e loro paras- 
siti, è comune il tatuaggio. Questo sacrifizio, per quanto piccolo, dell'in- 
tegrità cutanea in omaggio ad un simbolismo grossolano e spesso turpe, 
non è possibile che nelle collettività di tipo inferiore, e costituisce un'affer- 
mazione artistica di quella solidarietà primitiva e poco simpatica che è il 
cosi detto spirito di corpo. Il tatuaggio è indizio di rozzezza congenita od 
acquisita, o dell'una e dell'altra insieme. 

L'istinto dell'alimentazione è spesso violato dai pazzi, che presentano si- 
tofobia, coprolalia, pica, bulimia. Il rifiuto del cibo o sitofobia talvolta non 
è che un mezzo di suicidio, oppure è inspirato dal timore del veneficio ; 
ma spesso, in malati incoscienti, è l'espressione automatica di un'altera- 
zione cenestetica, legata quasi sempre all'innervazione dello stomaco, 
sede vera ed unica della fame (la così detta fame organica o dei tessuti, 
come sensazione subiettiva, è una chimera). Anche le isteriche soffrono 
di periodiche inappetenze che possono giungere alla sitofobia. 



212 capitolo mi 



La coprofagia è per certi dementi paranoidi una specie di rito re- 
ligioso. Gli idioti e i dementi mangiano anche paglia, capelli, tabacco 
per ageusia. 

Quanto ai pervertimenti del gusto che si osservano in forma transitoria 
fra gli adolescenti e fra le isteriche e che spingono queste persone a ci- 
barsi di cenere, terra, sale, aceto, ecc., essi non rispondono a bisogni 
insoliti e latenti d'un organismo chimicamente imperfetto, ma sono aber- 
razioni prive di qualsiasi finalità biologica (disgeusia). 

La fame insaziabile o bulimia è un sintomo compromettente ed assai 
comune fra i paralitici come pure fra gli idioti, che spesso per la loro 
ingordigia soccombono a soffocazione o ad intossicazioni secondarie. Lo 
stesso pericolo minaccia anche molti epilettici nei periodici risvegli di vo- 
racità a cui vanno soggetti. 

V istinto della proprietà, che è dei più antichi e che non si spegne, ma 
si nobilita nel passare dalla forma storica della conquista e dell7«s abu- 
tendi all'aspirazione verso altre forme più evolute e meglio subordinate 
all'interesse collettivo, rappresenta l'aspetto preventivo dell'istinto d'auto- 
conservazione, perchè stimola l'individuo a procurarsi, a garantirsi, ad 
accrescersi i mezzi d'esistenza e di godimento per l'avvenire. Nei dege- 
nerati, negli avari e nei gelosi spesso questo istinto è senza freno, e di- 
venta coi suoi eccessi la causa predisponente di deliri; in altre parole è 
il segno d'una eostitusiorie paranoica. 

Il prodotto clinicamente più singolare dell'esagerazione a cui va in- 
contro l'istinto della proprietà, sempre assai prepotente, è il cosi detto 
delirio dei querelanti. I querelanti o processomani, malgrado una discreta 
intelligenza ed una completa lucidità, sono talmente infatuati e privi di 
moderazione nel giudizio sui propri interessi, che si rendono inetti a rico- 
noscere le limitazioni imposte dagli interessi degli altri e dalle disposi- 
zioni tassative delle leggi; e interpretando il codice in piena buona fede, 
ma con ogni sorta di cavilli, s'ingolfano in liti rovinose e senza fine. 

Questo delirio, che costituisce una varietà della paranoia, decorre per 
anni allo stato latente ; ma col tempo il suo carattere progressivo spinge 
i malati a manifestazioni litigiose che, per quanto rasentino ancora la 
legge e la logica, non lasciano più alcun dubbio sulla loro origine mor- 
bosa. Querelanti frusti o d'occasione si trovano, anche fuori dalla para- 
noia, fra i maniaci, specialmente nelle forme periodiche ; ma il rapido 
svanire e le ripetute interruzioni della mania impediscono al delirio di 
svilupparsi attraverso alle lente fasi della procedura giudiziaria. 

L'istinto della proprietà si afferma bizzarramente nel collezionismo (Ma- 
gazzini). I collezionisti raccolgono cenci, fili, sassi, pezzi di vetro o di 
carta, ed altri oggetti privi d'utilità e di significato ; se ne riempiono le 



I MOVIMENTI E LE ALTEE REAZIONI ESTERNE 213 

tasche, la camicia e le materasse ; consumano in quest'unica occupa- 
zione tutte le ore disponibili della giornata; difendono con accanimento 
da ogni manomissione il loro tesoro, o invece lo lasciano disperdere sen- 
z'amarezza, rimettendosi all'opera da capo ; e in ogni modo dimostrano 
con questo sintomo l'estremo grado d'un abbrutimento irrimediabile. In- 
fatti è ammesso che tutti i pazzi raccoglitori, cioè tanto i veri o specia- 
lizzati o monocollezionisti, come anche (e più) i falsi od eclettici o policol- 
lezionisti, non si reclutano che nelle due classi degli idioti e dei dementi, 
primi fra i quali i paralitici. Questa manifestazione involutiva d'avarizia 
insensata spunta ad un tratto senz'alcun precedente ed è un sintomo fra 
i più tenaci della paralisi all'ultimo stadio. 

Nei paralitici è però più frequente il sintomo opposto, la prodigalità. 
Sono spesso assai prodighi anche i maniaci e in particolare coloro che 
vanno soggetti ad accessi di mania periodica. La prodigalità non è in 
antagonismo con l'istinto della proprietà, anzi lo conferma, perchè in 
fondo non ne è che l'esercizio abusivo ed ottimistico. 

L'esercizio e la concezione pessimistica della proprietà si osservano in- 
vece, come un sintomo dei più caratteristici, nei melancolici che si cre- 
dono rovinati, ridotti alla mendicità, prossimi a morire di fame, e che 
perciò si astengono da qualunque spesa, respingendo, per paura di pa- 
garli, anche i farmaci e i cibi gratuiti dell'ospedale. 11 delirio di povertà 
non è che un caso particolare della micromania melancolica e sparisce 
al dissiparsi dell'accesso depressivo. 

All'istinto della proprietà si deve addebitare, almeno in parte, anche il 
delirio di gelosia, cioè il sospetto ingiustificato, assurdo, ossessivo sulla 
fedeltà del coniuge. Questo sospetto si trasforma quasi sempre in certezza 
paranoica, e deriva non tanto da esclusivismo amoroso, quanto da un 
concetto autoritario di possesso giuridico sulla donna, analogo e storica- 
mente coevo alla patria potestas. E infatti, se pare difficile che nascano 
deliri da un esagerato sentimento dell'autorità paterna, che è raddolcita 
dall'affetto (di rado mancante) verso i figli, non va dimenticato che nei 
vecchi, appena scompare l'affettività, si osservano per lo meno i germi 
assai chiari d'un delirio autoritario che stenta a sistematizzarsi solo per 
difetto d'attività e di coerenza intellettuale, ma che è fatto di invidie, di 
vanità e di diffidenze, come il delirio di gelosia. 

Vistinto della nettezza corporale dà luogo, esagerandosi come avviene 
quasi esclusivamente nei nevrastenici, alla misofobia o rupo/òbia, che è 
una delle più frequenti tra le forme d'ossessione e trascina i malati a 
lavarsi centinaia di volte in una giornata. In una famiglia composta di 
due vecchie ragazze rachitiche e d'un fratello pure rachitico ho osser- 
vato la misofobia allo stato d'infermità cronica e comunicata per sugge- 



211 CAPITOLO Vili 



stione reciproca. Nei casi più gravi d'amenza, nel delirium tremens e 
negli episodi confusionali della paralisi progressiva i malati diventano 
invece imbrattatori attiri (Schmierer), e spalmano del proprio sterco i 
mobili e le pareti. Un'affermazione così cinica di sudiceria non è possi- 
bile che fra pazzi incoscienti o semicoscienti ; fra i pazzi relativamente lu- 
cidi, i soli che possano abbandonarvisi con discriminazione sono i de- 
menti precoci. 

11 pudore, moderando l'istinto di riproduzione, viene in soccorso alla 
previdenza e contribuisce a rendere più ponderata la scelta sessuale. A 
questo modo gli interessi e l'indipendenza dell'individuo non sono total- 
mente sacrificati alla continuità della specie. Un eccesso di pudore con- 
duce ad uno stato di temporanea o perpetua impotenza, o per lo meno 
ad una straordinaria frigidità, non pochi malati fra i più lucidi ed iper- 
critici, come sarebbero i nevrastenici, i paranoici con delirio mistico ed 
umanitario, ed anche quei degenerati superiori che, senza questo freno 
salutare, sarebbero spinti ad atti di pervertimento sessuale. Al contrario, 
il pudore manca o si eclissa nelle psicopatie caratterizzate da profonda 
deficienza intellettuale. Gli idioti e i cretini, che nella massima parte dei 
casi sono sessualmente invalidi ed innocui, possono, data l'eventualità 
d'eccezione, commettere stupri e incesti o masturbarsi in pubblico. I pa- 
ralitici progressivi, gli alcoolisti, i dementi senili arrivano ben difficilmente 
a questo segno. Piuttosto, siccome in essi s'indebolisce quasi sempre 
la validità sessuale, le manifestazioni della loro impudicizia si limitano a 
discorsi scurrili e tentativi incompleti di seduzione su minorenni, o ad 
atti d'oscenità senza discernimento, né ritegno, come V esibizionismo, che 
è l'esposizione ingenua e corani populo degli organi genitali. 

B) Conservazione della specie. — L'istinto genetico, in quanto soddisfa 
una forma di sensibilità, non è che l'espressione d'un bisogno individuale; 
ma il suo effetto più importante è quello d'aggiogare gli individui ad un 
interesse astratto, perchè li spinge a promuovere, senza pensarvi, la con- 
tinuità della specie. I progressi dell'intelligenza umana hanno trasfigurato 
anche l'amore, conferendogli un carattere spirituale che modera e dissi- 
mula la sua brutalità, ma che non attenua la sua efficacia. 

La psicologia dell'amore comprende due quesiti assai simili: il mecca- 
nismo dell' episodio passionale e la formazione graduale dell' indole 
amorosa. 

Dalle prime impressioni erotiche, dalle loro rimembranze abbellite e 
dalle chiose estetiche, che ogni essere umano accumula, accarezza e coor- 
dina nell'archivio segreto della propria coscienza, nasce un orgasmo cre- 
scente che, per una serie di sofismi sentimentali, si risolve in un'auto- 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 215 

suggestione imperiosa, prerisa e più o meno continua. Questo processo 
di saturazione erotica si compie a preferenza in nome d'un idolo vivente, 
che l'innamorato prende a simbolo della felicità sessuale ed a cui dedica 
il tributo d'un culto ardente, particolare ed esclusivo : colei che sola a me 
par donna, dice Petrarca. 

Ma anche quando l'infatuazione specifica è svanita e l'idolo è caduto, 
rimane quasi sempre sotto le ceneri della passione spenta un reliquato 
mnemonico che influisce durevolmente sugli amori successivi : muta l'i- 
dolo, ma non il culto. Per un processo involontario d'astrazione, pochi 
requisiti somatici, che si riattaccano all'attimo fuggito e idealizzato d'un 
lungo passato sensuale, e che si vorrebbero raggiungere in una nuova 
realizzazione per rinnovare la voluttà di quell'attimo, vengono assunti 
come emblemi della perfezione sessuale e quindi come punto di mira alle 
aspirazioni amorose. A questo modo, cioè in gran parte per caso, pren- 
dono consistenza le innumerevoli idiosincrasie, che fanno divergere l'ero- 
tismo dei singoli individui verso ideali distinti, e che determinano la va- 
rietà delle indoli amorose. 

L'ideologia erotica della specie umana è dunque polisistematica ; ma 
l'ideologia erotica di ciascun individuo tende a divenire monosistematica. 
Si deve alla pluralità capricciosa dei sistemi se è possibile fra gli uomini 
una certa perequazione delle fortune amorose, perchè i desideri degli in- 
namorati, invece di rassomigliarsi e di convergere, come parrebbe natu- 
rale ed inevitabile, sopra i pochi campioni riconosciuti della grazia mu- 
liebre e del valore virile, hanno modo di sfogarsi in varie direzioni e senza 
rimpianti sul gregge numeroso dei mediocri. Si deve poi alle singolarità 
individuali del simbolismo erotico se i più degli amanti, in luogo di pro- 
fessare l'eclettismo amoroso, vagheggiano un ideale più o meno invaria- 
bile, che favorisce la stabilità dei rapporti coniugali. Così la collettività 
umana esercita e subisce la legge della selezione sessuale da un lato con 
una varietà di gusti che aumenta i fattori della sua fecondità, dall'altro 
con una determinatezza di propositi che preserva dalla dispersione. 

Ma questo stato di cose, insieme ai vari vantaggi (e fors'anche ai danni) 
che presenta dal punto di vista sociale, racchiude il germe di gravi pe- 
ricoli per l'individuo isolato. Lo scopo biologico dell'amore è spesso com- 
pletamente travisato : nei meandri del pensiero amoroso l'estro genetico 
può smarrire con grande facilità la sua orientazione naturale ed asso- 
ciarsi ad un ideale sterile o compromettente. Di qui hanno origine i per- 
vertimenti sessuali. 

L'eccesso dell'astrazione simbolica è già una forma di traviamento, 
perchè restringe all'estremo il campo della scelta sessuale. I simbolisti 
ad oltranza (Binet li chiama benissimo feticisti) s'invaghiscono sistema- 



216 CAPITOLO Vili 



ticamente non d'una bella persona o d'un bel viso, ma d'un piccolo piede 
o d'una mano bianca o d'una lunga treccia o d'un seno abbondante o 
d'una bocca carnosa. Nel loro particolarismo intransigente non vanno in 
traccia che di questo requisito parziale : sprovvista o povera del requi- 
sito prediletto, disprezzano la bellezza più completa e più squisita ; ricca 
di quell'unico pregio ben discutibile, adorano qualunque carcassa. 

Tutti i pervertiti sono parti colar isti ; ma, tranne nel caso precedente, 
all'eccesso del feticismo si mescola sempre anche l'aberrazione. Qualche 
volta la fantasia erotica, peggio che arenarsi ad una immagine circo- 
scritta, ma viva e palpitante del corpo umano, procede ancora d'un passo 
nell'astrazione per fissarsi sopra un oggetto correlativo e inanimato, come 
uno stivaletto da donna, purché lucido ed elegante, un guanto profumati! 
con molti bottoni, un corsetto attillato, un paio di mutande con trine. E 
se non esiste o non è accessibile l'essere umano che lo possieda e lo 
indossi nel modo sognato, il feticista insatirito finisce spesso per soddisfarsi 
sul simbolo isolato e vuoto: una calzoleria, un magazzino di mode, un 
armadio di biancheria, acquistano ai suoi occhi il valore d'un harem. 

In altri casi l'orgasmo venereo è risvegliato da contatti o da immagini 
di contatti che non hanno un rapporto diretto e neppur dimostrabile con 
l'atto sessuale. Si chiamano masochisti i pervertiti che raggiungono 
la massima voluttà sentendosi percossi o imbrattati di sputi, d'orina, di 
sterco per opera del coniuge : forse il masochismo è un derivato patolo- 
gico dell'umiltà o della confidenza reciproca, che anche nei normali non 
•è priva d'una speciale attività erogena. I sadisti, al contrario, hanno 
bisogno di esercitare la violenza, minacciando, picchiando, talvolta ucci- 
dendo o sfogando la propria libidine nei visceri squarciati della vittima, 
■e forse non rappresentano che la degenerazione mostruosa dell'amore be- 
stiale. 

La forma più frequente e più celebre d'aberrazione erotica è l'omoses- 
sualità o controre Sexualempfindung o inversione delle tendenze sessuali, 
che consiste in una deviazione degli ideali amorosi sul sesso a cui ap- 
partiene il malato, e che prende rispettivamente il nome di amor greco 
nei maschi, di amore lesbico o saffico nelle donne. Le difficoltà che devono 
superare gli invertiti per trovare chi li contraccambi, e le lotte che de- 
vono sostenere con sé stessi per resistere alla passione funesta, aggra- 
vano questa forma di pervertimento, come del resto tutte le altre, fino 
al grado di un'ossessione. 

L'aberrazione omosessuale è di due gradi. Sulle prime il maschio in- 
vertito non cerca il simbolo della voluttà nella donna perchè l'ha già 
trovato nell'adolescente del proprio sesso; la fanciulla invertita non si 
compiace delle carezze maschili perchè trova più confacenti alla sua ti- 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERSE 217 



nudezza quelle di un'altra donna. Finché l'anomalia rimane fra questi 
limiti, non si tratta veramente che di un'omosessualità a mezzo: le di- 
sposizioni psichiche dei due sessi non sono ancora smentite, perchè il 
maschio non si dimostra meno aggressivo, né la femmina meno remis- 
siva che d'ordinario. Un simile stato di cose si produce facilmente dove 
ha vigore lo sciocco sistema della clausura, ma non è irrevocabile, anzi 
sparisce di regola al primo soffio di vita promiscua e senza pastoie. Tut- 
tavia si danno casi in cui, per la doppia combinazione d'una sensualità 
precoce e d'una fantasia esuberante, le prime immagini erotiche allo stato 
nascente, ancorché inspirate ad un ideale obliquo, restano subito circon- 
fuse di un'aureola cosi sfolgorante, che sfidano qualunque contraltare fi- 
siologico. 

L'omosessualità compie la sua rotazione intera da un sesso all'altro 
quando il maschio invertito, ma fino allora attivo, fa della passività la 
sua unica bandiera e diventa un cinedo, un pederasta passivo con tutti 
gli istinti della donna; o quando la donna omosessuale, ma fino allora 
passiva, adotta la tattica maschile e fa la corte alle donne con tutti i 
propositi del maschio. D'audacia in audacia, di sofisma in sofisma, d'os- 
sessione in ossessione, l'invertito cerca di trasferire negli altri l'orgasmo 
particolare che vorrebbe provare egli stesso, sia perchè dalla viva rap- 
presentazione dell'altrui voluttà ritrae più acuti piaceri che dalla realtà 
della propria, sia perchè con questo scambio delle parti amorose gli riesce 
più facile di trovarsi un complice. 

Fra gli omosessuali vi sono psicopatici di varia origine: nevrastenici 
costituzionali, paranoici, degenerati superiori nel pieno vigore dell'in- 
gegno, ed anche degenerati inferiori a livello degli imbecilli. Tutta questa 
gente si può dividere in due classi: invertiti militanti e invertiti idealisti. 

La figura del sodomita di mestiere, con la faccia imbellettata, i capelli 
lunghi, i fianchi oscillanti, il passo breve e il vestiario effeminato, non 
rappresenta sempre il colmo dell'omosessualità, perché più spesso è in- 
dizio d'imbecillità morale e intellettuale cinicamente sfruttate. 11 tipo 
dell'invertito passionale, e più ancora quello del semi-invertito, che na- 
sconde le proprie tendenze e le reprime o che attende con trepidazione 
l'ignoto compagno su cui potrà soddisfarle senza pericolo e senza ver- 
gogna, indovinandone l'annuenza da uno sguardo o da un improvviso 
rossore, si ritrova di preferenza fra gli uomini raffinati, come un effetto 
delle abitudini sedentarie : nel cinquecento ne furono più specialmente 
incolpati gli eruditi, nell'epoca attuale i superuomini, e in ogni tempo i 
frati. Non è raro il caso di pervertiti idealisti (e sono principalmente 
quelli di primo grado) che immolano la loro chimera erotica ai riguardi 
sociali od agli scrupoli di coscienza, e che, se non riescono a correggersi, 

Tanzi, Psichiatri:. — 28. 



218 CAPITOLO Vili 



sanno almeno imporsi un'austera castità per tutta la vita, causa ed ef- 
letto, insieme, di crisi nerr asteniche. Queste crisi, di cui il medico non 
fatica a discernere il significato segreto, sono il solo fenomeno rivelatore 
di un'anomalia che seguita a rimanere ignorata da tutti gli altri. 

Possono prodursi pervertimenti d'ogni sorta anche in persone che erano 
solite ad un esercizio perfettamente normale delle funzioni sessuali. Ciò 
avviene neU'alcoolìsmo cronico ed acuto, nella paralisi progressiva e nella 
demenza senile, come conseguenza di intossicazioni che agiscono sul cer- 
vello in doppio modo, cioè da un lato irritando la sensibilità genetica, 
dall'altro paralizzando la personalità psichica e quindi i freni inibitori 
che prendono l'aspetto del pudore, del ritegno estetico, della coerenza 
morale. Simili casi, del resto frequenti, non hanno nulla di comune coi 
pervertimenti d'origine infantile: piuttosto che come un marchio della 
costituzione psichica, sono da considerarsi come un effetto fortuito del 
disordine mentale. Gli stessi agenti tossici, se la loro influenza locale 
sulla sensibilità genetica è più accentuata, sono in grado di produrre (ed 
è il caso più comune) anche il fenomeno opposto, cioè l'impotenza. E 
precisamente : il sintomo più comune fra quelli presentati dagli alcoolisti, 
dai paralitici e dai dementi senili in materia sessuale è la dissociazione 
fra due processi ordinariamente paralleli : la fantasia è in tumulto e l'e- 
rezione in letargo. 

Sono da considerarsi come perversioni anche V onanismo in età adulta, 
e l'esagerazione ossessiva delle pratiche masturbatone nell'adolescenza. 
Gli abusi d'onanismo esercitano un'influenza caratteristica, talvolta anche 
per la loro cessazione totale ed improvvisa, sul decorso della demenza 
precoce. 



2." — MIMICA, FAVELLA E SCRITTURA. 

Le irregolarità, talvolta assai delicate, di questi processi essenzialmente 
espressivi si riferiscono non tanto al contenuto di ciò ch'essi esprimono, 
quanto alla forma dell'espressione. 11 contenuto delle espressioni mimiche, 
verbali e grafiche, che è sentimento per gli atteggiamenti del viso ed è 
pensiero per la parola, appartiene, se è morboso, alla patologia del sen- 
timento ed a quella del pensiero. Qui, di tutte queste anomalie profonde 
e interiori non saranno menzionate se non quelle che si manifestano in 
modo caratteristico ed esclusivo o nella mimica o nella favella o nella 
scrittura, e che, senza un tale connotato, resterebbero ignorate. La forma, 
invece, dei processi espressivi, non essendo che puro movimento, appar- 
tiene per intero, se è alterata, alla patologia dell'innervazione centrifuga. 



I MOVIMENTI E LE ALTEE REAZIONI ESTERNE 



219 



Anomalie dell'espressione mimica. 



Nei bambini qualunque specie di dolore, fisico o morale, si manifesta 
rumorosamente per mezzo del pianto. Negli adulti il pianto è assai raro, 
ma non vi è sfumatura anche lieve e momentanea di tristezza, che non 
si tradisca sul viso rannuvolato, malgrado ogni sforzo per nasconderla. 
La tristezza del viso non è 
che un pianto parziale : senza 
lagrime e senza singhiozzo. 
La fronte aggrottata, gli an- 
goli della bocca abbassati, il 
viso allungato, il capo incli- 
nato sul petto, le palpebre 
cascanti, lo sguardo velato 
costituiscono l'espressione 
completa del dolore psichico. 
Un'espressione simile in per- 
manenza è indizio certo di 
depressione sentimentale e as- 
sai probabile di melancolia 
(v. fìg. 44). 

Vi sono melancoliei che di 
quando in quando piangono 
dirottamente come bambini. 
Ma basta la contrazione par- 
ziale d' un solo o di pochi 
muscoli perchè si renda visi- 
bile di fuori, a dispetto di 
qualunque protesta in con- 
trario, il cattivo umore o 

l'umiliazione che rodono l'anima di dentro. Quando agiscono i due cor- 
rugatori, le sopracciglia si avvicinano, abbassandosi verso la radico del 
naso, e la cute della glabella si piega in solchi longitudinali : ora, anche 
le forme più gravi di melancolia non si palesano, qualche volta, che 
nella fronte leggermente, ma invincibilmente accigliata. Questo atteggia- 
mento prende il nome di omega o segno di Schùle, benché più spesso 
abbia la forma di un M o d'un quadrilatero privo del lato inferiore 
(fig. 45). 

Il dolore psichico si afferma ancor meglio per mezzo d'un altro mu- 
scolo, il triangolare del mento, che è bilaterale ed ha l'ufficio di abbas- 




Fig. 44. — Melancolia semplice. 



220 



CAPITOLO Vili 



sare gli angoli della bocca. Questo muscolo, come osservò Duchenne, si 
sottrae più degli altri al dominio della volontà. Se un'idea dolorosa o 
umiliante traversa il cervello d'un adulto sano, vi sono, dice Darwin, al- 
cune cellule nervose clie per un'abitudine d'origine infantile trasmettono 
subito a tutti i muscoli respiratori ed a quelli della faccia l'ordine di con- 
trarsi, disponendosi ad un accesso di pianto. La volontà interviene e spicca 
a tempo un contrordine ; ma, purché il dolore sia piuttosto intenso, come 
nella melancolia, il contrordine non è mai rispettato per intero, e i due 
triangolari del mento sono appunto, fra i muscoli facciali, i meno docili 

ad obbedire. La loro contrazione 
determina il così detto allunga- 
mento della faccia, che è la prova 
più dimostrativa della mestizia, 
perchè, a differenza del corruga- 
mento della fronte, non può es- 
sere né dissimulato, né simulato 
per opera della volontà. 

Finché non si dissipa ogni 
traccia dell'espressione dolorosa, 
per quanto siano scomparsi o 
latenti gli altri sintomi della me- 
lancolia, è vano far diagnosi di 
guarigione. E infatti, il melan- 
colico veramente guarito si pre- 
senta addirittura trasfigurato. 
Dalla sua fronte spianata, dalla 
bocca sorridente, dall' atteggia- 
mento rinfrancato del capo e 
della persona traspare una compiacenza profonda e serena che è la vera 
antitesi dello stato precedente. 

Al raccoglimento doloroso e quasi difensivo dei melancolici fa riscontro 
l'espansione energica, pei- non dire provocante, degli esaltati, che varia a 
seconda ilei casi (corno l'umore) tra l'allegro, l'erotico e l'iracondo. L'al- 
legria ha per suo sfogo classico il riso ; il sorriso non è che un riso 
incompleto ; e l'espressione statica del buon umore non è che un atteg- 
giamento semisorridente del volto senza partecipazione del diaframma. 
A comporre questo atteggiamento d'ilarità pacata cooperano appunto gli 
stessi muscoli del riso, ma non tutti, anzi solo in piccola parte e per mezzo 
ili contrazioni appena accennate. A questo modo il viso, che nel dolore si 
allunga, è allargato nella gioia: le due estremità della bocca si rialzano, 
il naso si raccorcia, le guancie si distendono lateralmente, gli angoli 




Fi£. 4ó. — Melancolia con viva espressione 
di tristezza : delirio ipocondriaco. 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 



221 




Fig. 46. — Stato d'eccitamento maniaco ; 
allargamento della faccia. 



esterni degli occhi s'increspano come per preludere ad un sorriso (fi- 
gure 4(3 e 47). Si ha un 
bel reprimere il sorriso ; 
ma il buon umore tra- 
luce istessamente dallo 
sguardo più vivace e 
dalla rima palpebrale 
più aperta. 

Nei maniaci, e più 
specialmente negli ipo- 
maniaci, i muscoli del 
riso sono sempre infesta, 
anche quando non ri- 
dono : primi fra tutti il 
grande zigomatico e il 
triangolare del naso. 
L'apertura oculare è più 
ampia e lo sguardo è 
più mobile. 

Qualche volta i ma- 
niaci tendono un po' al- 
l'eroismo. 11 loro viso acceso assume un'espressione tra languida e ma- 
liziosa. Lo stesso avviene nelle 
isteriche. 11 retto superiore e il 
grande obliquo nascondono sotto 
la palpebra immollile una parte 
dell'iride, e lo sguardo evane- 
scente, a volte anche tremulo, 
sembra smarrirsi in un sogno 
d'amore ; ma alla contemplazione 
mistica e indeterminata si alter- 
nano occhiate ad hominem che, 
nella loro precisione, non am- 
mettono equivoci. (Juesta ma- 
novra degli occhi è cosi istintiva, 
che nella loro civetteria primor- 
diale possono adottarla persino 
gli imbecilli (flg. 48). 

Si osserva uno sguardo simile, 
ma esagerato al colmo e solo per 
un istante e sempre accompagnato da nistagmo, nell'imminenza della (/rande 




Pazzia circolare : fase maniaca. 



222 



CAPITOLO Vili 



ipnosi, ciò che costituisce come una specie di aura ipnotica; e più conti- 
nuamente, per ore intere, con e senza nistagmo, nelle fasi d'estasi che 
fanno parte del grande accesso isterico. Cosi nel celebre affresco di Gian- 
nantonio Bazzi detto il Sodoma è raffigurata Santa Caterina da Siena. 

La forte contrazione dell'elevatore solleva la palpebra superiore e lascia 
scoperto, al di sopra dell'iride, il bianco della sclerotica. Ne risulta uno 
sguardo energico e strano che non si riscontra mai nei normali, nem- 
meno in circostanze eccezionali, e che, a seconda del contorno mimico, 

può esprimere l'orrore, la paura o 
la collera. Non esprime nulla, ap- 
punto per la mancanza d'un con- 
torno mimico, nei basedowici. Lo 
sguardo di questi malati è dovuto 
alla contrazione attiva dell' eleva- 
tore delle palpebre ed all' effètto 
passivo dell'esoftalmo. Ma negli esal- 
tati l'occhio spalancato prelude 
spesso al furore, e basta, per de- 
terminarlo, un lampo d'indignazione 
anche assai lieve. Il furore non 
si esprime cosi che nei maniaci. 
E infatti, per quanto il furore si 
presenti con pari violenza e intem- 
pestività anche all'infuori della ma- 
nia, ne\V alcool/ smo, neh' epilessia, 
nella paralisi progressiva, è ben 
difficile che vi raggiunga mai al- 
trettanta evidenza d'espressione. Lo 
stato di confusione o addirittura d'incoscienza che accompagna gli episodi 
d'esaltamento in quest'ultime forme di malattia dà luogo ad un disordine 
tale dei movimenti mimici, che non è conciliabile con un'espressione de- 
terminata. 

Nei paralitici vi è un'altra ragione che rende, più che sbiadita, man- 
chevole qualunque espressione d'affetti. Questi malati, benché non di rado 
vadano soggetti ad impeti di collera pazza e d'allegrezza sfrenata, sono 
colpiti fin dai primordi del processo morboso da un'amimia patognomo- 
nica (fig. 49). Il loro viso un po' cascante è una maschera inalterabile 
ed inespressiva che difetta di mobilità e di tonicità, specialmente dagli 
occhi in giù (fig. 50). Non già che siano interrotti o cessati i processi 
d'innervazione mimica, ma essi arrivano alla faccia con grande e visibile 
lentezza, ad uno ad uno, sommariamente. Per causa della lentezza 




Fig. 48. — Imbecille con tcndonze erotiche in 
atteggiamento di civetteria. Nessuna stigma 
cerebroplegica. 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 



223 




Fig. 49. — Paralisi progressiva : amimia. 



spicca maggiormente la successività 
dei movimenti, e manca quell'effetto 
d'insieme che si scorgerebbe in più 
contrazioni quasi simultanee ; per la 
parzialità delle contrazioni musco- 
lari manca queir irradiazione mi- 
mica che è il complemento neces- 
sario di un'espressione veramente 
sentita, comunicativa ed estetica. 

L'amimia si può mettere in evi- 
denza invitando il malato a com- 
piere qualche movimento combinato 
ed insolito, per esempio quello di 
aprire la bocca e chiudere gli occhi 
o viceversa (Morselli). Simili asso- 
ciazioni di movimenti, che i sani 
improvvisano a perfezione di primo 
acchito, riescono difficili ai parali- 
tici, che non le effettuano se non 
applicandovi la massima attenzione. 

La deficienza dell'innervazione si osserva principalmente nel pianto ed 

ancor meglio nel riso. 11 riso del 
paralitico è disarmonico e privo di 
finitezza per quanto sia clamoroso : 
qualche volta non ridono che gli 
occhi e il diaframma. 11 pianto poi 
non è più che un singhiozzo som- 
mato con un po' di lacrimazione. 
Quanto alle gradazioni medie del 
dolore e del piacere, la loro espres- 
sione è cos'i scialba e irriconoscibile, 
che qualche volta avviene di non 
capire se il malato è ilare o afflitto. 
Oppure si manifesta uno strano con- 
trasto fra la fronte pensosa e la 
faccia gaia o indifferente (fig. 49): 
dismimia. 

L'amimia é assai più rara, ma 
Fig. 50. - Paralisi progressiva: amimia assoluta talvolta altrettanto profonda negli 

Del campo del facciale interiore con manteni- -, , , ■ ■ , , . - . • , 

mento della innervazione mimica nella parte epilettici inveterati, e CIO denota die 
superiore del viso. ; nery . tom)entati daUa convulsione 




224 capitolo vili 



o piuttosto i loro nuclei d'origine cominciano a diventare la sede di lesioni 
organiche. 

Vi sono persone dall'aria impassibile, in cui Vamimia è congenita e 
sembra un marchio dell'aridità affettiva. Negli imbecilli ereditari e nei 
.semplici di spirito è frequente un'ipermimia scimmiesca. Nell'involuzione 
senile l'innervazione mimica perde il potere di esprimere le sfumature 
affettive per mezzo di movimenti minuti e complementari (amimia delle 
espressioni minime) ; ma acquista, quasi per compenso, un maggior vi- 
gore nell'esprimere i sentimenti fondamentali mediante i movimenti prin- 
cipali (ipermiinia delle espressioni massime), come osservò assai bene 

TONNINI. 

Questo fatto non è ignorato, anzi è abilmente sfruttato dagli attori che 
rappresentando la parte di vecchi si fanno per cosi dire macromimici ; e 
può servire, quando non è simulato, come contributo alla diagnosi del- 
l'arteriosclerosi cerebrale o della senilità precoce. Forse la causa del fatto 
sta in questo: per l'involuzione dei loro centri speciali (corticali?), i mo- 
vimenti mimici perdono la facoltà d'irradiarsi separatamente e non si 
determinano più che in massa, partendo da un unico centro subcorticale, 
sede di reazioni più grossolane ed energiche, ma appunto per ciò un po' 
meno differenziate. 

L'esagerazione delle espressioni mimiche raggiunge il colmo negli emi- 
plegiei senza paralisi del facciale. Ed anzi la facilità al riso ed al pianto 
è un indizio importante di demenza apoplettica. Kssa si può estrinsecare 
con veri accessi di riso e di pianto spasmodici (fig. 51 e 52). Sembra che 
questo sintomo sia più frequente nell'emiplegia sinistra, e ciò fa supporre 
che il centro mimico sia unilaterale e localizzato nell'emisfero destro. Se- 
condo Brissaud e secondo Bechterew, che pervennero ad un'egual conclu- 
sione l'uno ad insaputa dell'altro, il centro dei movimenti espressivi, o per lo 
meno del riso e del pianto, risiede nei talami ottici. Da questo punto di 
vista sembrerebbe che il contegno puerile dei vecchi apoplettici non sia 
tanto dovuto allo stato di sfacelo psichico quanto piuttosto ad una irrita- 
zione puramente locale e forse unilaterale del talamo ottico. 

Questa localizzazione del riso e del pianto entra in giuoco come causa 
meccanica d'una sindrome affatto particolare che si presenta nell'iste- 
rismo e fuori dell'isterismo, e consiste in accessi di riso spasmodico o 
(più raramente) di pianto spasmodico od anche di riso e pianto alternati. 
Vi sono nevropalici nei quali ogni risata assume il carattere d'una crisi 
prolungata, esauriente ed infrenabile, non molto diversa da un accesso 
jacksoniano : nel Morgante maggiore di Pulci il gigante Margutte, perso- 
naggio grottesco, muore d'una risata convulsiva e interminabile, vedendo 
una scimmia con le scarpe. 11 riso silenzioso e senza causa è frequente 



MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 



225 



nella demenza precoce, anzi ne è un indizio patognomonico e prezioso, 
perchè la contraddistingue 
dallo stupore semplice. 

La nevrastenia costituzio- 
nale è il terreno d'elezione su 
cui fiorisce un'altra singola- 
rità mimica, vale a dire il tic 
o ticchio. Il ticchio consiste 
nello spasmo involontario, in- 
termittente ed abituale di uno 
o pochi muscoli, la cui con- 
trazione fisiologica è dotata 
d'un valore espressivo. E in- 
fatti alla loro origine queste 
contrazioni spasmodiche non 
sono che gesti od atteggia- 
menti mimici, per lo più asim- 
metrici ; una preoccupazione 
morbosa col carattere della 
lohia ossessiva finisce per ren- 




Fig. 51. 



■ Demenza apoplettica : espressione mimica 
allo stato ordinario di riposo- 



derli incoercibili. La sede più 
frequente dei ticchi è nel viso, 
nelle braccia, nelle spalle, nei 
muscoli del respiro. Il malato 
ammicca ad ogni istante con 
ie palpebre ; od alza la spalla 
torcendo il collo come se tosse 
molestato da una camicia 
troppo stretta ; o intercala il 
discorso con qualche inspira- 
zione rumorosa (abitudine 
piuttosto comune fra i Tede- 
schi del Nord) ; o succhia la 
saliva con un angolo della 
bocca. I ticchi sono un feno- 
meno quasi ordinario, ma ef- 
fimero, nei ragazzi fra i ~ e 
i 10 anni ; e ne sono quasi 

Fig. 52. — La stessa malata in una crisi di pianto 
spasmodico provocato da una parola banale di compassione, totalmente risparmiate le fem- 
mine. Ma in luogo di dile- 
guarsi a poco a poco, persistono e rappresentano un marchio di nevra- 

Tanzi, Psichiatria. — 29. 




226 CAPITOLO Vili 



stenia quando l'inaecortezza degli educatori e la costituzione nevropatica 
dei bambini formano un buon ambiente alla loro definitiva acclimata- 
zione. Fra i pazzi non bisogna confondere i ticchi coi movimenti siste- 
matizzati. 

Anomalie della favella. 

Difetti d'articolazione acquisiti. — L'articolazione della parola subisce 
le sue maggiori traversie nella paralisi progressiva. I paralitici iniziali 
discorrono abbastanza speditamente, ma ogni tanto incespicano in modo 
appena percettibile, specialmente quando devono pronunciare parecchi 
suoni labiali o linguali l'uno di seguito all'altro, come nella celebre locu- 
zione quarta brigata d' artiglieria. Questo fenomeno è assai conosciuto 
sotto il nome di disartria, ed è una squisita prova diagnostica del pro- 
cesso paralitico. Alcuni tra i paralitici non sanno più emettere che una 
serie di suoni inarticolati ed indecifrabili : ciò significa che dalla disartria 
sono passati all' anartria, e che la paralisi è assai vicina al suo stadio 
terminale. Ma anche nello stadio terminale l'anartria assoluta non è molto 
comune. 

Un altro disturbo della favella che è caratteristico della paralisi inol- 
trata, ma assai più frequente dell'anartria, è la bradilalia. La bradilalia 
è determinata più che dalla paresi, da un tremito intenzionale dei muscoli 
destinati alla parola. Il tremito è più accentuato al principio del dis- 
corso ed è assai visibile nell'orbicolare delle labbra ; ma può estendersi 
alla lingua, al velo pendulo ed anche alle corde vocali. In questo caso, 
oltre all'articolazione, è alterata la fonazione. 

La disartria, l'anartria e la bradilalia s'associano spesso, oltre che Ira 
di loro, anche con l'amimia, e sono un sintomo raro, ma scultorio o ti- 
pico anche, nell'epilessia, dove indicano sempre un processo lento e irre- 
parabile di decadenza fìsica e mentale. 

Il tremito intenzionale dei bradilalici non è da confondersi con quello 
di natura emotiva che si può osservare per timidezza in persone non ma- 
late. Di solito i normali che siano colti all'impensata da tremito della 
voce e delle labbra dimostrano col turbamento della fisionomia il loro 
imbarazzo o se ne scusano o smettono di parlare. Invece i paralitici e 
gli epilettici, ai quali la bradilalia è abituale, non se ne danno per intesi 
e continuano a sciorinare parole lente, stentate e monotone con un ac- 
cento sentenzioso ed impassibile, che dimostra la mancanza di qualunque 
emozione. 

Raramente il tremito o piuttosto un certo grado d'atassia danno luogo 
ad una forma di balbuzie acquisita, che si può osservare nelle encefalo- 



I MOVIMENTI E I.E ALTRE REAZIONI ESTERNE 227 

patie con lesioni organiche come conseguenza di crampi muscolari, spe- 
cialmente nel dominio dell'ipoglosso. Questi crampi raggiungono il mas- 
simo nell' aftongia, che rende la favella impossibile. 

Anche i melancolici, gli amenti attoniti, le isteriche in istato d'estasi e 
gli epilettici in istato di confusione postaccessuale sogliono parlare con 
una lentezza straordinaria. Ma questa bradilalia d'origine psichica è 
assai dissimile dalla bradilalia d'origine organica. I malati, gravemente 
preoccupati o confusi, introducono pause talvolta interminabili fra una 
frase e l'altra ed anche fra le varie parole ; ma le singole parole non 
subiscono interruzioni, né rallentamenti uniformi. Nei melancolici la bra- 
dilalia è il prodotto di speciali inibizioni psichiche : diffidenza, vergogna, 
intolleranza dello sforzo, allucinazioni imperative; ma vi sono melancolici 
gravissimi che non ne soffrono affatto e parlano speditamente. Negli 
(unenti attoniti la parola non è ritardata che dalla lentezza dei processi 
ideativi. 

Anche negli ebefrenici si può notare, fra le varie stranezze di cui danno 
saggio per abitudine, una forma di bradilalia ostentata, con pause illogiche e 
silenzi prolungati senza causa organica, né emotiva. L'irregolarità di queste 
pause e il loro carattere capriccioso rendono assai facile la diagnosi dif- 
ferenziale di fronte al fenomeno della parola scandita, che è proprio della 
sclerosi a placche. La parola scandita é dovuta alla lentezza dei movi- 
menti espiratori che determinano la fonazione e si rileva assai bene nelle 
parole plurisillabe, come costantinopolitano, o invitando il malato a pro- 
nunciare ripetutamente e con rapidità una data vocale, ciò che i sani ese- 
guiscono in ragione di 6 ad 8 ripetizioni per minuto secondo, e le per- 
sone affette da sclerosi a placche non più di due o tre volte. 

La difficoltà della favella può arrivare fino alla completa afasia. Ac- 
cessi di afasia acquisita, oltre che nella demenza apoplettica, si presen- 
tano come un episodio effimero anche nella paralisi progressiva, nella 
psicosi uremica e nella demenza senile (forse per complicazioni ure- 
miche). 

Difetti d'articolazione congeniti. — Fra gli imbecilli accade spesso di tro- 
vare in gran numero ed assai accentuate quelle stesse imperfezioni conge- 
nite di pronuncia o disartrie letterali che eccezionalmente e in forma isolata 
s'incontrano talvolta anche fra i normali. Nei normali l'origine di queste 
imperfezioni è quasi sempre V imitazione od anche, ma più di rado, una 
incapacità affatto parziale e limitata a certi specialissimi atteggiamenti 
della lingua. Negli imbecilli le imperfezioni di pronuncia dipendono piut- 
tosto da un arresto generale o, in altri termini, da un'incapacità di pro- 
gresso che impedisce a molti processi d'innervazione motoria, compresi 



228 CAPITOLO Vili 



quelli dell'articolazione e della fonazione, di differenziarsi con qualche 
raffinatezza. E infatti, non solo gli imbecilli pronunciano male le parole, 
cioè come bambini che appena cominciano a parlare, ma spesso dimostrano 
un'inettitudine analoga in altri esercizi muscolari, per esempio nel- 
l'incesso (Morselli e Tamburini), nel correre, nel ballare, nel gesticolare, 
nell'infilare un ago, nel chiudere un occhio solo, nell'estendere due o 
tre dita della mano contratta a pugno, nel cantare, nel declamare. 

Le più comuni fra le disartrie letterali congenite sono la balbuzie, il 
rotacismo, il lambdacismo e la blesità, che nel linguaggio corrente le 
comprende tutte. Si dà il nome di balbuzie congenita a quella difficoltà 
nella pronuncia di determinate lettere, specialmente delle labiali, linguali 
e nasali (i cosi detti suoni esplosici), che si manifesta con un ritardo o 
con una violenza spasmodica o con la reiterazione dei suoni relativi. 11 
rotacismo è l'incapacità di pronunciare correttamente IV, che perciò viene 
o del tutto saltato o sostituito con un o o trasformato in un rh grasso 
d'origine laringea. Il lambdacismo è l'ommissione o la deformazione dell'/, 
deformazione che porta a pronunciarlo come d, come g o come ng (na- 
sale). La blesità in senso stretto è la scorretta pronuncia dell's, che si 
converte in / od anche in un suono sibilante, come se uscisse da una 
fenditura sottile e lineare, od anche in un eh aspirato {quecltto per questo). 
Tutti questi difetti si possono reprimere momentaneamente con uno sforzo 
d'attenzione. 

Nei casi molto gravi d'imbecillità che raggiungono {'idiozia, le imper- 
fezioni di pronuncia restano sopraffatte e nascoste dall'acato. Perù sono 
ben [lochi gli idioti che non parlino per assoluta deficienza d'idee. L'a- 
lalia dipende assai più spesso da lesioni locali che si connettono a pro- 
cessi di eerebroplegia infantile, e che colpiscono o direttamente il centro 
dell'articolazione o indirettamente i centri sensori del linguaggio. 

Una combinazione morbosa che clinicamente è nota da secoli è quella 
dell'alalia con la sordità completa: sordomutismo. Ma vi sono, fra i sor- 
domuti da un canto e fra i semplici imbecilli dall'altro, non pochi casi 
intermedi di sordità parziale che presentano forme e gradazioni di grande 
interesse, sebbene di non facile studio. Da Mygind, da Liebmann e da 
Urbantschitsch fu dimostrato che un buon numero di sordomuti, circa 
la metà, possiede tracce di udito. Il loro difetto d'udizione ha, più che 
altro, il carattere della sordità psichica (Heller). Essi non sono in grado 
di percepire le frasi, ma percepiscono parole o singoli fonemi, per esempio 
le vocali, od anche determinati rumori, come uno sbatter di mani, una 
chiamata ad alta voce e da vicino, od alcuni fra i toni musicali con 
esclusione di altri ; e questa capacità parziale dell'udito è già utilizzata, 
non meno della vista e del senso muscolare, nella loro educazione. Per- 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 229 

sino un'affezione periferica del nervo acustico, come esito di un'otite in- 
fantile, può dar luogo a sordità per il linguaggio e conseguente alalia, 
con l'apparenza d'un sordomutismo completo, ma senza sordità tonale e 
senza notevole diminuzione dell'intelligenza (Righetti). 

Se i casi più gravi di sordità parziale sono scambiati per sordomu- 
tismo volgare, è assai probabile che i casi più lievi vengano erronea- 
mente ascritti all'imbecillità o, per lo meno, all' afasia motoria con- 



Porme di disfrasia. — Il nome di disfrasia è stato riservato da Kuss- 
maul a quelle anomalie abituali del discorso che dipendono non da un'in- 
capacità nell'articolazione o nella rappresentazione delle parole, ma da 
una lieve anomalia del pensiero, anomalia che si è cristallizzata in un di- 
fetto caratteristico della loquela. 

La più limitata ed innocua fra le disfrasie è V'intercalare, che consiste 
nell'interposizione illogica, ma involontaria, d'una data parola tra le frasi 
della conversazione corrente e talvolta persino tra le sillabe delle altre 
parole. L'intercalare non è che un ticchio verbale. In origine il vocabolo 
che degenera in un intercalare è adoperato a proposito, o per lo meno 
come un pleonasmo tollerabile. Talvolta è il correttivo deliberato d'un 
eloquio troppo lento o distratto o balbuziente ; ma l'eccesso della preoc- 
cupazione, assumendo il carattere d'una fobia, rende il correttivo più te- 
nace e quindi più patologico del male, perchè dall'uso si passa all'abuso 
e dall'abuso all'incoercibilità. La favella, come la mimica, è una funzione 
cosi automatica, che si emancipa assai facilmente dal concorso dell'at- 
tenzione : da questa facilità d'automatismo nasce la facondia, ma in- 
sieme alla facondia anche la ripetizione quasi incosciente di frasi fatte, 
di luoghi comuni e d'intercalari, che rappresentano del resto per molta 
gente il novanta per cento della conversazione. 

Una forma di disfrasia assai più intima e significativa è il neologismo. 
Non già che l'inventare parole costituisca per sé stesso un sintomo mor- 
boso : al contrario, non v'è parola che, o prima o dopo, non sia stata co- 
niata da un inventore isolato, e il vocabolario non è altro che un cumulo 
di neologismi più o meno invecchiati. Ma i neologismi patologici hanno 
un'impronta propria che tradisce la loro origine illegittima. L'uomo nor- 
male che si dà la pena, rispettando certe regole etimologiche, di creare 
un nuovo vocabolo, riesce quasi sempre a metterlo o poco o tanto in 
circolazione. Il suo neologismo nasce da un pensiero e da un bisogno in- 
dividuale, ma non solitario, perchè risponde in qualche modo ad un pen- 
siero e ad un bisogno collettivo ; e questa rispondenza gli dà ali a divul- 
garsi e a perpetuarsi nell'uso corrente e talvolta lo attira nel lessico della 



230 CAPITOLO Vili 



lingua ufficiale. Se poi il neologismo, malgrado tutto, non attecchisce 
nella comunità, l'autore di mente sana lo ripudia e lo dimentica, mentre 
il pazzo vi insiste sopra con un'ostinazione tra ingenua e spavalda, che 
dimostra una fede mistica nella virtù, delle parole, e quindi una disposi- 
zione di spirito prettamente psicopatica. 

1 neologismi morbosi hanno un significato ben diverso a seconda delle 
psicosi da cui germogliano, e perciò costituiscono un buon elemento per 
la diagnosi differenziale. Spesso sono la sentinella perduta d'un delirio 
che si nasconde e che sfuggirebbe senza questo segno rivelatore : neolo- 
gismi paranoidi, come prinzina, hasturlo, conquitescenza, Baroleno I. 
Altre volte la parola inventata dall'infermo non rivela nulla di nuovo, 
ma conferma il grado di morboso predominio a cui possono arrivare 
certe apprensioni ipocondriache : neologismi dei nevrastenici. (De Sanctis). 
O infine, non si tratta di vocaboli regolarmente coniati e abitualmente 
adoperati, ma di metatesi, mutilazioni e rigonfiature verbali che sorgono 
e cadono in un'improvvisazione logorroica : neologismi effimeri dell'A- 
menza e della mania. Si possono poi considerare come neologismi anche 
quelle parole della lingua comune a cui i pazzi attribuiscono sistema- 
ticamente un senso diverso dall'usuale e più o meno recondito, ma 
attinente al loro delirio : fisica, magnetismo, allusione. 

La molteplicità dei neologismi conduce alla neolalia, che implica una 
trasformazione generale del contegno. Appunto per ciò la neolalia è già 
stata presa in considerazione fra le anomalie della condotta. Questo sin- 
tomo ha ben poco di comune con quello del neologismo isolato, che è 
quasi sempre unico ; e infatti, mentre quest'ultimo è proprio della para- 
noia e della nevrastenia, la neolalia sistematica non si riscontra che nei 
dementi precoci ed è anzi una nota caratteristica degli ebefrenici più 
aggravati. 

Un sintomo talvolta assai ostinato e sempre assai importante di disor- 
dine mentale è il mutismo volontario e senza depressione affettiva, che i 
Tedeschi chiamano mutacismo. Lo si riscontra nei paranoici come mezzo 
più o meno acconcio a dimostrare un risentimento dignitoso, ma più spesso 
nei dementi precoci come effetto d'un voto capriccioso o come espressione 
di negativismo cieco, e nelle isteriche come una paralisi psichica ossia 
un'abulia localizzata che può, in modo analogo, determinare anche un 
semplice stato d'afonia (ma con sonorità della tosse). Ordinariamente 
tutti questi taciturni d'elezione manifestano benissimo il loro pensiero 
con gesti, scritti o disegni che non lasciano nulla a desiderare per 
prontezza, evidenza ed abbondanza. I loro silenzi durano talvolta alcuni 
anni. 



MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 231 



Anomalie della scrittura. 

Negli scritti degli alienati si notano irregolarità di forma che dipendono 
da perturbazioni dei movimenti e irregolarità di sostanza che dipendono 
da perturbazioni del pensiero. Di quest'ultime non sarebbe qui il caso di 
parlare se qualche volta non si palesassero per l'unica via della scrittura, 
sia perchè il malato è morto o lontano, sia perchè nei suoi discorsi ed 
atti non lascia trapelare l'errore occulto che confida alla carta. 

Fra le irregolarità del movimento è importante il tremito. Gli auto- 
grafi degli alcoolisti hanno un valore non inferiore a quello d'un trac- 
ciato raccolto sopra un cilindro di Baltzar. Guardandoli da vicino, si 
scorge che sono composti di aste regolari, ma sottilmente serpeggianti, 
quasi per una specie di ornamentazione volontaria. La scrittura dei 




J v ■ 



Fig. 53. — Scrittura di paralitico. Firma : Pasqnini 

vecchi presenta oscillazioni analoghe, che cioè non deformano le linee 
calligrafiche ; ed anche queste oscillazioni minute acquistano una certa 
importanza dimostrativa nei casi incipienti e ancor dubbi di senilità 
anticipata. Si tratta, evidentemente, d'un tremito che i malati non 
riescono a padroneggiare, ma che permette loro di scrivere passabilmente 
e senza grande sacrifizio della velocità. Questi connotati della scrittura 
offrono il destro di distinguere il tremito dell'alcoolismo e dell'involuzione 
senile dal tremito frenabile della paralisi agitante come pure dal tremito 
polimorfo ed iperbolico della mogigrafia o crampo degli scrivani, che è 
un semplice elemento d'un disordine ben più generale, cioè di un'atassia 
professionale a forma monospastica e spesso dolorosa. 

Nei casi iniziali di paralisi progressiva il tremore assume un carat- 
tere specifico, perchè colpisce esclusivamente i muscoli abduttori della 
mano e quindi i filetti ascendenti d'una o più lettere. 

Quando la paralisi progressiva è più inoltrata, si entra decisamente nel 



232 



CAPITOLO Vili 



rampo deW atassia grafica. Un sintomo grossolano, ma probatorio, è la 




^^r^V / ^9f 2 







Fig. 54. — Scrittura ili paralitico, interessante anche pel contenuto : idee puerili di grandezza, 
errori ortografici, ommissione di lettere e sillabe. L'infermo era un impiegato abbastanza 
istruito. 



ni aerografia. Chi ha difficoltà a scrivere cerca di superarla scrivendo più 
in grande. Questo espediente è istintivo, e lo adottano senza riflettervi 



MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 



233 



anche i non paralitici, per supplire alla deficienza della vista, dei mu- 
scoli o dell'attenzione. Negli scritti dei paralitici avanzati si scorgono in 
più le seguenti alterazioni di forma : gli occhielli e le volute senza roton- 
dità, angolosi o troppo ampi; una lettera è molto più piccola della vicina 
e più grande della terza ; le aste discendenti sono qua e là spezzate in 
due branche perchè la penna troppo premuta e quindi troppo divaricata 
esaurisce subito tutto l'inchiostro di cui è provvista ; l'insieme della pa- 
gina manca di parallelismo e si vedono linee che tendono ad incrociarsi. 








Fig. 55. — Soprascritta di una lettera inviata da un paralitico a sua moglie. Da notare : ommis- 
Bioni di lettere e sillabe malamente corrette : ripetizione di sillabe nella parola stanzianziata . 
La busta era chiusa con mollica di pane. Il malato uscì dal manicomio in istato di completa 
remissione, durante il quale scriveva correttamente. 



Quanto ai paralitici terminali, la loro atassia è cosi pronunciata, che 
qualche volta non riescono nemmeno a tenere debitamente la penna 
t^fìg. 53). A rendere la scrittura ancor più irregolare e quasi indecifrabile, 
fino alla vera disgrafia, non basta l'incapacità muscolare : occorre anche 
quella dei centri rappresentativi (fìg. 53). Questa incapacità specifica non 
è sempre dovuta a lesioni distruttive, ma può presentarsi transitoriamente 
anche per lesioni egualmente localizzate. Tale è il caso d'un paralitico che 
in una fase relativamente precoce del processo morboso era quasi ridotto 
all'agrafia e pareva insuscettibile di miglioramento ; ma in seguito, diventò 
di nuovo capace di tracciare qualche parola. 

Tamzi, Psichiatria. — 30. 



234 CAPITOLO Vili 



Fra i disordini del pensiero che possono produrre alterazioni caratteri- 
stiche della scrittura sono da menzionare la disattenzione, la volubilità e 
l'impulsività sistematizzata dei dementi precoci. Per disattenzione sono 
sopratutto i paralitici che ommettono lettere e sillabe o che le ripetono, 
non ricordandosi d'averle già scritte (flg. 54 e 55). Per volubilità peccano 
nello scrivere i maniaci che adottano caratteri diversi, sottolineano molte 
parole e abusano di punti esclamativi. Per impulsività sistematizzata si 
distinguono i dementi precoci che usano vere torme di neoyrafia con 
alfabeti fantastici (flg. 56) o una specie di par agrafìa con lettere eccessi- 
vamente calligrafiche o esclusivamente maiuscole o stampatene o ara- 
bescate o uncinate, e ciò senza tener conto dello stile prolisso e incon- 
cludente. 



9^&l c% &•<&*, ><& tri: 



Fig. 5G. — Pseudograna iu un caso di demenza precoce. L'ammalato è solito mescolare qnesti 
segni coi caratteri ordinari. Per lo più interpola nna sigla del genere ogni otto o dieci pa- 
role comuni (anch'esse prive di qualunque significato). Qui le sigle psendograficrie sono esposto 
una di seguito all'altra; alle tre righe ne precedevano altre (iodici, tutte simili. Ogni sigla, 
malgrado la costanza del tipo, è disuguale dalle altre. 

Vi sono molte persone che con la mano sinistra non sanno scrivere die 
a specchio, cioè in direzione esterna, come con la mano destra ; e ciò dà 
luogo a caratteri invertiti come quelli della litografia. Evidentemente, 
quando l'emisfero sinistro detta alla mano destra, l'emisfero destro ri- 
sente vagamente gli stessi stimoli al movimento, ne conserva la rimem- 
branza allo stato latente, e cosi si mette in grado di riprodurli all'occor- 
renza. La scrittura a specchio è dunque una riprova dell'automatismo 
muscolare che presiede a questa funzione, indipendentemente dalle im- 
magini visive. Di qui la conseguenza : tutte le condizioni favorevoli al- 
l'automatismo in genere, la disattenzione, il sonnambulismo, l'ipnosi, e 
le malattie mentali accompagnate da annebbiamento della coscienza, ren- 
dono più agevole anche quell'automatismo particolare che è la scrittura 
a specchio. 



MOVIMENTI E I.E ALTRE REAZIONI ESTERNE 235 



3. — Reflessi volgari. 

Le alterazioni morbose dei reflessi motori, secretori e trofici non sono 
collegate ai sintomi psicopatici per mezzo d'un rapporto semplice e di- 
retto, e perciò non dicono nulla sulla qualità di questi sintomi. Per esem- 
pio : il restringimento delle pupille può conciliarsi egualmente col delirio 
ipocondriaco della paralisi progressiva, col delirio megalomaniaco della 
stessa psicopatia, col disordine mentale doll'alcoolismo cronico e del deli- 
rium tremens e con la lucidità della tabe spinale. Ma gli insegnamenti 
che scaturiscono dalla verificazione di questi disturbi reflessi non sono 
perciò meno preziosi : sebbene lascino impregiudicato il soggetto del 
quadro psicopatico e spesso anche il nome della malattia mentale, essi ci 
porgono una base assai solida per valutare lo stato nutritivo ed anato- 
mico del nevrasse e quindi anche in particolare della corteccia encefa- 
lica. Dalle condizioni in cui si trovano gli apparecchi di reazione esterna 
noi possiamo arguire se siano presenti, o prossime lesioni corrispondenti 
dei centri psichici, quand'anche da parte di questi non sia partita alcuna 
manifestazione psicopatica o non esistano che sintomi ambigui. 

Reflessi viscerali. — La stipsi è piuttosto frequente negli stati depres- 
sivi : essa è uno dei sintomi caratteristici della melancolia, dove non 
manca quasi mai, e della nevrastenia, dove è però molto più rara. Nel- 
Visterismo si ha molto spesso stipsi abituale o periodi di stipsi alternati 
•con periodi di diarrea; ma ciò dipende in parte dal fatto che l'isterismo 
colpisce quasi esclusivamente le donne e che le donne sono soggette alla 
stitichezza più degli uomini, fors'anche a motivo del regime di vita più 
sedentario. In ogni modo le isteriche possono passare 10 o 12 giorni sen- 
z'alcuna deiezione ; e soffrono spesso di meteorismo. Esse hanno talvolta 
anche la capacità e l'abitudine dì deglutire dell'aria, procurandosi una 
dilatazione effimera dello stomaco, a cui danno sfogo con eruttazioni d'una 
straordinaria sonorità. Ma è assai più frequente una certa incapacità di 
deglutire, non che l'aria, gli stessi cibi ; e ciò per uno stato di contra- 
zione dell'esofago che produce oppressione, tachicardia e inquietudine : 
esofagismo. Questo disturbo periodico non è da confondersi con la inca- 
pacità di deglutizione che si osserva nella paralisi bulbare, in casi di 
tumore cerebrale e come un reliquato della difterite. 

La paralisi intestinale è spesso conseguenza di malattie dei centri ner- 
vosi con lesioni organiche : paralisi progressiva, apoplessia cerebrale, 
tabe, meningite, e più specialmente delle affezioni spinali localizzate al 
tratto dorsale, dove stanno i centri dei muscoli addominali. Negli stati di 



236 CAPITOLO Vili 



profonda incoscienza, nel coma postepdettico e postapoplettico, nell'amenza 
grave, nella demenza senile, nella paralisi progressiva inoltrata e nel- 
l' idiozia vi può essere incontinenza intestinale, senza diarrea. Lo stesso, 
vale per V enuresi (senza poliuria). Le diarree colliquaiive sono poi un 
sintomo fra i principali di certe intossicazioni specifiche, come quella della 
pellagra : tuttavia nella pellagra non è infrequente anche il fenomeno 
opposto, cioè una stipsi ostinata. 

Il romito si presenta come un sintomo importante di parecchie psico- 
patie. Ostinato, ma senza nausea, nei casi di tumore cerebrale; pari- 
mente senza nausea, ma in forma di crisi nella paralisi progressiva e 
nell'uremia, incoercibile, qualche volta, nell'isterismo ; quotidiano (mat- 
tutino) e composto di muco nell' alcoolismo cronico. 

11 mericismo è un rigurgito volontario, moderato, indolente, anzi piut- 
tosto piacevole dei cibi dallo stomaco alla bocca, dove vengono rimasti- 
cati e rigustati come per una specie di ruminazione. Quest'abitudine sin- 
golare è propria di alcuni idioti e dementi fra i più abbrutiti. 

Beflessi tendinei. — L'interesse dell'esame clinico si concentra princi- 
palmente sui re/lessi patellari. Spesso aboliti, più spesso esagerati, assai 
di rado normali nella paralisi progressiva, i reflessi patellari indicano le- 
sioni diverse o dei fasci piramidali (secondarie, talvolta anche primarie} 
o dei cordoni posteriori (tabe-paralisi) che, una volta accertate, contribui- 
scono validamente a consolidare sia il concetto patogenetico della para- 
lisi progressiva in genere, sia la sua diagnosi nel caso concreto. 

Oltre alle irregolarità più o meno stabili e in ogni modo d'origine lenta 
che sono dovute a vere e proprie lesioni progressive, i paralitici vanno 
soggetti ad irregolarità analoghe, ma transitorie, che si presentano bru- . 
scamente nel contegno dei reflessi patellari, talvolta anche in forma 
asimmetrica e che dipendono da lesioni circoscritte, ma riparabili della 
corteccia cerebrale. Simili fatti si osservano in concomitanza con gli 
accessi apoplettiformi ed epilettiformi che sono prodotti appunto dalla 
stessa causa, cioè dall'opera talvolta irritante, talvolta paralizzante del- 
l'agente morbigeno. 

L'esagerazione dei riflessi rotulei è un sintomo costante delle cerehro- 
plegie infantili, dove spesso sopravvive alla paralisi ed alla stessa iper- 
tonia, come il documento ultimo e più tenace d'un processo esaurito ; ed 
è sempre bilaterale, spesso di pari intensità, anche se i fatti paralitici, 
spastici o coreici siano distribuiti sotto forma emiplegica. Questo sintomo 
costituisce un prezioso criterio sia per ammettere una pregressa cerebro- 
plegia infantile in certi casi d' imbecillità che sembrerebbero idiopatici o 
ereditari, sia per differenziare i reliquati d'una paralisi infantile con le- 



I MOVIMENTI E LE ALTRE REAZIONI ESTERNE 237 

sione cerebrale da quelli che si devono ad un processo spento di polio- 
mielite anteriore. 

I reflessi rotulei sono non di rado esagerati nella nevrastenia, dove al- 
l'incontro è eccezionale la loro depressione od abolizione. In generale, 
salvo il caso di vere e proprie lesioni degenerative o distruttive, l'esauri- 
mento leggero, la debolezza irritabile, la dormiveglia e il riposo parziale 
dei centri cerebrali dotati di azione inibitoria valgono soltanto a ringal- 
luzzire i reflessi spinali. Perchè essi subiscano una sensibile depressione 
è necessaria la totale inazione del cervello, come nella narcosi profonda 
e nel sonno completo. 

Una grande vivacità dei reflessi rotulei conferma la diagnosi di pel- 
lagra anche molto tempo dopo la cessazione dell'intossicazione acuta, 
della diarrea e del delirio. Evidentemente il significato di questo sintomo 
è d'una lesione primaria nei fasci piramidali che risentono le conseguenze 
protratte del veleno passato attraverso l'organismo. 

II clono del piede e la trepidazione della rotula non sono che una con- 
ferma dell'esaltamento in cui si trova l'attività reflettoria del midollo spi- 
nale ; e perciò non si presentano, in genere, che quando sono esagerati 
i reflessi rotulei. 

Il sintomo di Babinski consiste in questo : che, titillando la pianta del 
piede, si provoca l'estensione dell'alluce mentre in condizioni normali 
l'unica reazione è la flessione delle dita. Questo sintomo si verifica 
quando vi è lesione del fascio piramidale, vi sia o no contrattura dell'arto. 
È un eccellente segno diagnostico per differenziare le paralisi organiche 
dalle paralisi isteriche. 

Reflesso delle pupille. — Non vi è irregolarità reflessa delle pupille che 
non possa presentarsi, come un sintomo tipico, nelle malattie mentali : 
miosi, midriasi, rigidità, asimmetria, fenomeno d'ARGYLL-RoBERTSON, 
inversione. Per lo più tutte queste irregolarità dipendono da lesione, irri- 
tativa o paralizzante, bilaterale o unilaterale, del nervo oculomotore e del 
suo nucleo d'origine ; anzi, in modo particolare, dei fasci e del nucleo 
che presiedono tassativamente alla reazione della pupilla di fronte agli 
stimoli luminosi. Infatti all'irregolarità della pupilla non si accompagna 
quasi mai né lo strabismo, né la ptosi ; e spesso le pupille che reagiscono 
male alla luce non sono punto paralitiche o contratturate di fronte agli 
stimoli d'altra specie. 

Accanto alle lesioni specifiche che abbiamo mentovato possono agire 
sulle pupille anche disturbi d'ordine generale, che colpiscono sia il cer- 
vello, sia il simpatico. La degenerazione senile del simpatico è probabil- 
mente la causa per cui le pupille sono spesso miotiche nei vecchi. 



238 CAPITOLO Vili 



La miosi è un segno precursore della tabe e della paralisi progressiva, 
e, meno spesso, anche un indizio ulteriore. NeU'alcoolismo cronico la 
miosi si presenta pure, ma ad uno stadio più o meno inoltrato. La mi- 
driasi è più frequente nelle fasi terminali della paralisi progressiva. Non 
è inutile ricordare che le pupille si dilatano temporaneamente (da alcune 
ore ad una settimana e più! anche per l'uso di certi medicamenti. Non 
solo l'atropina, l'ioscina, l'iosciamina, la duboisina, ma anche il bromuro 
di potassio ha la proprietà di produrre midriasi ; ed anzi, secondo alcuni, 
sarebbe questo il segnale da cui si può arguire che l'azione del bromo é 
veramente efficace. 

Nelle malattie mentali che dipendono da lesioni organiche, oltreché nel- 
l'isterismo, si presentano svariati disturbi delle funzioni motorie : paralisi, 
paresi, contratture, spasmi tonici e clonici. Di questi sintomi è superfluo 
intrattenersi qui, perchè non hanno in psichiatria un valore diverso da 
quello che è loro riconosciuto 5 nella comune nevropatologia. 



CAPITOLO IX. 

Classificazione delle malattie mentali 



Nella patologia comune, a differenza della patologia mentale, le ma- 
lattie sono distinte cos'i chiaramente, che non vi è gran bisogno di clas- 
sificarle. Per esempio : le infezioni da schizomiceti, le reazioni prodotte 
da parassiti animali, gli avvelenamenti d'origine esterna e quelli provo- 
cati da tossine autoctone formano una serie naturale di malattie che in 
certo modo si classificano da sé ; e il loro ordinamento è cosi poco di- 
scusso, che rimane addirittura sottinteso. È altrettanto ovvia ed irrepren- 
sibile la divisione per sede anatomica tra le malattie di cuore, quelle 
degli organi respiratori e quelle dell'apparecchio digerente, del fegato, 
dei reni, del sistema nervoso, della cute. Si può adottare un punto di 
vista affatto diverso, ma non meno giustificato dei precedenti, e classifi- 
care le malattie per meccanismo d'origine : anomalie dello sviluppo, neo- 
plasmi, infiammazioni. E cos'i di seguito. 

Ouesta molteplicità di criteri, che s'incrociano senza contraddirsi, non 
altera le linee di confine tra le diverse malattie. L'individualità d'ogni 
singola malattia è anzi avvalorata dalla pluralità dei posti ch'essa può 
assumere senza smentirsi in mezzo a tutte le altre, secondo il criterio mo- 
mentaneo che si vuol seguire nell'esposizione della materia clinica. Nem- 
meno le varietà cliniche, talvolta numerose e assai differenziate, in cui 
si scompongono certe malattie con lesioni e decorso caratteristico, val- 
gono a comprometterne la compagine. Cosi il concetto della polmonite 
resta indissolubile se anche si fraziona, a seconda della sua origine, in 
varie forme. Le polmoniti da diplococco, da inspirazione, da inazione del 
vago, da bacillo di Pfeiffer sono sempre polmoniti. 

Nella patologia mentale il quesito della classificazione è più complicato 
perchè le malattie sono meno distinte. La speculazione si sostituisce al- 
l'empirismo. Salvo la paralisi progressiva, la pellagra, l'alcoolismo, la de- 
menza senile, le cerebroplegie infantili e pochi altri quadri clinicamente 
assodati perchè anatomicamente ben certi, non si conoscono che sin- 



240 CAPITOLO IX 



dromi. Ma come il vestiario d'un teatro serve a coprire i personaggi più 
differenti, cos'i la stessa sindrome calza qualche volta alle malattie più di- 
verse. Depressione mentale, esaltamento, confusione, incoscienza, delirio 
sistematizzato, ossessione lucida, immoralità, incoerenza della condotta 
sono sindromi che non dicono nulla se non si connettono con una lesione, 
con la nozione d'una patogenesi, con l'esperienza d'un decorso determi- 
nabile. Queste manifestazioni psicopatiche non sono malattie, come non 
sono malattie la febbre, la debolezza, la convulsione, l'acetonuria. Il con- 
cetto di malattia richiede un parallelismo costante e rigoroso o per lo 
meno approssimativo tra i sintomi e i processi organici. Per la man- 
canza d'un tale parallelismo o perchè, se esiste, non è certo, i fenomeni 
della pazzia non si lasciano abbracciare in totalità secondo una visuale 
unica. Ognuno li vede un po' a suo modo, e le classificazioni sono o mal- 
fide o incomplete. 

Spesso in una serie d'alienati sembra di scorgere una grandissima va- 
rietà di malattie mentali solo perchè i fenomeni psichici sono normal- 
mente assai numerosi, le loro alterazioni morbose sono infinite e le ma- 
nifestazioni individuali della pazzia variano in conseguenza. I deliri della 
paralisi progressiva si complicano di mano in mano che risaliamo nelle 
classi sociali ; quelli della paranoia, raffinandosi con l'istruzione, pren- 
dono a prestito la terminologia e qualche concetto della scienza moderna; 
la melancolia d'un pensatore nutrito di studi filosofici è ben differente da 
quella d'un contadino. Invece gli agenti provocatori delle malattie in ge- 
nere, comprese le cerebrali, sono semplici e piuttosto uniformi. È vero 
che le cellule corticali, a differenza da quelle del fegato e dalle fibre del 
cuore, non si equivalgono funzionalmente ; ma di fronte alle malattie 
hanno press'a poco la stessa vulnerabilità, qualunque sia il tesoro psi- 
chico che racchiudono. Né la superiorità individuale dell'ingegno, né la 
superiorità gerarchica d'una cellula sulle altre sembrano aumentare la re- 
sistenza all'azione d'un veleno. Il processo morboso è dunque come un 
colpo di vento che, passando sopra una scacchiera, abbatte indifferente- 
mente l'alfiere o la pedina. Ciò che importa è la posizione e la mole del 
pezzo in un caso; la posizione e lo stato nutritivo della cellula nell'altro. 
Per il quadro sintomatico hanno gran valore il numero e la qualità delle 
cellule rispettate ; per il processo morboso non ha valore che la quantità 
degli elementi offesi. 

A grandi linee si deve tenere in conto anche la categoria anatomica e 
funzionale della cellula, perchè certe affinità specifiche non si possono 
negare: vi sono malattie che colpiscono di preferenza le cellule motorie 
o le sensitive o le psichiche. Ma il contenuto psichico e particolare della 
cellula ammalata non è un fatto accessibile all'anatomia patologica. Perciò 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 241 



le malattie della mente, per quanto la loro patogenesi e la loro anatomia 
patologica possano essere grossolane e poco variabili, appariranno sempre, 
anche se distruggono profondamente l'intelligenza, assai più personali e 
varie che non siano le malattie comuni. La loro patogenesi è povera, 
mentre la loro sintomatologia è ricca, anche troppo ricca. 

Cosi nella classificazione delle malattie mentali lottano due opposte ten- 
denze. I sintomatologi, ossia gli alienisti pratici, sono spinti a moltipli- 
care le distinzioni e le forme cliniche ; mentre gli anatomici, che rappre- 
sentano un indirizzo più scientifico ed obiettivo, sono condotti a sempli- 
ficare sintetizzando ; e se vogliono, riescono forse ad una psicologia meno 
sottile, ma più giusta. 

Qualche volta avviene che tutti concordino nel vedere la stessa sin- 
drome e nel formulare la stessa diagnosi ; ma è diverso il decorso e forse 
è diversa la malattia mentale. Un adolescente, un adulto, un vecchio pre- 
sentano tutti i segni caratteristici della melancolia, e noi li classifichiamo 
senz'altro tra i melancoliei. Tuttavia è assai probabile che il primo cadrà 
per sempre in demenza, che il secondo guarirà, che l'ultimo rimarrà psi- 
copatico fino alla morte, senza mai scendere all'incoerenza demenziale. 
Si può asserire che la patogenesi sia nei tre casi la stessa e che si tratti 
veramente di un'unica malattia? Se anche lo ammettessimo per defi- 
cienza di dati necroscopici e in omaggio alla somiglianza dei sin- 
tomi, è verosimile che i processi morbosi di queste tre melancolie siano 
in realtà differenti. 

Altre volte non è l'età, ma un elemento speciale e più intimo che mo- 
difica la sorte d'infermi apparentemente colpiti dalla stessa psicosi. Vi 
sono disordini parziali e costituzionali della mente che durano tutta la 
vita e che spuntano a poco a poco senza l'intervento d'una causa verifi- 
cabile, come i deliri paranoici ; lo stesso sintomo può comparire transi- 
toriamente per intossicazione od anemia in casi leggieri d'amenza; o si 
produce cronicamente, ma preceduto da altri disordini gravi ed improv- 
visi che costituiscono una vera infermità, com'è il caso dell'ebefrenia. 
Qui il fattore più importante della malattia è personale : per un alto grado 
di predisposizione al delirio si avrà un paranoico che delira spontanea- 
mente ; per una predisposizione più debole e nascosta si avrà un amente 
con un delirio tossico d'occasione, ma di natura paranoide ; per una pre- 
disposizione complessa, ma poco visibile nell'infanzia, si avrà un de- 
mente precoce con delirio paranoide più o meno duraturo. 

Oppure accade nelle malattie mentali, e più ancora nelle nervose, che 
il quadro dei sintomi dipenda non tanto dalla natura dell'agente morboso, 
né dalla costituzione psichica dell'individuo, quanto invece dal punto o 
dal sistema in cui esso si localizza. Un focolaio apoplettico, un tumore, 

Tanzi, Psichiatria. — 31. 



242 CAPITOLO IX 



un trauma, un'irritazione passeggera e circoscritta d'origine uremica pos- 
sono provocare la stessa sindrome se offendono gli stessi elementi o si- 
stemi. 

Appunto per questa indeterminatezza di criteri direttivi la psichiatria 
s'ingegna a tracciare i confini e i legami dei suoi quadri clinici con uno 
zelo che è superfluo nelle altre parti della medicina. La classificazione 
delle malattie, che nel resto della nosologia è un pleonasmo, è in psi- 
chiatria uno sforzo ostinato e non sempre felice, ma necessario, o per lo 
meno utile a dimostrare la legittimità di certe psicosi e il valore pratico 
della psichiatria. Questo momentaneo contrasto fra l'utilità quasi indi- 
spensabile d'una classificazione e la difficoltà quasi insormontabile di con- 
durla a termine spiega la tenacia degli alienisti in tentativi sempre rin- 
novati e sempre imperfetti. 

Per evitare errori e rimproveri, bisogna contentarsi d'una classifica- 
zione poco rigorosa, piuttosto eclettica ed essenzialmente provvisoria o 
magari d'un semplice elenco. Quando le malattie mentali saranno più co- 
nosciute, la loro coordinazione in serie nascerà spontaneamente ; ma si 
può prevedere che sarà meno complessa delle artificiose classificazioni 
finora adottate o proposte dagli alienisti sotto l'inspirazione di concetti 
teorici. L'incertezza dei confini tra le varie psicopatie ha abbandonato gli 
alienisti alle seduzioni della fantasia e dello schematismo ; ma il progres- 
sivo accrescimento delle nostre cognizioni, chiudendo gli orizzonti dell' im- 
maginazione, per quanto seria e ragionevole, costringerà la classificazione 
delle malattie mentali a quella modestia da cui la psichiatria contempo- 
ranea si è spesso scostata. 

11 fine immediato d'una classificazione nosologica è doppio. Da un lato 
bisogna distinguere le malattie una per una, ciò che implica la verifica 
della loro esistenza, del loro numero e del loro nome (la nomenclatura 
non è in psichiatria un quesito del tutto indifferente). Dall'altro lato, per 
non consegnare all'insegnamento una pura lista di nomi, bisogna riunire 
in gruppi le malattie che abbiano qualche elemento comune e scomporre 
i gruppi generali in sottogruppi particolari. Ogni volta, dice De Sanctis, 
che si la un tentativo di coordinazione dei fenomeni clinici passa nei 
nostri studi un lampo di filosofia. Tuttavia questo lavoro di coordinazione 
applicato alle malattie mentali poggia sopra criteri in gran parte ipote- 
tici, che potrebbero essere erronei. Costruire classificazioni complesse, 
minuziose, inflessibili sopra un terreno cos'i precario è arrischiare un ca- 
pitale di indagini e di propaganda per un'impresa destinata quasi indub- 
biamente a non dare che un profitto illusorio e non durevole. Basta un 
soffio di realtà a distruggere le classificazioni più elaborate. L'enumera- 
zione semplice e senza pretesa delle varie psicopatie nasconde già una 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 213 

timida intenzione di classificare, e corre il pericolo di sfasciarsi al primo 
sopraggiungere di nuove nozioni e di nuovi metodi clinici. 

Difetto principale di tutte le classificazioni finora in uso fu appunto 
quello dell'intemperanza. La classificazione di Esquirol, che dominò nella 
prima metà del secolo XIX, benché fosse estremamente incompleta come 
enumerazione, era abbastanza ardita nei suoi raggruppamenti. Mancava 
in essa la paralisi progressiva ; mancava la paranoia persecutoria ; man- 
cavano le forme di malattia mentale caratterizzate da idee incoercibili e 
le psicosi periodiche ; ma pure si pretendeva di dividere tutte le psicosi 
in parziali o monomanie, di cui l'esemplare più spiccato era la mono- 
mania ambiziosa, e in generali, di cui il tipo più evidente era la mania. 
In accordo con questo preconcetto, la monomania si divideva nelle tre 
forme : intellettuale, affettiva ed impulsiva. 

La monomania intellettuale era la paranoia ambiziosa, spesso confusa 
con la megalomania della paralisi progressiva. La monomania affettiva 
era la melancolia o lipemania. E la monomania impulsiva comprendeva 
una quantità infinita di casi in cui un atto qualunque, o che rappresen- 
tasse lo sfogo di un'ossessione lucida e continuata, o che fosse l'espres- 
sione d'un delirio, o che scaturisse all'improvviso e automaticamente dal 
disordine della coscienza, solo perchè destava raccapriccio o ilarità o me- 
raviglia, veniva interpretato alla stessa maniera, cioè come un segno pa- 
tognomonico della monomania impulsiva. Questa diagnosi servi poi d'eti- 
chetta generale a tutte le stravaganze della pazzia che venivano classifi- 
cate per piromania, necrofilia, mania omicida, coprofagia, mania erra- 
bonda, scelotirbe. 11 nome eteroclito di scelotirbe indicava, p. es., la ten- 
denza dei pellagrosi al suicidio specifico mediante l'annegamento : e tanta 
è la suggestione delle parole, che molti medici colti, ma poco esperti di 
psichiatria, credono ancora a questa singolarità di determinismo da parte 
del veleno maidico. 

Ciò che meglio risultava nella classificazione di Esquirol era la distin- 
zione, del resto assai facile, tra l'imbecillità (congenita) e la demenza 
(acquisita). 

Segui lo schema ancora più semplice di Griesinger (1855-1865) ; ma 
per quanto semplice, conteneva anch'esso il suo errore. Le forme di de- 
lirio sistematizzato che oggi si ritengono primitive e vanno sotto le in- 
segne della paranoia e della demenza precoce erano interpretate come 
un esito terminale della melancolia e della mania. Ed anzi parve a 
Griesinger che tutte le malattie mentali si potessero dividere in due 
gruppi: le emotive o primarie, come l'ipocondria (la nevrastenia'/) la 
melancolia, la mania eia monomania agitata (paralisi progressiva'?), eie 
intellettuali o secondarie, co me la demenza, la pazzia sistematizzata e le 



244 CAPITOLO IX 



demenze parziali. In questa antitesi vi è una certa esagerazione, ma noi» 
manca l'intuito d'una verità fin allora ignorata. 

È arbitaria la separazione assoluta delle malattie affettive dalle intel- 
lettuali nel senso che tutte le psicosi affettive siano primarie ed acute, 
mentre le malattie intellettuali sarebbero secondarie e croniche ; ma è 
conforme al vero che il disordine degli affetti caratterizza gli esordì delle 
malattie mentali, e che il disordine dell'intelligenza è piuttosto il pro- 
dotto graduale e tardivo d'un carattere moralmente anomalo o l'epilogo 
di passioni morbose che arrivano lentamente al parossismo, deformando 
i giudizi. 

Come saggio d'una classificazione personale ricorderò quella di Guislain 
(1830-1860). Dopo aver delineato astrattamente le poche alterazioni fonda- 
mentali delle singole funzioni psichiche che siamo in grado d'immagi- 
nare come possibili, Guislain credeva poi di riscontrare nella comparsa 
semplice o nelle combinazioni binarie, ternarie e quaternarie di queste al- 
terazioni più o meno teoriche i quadri morbosi della realtà. La frenalgia 
era la melancolia (che Schùle chiamò disthymia) ; la frenolepsia, l'estasi, 
ossia la sospensione degli atti intellettuali accompagnata da rigidità ge- 
nerale ; l'iperfrenia, ritenuta per la più frequente delle psicosi, equivaleva 
all'esaltazione ossia alla mania ; la parafrenia comprendeva le impulsi- 
vità e le altre anomalie della volontà ; l'ideofrenia consisteva nell'irrego- 
larità delle idee ; e l'afrenia era la demenza. Questo schema corrisponde 
male ai fatti speciali di cui dovrebbe essere la sintesi fedele, e finisce col 
rimanere, senza possibilità d'uscita, nel campo della psicopatologia gene- 
rale. Tranne la melancolia e la demenza, i quadri clinici di Guislain sono 
astrazioni e non rappresentano i decorsi completi, coerenti, caratteristici 
e necessari delle malattie mentali come si manifestano nella realtà e 
come, data la causa e l'individuo, si dovrebbero prevedere ai primi, 
stadi. 

Più ricca di criteri pratici, e fra tutte più ricca d'influenza sui pro- 
gressi della psichiatria, fu la classificazione di B. A. Morel, che ha per 
base l'etiologia. Questo eminente alienista inaugurava nel 1857, appunto 
con la sua classificazione, un'idea nuova, quella della degenerazione ere- 
ditaria. E non fu la sola : si deve a Morel anche d'aver riunito insieme 
le pazzie tossiche, tra cui peraltro non figurano (e non era ancora possi- 
bile che figurassero) le autointossicazioni. Cosi le malattie mentali si com- 
pendiano in sei gruppi : 

1.° pazzie ereditarie (nevropatici, eccentrici, deliranti lucidi e cronici, 
imbecilli, idioti) ; 

2." pazzie tossiche (alcoolisti, oppiofagi, ecc.) ; 

3.° pazzie provenienti da altre malattie (isterici, epilettici, ipocon- 
driaci) ; 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 2-15 

4." pazzie idiopatiche (paralitici progressivi ed altri cerebropatici) ; 

5." pazzie simpatiche (da malattie extracerebrali) ; 

6.° stati terminali (dementi). 
Tra le malattie del primo gruppo vi era da notare la loro tendenza a 
trasmettersi per eredità in forme sempre più gravi e con data sempre più 
precoce di generazione in generazione. Dalle semplici nevropatie all'ec- 
centricità, dall'eccentricità al delirio sistematizzato, da questo alla pazzia 
grave della condotta, all'imbecillità e all'idiozia con infecondità era tutto 
un programma fatale di decadenza morale e somatica, che conduceva al- 
l'estinzione della stirpe e costituiva le fasi d'una vera malattia famigliale: 
la degenerazione psichica. 

Il concetto della degenerazione serve di pernio alla classificazione di 
Krafft-Ebing, che dal 1880 al 1890 fu in gran favore presso le scuole 
tedesche ed italiane di psichiatria e che è tra le più complete ed appro- 
priate. I confini tra le varie psicosi vi sono felicemente determinati ; la 
psicosi delle idee fisse (ora a base nevrastenica, ora a base degenerativa) 
si stacca con vigore dalla paranoia, secondo quanto ci fu insegnato da 
Westphal ; ed hanno il loro posto le psicosi rare, come la pazzia ragio- 
nante, o d'interpretazione difficile, come la pazzia morale. Ma non tutti 
gli errori tradizionali della psichiatria sono rettificati : persiste tra le psi- 
cosi acute una forma di demenza o stupidità che dovrebbe essere guari- 
bile e che Kraepelin finirà per aggregare più tardi alla demenza pre- 
coce, come una varietà catatonica poco facile alla guarigione. I deliri 
paranoici sono sempre mescolati coi paranoidi ; e toccherà a Kraepelin di 
operare anche questa seconda correzione, dimostrando le diversità d'ori- 
gine, di natura e di significato clinico che inducono a separare questi 
due sintomi, malgrado le loro somiglianze apparenti. 

Per Krafft-Ebing la melancolia e la mania sono malattie accidentali 
che colpiscono soggetti validi e non predisposti, e in tale qualità rappre- 
sentano l'antitesi delle psicosi degenerative ed ereditarie : la pazzia perio- 
dica e circolare, come la paranoia e la pazzia morale, sono tutt'altra 
cosa dalla melancolia e dalla mania ad un solo accesso o con poche re- 
cidive irregolari. Ora la tendenza odierna, dopo accurate osservazioni di 
Kraepelin e le numerose conferme ch'esse ebbero da ogni parte, è 
piuttosto di riferire anche la melancolia e la mania ad una diatesi 
costituzionale, che non esclude l'eredità. Così viene a mancare la base 
principale alla contrapposizione tra le cos'i dette psiconevrosi o malattie 
acquisite e guaribili da una parte e le psi/chische Entartungen o malattie 
costituzionali ed ereditarie dall'altra ; contrapposizione che forma la parte 
originale della classificazione ideata da Krafft-Ebing sull'esempio di 
Morel. Infatti la classificazione di Krafft-Ebing è questa : 



246 CAPITOLO IX 



I. Psiconevrosi: raelancolia, mania, stupidità o demenza acuta guaribile, 
delirio allucinatorie) (Trainatimi) , pazzia sistematizzata secondaria (seciindàrc 

Verriiclciheit), demenza terminale (Blodsinn). 

II. Degenerazioni ; pazzia ragionante, pazzia morale, pazzia delle idee risse (che 
può anche aver per fondo la semplice nevrastenia), paranoia, pazzia periodica 
e circolare, isterismo, epilessia, ipocondria. 

III. Cerebropatie con prevalenza di sintomi psichici : demenza paralitica, 
sifilide cerebrale, alcoolismo cronico, demenza senile, delirio acuto. 

IV. Arresti dello sviluppo psichico : imbecillità, idiozia, cretinismo. 

Del resto la critica rivolta a Krafft-Ebing per aver disconosciuto il 
carattere costituzionale e l'orse ereditario della melancolia e della mania 
è giusta fino ad un certo punto. In l'ondo, la predisposizione organica 
alla melancolia, alla mania o ad entrambe queste psicosi non implica 
alcun vizio o difetto immanente del carattere e dell'intelligenza; e perciò 
non ha nulla di comune coi pervertimenti e con le lacune congenite dei 
degenerati. Quando Krafft-Ebing dice che il melancolico e il maniaco, 
ammalandosi, non rassomigliano affatto a sé stessi, mentre i degenerati 
non fanno che accentuare gradualmente in senso anomalo la loro perso- 
nalità anteriore, egli enuncia una verità incontrastabile ed una distinzione 
che si avrebbe torto di voler bandire dalla psichiatria. 

La classificazione di Krafft-Ebing, lievemente modificata nell'ultima 
edizione del suo trattato, fu per dieci anni la guida agli studi degli alie- 
nisti italiani, almeno nel campo della tassinomia, e la conferma autore- 
vole alle teorie della degenerazione, sebbene oggi queste teorie siano di- 
venute anche troppo popolari per opera di Max Nordau e d'altri evolu- 
zionisti disoccupati, che cercano con mezzi troppo facili di scoprire le 
cause e le leggi psicologiche del delitto, della pazzia, delle anomalie mo- 
rali e intellettuali. Per le ricerche statistiche, che richiedono unità di 
criteri e di nomenclatura, vige invece la classificazione di A. Verga. 
.Secondo questa classificazione, antica se non antiquata, le malattie men- 
tali o frenopatie si dividono in congenite ed acquisite. Sono congenite 
l'imbecillità, l'idiozia e il cretinismo {frenastenie). Tra le irenosi acqui- 
site si distinguono le semplici e le complicate. Frenosi semplici (con ma- 
nifestazioni puramente psichiche) : pazzia morale, pazzia ciclica, mania 
con e senza furore, monomania intellettuale (la moderna paranoia), mo- 
nomania impulsiva (oggi scomparsa dalla nosologia), melancolia sem- 
plice e con stupore, demenza primitiva e consecutiva. Pazzie complicate 
:che cioè presentano anche sintomi sensitivi, sensoriali o motori) : fre- 
nosi sensoria (acuta, con allucinazioni), frenosi ipocondriaca, ('renosi iste- 
rica, ('renosi puerperale, frenosi epilettica, frenosi sifilitica, frenosi al- 
coolica, frenosi pellagrosa, frenosi paralitica, frenosi senile. 

Attualmente la classificazione di A. Verga continua ad essere usata 
nei registri dei manicomi italiani da cui il governo trae le notizie demo- 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 247 

grafiche. Come lume, invece, al processo scientifico della psichiatria 
le classificazioni più seguite sono quelle di Enrico Morselli e di Emilio 
Kraepelin. 

Secondo Morselli (1885-1898) le malattie mentali si possono disporre 
(più che per altro per opportunità didattica) in gruppi, sottogruppi, se- 
zioni e sottosezioni. 

l.° Gruppo. — Frenastenie o arresti di sviluppo. 

1. Idiotismo. 

2. Cretinismo. 

3. Imbecillità e sue gradazioni. 

2.° Gruppo. — Parafreuìe (anomalie dell'evoluzione cerebrale/. 
l.° Sottogruppo. — Degenerazioni psichiche. 

1. Psicosi criminale. 

2. Follia o temperamento mattoide. 

3. Pazzia ragionante. 

4. Inversione dell'istinto sessuale. 

5. Paranoia originaria degenerativa. 
2.° Sottograppo. — Psicopatie costituzionali. 

Sezione I. — Su costituzione neuropatica semplice. 

1. Paranoia radimentaria (idee fisse). 

2. Pazzia periodica. 

Sezione II. — Su costituzione neuropatica grave. 

1. Pazzia epilettica. 

2. » isterica. 

3. » ipocondriaca. 

4. » coreica. 

5. » nevrastenica. 
3." Sottogruppo. — Psicopatie critiche. 

1. Ebefrenia. 

2. Pazzia climaterica. 

3. Demenza senile. 

3. Gruppo. — Frenopatie (affezioni del cervello completamente sviluppato). 
l.° Sottogruppo. — Psiconevrosi. 

Sezione I. — Formi' tipiche primitive. 

Sottosezione l a . — Con alterazione fondamentale del sentimento. 

1. Mania semplice. 

2. Melancolia semplice. 

3. Mania grave. 

4. Melancolia grave. 

Sottosezione 2." — Senza alterazione fondamentale del sentimento. 

5. Freuosi sensoria acuta. 

6. Stupidità o demenza acuta. 

7. Catatonia. 

Sezione II. — Forme tipiche secondarie. 

Sottosezione l. a — Con delirio allegorico. 

1. Pazzia sistematizzata secondaria o paranoia secondaria. 
Sottosezione 2. ;l — Senza delirio allegorico. 

2. Demenza consecutiva. 

2.° Sottogruppo. — Cerebro-psicopatie o encefalopatie con psicosi. 
Sezione I. — Cerebro-psicopatie croniche. 

Sottosezione 1." — Forme tipiche da lesioni primitive dei centri 
corticali. 

1. Paralisi generale progressiva. 

Sottosezione 2. a — Forme atipiche da lesione secondaria dei centri 
corticali. 

2. Demenza emiplegica. 

3. » tabetica. 



248 CAPITOLO IX 



- 4. Demenza da sclerosi a placche. 

5. » da meningite cronica. 

6. » da tumore cerebrale. 

7. » senile grave. 
Sezione II. — Cerebro-psicopatie acute. 

1. Delirio acuto. 
Sezione III. — Cerebro-psicopatie specifiche. 
1. Frenosi sifilitica. 
3." Sottogruppo. — Encefalopatie tossiche. 

Sezione I. — Per abuso di alimenti nervosi. 

1. Pazzia alcoolica. 

2. Nicotismo cronico. 

3. Oppiofagismo. 

Sezione II. — Per alimenti alterati. 

1. Pazzia pellagrosa. 

2. Ergotismo. 

3. Latirismo. 

Sezione III. — Per abuso od azione eccessiva di dati rimedi. 

1. Pazzia morfinica. 

2. » cloroibrmica. 

3. » eterica. 

4. >> iodoformica. 

5. » cloralica. 
ti. bromica. 

Sezione IV. — Per influenza di date industrie. 

1. Pazzia saturnina. 

2. >■ carbonica. 

La classificazione di E. Kraepelin (1897) è più semplice ed ha ormai 
preso il posto d'onore fin qui tenuto da quella di Krafft-Ebing. La sua 
originalità consiste nell'immensa estensione accordata alla demenza pre- 
coce (ebefrenia, catatonia e demenza paranoide) ; nella scomparsa della 
demenza secondaria; e nella riduzione della mania e della melancolia 
a semplici fasi d'una psicosi maniaco-depressiva più o meno- perio- 
dica. La melancolia come forma a sé non è riconosciuta che nei vecchi. 

A. Disturbi mentali acquisiti. 

I. Stati d'esaurimento : 

a) Delirio da collasso. 

b) Confusione acuta od amenza. 
e) Demenza acuta. 

<ì) Esaurimento nervoso cronico (nevrastenia acquisita, ipocondria). 

II. Avvelenamenti : 

1. Avvelenamenti acuti. 
a) Delirio febbrile. 

I>) » infettivo (per microrganismi). 

2. Avvelenamenti cronici. 
a) Àlcoolismo. 

ii> Morfinismo. 
e) Cocainismo. 

III. Malattie dei. ricambio : 

a) Pazzia mixedematosa. 

b) Cretinismo. 

e) Processi demenziali, demenza precoce, catatonia, demenza paranoide. 
d) Demenza paralitica. 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 249 

IV. Pazzia per malattie organiche del cervello : 

Malattie diffuse: gliosi della corteccia cerebrale, sclerosi' celebrale dif- 
fusa, lue ereditaria tardiva, arteriosclerosi del cervello, ence- 
falite, sclerosi multipla. 

Malattie circoscritte: tumori, ascessi, emorragie, embolie, trombosi, 
traumi del capo. 

V. Pazzie involutive dei vecchi : 

a) Melancolia. 

6) Demenza senile. 

B. Disturbi mentali per predisposizione morbosa. 

I. Costituzionali : 

«) Pazzia periodica, forma maniaca, forme circolari, forme depressive. 

b) Paranoia (Verriiclilieit). 

II. Nevrosi generali : 

«.) Pazzia epilettica. 

h) v isterica. 

e) Nevrosi da spavento. 

III. Stati psicopatici (pazzia degenerativa) : 

a) Depressione costituzionale o nevrastenia congenita. 

b) Pazzia ossessiva (Zwangsirresem). 
e) Pazzia impulsiva. 

il) Inversione sessuale. 

IV. Arresti dello sviluppo : 
a) Imbecillità. 

6) Idiozia . 

Questo schema di Kraepelin ha il merito di inspirarsi a criteri di cli- 
nica generale che tolgono la psichiatria dal suo isolamento. Le malattie 
mentali vi sono aggruppate in modo non troppo diverso da quello che 
tutti adottano per le malattie dei visceri, cioè specialmente secondo le 
cause e le lesioni. 

Ma d'altra parte non si può dimenticare che ogni malattia si presenta 
agli occhi come una successione di sintomi. Ora, alle differenze delle 
cause e delle lesioni si stenta, e spesso è impossibile, stando alle suddivi- 
sioni minuziose di Kraepelin, di mettere in riscontro differenze reali, 
costanti e caratteristiche dei quadri morbosi. Per es. : che divario vi è 
tra amenza e demenza acuta '. Lo stesso Kraepelin si accorge della loro 
identità, e nella sesta edizione del suo trattato sopprime la demenza 
acuta. Ma non semplifica la serie dei casi sotto cui si ripetono e non variano 
i deliri sempre caotici dell'esaurimento, delle infezioni, degli avvelena- 
menti, delle autointossicazioni ; e questa sovrabbondanza di quadri cli- 
nici, che sembrano riprodotti con lo stampo, si osserva anche riguardo 
ad altre psicosi troppo tormentate dall'analisi nell'intento di trovare una 
apposita veste sintomatica ad ogni lesione e ad ogni agente morboso. 

La classificazione rifatta da Kraepelin nel 1899 non è ancora libera 
da questo difetto, benché abbia il grande merito d'aver consolidato il 
quadro della demenza precoce. 

Tanzi, Psichiatria. — 32. 



250 CAPITOLO IX 



I. Pazzia da infezioni: 
Deliri febbrili. 

infettivi: iniziali, vainolo, tifo, rabbia. 
Stati infettivi (l'esaurimento. 
II. Pazzia da esaurimento : 
Delirio da collasso. 
Confusione acuta (amenza). 

Esaurimento cronico del sistema nervoso: nevrastenia acquisita, ipo- 
condria. 

III. Avvelenamenti : 

Avvelenamenti acuti . 

> cronici: alcoolismo, morfinismo, cocainismo. 

IV. Pazzie tiroidee: 

Mixedema. 

Cretinismo. 
V. Demenza precoce: forma ebefrenica, forma catatonica, forma paranoide. 
VI. Demenza paralitica. 

VII. Pazzia per encefalopatie: a) diffuse, gliosi corticale, sifilide ereditaria. 
tardiva, arteriosclerosi cerebrale, gliosi perivasoolare, encefalite sub- 
corticale, sclerosi multipla; l>) circoscritte, tumori, ascessi, emorragie, 
embolie, trombosi, traumi del capo. 
VIII. Pazzie critiche da involuzione: melancolia, delirio presenile di queri- 
monia (o di persecuzione spicciola) (BeeintrachUgungswalm), demenza 
senile. 
IX. Pazzia maniaco-depressiva : stati maniaci, stati depressivi, stati misti, 
pazzia circolare. 
X. Paranoia. 
XI. Nevrosi generali: pazzia epilettica, pazzia isterica, nevrosi da spavento. 
XII. Stati psicopatici (degenerazioni): malumore costituzionale, pazzia 

ossessiva (Zwangsìrreseiii), inversione dell'istinto sessuale. 
XIII. ARRESTI dello SVILUPPO psichico : imbecillità (apatica, eretistica, mo- 
rale), idiozia. 



Anche in questo secondo schema la sindrome amenziale è disseminata 
in parecchie malattie che, di fronte alla psichiatria, dovrebbero coinci- 
dere. Nel delirio infettivo e nel delirio febbrile si ha una confusione più 
o meno profonda, più o meno continua, più o meno violenta dell'intelli- 
genza, ecco tutto ciò che siamo in grado di riconoscere, con la stessa 
probabilità, nelle due serie di casi. Il delirio febbrile, il delirio infettivo, 
ed anche il delirio da collasso non sono dunque altro che amenza acuta. 

Invece la nevrastenia acquisita con decorso cronico, che è sempre lucida, 
ha ben poco di comune con queste forme confusionali ed acute, tra cui 
non si capisce come si trovi mescolata. Piuttosto a me pare che meriti 
di star vicina ai deliri amenziali quella forma di delirio sistematizzato che 
dipende da esaurimento e guarisce, sebbene possa svelare uno stato di 
paranoia latente o di predisposizione paranoica. 

Quanto al gruppo delle malattie mentali da alterato ricambio chimico, 
esso è giustificato per il mixedema e il cretinismo, ma non altrettanto per 
la demenza precoce, la cui origine è oscura e forse ereditaria, la cui sin- 
drome è mobile, i cui esiti sono vari. 

E chi ci dice che non siano malattie del ricambio anche le psicosi al- 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 251 

fettive e specialmente la pazzia circolare ? Se poi prendiamo in conside- 
razione la gliosi della corteccia cerebrale e gli altri processi psicopatici 
che dipendono da lesioni organiche e diffuse del cervello, dov'è la diffe- 
renza dei quadri clinici che possa render facile, sicura e concludente l'i- 
dentificazione di tante pretese malattie prima della necroscopia ? Quello 
di Kraepelin non è dunque uno schema di psicosi già note ed accer- 
tate, ma un programma di studi e di ricerche da cui io credo che do- 
vrebbe uscire una classificazione delle malattie mentali meno ana- 
litica. 

Seguitando : perchè mai l'arteriosclerosi del cervello è separata dalla 
demenza senile ? E perchè la melancolia involutiva dei vecchi, che è cosi 
rara e sbiadita in confronto alla melancolia ordinaria degli adulti, so- 
pravvive sola come una malattia autonoma, mentre le forme classiche di 
melancolia, tanto più frequenti e scultorie, figurano senza nome in mezzo 
alla pazzia maniaco- depressiva ? Anche la vicinanza della pazzia maniaco- 
depressiva con la paranoia apparisce forzata. Per quanto tutte e due pos- 
sano essere malattie costituzionali, il paranoico presenta certe singolarità 
permanenti del carattere e dell'intelligenza di cui non v'è la minima 
traccia nel melanconico o nel maniaco, né durante la crisi né durante i 
lunghissimi intervalli. E mentre il paranoico passa quasi insensibilmente 
dalla lucidezza al delirio, che è una concentrazione laboriosa ed intensa 
del suo pensiero abituale, il melancolico ed il maniaco sono da riguar- 
darsi come individui psichicamente normali, che di tanto in tanto (od 
anche una sola volta in tutta la vita) vanno soggetti a crisi affettive e si 
presentano sotto un aspetto nuovo. Avvicinare ai paranoici i melancolici 
ed i maniaci, infliggendo anche ad essi il marchio della degenerazione, 
è più che un arbitrio, un errore. 

Nella classificazione di Kraepelin è eccessiva anche la distinzione tra 
nevrastenia congenita e pazzia ossessiva o Zwangsirresein. È più sem- 
plice ammettere una nevrastenia sola con o senza complicazioni. 11 grado 
più leggiero di nevrastenia costituzionale non oltrepassa il campo della 
sensibilità e dell'affettività ; l'altro, più grave, disturba l'associazione delle 
idee e genera le immagini ossessive. Se poi l'immagine ossessiva si rife- 
risce ad un atto da compiere, ed è cosi impellente che la volontà del 
malato non riesce a frenarlo, ecco che la nevrastenia raggiunge un terzo 
grado, più che una terza forma, e diventa, malgrado la lucidezza del ne- 
vrastenico, pazzia impulsiva. 

Oltre ai problemi che si riferiscono alla suddivisione delle malattie 
mentali, ve n'è uno che riguarda in genere il concetto di malattia men- 
tale. Dipende dalla delimitazione di questo concetto l'estensione più o 
meno vasta che si assegnerà alla psichiatria. 



252 CAPITOLO IX 



Sono o non sono malattie mentali i perturbamenti allettivi senza de- 
lirio ? L'amnesia cronica e generale dei vecchi senz'alterazione dell'intel- 
ligenza? Le amnesie circoscritte, le afasie, le astereognosie, la cecità psi- 
chica ? Le anomalie del carattere, le varietà estreme dell'indole passio- 
nale ? La delinquenza d'individui intelligenti e non privi d'affettività ? 
L'inversione dell'istinto sessuale ? La paranoia senza sistema lisso ? La 
malattia del dubbio e le numerose fobie che, per quanto croniche, non 
inceppano l'attività intellettuale, non arrestano il suo sviluppo progres- 
sivo, non deformano il carattere, non influiscono sulla condotta e non in- 
gannano l'autocritica dell'infermo che ne è anzi un giudice severo e de- 
solato ' Se la psichiatria non dovesse occuparsi che dei pazzi in un senso 
stretto e se per pazzia si dovesse intendere, come sostiene Morselli, 
una malattia od un'anomalia della personalità umana tutt'intera, è certo 
che gli stati psicopatici or ora enumerati sfuggirebbero alla competenza 
dell'alienista. I perturbamenti affettivi, le amnesie, le afasie, le nevra- 
stenie con idee ossessive cadrebbero soltanto sotto l'osservazione del me- 
dico comune. La paranoia senza delirio, l'inversione sessuale, la crimi- 
nalità, le anomalie del carattere verrebbero comprese nelle graduatorie 
psicologiche dell'antropologo, come deviazioni estreme del tipo umano. 
Dal canto mio non credo che convenga rimpiccolire cos'i il dominio della 
psichiatria. Ogni malattia che presenti come manifestazione caratteristica 
l'offuscamento dell'intelligenza o la metamorfosi del carattere (intossica- 
zioni, traumi, stati d'esaurimento) ; ogni perdita circoscritta, ma improv- 
visa e sistematica di ricordi e di abilità speciali (afasie, amnesie da In- 
coiai distruttivi, paralisi d'origine psichica); ogni oscillazione non moti- 
vata dell'umore (psicosi affettive, isterismo, prodromi nevrastenici di 
molte gravi malattie, nevrastenia costituzionale); ogni reazione inade- 
guata, insolita e irragionevole della volontà, anche se isolata (come nelle 
fasi iniziali della demenza precoce e senile, nell'isterismo, nella dege- 
nerazione alcoolica ed epilettica), appartengono di pieno diritto alla psi- 
chiatria, ancorché non conducano alla disintegrazione della personalità 
psichica. 

Nondimeno la disintegrazione della personalità psichica è un elemento 
di sommo interesse per la psichiatria ; e si deve dar lode a Morselli 
d'aver messo in rilievo questo elemento, considerandola personalità come 
la sintesi subiettiva d'un organismo senziente e reagente. Solo é da sog- 
giungere che questa sintesi, sempre mal distinta, non sempre presente e 
di rado operante nell'uomo valido e normale, non si lascia facilmente 
cogliere nemmeno nel malato di mente. Le variazioni quotidiane della 
personalità nei normali e nei pazzi non vanno scambiate con la tras- 
formazione totale e patologica. Restano le metamorfosi straordinarie e ra- 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 253 

dicali della personalità come pure le sue incarnazioni teratologiche. Ora, 
più che a criterio generico della pazzia, queste variazioni complesse 
possono essere utilizzate a criterio discriminativo tra la pazzia grave o 
da manicomio e le malattie od anomalie più lievi che non legittimano la 
privazione della libertà. Nelle pazzie da manicomio, quando cioè la per- 
sonalità del pazzo è sostanzialmente cambiata, si deve ammettere l'irre- 
sponsabilità civile e penale. Nelle malattie mentali che lasciano alla per- 
sonalità la sua flsonomia antecedente, e nelle anomalie più lievi, che la 
rendono solo parzialmente dissimile dal tipo medio dell'uomo ordinario, 
permane la responsabilità civile e penale (salvo possibili attenuanti), perchè 
permane la capacità di vivere liberamente e magari utilmente nel con- 
sorzio sociale. 

La psichiatria corrente non tien conto che delle pazzie grossolane con 
disintegrazione o insufficienza o manifesta anomalia della personalità che 
trascinano gl'infermi al manicomio e implicano la perdita, momentanea 
o duratura, dei diritti civili. Ma la psichiatria scientifica deve occuparsi 
delle irregolarità minori, che, appunto perchè non bastano ad alterare 
sensibilmente il tipo della personalità, non ricevono, e in realtà non me- 
ritano, il nome di pazzie. Cos'i non si può dire che siano vere pazzie, 
ossia che alterino la personalità, quelle malattie dei sentimenti od ano- 
malie del carattere di cui i soggetti, per quanto malati od anomali, va- 
lutano giustamente l'importanza e che non ottundono né falsano il loro 
giudizio sopra sé stessi ; ma esse non cessano per questo d'essere ma- 
lattie od anomalie mentali, pazzie lucide, se si vuole, o pazzie incom- 
plete, parziali. Del resto, anche nei più gravi disordini dell'intelligenza e 
dei sentimenti, è ben difficile che di tratto in tratto la personalità ante- 
cedente e normale non riprenda il sopravvento ; e non si deve dimenti- 
care che entro certi limiti, come osserva lo stesso Morselli, la persona- 
lità è in preda a un continuo divenire anche nell'uomo fisiologico, e che 
non vi sono due istanti identici nella successione biografica di queste in- 
cessanti variazioni. Solo le metamorfosi e le anomalie gravissime della 
personalità, che presentano evidentemente l'impronta patologica, perchè 
rendono l'individuo inetto ad apprezzare i propri interessi prossimi e re- 
moti, possono servire di norma all'alienista ; ma in questo caso esse pro- 
vano l'esistenza di certe malattie mentali, non sono la condizione neces- 
saria d'un disordine psichico qualunque sia. 

Ciò premesso, quali sono, nel momento presente, i requisiti d'una 
buona classificazione? Le malattie mentali devono anzitutto esservi rap- 
presentate nella loro totalità, ma senza distinzioni troppo unilaterali o di 
genere teorico. Inoltre occorre che un filo direttivo stabilisca il loro ordine, 
ravvicinando le forme simili e scostando le dissimili. A questo se 
criterio più alla portata è quello delle cause. 



25i CAPITOLO IX 



La causa d'una malattia mentale si può riconoscere nella massima parte 
dei casi : essa dà l'intonazione al decorso ed è, per ora, la base delle 
nostre previsioni cliniche, delle nostre cure, della nostra diagnosi diffe- 
renziale. Vi sono psicopatie la cui causa non risiede affatto nella strut- 
tura mentale dell'individuo. La mente del malato, come funzione ordi- 
naria, apparisce non diversa da quella di tutti gli altri, ma vi è un agente 
esterno che viene a sconvolgerla in modo acuto. Non si diventa alcoo- 
lizzati senz'alcool, né pellagrosi senza le muffe del mais. È vero che di 
fronte ai veleni la costituzione individuale conta pur sempre per qualche 
cosa ; qualcuno ha per l'alcool un'attrazione fatale ; e vi sono individui 
che, per piacere o per forza o incoscientemente, introducono nel proprio 
organismo quantità ingenti di un determinato veleno senza soffrire alcun 
danno intellettuale, mentre altri non resistono a dosi minime. Ma in ogni 
modo la costituzione individuale non è sufficiente a produrre la psicosi, 
che è del tutto specifica ; e se pure influisce come concausa, non ha 
alcun rapporto colle attitudini costituzionali dell'intelligenza e del carat- 
tere. Queste psicosi, per causa esterna, sono da considerarsi come sem- 
plici accidentalità. E infatti il loro decorso, se cessa l'azione della causa 
morbigena, è acuto e breve ; si prolunga indefinitamente solo quando l'a- 
gente morboso incoglie un cervello non ancora sviluppato, provocando 
reazioni organiche difficili a ripararsi, per es. un processo diffuso di 
gliosi ; e può riuscir mortale quando l'intossicazione è assai violenta e 
determina febbre elevata o collasso, come nelle forme gravi d'amenza 
che sono consociate col nome di delirio acuto. 

Vi sono altre psicopatie, la cui insorgenza è ancora dovuta a cause 
esterne, ma che richiedono necessariamente il concorso attivo dell'orga- 
nismo ammalato. Sotto lo stimolo di un'infezione, di un'intossicazione o 
d'una lesione viscerale, l'organismo sviluppa tossine secondarie od auto- 
tossine capaci di compromettere le funzioni psichiche. E qui si ritrovano 
altre forme d'amenza, come pure l'idiozia mixedematosa, il cretinismo, 
la paralisi progressiva, la pazzia uremica. Anche queste psicosi sono di 
natura più esogena che endogena, e non hanno bisogno, per nascere, 
d'un terreno degenerativo. Al più basta un terreno cachettico ; ma la de- 
generazione psichica non c'è o non è dimostrabile o si presenta bensì, 
ma solo in casi eccezionali, per cui non sembra affatto necessaria. In ogni 
modo essa è sempre insufficiente senza il concorso di cause esterne. 
Queste psicosi meritano di stare accanto a quelle per veleni esterni 
o per tossine primarie; ma preparano il passaggio ad una categoria di 
malattie mentali la cui genesi è più intima, cioè a quelle per cause miste. 
Prima di arrivare al gruppo in parola, incontriamo le cerebropatie infan- 
tili e quelle degli adulti, la cui causa immediata è un complesso impor- 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 255 



tante e noto di lesioni cerebrali ; ma dietro a questa causa, che potrebbe 
passare per interna, ve n'è quasi sempre un'altra, che è esterna e fortuita. 
Per le cerebropatie dei bambini si tratta spesso d'infezioni, di traumi, di 
distocia. Per la demenza senile la causa prima consiste quasi sempre in 
un'arteriosclerosi più o meno anticipata del cervello che spesso è fami- 
gliale, ma che altrettanto spesso è dovuta a sifìlide, ad alcoolismo, ossia 
(in ultima analisi) a cause esterne ed accidentali. La stessa eredità dell'ar- 
teriosclerosi, ed anche l'eredità specifica dell'arteriosclerosi cerebrale, se 
è interna riguardo all'organismo ed al cervello, è esterna riguardo allo 
sviluppo psichico, perchè non lo compromette e non lo tocca finché 
rimane allo stato di predisposizione. L'intelligenza dei candidati alla de- 
menza senile è normale ; essa resta ferita dall'arteriosclerosi come lo 
sarebbe da un trauma o da una malattia casuale. Lo stesso si può ripetere 
per le demenze da emorragia cerebrale, dove la fragilità dei vasi, per 
quanto costituzionale, lascia integra l'intelligenza e il carattere finché non 
si traduce in atto con l'apoplessia. 

In antitesi con le malattie accidentali ed esogene che colpiscono cer 
velli validi o destinati ad una probabile validità, e prescindendo per un 
momento dalle forme intermedie che analizzeremo più innanzi, vi sono 
altre psicosi che si manifestano in individui psichicamente anormali od 
incompleti la cui ascendenza ha già pagato il suo tributo, di solito in 
grado più modesto, alla psichiatria. Si tratta, più che di vere malattie, 
di anomalie endogene dello sviluppo montale che vengono con ragione 
riferite alla decadenza della stirpe. 

La paranoia, l'isterismo, l'immoralità costituzionale, l'inversione ses- 
suale, la nevrastenia cronica con idee ossessive, la gracilità ereditaria del- 
l'intelligenza, la demenza precoce fanno parte di questo gruppo che dunque 
riunisce i predestinati. Gente che impazzisce senza un determinismo visi- 
bile, in modo ambiguo, spesso a cavalcioni tra la malattia e la norma- 
lità, e che talvolta è soggetta alle malattie mentali dell'altro tipo, ma con 
decorso effimero ed affrettato. Salvo una parte dei dementi precoci, 
tutti questi degenerati non arrivano mai alla perdita completa dell'in- 
telligenza. 

Tra le degenerazioni psichiche e le psicopatie accidentali stanno le psi- 
cosi affettive, che sotto un certo aspetto si presentano come malattie co- 
stituzionali, perchè assai facili a recidive talvolta regolari ; in parte in- 
vece si manifestano come malattie acute, perchè colpiscono intelligenze 
normalmente sviluppate e, guarendo, non hanno tolto all'intelligenza il vi- 
gore e i lineamenti che aveva. Se la natura costituzionale dei disordini 
affettivi, che possono persino alternarsi ad accessi strettamente ravvici- 
nati di melancolia e di mania (psicosi circolare) per tutta la vita, ci in- 



256 CAPITOLO IX 



duce a sospettare una causa endogena, noi dobbiamo riconoscere che 
questa causa è ben diversa da quell'anomalia visibile dello sviluppo psi- 
chico donde nascono -le psicosi degenerative. I melancolici, i maniaci, i 
circolari ammalano di solito dopo i trent'anni ; nella loro biografia non 
si trova alcun indizio di decadenza o stravaganza o ristrettezza mentale; 
gli accessi sono spesso assai radi, talvolta unici, e i lunghissimi periodi 
di equilibrio affettivo che succedono all'accesso formano un netto di- 
stacco dal breve periodo di malattia in atto. Anche durante l'imperver- 
sare della bufera affettiva vi sono individui che non accennano mai a 
delirare ; gli stessi circolari possono sottrarsi in perpetuità, malgrado il ri- 
petersi indefinito dei loro accessi, ad ogni errore palmare di logica, ad 
ogni turbamento l'ormale di giudizio, ad ogni delirio, ad ogni assurdità 
di condotta. 

È vero che una minoranza di melancolici, di maniaci, di circolari cade 
in veri deliri paranoidi, smarrisce la coscienza, compie reati, si mutila, 
si uccide, reagisce in modo violento ; ma se queste manifestazioni mor- 
bose indicano un'inferiorità e, diciamo pure, una costituzione degenera- 
tiva, bisogna convenire ch'essa sarebbe rimasta latente forse per tutta la 
vita senza l'intervento della psicosi acuta. D'altra parte tutti coloro, e 
sono i più, che sotto l'azione acuta della melancolia o della mania sfug- 
gono agli errori di giudizio, alle allucinazioni, al delirio, danno prova 
d'una robustezza intellettuale e si direbbe d'una costituzione anti-degene- 
rativa, che li rende sotto un certo aspetto più normali dei normali. Qui 
dunque il criterio etiologico, invece di affermarsi genericamente ed uni- 
formemente nella malattia, si dimostra caso per caso e sotto due aspetti 
diversi nei malati. La melancolia e la mania, come astrazioni cliniche, 
sono psicosi in parte costituzionali, in parte acquisite ; ma i melancolici 
e i maniaci, come individui, sono, a seconda dei casi, o infermi predesti- 
nati o infermi d'occasione. 

E qualche volta i due ordini di cause, le endogene e le esogene, ope- 
rano di conserva sullo stesso individuo, senza che si possa determinarne 
la misura. Ecco perchè le psicosi affettive formano il gruppo intermedio 
ed un po' ambiguo delle malattie per cause miste. 

Seguendo questi criteri e tenendo presenti non le reazioni teoricamente 
possibili dell'organismo alle possibili cause di psicosi, né le rarità noso- 
logiche, ma i fenomeni clinici che si scorgono nella loro realtà coi loro 
confini naturali, noi possiamo enumerare le malattie mentali con un or- 
dine meditato che ci indica, purché ne conosciamo la chiave, la loro 
causa probabile e quindi la loro natura. 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 



257 



Avvelenamenti . 



Tossi-infezioni 
ed 

auto-intossicazioni. 



Encefalopatie. 



PSICI >M A FRETTI VE 



Neuro-psicosi 

COSTI T r Z I <> N A L I 



1. Pellagra. 

2. Alcoolismo. 

3. Morfinismo, cocainismo. 

I allucinatoria. 
. , ... | apatica. 

' lieve (pazzia sistematizzata acuta), 
gravissima (delirio acuto). 

5. Psicosi uremica. 

( mixedema acquisito. 

6. Psicosi tiroidee < cretinismo (endemico e sporadico). 

( basedowismo. 

7. Paralisi progressiva. 

8. Cerebropatie infantili (idiozia acquisita). 

| tumori cerebrali, 
traumi al capo. 
i). (leni i adulti | sifilide cerebrale. 

I demenza apoplettica. 
» senile. 

10. Mclancolia. 

11. Mania. 

11'. Psicosi circolare. 

( 13. Nevrastenia costituzionale (psicosi os.se.--si va). 
} 11. Isterismo. 
'( 15. Epilessia. 

Ili. Forma eoefrenica. 



I Ili. Forma eliejicniea. 

Demenza PEECOCE, ' 17. » catatonica. 

I 18. » paranoide. 



/ 19. Perversione 

Anomalie 20 lmuwr:i] Lta 

degenerative ■ aii Paranoia . 



19. Perversione dell'istinto sessual 
costituzionale. 



DELLA MENTE. 



22. Gracilità intellettuale (imbecillità ereditaria). 



In questo schema le cause morbigene, decisamente esterne e acciden- 
tali per le malattie da intossicazione, diventano mano a mano più costi- 
tuzionali e più intime ; ma in modo che solo le ultime (anomalie più che 
malattie) si possono dire assolutamente degenerative. 

Nella pellagra, a cui non si sottrae nessun mangiatore di mais ava- 
riato o immaturo, la costituzione individuale non ha la minima importanza. 
Ha qualche volta un'importanza secondaria nell'alcoolismo, quando pree- 
siste lo squilibrio nervoso che spinge alla ricerca di forti eccitamenti. 
L'amenza, che comprende la massima parte dei casi acuti e a rigore 
anche quelli di pellagra e di alcoolismo, è ancora una psicosi da causa 
esterna, e la costituzione individuale vi esercita un'influenza poco co- 
stante, anzi talvolta addirittura dubbia. Vengono poi le psicosi tiroidee, 
la paralisi progressiva, le cerebropatie infantili, la demenza apoplettica, 
la demenza senile. Qui si ha un substrato organico che cambia la costi- 
tuzione generale del malato e l'orma, indipendentemente da ogni causa 
esterna, un terreno propizio allo sviluppo di disordini cronici della mente. 

TaNzi, Psichiatria. — 33. 



258 CAPITOLO IX 



Ma è un substrato che si prepara dopo la nascita e richiede quasi sempre, 
per formarsi, l'intervento di fattori esterni. Quando un tale substrato è 
maturo, non abbiamo ancora che una semplice predisposizione alla ma- 
lattia mentale. Vi sono basedowici, mixedematosi, gozzuti endemici, me- 
tasifilitici, cerebroplegici dall'infanzia, arteriosclerotici e individui con tu- 
mori endocranici, che non sono né pazzi né deficienti. 

Un posto a parte meritano la melancolia, la mania e la psicosi circo- 
lare. La frequenza con cui questi disturbi affettivi si rinnovano in uno 
stesso individuo indica l'esistenza di una diatesi melancolica e d'una dia- 
tesi maniaca ; la possibilità d'una psicosi circolare con alternative ripe- 
tute ci dice che le due diatesi, benché opposte, possono associarsi. Ma 
d'altra parte, se pensiamo che vi sono melancolici con uno o due ac- 
cessi di melancolia in tutta la vita ; che lo stesso avviene riguardo alla 
mania ; che i melancolici ed i maniaci sono psichicamente normali du- 
rante gl'intervalli talvolta lunghissimi ; e che la melancolia può derivare 
in modo evidente ed inoppugnabile da cause esterne, come per es. da un 
forte dispiacere, bisogna concludere che in questo caso la legge etiolo- 
gica è fatta dai malati stessi, non dalla malattia. E pei malati essa suona 
ora in un modo, ora nell'altro. Se anche preesiste una diatesi melanco- 
lica o maniaca o a binomio, si tratta d'una predisposizione intima, ma 
non di natura psicologica. Nel periodo d'intervallo il melancolico non è 
più serio d'un normale ; né il maniaco è più violento ; né il circolare è 
più oscillante. 

La genesi della melancolia non è dunque un'orientazione unilaterale e 
triste dell'affettività ; la mania non nasce da una personalità volubile ed 
ilare; ma l'una e l'altra dipendono da condizioni probabilmente generali 
dell'intero organismo, forse da speciali prodotti del ricambio organico, la 
cui sorgente non è nemmeno nel cervello, ma che, versandosi nel cir- 
colo, esercitano un'influenza più o meno continua sulle funzioni cere- 
brali. In questo caso il cervello non sarebbe che l'organo segnalatore di 
un'autointossicazione generale, le cui cause sono da cercarsi nella costi- 
tuzione organica, non nella struttura psichica. 

Oppure può darsi che il ricambio sia normale, ma che si abbia da 
parte del cervello una speciale reattività e delicatezza alle tossine nor- 
mali. Anche in questo secondo caso la causa della psicosi affettiva è in- 
terna per rispetto all'organismo, ma è esterna per rispetto alla subietti- 
vità del malato. Del resto alla causa costituzionale, fosse pure di natura 
degenerativa e psichica, si aggiunge spesso un fattore fortuito, cioè 
un avvenimento esterno che pone la melancolia tra le malattie non del 
tutto fatali. 

Le nevropsicosi, nevrastenia costituzionale, isterismo, epilessia, indi- 



CLASSIFICAZIONE DELLE MALATTIE MENTALI 259 



cano un'eccitabilità specifica e individuale dei centri nervosi, anzi di 
certi speciali centri. Quest'eccitabilità rappresenta una vera varietà della 
costituzione nervosa che per lo più influisce direttamente e permanente- 
mente anche sulla costituzione mentale. L'epilettico è un passionale; l'i- 
sterico è un emotivo : il nevrastenico è un sensitivo, un valetudinario, 
un casuista ; e non farà meraviglia se fra i nevrastenici si recluta la 
maggior parte degli studiosi e dei sedentari. Nelle neuropsicosi spunta 
già, se non la degenerazione psichica, la degenerazione nervosa. Noi ab- 
biamo che fare con cervelli intelligenti, ma esagerati nelle reazioni mo- 
torie o troppo pronti a modificare inutilmente il giuoco dei processi au- 
tomatici o troppo sensibili alla stanchezza. 

La degenerazione mentale, e non più soltanto nervosa, si afferma con 
una certa chiarezza nella demenza precoce. Questa malattia, eminente- 
mente psichica, è spesso famigliale ; scoppia di preferenza nell'età giova- 
nile ; ha un decorso cronico e progressivo, salvo i casi piuttosto rari in cui 
guarisce od abortisce con reintegrazione imperfetta. E un vero falli- 
mento dell'evoluzione mentale ; le funzioni psichiche, che rappresen- 
tano nella filogenesi e nella ontogenesi un'organizzazione d'utilità ge- 
nerale a favore della specie e dell'individuo, tradiscono il loro man- 
dato e si mettono a contrasto con gl'interessi che erano chiamate a 
proteggere e promuovere. Il demente precoce, giunto allo stadio termi- 
nale ed anche prima, si mette al disotto degli animali meno intelligenti ; 
non solo omette di compiere ciò che dovrebbe, ma compie ciò che non 



gliate. In questo senso la demenza precoce è una vera degenerazione. 
Ma essa è in pari tempo anche una vera malattia ; insorge brusca- 
mente ; progredisce e s'interrompe ; può guarire e migliorare ; si accom- 
pagna spesso con fugaci dimagramenti e con periodi d'ingrassamento ; 
è connessa frequentemente con parossismi e con estinzione della sessua- 
lità ; dà luogo ad episodi di vero disordine mentale come nella mania e 
nell'amenza ; e in molti casi termina con uno sfacelo completo dell'in- 
telligenza che sembra ed è l'epilogo d'una grave malattia, non la mèta 
di un'evoluzione aberrante. La causa della demenza precoce, almeno con 
ogni probabilità, è dunque più morbosa che evolutiva, più generale che 
cerebrale. La degenerazione psichica è più nel risultato finale che nel pe- 
riodo premorboso e nei prodromi, evidentemente acuti, della malattia. 

L'aberrazione dello sviluppo intellettuale si vede più chiaramente nella 
perversione dell'istinto sessuale, che per lo più è congenita, nell'immoralità 
costituzionale, che rende l'uomo simile ai bruti, nella paranoia, che lo assi- 
mila ai primitivi, nella gracilità intellettuale ereditaria, che lo arresta al li- 
vello dei bambini. Queste sono le vere degenerazioni psichiche : non naufragi 



260 CAPITOLO IX 



o infortuni accidentali e riparabili, ma false rotte, parafrenie, anomalie di 
sviluppo. Di fronte alle malattie mentali, nel senso stretto della parola, 
queste anomalie costituzionali presentano la particolarità di favorirle. Non 
solo ; ma in simile connubio d'anomalia e di malattia mentale, che del 
resto non è poi frequentissimo, si nota un'altra particolarità : gli episodi 
di psicosi acuta che si osservano nei degenerati si distinguono per l'in- 
sorgenza improvvisa e l'eccezionale brevità del decorso. 

Che anche quest'ultimo gruppo d'anomalie sia costituito in modo na- 
turale lo prova la circostanza che talvolta si associano fra loro, che nes- 
suna di esse presenta un decorso progressivo, che fra i degenerati delle 
varie specie vi è qualche elemento comune : il carattere fantastico, la 
spensieratezza della condotta, l'egoismo. 

Così le malattie e le anomalie mentali si classificano, secondo la causa 
che le ha prodotte, senza sforzi' dialettici e con una discreta corrispon- 
denza tra Pedologia e il decorso. Ma non bisogna dimenticare che le cause 
esterne e le interne non formano tra di loro un'antitesi incompatibile. Vi 
è un po' di causa interna in ogni avvelenamento, per quanto accidentali 1 ; 
e vi è un po' di causa occasionale in ogni anomalia, per quanto eredi- 
taria. Dietro il corpo delle cause esterne c'è l'ombra d'una causa in- 
terna, e viceversa : le distinzioni sono scolastiche e la realtà è sin- 
tetica. 



CAPITOLO X. 

La pellagra 



La pellagra è una malattia endemica, a decorso remittente e per lo più non 
febbrile, che a lungo andare uccide e che deriva da una causa specifica, 
cioè dall'alimentazione per mezzo di mais ammuffito: polenta o pan 
giallo. 11 quadro clinico della pellagra è quello di una cachessia da intos- 
sicazione ; e quand'é completo, si presenta con sintomi non solo intesti- 
nali, gastrici e cutanei, ma anche motori e psichici. 

ETIOLOGIA. 

Il mais o frumentone o grano turco è il cibo prevalente, talvolta esclu- 
sivo, delle popolazioni rurali in molte regioni di clima caldo o temperato, 
come il Messico, l'Argentina, l'Uruguay, l'Egitto, la Turchia, la Grecia, 
la Rumenia, la Bulgaria, la Serbia, la Croazia, la Dalmazia, l'Italia set- 
tentrionale e centrale, la Spagna (Aragona e Galizia) ed alcuni diparti- 
menti meridionali della Francia. Dove per ragione di latitudine o d'alti- 
tudine vi sono stagioni e territori poco soleggiati, il grano turco non ma- 
tura pienamente ; o matura, ma poi ammuffisce, perchè è tenuto in lo- 
cali umidi, in soffitte aperte, in cortili senz'alcun riparo dalla pioggia. I 
proletari della campagna, non potendo concedersi il lusso di una farina 
migliore, né d'altri cibi più confacenti, si nutrono con la polenta infetta, 
di cui ignorano o sfidano i pericoli. 

Essi non sentono il disgusto di quel cibo insipido o magari addirittura 
amaro ; o se ne accorgono e superano la ripugnanza, perchè tra un ve- 
leno a buon mercato e un cibo sano, ma caro, non sono liberi di sce- 
gliere. Se poi il sole è generoso e il mais rimane asciutto, basta che il 
raccolto sia scarso, perchè si apra l'adito al mais avariato. L'inerzia del- 
l'abitudine e l'interesse dei rivenditori, rifuggendo da cambiamenti radi- 
cali ed arrischiati della coltura agricola, attirano il mais d'importazione 



262 CAl'ITOLO X 



dai paesi che ne abbondano e che possono venderne a prezzo di concor- 
renza. Ed anche in questo caso la merce cattiva, che costa meno e che 
non manca mai, si fa più strada della buona. Gli esportatori di grano 
turco o spediscono addirittura ciò che hanno di peggio o, per compen- 
sare il sopracosto del trasporto, affidano la loro merce a stive umide e 
mal ventilate, dove la pioggia e il cattivo tempo guasteranno almeno una 
parte del carico. 

11 mais avariato non resterà invenduto : laisses [aire, laissez passer, di- 
cono gli economisti classici. 1 sequestri alla frontiera doganale, oltre a 
contrariare il liberismo, non conferiscono al quieto vivere dei governi 
troppo rispettosi dell'igiene nazionale. La Repubblica di Venezia, che pos- 
sedeva un Consiglio di Sanità, fu lo Stato che per primo osò inter- 
venire a difesa dei pellagrosi. Nel 1776 l'alimentazione per mezzo di 
mais guasto era stata interdetta agli uomini ed agli animali domestici ; 
il mais avariato non doveva essere mescolato col buono ; si praticavano 
ispezioni nei mulini; l'importazione era vigilata; i medici che curavano 
pellagrosi erano obbligati a domandare ai loro malati dove avevano com- 
prato il grano turco; l'acquisto clandestino di mais guasto era soggetto a 
processo d'inquisizione; e ai preti era prescritto di divulgare queste norme 
nei giorni di festa. 

Lo Stati i italiano intervenne con energia, benché fugacemente, nel 1895 
per tutelare gli umili consumatori di polenta; ma il grande commercio 
sa sopraffare lo Stato ed ottenere la revoca ci i decreti incomodi. Si fa cre- 
dere che il mais ammuffito non serva all'alimentazione, ma all'industria. 
Eppure basterebbe una legislazione, se non savia, onesta, per impedire 
l'uso alimentare del mais avariato o immaturo, che si dovrebbe distrug- 
gere o disperdere. 

Da un anno in qua, per iniziativa di Baccelli, furono adottati provve- 
dimenti legislativi che non mancano di previdenza e di cui potremo presto 
verificare l'efficacia. I mezzi profilattici, sanzionati dalla legge Baccelli, 
siimi inspirati ad un concetto scientificamente preciso, cioè alla convinzione 
che la pellagra sia un avvelenamento e che la sorgente del veleno sia il 
mais ammuffito. 11 mais asciutto non è punto tossico; e nel Messico, dove 
non esiste e non arriva mais ammuffito, non si conosce pellagra. Sarebbe 
stato desiderabile che la legge vietasse la coltivazione del mais in quelle 
regioni di montagna dov'è certamente impossibile la maturazione. Ma il 
Senato italiano respinse questa provvida misura per non limitare la li- 
bertà e l'iniziativa individuale che, si dice, è sempre utile all'interesse 
collettivo della società. « Eppure » soggiunge Badaloni « noi siamo abi- 
tuati a tante menomazioni di libertà in omaggio alla finanza dello Stato, 
alla conservazione del patrimonio artistico, alla protezione degli animali, 



LA PELLAGRA 263 



dei vigneti, delle selve, degli argini, che potremmo sopportarne una di 
più in nome della pubblica salute per la redenzione di 100.000 pel- 
lagrosi ». 



CARATTERI MORFOLOGICI E VENEFICI 
DEL MAIS AMMUFFITO. 

I caratteri del mais avariato o immaturo non sono difficili a verificarsi. 
Il chicco immaturo è bianchiccio o bianco sporco e raggrinzito ; avvolto 
in uno strato trasparente e sottile, lascia scorgere il germe e la perispora 
col suo colore bruno. Il germe è rinchiuso in una cavità semivuota, e 
dentro alla quale si osservano anche detriti polverulenti. La corteccia 
è macchiata ; e nell'interno delle cavità sono visibili ad occhio nudo 
gli acari della farina. Quando poi il chicco di grano turco è maturo, 
ma guasto, la sua superficie è screpolata e grinzosa, macchiata di nero 
o di verde, priva di lucentezza ; il germe è spesso rattrappito ; la radi- 
chetta è annerita; tutt'intorno vi sono cavità con un contenuto ver- 
dastro di polvere, di spore, d'ifomiceti. Ha odore di muffa e sapore ama- 
rognolo. I punti neri della superficie, visti col microscopio, corrispondono 
a colonie di grossi bacilli che continuano nell'interno della sostanza radi- 
colare e formano dei cordoni (Babes, Sion, Elena Manicatide). Questi 
bacterì sono corti, un po' rotondeggianti, e ve ne sono di varie specie, 
con e senza spore. Nessuno di essi è patogeno e possono trovarsi nelle 
feci di pellagrosi come anche di non pellagrosi. Alcuni appartengono al 
gruppo del bacterium coli, vi sono anche protei e microrganismi inoffen- 
sivi, come se ne trovano nell'acqua sudicia (Monti e Tirelli). 

La marcedine del mais è dovuta non solo a bacterì, ma anche a di- 
versi funghi : ustilago maidis, uredo carbo, sporisorium maidis (verde- 
rame), penicillium glaucUm, mucor racemosus, vidium maidis, eretium 
rnesentericum, sporotriehum maidis, aspergillus niger, flavescens e fìuni- 
gatus. Il più frequente è il penicillium glaucum. Ora parecchi di questi 
parassiti del mais, né più né meno dei bacterì, si ritrovano anche nelle 
feci, nella pelle, nelle mucose d'individui che, oltre a non essere pella- 
grosi, non hanno nemmeno mangiato grano turco. Dunque i parassiti del 
mais, almeno per la massima parte, non sono né una particolarità di questo 
cereale, né la causa immediata della pellagra. Essi sono l'agente alla cui 
presenza l'uomo resta indifferente e il mais ammuffisce. Ma l'organismo 
umano, che non soffre al contatto dei bacterì e delle muffe maidiche, si 
ammala per l'ingestione del mais ammuffito. Il mais è dunque o la sorgente 
diretta d'un veleno o il tramite d'una sostanza che diventa velenosa nel- 



264 CAPITOLO X 



l'organismo umano ; e questo veleno o questa sostanza che diventerà ve- 
leno sono il prodotto specifico di un'azione chimica che i bacteri e le 
muffe esercitano sui chicchi del mais facendolo ammuffire. Tolto il cereale 
intermediario e lasciati di fronte i parassiti da una parte e l'uomo dal- 
l'altra, non esiste più pellagra. 

In realtà, pare che i prodotti di decomposizione del mais guasto siano 
velenosi anche prima di arrivare nell'intestino umano. Neusser oppone 
che essi acquisterebbero tale proprietà al loro passaggio in un intestino 
ammalato, dando luogo ad una sostanza simile all'aldeide e capace di 
uccidere le rane con paralisi e letargo. Ma questa teoria si fonda su dati 
insufficienti ed è contraddetta da studi posteriori. Secondo Lombroso la 
pellagra si deve a sostanze estrattive che si ricavano direttamente dal 
mais guasto, estraendole per mezzo dell'alcool. Il principale di questi 
veleni sarebbe la pellagrozeina. Proseguendo le ricerche di Lombroso, 
Erba avrebbe trovato nell'estratto alcoolico dei germi infetti, oltre alla 
pellagrozeina, una sostanza azotata, amarissima, con le reazioni di un 
alcaloide e che rassomiglierebbe alla stricnina, ma senza la proprietà ili 
cristallizzare e di dare chinolina. 

Le ricerche di Pellizzi e Tirelli dimostrano che nel mais mal seccato, 
anche se il suo aspetto è abbastanza vicino al normale, si trovano bacteri 
che, coltivati, danno luogo a sostanze molto tossiche. 

Se le culture si fanno in polenta, si ha uno sviluppo di tossine ana- 
loghe. Ma bisogna ricordarsi che i veleni della pellagra si formano nel 
grano, non nella polenta ; e inoltre rimane dubbio se si tratti di so- 
stanze che agiscono chimicamente, come la pellagrozeina di Lombroso, o 
di fermenti. 

Tale questione fu analizzata da Gosio e da Ferrati. Essi isolarono i 
germi di mais guasto che poterono raccogliere in località pellagrose; 
praticarono culture pure di penicillium glaucum, che era tra i vari funghi 
il più rappresentato, sia in liquido di Raulin sia in polenta di mais sano ; 
ed estrassero dalle colture una sostanza della serie aromatica, probabil- 
mente un fenolo. 

La tintura di mais penicillare uccide un topo in poche ore ; mentre 
la tintura di mais sano non è tossica nemmeno ad un dose decupla, ed 
è del pari innocua la farina sana a dose di due grammi. 



PATOGENESI. 



La natura tossica della pellagra è ormai fuori di discussione ; ma circa 
al modo di azione del mais le opinioni non sono ancora pienamente con- 
cordi. Si contendono il primato cinque teorie differenti : 



LA PELLAGRA 265 



1.° Il mais, anche sano, è velenoso iRoussel). La sua costituzione chi- 
mica è tale che contiene certi veleni naturali e produce una tossicosi ce- 
reale simile al latirismo : zeismo, e i seguaci di questa teoria si chia- 
mano zeisti. I paesi dove è in uso il mais, e tuttavia non vi è pellagra, 
come il Messico, la Dalmazia, l'Irlanda, dimostrano la falsità di questa 
teoria. 

2." 11 mais non è sempre velenoso, ma in alcune qualità di mais che, 
tardano a maturare, come il quarantino e il cinquantino, si trovano re- 
golarmente veleni che sono la causa della pellagra. Teoria in assoluto 
contrasto coi fatti : la pellagra infierisce anche dove non si coltivano e 
non vengono importati il quarantino e il cinquantino. 

3.° Il mais, per sé stesso, non è velenoso ; ma, sano o guasto che sia, 
acquista proprietà venefiche nell'intestino umano quando si trova sotto 
l'influenza chimica di secrezioni (morbose?) o di fermentazioni (speciali?) 
che riescono innocue a contatto di altri cibi. Teoria puramente fanta- 
stica : chi ha verificato queste secrezioni ? come si rivelano questi fermenti? 
4.° La formazione del veleno maidico avviene nell'organismo del- 
l'uomo, ma solo a spese del mais guasto. Il mais guasto non è dunque 
velenoso (e tanto meno il mais buono), ma è il veicolo di sostanze che 
diventano velenose nell'organismo umano (quando? dove? in che modo?). 
5." Il mais guasto è velenoso, il mais buono è innocuo, e la pellagra 
■è un avvelenamento puro e semplice (Balardini, Lombroso). Insomma, 
la pellagra è una malattia dell'uomo e d'altri vertebrati che deriva a sua 
volta da una malattia del grano turco. Delle due malattie, quella degli 
animali è un'intossicazione e quella del mais è un'infezione. I parassiti 
del mais non sono infettivi per gli animali. 

Quest'ultima teoria raccoglie oggi i suffragi di quasi tutti i pellagrologi. 
Essa è fondata sull'osservazione e sull'esperimento. Gli animali da espe- 
rimento, cani, gatti, conigli, cavie, polli, rane, furono alimentati con mais 
sano e con mais guasto o con cibi ricavati dal mais; si usò l'alimenta- 
zione esclusivamente maidica e l'alimentazione mista ; si adottò anche il 
trattamento con le sostanze estrattive ; e non si mancò di ricorrere ai 
sieri nella speranza di confermare la patogenesi tossica e di scoprire le 
antitossine. Ne risultò la verità di ciò che Balardini, prima che fiorisse 
la patologia sperimentale, aveva felicemente intuito e che Lombroso aveva 
sagacemente dimostrato. 

I cani, abbondantemente nutriti di mais ammuffito, quantunque privati 
di carne, di pane e di latte, non presentano alcun segno d'inanizione, 
anzi aumentano di peso ; ma soffrono d'ipertonia muscolare con esagera- 
zione dei reflessi tendinei e persino (due volte su dieci casi) di tetano ; 
sette su dieci ebbero diarrea ; uno presentò eritema ; altri dimostrarono 

Tanzi, Psichiatria. — 34. 



266 CAPITOLO X 



anestesia, spasmi, tremito, depressione psichica, diffidenza (Lombroso). 
(ili estratti di pellagrozeina preparati da Erba riescirono estremamente 
tossici: un'iniezione di 50 cgr. nelle rane produsse convulsioni, esagera- 
zione dei reflessi, tetano, letargo ed anestesia. Nei topi delle chiaviche 
bastano 12 cgr. a provocare torpore, anoressia, paralisi degli arti poste- 
riori, e la morte in capo ad un'ora od a 12 ore. Un gatto morì in 10 ore 
con rigidità degli arti posteriori, tremito, l'ebbre e letargo per 1 cgr. e 
mezzo di veleno maidico. Nei cani l'estratto a 2 °/ ou del peso individuale 
determina vomito, contrattura degli arti posteriori, dilatazione delle pupille, 
esagerazione dei reflessi, difficoltà del respiro e del polso, paralisi e morte 
in poche ore. 

Peccato che l'autopsia di avvelenamenti così rapidi non dia risultati 
molto istruttivi. È certo peraltro che il mais guasto contiene diversi veleni. 
Strambici, e più tardi Hebra, avevano già notato l'analogia della pellagra 
con l'ergotismo. E Husemann, avendo proceduto all'estrazione chimica, 
conclude per l'esistenza d'un veleno cerebrale d'azione simile a quella della 
pi (-rotolino, o della solanina. Ma vi e di più. 

Secondo Mario Serena gli animali allenati all'alimentazione maidica, 
e che sono stati abituati a dosi crescenti del veleno, acquistano una certa 
resistenza alle dosi più alte : e il loro siero acquista proprietà antitos- 
siche. Anche Babes, in unione con Elena Manicatide, sperimentò il 
siero di pellagrosi guariti (un uomo ed una donna) ; e verificò che i co- 
nigli a cui s'iniettava il solo estratto maidico morivano in !), 17, 20 giorni 
con crampi, opistotono, desquamazione della pelle e perdita dei peli ; 
mentre quelli a cui s'iniettava una miscela di estratto maidico e di siero 
morivano in 32, in 00 giorni e persino dopo vari mesi. 11 siero ricavato da 
uomini che non erano mai stati pellagrosi non aveva la stessa virtù. 1 
topi, sottoposti alle iniezioni di puro estratto, morivano alla più lunga in 
12 ore con enterorragie; se alla tossina si aggiungeva siero normale, la 
morte avveniva in 15, in 17 ore ; se il siero aggiunto era di pellagrosi gua- 
riti, duravano in vita 30 ore fino a 17 giorni. 11 siero antidifterico agiva 
come il siero normale. Si può dunque concludere che nel sangue dei pel- 
lagrosi si l'orina un'antitossina capace di neutralizzare l'azione tossica del 
mais guasto. 

Secondo Ceni, la pellagra non sarebbe una pura intossicazione, ma 
un'infezione sui generis prodotta direttamente dalle spore dell' aspergillus 
fumigatus o da quelle dell' aspergillus flaveseens. Le spore di questi asper- 
gini, introdotte nell'intestino con l'alimentazione maidica, riescirebbero a 
penetrare in circolo e a depositarsi in vari organi, nella pleura, nel pol- 
mone, nel pericardio, nelle meningi, suscitando processi d'infiammazione 
cronica. Esse avrebbero la proprietà di elaborare sostanze molto virulente e 



LA PELLAGRA 2K7 



diffusibili che darebbero luogo al quadro dell'intossicazione pellagrosa. Che 
si abbi* un quadro simile, anziché quello dell' aspergillosi o pseudo-tuber- 
colosi aspergdlare, come lo si ottiene sperimentalmente per iniezione 
endovenosa delle spore, è cosa piuttosto strana. Ma Ceni la spiega ammet- 
tendo che le spore dell'aspergillo, esposte all'azione dei succhi gastro-in- 
testinali, perdano la capacità germinativa, conservando quella di elabo- 
rare sostanze tossiche. 

L'ipotesi di Ceni non è molto d'accordo con le nozioni generali sulla 
vita delle spore e richiederebbe per conto proprio schiarimenti più labo- 
riosi di quelli che è in grado di dare alla patogenesi della pellagra. 

Per quanto non sia ben sicura l'origine specifica della sostanza vele- 
nosa che è causa della pellagra e non sia accertato ancora quale fra i 
parassiti del mais è incriminabile in modo prevalente o addirittura speci- 
fico di questa endemia, non vi è nessun dubbio che il processo essen- 
ziale della pellagra è un'intossicazione. Ce lo dicono, come vedremo, 
anche la sintomatologia, cosi diversa da quella della semplice inanizione, 
e l'anatomia patologica con le degenerazioni sistematiche che ci addita 
nel sistema nervoso. Che poi quest'azione tossica si sprigioni primitiva- 
mente dal mais guasto e non costituisca una triste prerogativa del mais 
normale, lo provano, fra altri argomenti, le esperienze di Tebaldi ed 
Ellero che nel 1882 riescirono a guarire diversi pellagrosi pazzi, ali- 
mentandoli per breve tempo con polenta abbondante d'ottima qualità e 
coi cibi sussidiari che erano soliti a prendere a casa loro, in modo elio 
tutti aumentarono di peso. Cosi la pellagra non è riuscita a penetrare in 
Irlanda, dove il mais è usato largamente, ma dove d'altra parte si ha la 
cautela di ventilarlo con metodi speciali che lo preservano dalle avarie. 
In questo paese, ch'era soggetto a varie endemie da esaurimento finché 
la popolazione povera si cibava di sole patate, il mais, introdotto da non 
lungo tempo come sostitutivo, si é affermato come un cibo assai nutritivo 
ed esente da pericoli. 

Basta sorvegliarne il raccolto e curarne la conservazione allo stato 
asciutto per essere sicuri di evitare la pellagra. 



SINTOMI. 

La pellagra comincia senza brividi, né lebbre, e senza quei disturbi 
prodromici che caratterizzano le malattie infettive. Il contadino, che ha 
vissuto di stenti e di polenta infetta durante l'inverno, ma senz'accorgersi 
d'essere ammalato, cova già la pellagra allo stato latente quando, al co- 
minciare della primavera, deve rimettersi al lavoro dei campi. Fin dai 



268 



CAPITOLO X 



primi giorni si avvede di non durare alla fatica : le braccia non si levano 
che con grandissimo sforzo, le gambe non lo reggono, la testa gli pesa. 
Il suo malessere è aumentato dalla secchezza della gola, dalla difficoltà 
di deglutire e dalla sete ardente. 11 pellagroso è stanco ed avvilito. Spesso 

si aggiungono do- 
lori vaganti alle 
estremità ed alla 
schiena, dolorabi- 
lità alle articola- 
zioni, formicolìo, 
ronzio agli orecchi, 
debolezza visiva, 
emeralopia, diplo- 
pia, vertigini. La 
vertigine dei pella- 
grosi è molto ca- 
ratteristica, e si 
deve o all' inani- 
zione o alla dispep- 
sia o alla diretta 
influenza dei centri 
nervosi(STRAMBio), 
che risentono più 
vivacemente e pei 
primi l'azione del 
veleno. 

Alla sete si asso- 
cia una fame mor- 
bosa : un senso di 
vampa alla gola, 
allo stomaco, alle 
mani, la cefalea, tremore e gonfiore della lingua e delle labbra, eritema. 
Ai primi contatti coi raggi ilei sole, la pelle, scoperta alla faccia, al 
collo, al petto, al dorso delle mani e dei piedi scalzi, diventa lucente, ipere- 
mica, scura, poi si screpola e si desquama : è l'eritema pellai/roso die, 
a furia di ripetersi, lascerà la pelle inelastica ed atrofica (fig. 57). 

Sul principio il rossore é accompagnato da leggiero gonfiore e spa- 
risce alla pressione ; si presenta ad isole o diffuso ; e la pelle congesta 
brucia come la bocca. Questo senso di bruciore è così intollerabile, che 
spinge i malati incoscienti a precipitarsi nell'acqua, dove talvolta trovano 
la morte. 




Fig. 57. — Pella 



;ra : eritema o desquamazioni delle mani. 



LA PELLAGRA 26!) 



L'eritema non è rigorosamente iimitato alle parti scoperte della pelle, 
ma tuttavia occupa territori cutanei a limiti netti e distinti. Talvolta è 
simmetrico. Spesso si riduce alla semplice congestione della rete papil- 
lare ; altre volte passa ad essudazione sierosa o purulenta. L'epidermide 
si solleva in bolle e si sfalda a larghi frammenti, lasciando senza difesa 
il corion che s'infiamma. Oppure si forma un essudato che, esposto al- 
l'aria, si dissecca e si converte in croste. Queste croste riparano il tes- 
suto sottostante e ne permettono la reintegrazione. 

Se poi la desquamazione è lenta, la crosta non si forma : si ha l'eri- 
tema secco a decorso cronico con l'epidermide rossa, scura, pigmentata, 
o addittura di color caffè, che presenta macchie a vasta superfìcie ed a 
limiti netti, ma senza lesioni di continuo. Anche le labbra sono gonfie e 
screpolate. La distrofìa si estende frequentemente alle unghie che diven- 
tano fragili. 

La mucosa dello stomaco è anch'essa tra le prime a risentire l'azione 
lenta e insidiosa del veleno che ha più facile giuoco in un organo logo- 
rato, anche meccanicamente, dall'elaborazione quotidiana d'un cibo in- 
gombrante. I malati si sentono bruciare la bocca, la gola e lo stomaco 
come se fossero toccati da un ferro rovente, e bevono senza tregua per 
estinguere l'incendio che li divora, benché non abbiano febbre. 

Sopraggiunge la stomatite: le gengive si gonfiano e si congestionano, 
la lingua si screpola; una parageusia disgustosa (con sapore di salato, 
popolarmente mal salso) si manifesta nel digiuno e dopo il pasto, ma non 
toglie allo stomaco dilatato il bisogno insaziabile di riempirsi ancora. 11 
potere digestivo dello stomaco è fiacco per ipocloridria e fors'anche (Ago- 
stini) per ipotonia e insufficienza d'innervazione. Nel decorso della pel- 
lagra sono frequenti le eruttazioni, la gastralgia, la bulimia, la sete in- 
tensa ; e qualche volta vi è anoressia, nausea e vomito. È immancabile 
la pirosi (Lombroso). 

In questo momento della malattia, sempre senza febbre, si ha spesso 
stitichezza con dolori di ventre e meteorismo. Talvolta la stitichezza con- 
tinua ; ma più spesso, o fin dal principio o dopo un periodo di stipsi, si 
ha diarrea abbondante, ostinata, sierosa, per lo più scompagnata da do- 
lori. Qualche altra volta la diarrea è sanguinosa, simile a quella della 
dissenteria, e vi è difteria del crasso. 

Nei pellagrosi si riscontra abbastanza spesso la nefrite par enei dmatosa 
cronica con degenerazione grassa, con desquamazione epiteliale dei ca- 
nalicoli e con cilindri (Vassale). Le orine sono scarse e poco dense. 

Oltre alla debolezza muscolare, alla stipsi, alla diarrea, si hanno altri 
disturbi di origine decisamente spinale : ipertonia generale ; andatura spa- 
stica, incerta, barcollante ; esagerazione dei reflessi patellari. Strambio 



270 



CAPITOLO X 



descrisse il tetano pellagroso : i malati sono spinti innanzi violentemente, 
cadono a terra, urtano contro gli ostacoli. Nel 1883-1884 Tonnini per 
il primo riunì questi fenomeni spinali della pellagra mettendoli in rap- 
porto con lesioni primarie (pigmentazione cellulare) delle corna anteriori 
e posteriori. Si può arrivare fino alla paresi spastica (Bklmondo). Negli 
arti superiori si osserva qualche volta il tremore Intenzionale (Antonini). 
Non sono rare le contratture parziali, la corea, le convulsioni. L'esecu- 
zione di certi movimenti ad occhi chiusi svela un principio d'atassia: 

questo fenomeno può forse spiegarsi 
anche con processi di neurite e ili 
polineurite che completano talvolta 
il quadro dell'intossicazione pella- 
grosa. 

Più tardi sopraggiungono i di- 
sturbi cerebrali. Il sonno è scarso 
e tormentoso. L' umore assai de- 
presso : spuntano deliri con fatuità 
e confusione mentale. Le condizioni 
generali sono pessime. Un rapida 
dimagramento fa sparire i segni della 
gioventù, e il pellagroso di lunga 
data sembra decrepito a qualunque 
età (fig. 58). Se non è assistito e 
nutrito dalla pubblica carità deve 
mettersi a letto. 
Si hanno episodi di febbre nei casi di diarrea fortissima e quando la 
mucosa intestinale è in preda a precessi d'ulcerazione. Anche l'eritema 
cutaneo, se è molto diffuso, è capace di determinare lievi rialzi di tempe- 
ratura. -Ma la febbre raggiunge i 3'.)", i 40", i 41" e tino i 42' nel cosi 
detto tifo pellagroso. Questo gravissimo incidente della pellagra che di 
solito si avvera nei casi molto inveterati, parecchi anni al di là dal prin- 
cipio della malattia, non è da confondersi col vero lleotifo (Belmondo). 
All'autopsia non si nota né tumore di milza, né ingrossamento delle 
placche di l'eyer : solo fu descritta una forma speciale di degenerazione 
grassa dei reni. Il decorso del tifo pellagroso è sempre breve; non vi è 
roseola; i sintomi addominali sono accompagnati da opistotono, accessi 
epilettiformi, rigidità delle gambe e costante delirio, che risentono dell'o- 
rigine speciale. Talvolta si aggiungono nefrite ed uremia con odore am- 
moniacale del sudore ; ma l'orina è abbastanza abbondante e, pur conte- 
nendo cilindri, è quasi priva d'albumina. 
Il tifo pellagroso è un episodio mortale, che in una o due settimane al 




Fig. ">8. — Pellagra : stato depressivo, emacia 
ziono, senilità anticipata (45 anni). 



LA PELLAGRA 271 



più tardi raggiunge la sua soluzione, con frequenza assa maggiore che 
nel tifo genuino. 

I tubercolosi, i malarici, gli alcoolisti, i cretini (in Rumenia), i dege- 
nerati e gl'indigenti sono soggetti alla pellagra assai più facilmente di 
tutti gli altri. (Queste malattie, l'eredità degenerativa e la povertà t'or- 
mano una predisposizione che talvolta si rivela con un abito costituzio- 
nale. L'abito cachettico di questi pellagrosi nati è abbastanza spiccato da 
permettere, in un paese dove la pellagra sia endemica, di anticipare la 
diagnosi. 

La pellagra si accompagna quasi sempre con disturbi psichici, che 
spesso assumono il carattere di vere malattie mentali. Si calcola che i 
pellagrosi ricoverati nei manicomi rappresentino il 4 "/„ dei colpiti da 
pellagra ; e questa proporzione l'u elevata alla dignità di un criterio sta- 
tistico (D. Maragliano) da utilizzarsi nel censimento dei pellagrosi. Ma il 
numero dei pellagrosi che pagano il loro tributo alla pazzia è senza 
dubbio assai maggiore : una parte di essi sfugge al manicomio, perchè 
è inoffensiva, un'altra parte è avviata agli ospedali, perchè l'infermità 
del corpo è assai più grave dell'infermità mentale. 

Fu descritta una melanco/ia pellagrosa che sarebbe la forma più co- 
mune di psicosi nell'intossicazione maidica. Fu pure descritta una mania 
pellagrosa. Ma la psicosi caratteristica della pellagra è l'amenza, che si 
manifesta acutamente con disorientamento, smemoratezza, confusione, 
allucinazioni e parestesie, donde nascono impulsi e deliri. L'amenza pel- 
lagrosa assume spesso una forma depressiva che simula la melancolia ; 
e qualche volta, o episodicamente o durante l'intero decorso della psi- 
cosi, si accompagna con un esaltamento che la fa rassomigliare alla 
maina. 

I primi attacchi d'amenza prorompono quando la pellagra è già in 
corso da qualche anno e ha già dato luogo ad eritemi, diarree e inter- 
mittenze ripetute. In altre parole il pellagroso pazzo è per lo più un pel- 
lagroso cronico. Ma finché la pellagra, per quanto cronica, mantiene un 
decorso remittente, i disturbi mentali del pellagroso stanno ancora nei li- 
miti d'una pazzia acuta che corrisponde appunto all'amenza, cioè alla 
più tipica delle pazzie acute, sia pe' suoi sintomi, sia pel suo decorso. 
L'episodio amenziale è brevissimo e di sicura guaribilità, purché i ma- 
lati siano ben curati e nutriti. Se invece il pellagroso, uscito dal mani- 
comio o dall'ospedale, ritorna al suo ambiente abituale, in modo da 
esporsi a nuovi assalti di pellagra e di pazzia, il quadro dei sintomi psi- 
copatici comincia a mutare di aspetto e di natura. Ai sintomi ed alle le- 
sioni riparabili dell'amenza sottentrano i sintomi e le lesioni irreparabili 
della demenza. 



272 CAPITOLO X 



Cos'i la psicosi pellagrosa è qualche cosa di diverso dalla comune me- 
lancolia e dalla volgare mania ; è qualche cosa di più della semplice 
amenza; e si può concludere che rappresenta la somma di due quadri 
distinti, quello dell'amenza nei suoi primi attacchi, quello della demenza 
nella fase ultima e continuativa che accompagna la cachessia cronica e 
irrimediabile. È un'amenza intermittente e progressiva che, se non gua- 
risce o non riesce precocemente mortale, termina in demenza. Infatti la 
morte avviene spesso anche prima che l'ultimo stadio sia raggiunto ; e in 
questo caso i malati muoiono in istato di delirio acuto senz'essere passati 
per la demenza. 

Che i pellagrosi, anche quando si mostrano depressi ed, esaltati, non 
siano dei veri melancolici, né dei veri maniaci, si deduce da molti indizi 
sicuri. Il pellagroso depresso non ha mai la lucidezza del melancolieo 
senza delirio ; e i suoi errori di giudizio raggiungono difficilmente la 
coerenza caratteristica dei deliri melancolici. Il pellagroso esaltato rivela 
più paura che furore, più confusione che allegria : sotto la depressione 
e sotto l'esaltamento si scorge senza sforzo il disordine, se anche non 
caotico, dell 'amente. Le sue percezioni interne sono alterate dalle parestesie, 
le percezioni esterne dalle allucinazioni ; e l'associazione delle immagini 
è sconvolta dal disordine diretto dei processi ideativi indipendentemente 
dal turbamento affettivo. 

Nella melancolia e nella mania gli errori di giudizio sono meno gravi, 
meno costanti e in ogni modo rappresentano l'effetto secondario di un 
turbamento dell'affettività. Inoltre il pellagroso è quasi sempre trasognato, 
smemorato, melenso. È ben diffìcile che renda conto del suo passato, che 
sappia d'essere al manicomio, che riconosca con prontezza e precisione i 
medici e gl'infermieri. Questi infimi rappresentanti del proletariato rurale 
non parlano che di miseria, rifiutano il cibo per timore di pagare il 
conto, diffidano del modesto lusso che li circonda nell'ospedale o nel ma- 
nicomio ed a cui non sono abituati ; spesso sono tormentati da un delirio 
di dannazione. O invece dimostrano un'estrema umiltà, un ottimismo sin- 
golare riguardo ai cibi che vengono loro ammanniti, un delirio di gran- 
dezza che desta compassione per la meschinità delle sue proporzioni. 
Un sacco di patate, un podere, un vestito nuovo, un sigaro scelto sono il 
più alto ideale della loro ambizione. In generale il pellagroso è abbat- 
tuto, ha la testa vuota, parla poco e a voce sommessa, e la sua fisiono- 
mia porta l'impronta della tristezza e della rassegnazione. Anche la breve 
durata dell'accesso di pazzia acuta depone per l'amenza più che per la 
mania o per la melancolia. 

Questo stato di avvilimento con lieve disordine mentale e smemoratezza 
può verificarsi anche nei primi anni. Solo al terzo, al quarto anno, 



LA PELLAGRA 273 



quando l'infermo è già fuori dal suo noviziato, la confusione aumenta e 
si ha un vero delirio con mutacismo, sitofobia, singhiozzo, pianto, atti 
impulsivi ed agitazione. Ma di solito l'agitazione è breve, e ad essa suc- 
cede presto un nuovo accesso di depressione con immobilità, taciturnità 
ed un aumenti i massimo della confusione mentale. 

Qualche volta la psicosi pellagrosa assume la forma d'una pseudo-pa- 
ralisi proijresswa con euforia e con alcuni dei sintomi motori pro- 
pri di questa malattia classica. Per riprodurne il quadro, la pellagra 
fornisce già vari sintomi caratteristici, come la rigidità pupillare, l'e- 
sagerazione dei reflessi rotulei, la bradilalia, (benché di origine più 
mentale che disartrica) : l'amenza e la demenza completano la rassomi- 
glianza. I reflessi patellari possono anche mancare; e come si parla di 
pseudo-paralisi pellagrosa, cos'i si ammise anche l'esistenza d'una pseudo- 
tabe. Ma Tuczek osservò ben 300 pellagrosi con reflessi del ginocchio 
esagerati, soli 8 con abolizione ; e in questi 8 casi non vi era alcun 
segno di tabe. La pseudo-tabe è dunque una complicazione per lo meno 
rara. 

I pellagrosi possono durare in vita per decine di anni, presentando ad 
ogni primavera un accesso di esacerbazione. La loro decadenza fisica e 
mentale è spesso di un'estrema lentezza. Naturalmente gli accessi di- 
ventano d'anno in anno più gravi, e gli ultimi sono accompagnati da ca- 
chessia e da demenza. La morte, se non avviene nei primi accessi per 
mancanza di cure e per collasso, arriva più tardi per cachessia e mal- 
grado ogni cura. O invece ha luogo per suicidio, per tubercolosi polmo- 
nare (specialmente nei fanciulli), per broncopolmonite, per tubercolosi in- 
testinale, per scorbuto. 

La cachessia dei pellagrosi non è associata alla demenza con un rapporto 
assoluto. Anche negli ultimi stadi della malattia l'infermo può fermarsi 
alla frontiera d'una lieve confusione con indebolimento della memoria. Ed 
anche nei primi assalti d'amenza la confusione può manifestarsi in ma- 
niera piuttosto mite, senza veri deliri. 



ANATOMIA PATOLOGICA. 

La pellagra ferisce principalmente l'asse cerebro-spinale, gl'intestini e 
la cute ; ma spesso non risparmia i reni, il fegato, la milza, il cuore, i 
vasi, i muscoli. Delle lesioni che si riscontrano nei cadaveri di pellagrosi, 
alcune sono dovute alla cachessia generale, altre sono la conseguenza 
diretta dell'intossicazione. Ed anche tra queste ultime bisogna distinguere 
le lesioni croniche dalle acute. 

Tanzi, Psichiatria. — 35. 



ìli 



CAPITOLO X 




Asse cerebro-spinale. — L'asse cerebro-spinale, oltre alle alterazioni 
morbose, è sede cos'i frequente d'asimmetrie e d'eterotopie (Tonnini, 
Tuczek, Babes), che se ne trasse argomento per interpretarle come l'e- 
sponente anatomico d'una speciale proclività alla pellagra. Nei casi inve- 
terati si ha edema generale o parziale del cervello, iperemia e ingrossa- 
mento delle meningi, idrocefalo interno cronico, e qualche volta rammol- 
limento della sostanza cerebrale, emorragie. Le meningi del cervello e 
del midollo sono spesso pigmentate (Babes). Accumuli di pigmento si ri- 
scontrano anche nelle cellule del midollo spinale e nei gangli del simpa- 
tico. 11 simpatico addominale, 
e specialmente il plesso di 
Auerbach del tenue, dimostra, 
secondo Babes, una speciale 
sensibilità di reazione ai ve- 
leni della pellagra ; e Fox vi 
notò dilatazione dei vasi, de- 
'. ^B& È 1 ' generazione grassa di cellule 

gangliari, sclerosi del tessuto 
interstiziale. 

La sostanza cerebrale non 
rivela in particolare nulla di 
macroscopicamente visibile, 
salvo nei casi molto inoltrati 
e con demenza. Ma il mi- 
dollo spinale presenta più precocemente le traccie della degenerazione 
sistematica in forma combinata. Sono lesi i cordoni posteriori e i fasci 
piramidali incrociati (fig. 59), come dimostrarono Tuczek e Belmondo. 
Si osserva molto spesso anche infiltrazione parvicellulare delle meningi 
spinali, meningomielite acuta e proliferazione dell' ependima, specialmente 
nei casi (del resto piuttosto rari) ili tifo pellagroso. Mentre nella tabe le 
lesioni dei cordimi posteriori cadono di preferenza sul midollo lombare, 
nella pellagra le lesioni prevalenti si osservano lungo il tratto cervico- 
dorsale. Alla degenerazione si associa naturalmente la sclerosi. 

Secondo Tuczek e secondo Marie degenerano principalmente i fasci 
piramidali incrociati, la zona radicolare posteriore, i cordoni di Goll 
e la virgola di Schultze : perciò avrebbero una parte importante nel- 
l'anatomia patologica della pellagra le fibre endogene che, durante la 
vita fetale, si mielinizzano per ultime. Questo modo di vedere non è 
diviso da Babes che, nella massima parte dei casi, riscontrò lesioni 
di quasi tutti i cordoni posteriori, escluse le zone radicolari anteriori 
e la zona di Lissauer, e potè descrivere importanti alterazioni nelle 



R 



Fig. 59. — Midollo cervicale di un pellagroso : degenera- 
zione dei cordoni posteriori, specialmente nei l'asci di 
Uoll; degenerazione dei fasci piramidali, specialmente 
a sinistra. 



LA PKLLAGKA 275 



colonne di Clarice. Le colonne di Clarice racchiudono qua e là pic- 
coli focolai di sclerosi e di necrosi che appunto per la loro piccolezza e 
discontinuità richiedono una ricerca diligente, benché siano visibili ad oc- 
chio nudo. Queste lesioni della sostanza grigia non si limitano alle co- 
lonne di Clarice, ma intaccano anche le corna anteriori. Esse sono la 
sorgente locale di molte tra le lesioni della sostanza bianca, e possono 
diffondersi ad essa per contiguità e con gli stessi caratteri. In questo 
caso la sostanza bianca presenta anch'essa le impronte d'un processo in- 
fiammatorio : adesione con la pia madre, scomparsa delle fibre nervose, 
ingrossamento ed occlusione dei vasi. Ma il maggior numero di questi 
focolai è sempre nelle colonne di Clarice. Anzi le colonne di Clarice 
non sono soltanto la sede preferita di questi processi infiammatori e lo- 
calizzati, ma anche di lesioni che si estendono in tutta la loro lunghezza 
o in buona parte di essa. Si vedono allora le cellule rigonfie, spesso 
prive di nucleo, con cromatolisi periferica e addensamento centrale di 
pigmento a zolle grossolane. Da queste lesioni estese non sono esenti le 
corna anteriori (Babes); ed anzi ne sono colpite altrettanto spesso, seb- 
bene in minor grado. 

Nella corteccia cerebrale sono sopratutto interessanti le lesioni che col- 
piscono i casi a decorso acuto. Dai casi acuti balza netto il quadro cito- 
logico delle alterazioni acute e riparabili : rigonfiamento delle cellule 
nervose, sia per riguardo al loro corpo, sia per riguardo al nucleo, colora- 
bilità esagerata del nucleo stesso, disgregazione della sostanza cromatica. 
Nelle cellule motrici della corteccia, quando durante la vita si siano ma- 
nifestati fenomeni spastici attribuibili a lesione, sia pure incipiente, del 
fascio piramidale, si verificano i segni della reazione caratteristica per 
ferita del cilindrasse (Marinesco, Camia). Il nucleo è spostato fortemente 
verso la periferia della cellula, la cellula è arrotondata, i processi proto- 
plasmatici si rendono atrofici, la parte centrale della cellula è scolorata, 
e sulla faccia del nucleo che guarda l'interno della cellula si vede spesso 
un piccolo accumulo di sostanza cromatica. Vedremo che questi tipi di 
alterazioni acute nelle cellule corticali si ripetono tali e quali in altri 
processi acuti, che presentano grandi analogie di sintomi con la pellagra: 
primo di tutti quello della confusione mentale. Così avviene nel delirium 
tremens e in molti casi d'amenza (Camia). 

Nei casi di demenza pellagrosa anche il cervello presenta lesioni di 
carattere cronico come quelle che abbiamo descritto nel midollo spi- 
nale : focolai di sclerosi, a cui corrispondono degenerazioni delle vie pira- 
midali, proliferazioni di nevroglia intorno ai vasi, presenza di linfociti. 

Anche i nervi periferici sono spesso alterati e vi si scorgono forme 
più o meno lente di nevrite parenchimatosa, che in certi casi è abba- 
stanza accentuata. 



^76 CAPITOLO X 



Lesioni viscerali. — Tra le lesioni viscerali primeggiano quelle del- 
l' intestino che sono tra le più costanti. 

L'intestino tenue ed anche il crasso sono spesso atrofici ed i pero- 
mici ; la mucosa è assottigliata, povera di pieghe ; le tuniche musco- 
lari talvolta in degenerazione amiloide. Nel crasso sono frequenti le ul- 
cerazioni. 

I reni si trovano generalmente in istato di degenerazione parenchimale. 
Ciò avviene più spesso nei casi acuti ; nei casi cronici si può avere il 
quadro d'una sclerosi renale. Tassale e Belmondo ammettono anzi un 
tipo speciale di nefrite cronica da pellagra. 

II fegato può essere ingrossato e lacerabile oppure impiccolito e cir- 
rotico. 

La milza è in generale impiccolita, non esclusi i casi di tifo pella- 
groso. 

La cute è alterata in modo corrispondente ai sintomi che si osservano 
in vita. Nelle regioni eritematose, come verificò Griffini, vi sono strati 
atrofici e strati ipertrofici. Sul principio della malattia l'epidermide è un 
po' ingrossata, ma spesso anche assottigliata ; appena subentra la de- 
squamazione è sempre ingrossata, e cosi pure lo strato corneo. Lo strato 
di Malpighi è ora ingrossato, ora assottigliato. La superficie è ineguale 
e le papille sono aumentate di volume. 

Si riscontrano anche iperemia, emorragie, trasudazione sierosa con 
leucociti. Gli strati più interni dell'epitelio contengono pigmento giallo. 



DATI DEMOGRAFICI. 

si calcola che in Italia vi siano da 70.000 a 100.000 pellagrosi. I censi- 
menti anteriori al 187'.) erano parziali, perchè non riguardavano che il 
Piemonte mei 1846), la Lombardia ed il Veneto (nel 1850). Nel 187!» la 
direzione dell'agricoltura presso il Ministero dell'interno aveva segnalato 
97.855 pellagrosi, ossia una proporzione di 343 pellagrosi per ogni 100.000 
aiutanti. Nel 1881 il Ministero di agricoltura contò 104.020 pellagrosi 
sopra una popolazione agricola di 10.049.652 abitanti, ossia 1,03 "/„ ; e il 
numero dei Comuni infestati dall'endemia era di 2.453. Nel 1899, per ini- 
ziativa privata, fu intrapresa un'inchiesta da cui risultò il numero di 
72.603 pellagrosi sopra una popolazione agricola di 7.023.440 abitanti, 
cioè la proporzione antecedente di 1,03%. L'inchiesta contemporanea del 
Governo dava 78.882 pellagrosi sopra una popolazione agricola di 11.385.359 
abitanti, ossia il 0,(58 %. Questo numero, riscontrato dall'Ufficio nazionale 
di Sanità, si riduceva nel 1900 a 59.464 pellagrosi ; ed anche le notizie 



LA PELLAGRA 



377 



raccolte nel Congresso pellagrologico di Bologna confermano, sul finire 
del 1000, una .diminuzione della pellagra con un numero di 66.390 malati. 
Certamente la statistica della pellagra non può essere molto esatta. 11 
computo della popolazione agricola si pratica in modo indiretto e quello 
dei pellagrosi non è nominativo. La diagnosi di pellagra, soggetta ad 




Distribuzione della pellagra in Italia nell'anno 1881 : numero dei pellagrosi 
per 1000 agricoltori. 



esagerazioni abusive dove l'endemia è molto generalizzata e i medici sono 
proclivi a ravvisarla da per tutto, è spesso disconosciuta nelle regioni 
dove si presenta con poca frequenza e con forme più lievi. È probabile 
che dai contingenti alti, se fossero suscettibili di verifica caso per caso, 
si dovrebbe sottrarre, mentre ai contingenti bassi si dovrebbe aggiun- 
gere ; e non è punto sicuro che le due ipotetiche operazioni si compense- 
rebbero. In o°ni modo la diminuzione assoluta della malattia e della 
mortalità dal 1881 al 1000, e l'evidente spostamento avvenuto nella di- 



278 



CAPITOLO X 



stribuzione geografica della pellagra (fig. 60 e 61), a breve distanza d'anni, 
tra le varie provincie d'Italia dimostrano che l'endemia pellagrosa è tut- 
t'altro che refrattaria alle influenze curative. È puerile parlare di una fa- 
talità ereditaria o di fame cronica quando si vede la statistica della pel- 
lagra seguire fedelmente le sorti della cultura maidica e delle istituzioni 




Fig. 61. 



Distribuzione «iella pellagra in Italia nell'anno 1809 : numero «lei pellagrosi 
per lOUo agricoltori. 



adottate per vincerne le funeste conseguenze. La pellagra scema nelle re- 
gioni che vanno emancipandosi dal grano turco, come il Piemonte e la 
Liguria ; decresce nella Lombardia, dove si vengono organizzando mezzi 
potenti di terapia e di profilassi ; s'alza e scende con l'alzarsi e lo scen- 
dere del prezzo della farina bianca; ed arriva immancabilmente, come Io 
spettro del grano turco, in quelle provincie centrali e meridionali d'Italia 
che ne hanno introdotto da poco tempo la coltivazione. 
Cos'i la pellagra non fu avvertita nella Spagna che verso il 1730, e 



LA. PELLAGRA 279 



Gaspare Casal la descrisse per la prima volta col nome di mal de la 
rosa; in Italia verso il 1740. Non si estese in Francia che verso il 1815, 
in Rumenta verso il 1830. Varcò da poco la catena dell'Appennino, pene- 
trando o aumentando d'intensità nelle provincie di Siena, di Grosseto, di 
Perugia, di Ancona, Ascoli-Piceno e Macerata, di Campobasso, di Te- 
ramo, di Aquila, in Toscana, nell'Umbria, nelle Marche e negli Abruzzi 
(Badaloni). 

In Rumenia vi sono 5 milioni di contadini che si nutrono di mais, e la 
statistica non denunzia che 20.000 pellagrosi. Pare che il mais bianco e 
giallo sia esposto ad ammuffire, mentre il mais rosso è poco attaccabile 
e perciò riesce sempre innocuo. In ogni modo è evidente che l'alimenta- 
zione maidica, per sé stessa, è tutt'altro che dannosa. Le proprietà nu- 
tritive del mais sono superiori a quelle del riso ; anzi fu dimostrato che 
il mais di buona qualità e ben cotto viene assimilato più fàcilmente e più 
completamente degli altri cereali (Kònig e Rubner). Gli albuminoidi del 
mais sono assorbiti dall'intestino in ragione dell'85%, mentre quelli del 
pane bianco non vi penetrano che in ragione del 74 "/„ e quelli del pane 
nero in ragione del 58 °/ . Se mai, il grano turco è povero d'idrati di car- 
bonio, non già di albuminoidi. Perciò la pellagra infierisce soltanto dove 
si coltiva il grano turco ; ma non in tutti i paesi che lo coltivano, né 
presso tutte le persone che ne mangiano : e la geografia della pellagra 
è assai più ristretta di quella del mais. 



PROFILASSI E CURA. 

La profilassi della pellagra, dal punto di vista scientifico, è un quesito 
semplicissimo e già risoluto. Dal punto di vista pratico la repressione 
preventiva della pellagra è un problema alquanto più complesso, ma tut- 
t'altro che difficile. Lo Stato deve vigilare sulle importazioni, sul raccolto, 
sulla macinazione, sulle maniere di conservazione, sul commercio e sul 
consumo del mais, adottando misure proibitive contro il mais ammuffito. 
È facile sequestrare al loro arrivo nei grandi porti, il cui numero è assai 
limitato, le grosse partite di mais avariato che provengono dall'estero. 
Un buon mezzo di render quasi impossibile il consumo del mais avariato 
è quello di praticarne gratuitamente il cambio con una quantità corrispon- 
dente di farina buona. Il sistema del eambio fu inventato nelle Marche 
ed è largamente applicato nel territorio di Brescia. Il Ministero d'agri- 
coltura l'ha incoraggiato con sovvenzioni. 

Furono instituiti forni gratuiti per l'essiccazione del grano turco. In 
Irlanda si procede alla ventilazione del grano turco con l'apparecchio 



280 CAPITOLO X 



Devaux, che è molto raccomandato da Lombroso e che basta a preser- 
varlo dalle muffe. In Italia i pubblici essiccatoi sono poco diffusi : la pro- 
vincia di Bergamo nel 1902 ne possedeva 10, quella di Brescia 101, sus- 
sidiati dalla Provincia o dai Comuni, quella di Cremona uno, e quella di 
Rovigo diversi, ma tutti di proprietà privata e non gratuiti. Ve ne sono 
di stabili e di mobili. 

Nella scelta dell'essiccatoio si preferirà il sistema che non tolga al 
grano turco la facoltà germinativa e che gli conservi il sapore, come av- 
viene nell'essiccamento naturale ai raggi del sole. 

Un parroco lombardo, don Rinaldo Anelli, che si era consacrato alla 
redenzione dei contadini dalla pellagra e che mori suicida per le disillu- 
sioni provate nella sua nobilissima propaganda, aveva instaurato forni 
rurali per sostituire alla polenta un pane di segala a buon mercato. Ma 
i contadini, che non usano né brodo, né carne, né legumi, né latte caldo, 
preferiscono al pane di segala e al pane di farina bianca la polenta, che 
dà loro la sensazione del calore e della sazietà e che, condita di sughi 
estremamente economici, può assumere sapori forti e svariati. 

oltre ai mezzi preventivi, e in attesa che la profilassi della pellagra 
possa esplicare la propria efficacia sui casi futuri, non si devono trascu- 
rare i mezzi curativi a favore dei pellagrosi in corso di malattia. Tra 
questi mezzi si è rivelata assai utile, perchè economica e spiccia, l'isti- 
tuzione delle cos'i dette locande sanitarie. La diminuzione della pellagra 
in Lombardia e in alcune provincie del Veneto è dovuta alle locande sa- 
nitarie più che ai provvedimenti preventivi, la cui adozione è appena in- 
cominciata e finora assai incompleta. Le locande sanitarie sono cucine 
improvvisate dalla pubblica carità nei municipi di campagna, nelle par- 
rocchie, nelle osterie, nei casolari isolati, dovunque vi sia un focolaio e 
un locale, a cui i pellagrosi poveri e debitamente inscritti possono re- 
carsi a piedi dalle loro case, consumando il loro pasto sul luogo. Il 
pasto consiste di carne cotta, pane bianco, legumi e vino ; ad ogni ma- 
lato di pellagra se ne distribuisce uno al giorno; il valore di ogni ra- 
zione varia tra i 50 e i 60 centesimi. La distribuzione gratuita di questi 
pasti si fa per 30 fino a 60 o al massimo 70 giorni di seguito, in uno o 
in due periodi dell'annata, cioè in primavera oppure in primavera ed in 
autunno. In alcuni paesi questa cura ricostituente si pratica solo a giorni 
alterni; e cosi può estendersi ad un periodo di tempo doppiamente lungo. 
I contadini che ne fruiscono sono pellagrosi di primo grado ; essi possono 
accedere alla locanda sanitaria senza rinunziare al lavoro, né separarsi 
dalle loro famiglie. Lo spostamento degli interessi economici è minimo : 
si possono guarire moltissimi pellagrosi con una spesa complessiva ed un 
disturbo che non basterebbero se non ad un piccolissimo numero d'in- 



LA PELLAGRA 2S1 



fermi spedalizzati. Per facilitare la distribuzione delle vivande ai conta- 
dini che abitano in luoghi remoti e che non potrebbero, malati come 
sono, recarsi ogni giorno senza disagio alla sede della cucina, le locande 
sanitarie dispongono di succursali senza cucina e meno lontane dalle abi- 
tazioni dei consumatori, dove le razioni vengono portate ad ora fìssa 
per mezzo di carretti a mano forniti di riscaldamento e vengono consu- 
mate sul luogo come nelle locande centrali. 

Nel 1901 l'Italia annoverava 319 locande sanitarie distribuite in 23 Pro- 
vincie : 117 in Lombardia, 118 nel Veneto, 76 nell'Emilia, 6 nelle Marche, 
1 in Toscana ed 1 nel Lazio. 

I pellagrosi che ne fruiscono salgono a parecchie migliaia. 11 Governo 
sussidia anche le locande sanitarie, che in generale sono più numerose 
e più frequentate dove la pellagra è più intensa. Nei paesi invece dove 
la pellagra é ancora poco diffusa e sarebbe perciò assai facile l'estir- 
parla, non si fa nulla contro di essa : la sua esistenza e persistenza è 
un'arma di opposizione reazionaria contro la politica liberale e serve di 
pretesto a domandare protezione ad industrie che si additano come il vero 
e il solo rimedio all'endemia pellagrosa. Cos'i in Toscana non si vuol sentir 
parlare né di locande sanitarie, né di vigilanza sullo spaccio del mais 
guasto ; si finge di credere che la pellagra possa scomparire togliendo 
alle capre la proibizione di pascolare nelle foreste ch'esse rovinano e fa- 
vorendo la confezione di certi formaggi che vengono elevati alla dignità 
di una panacea sociale. 

Ma la popolazione e il Governo hanno iniziato contro la pellagra una 
campagna aggressiva e coraggiosa : la popolazione, creando associazioni 
alleate con vincoli interprovinciali, promovendo congressi, pagando di 
borsa ; il Governo legiferando senza preconcetti di scolastica liberista. Il 
liberismo doganale potrebbe giovare alla causa dei pellagrosi se, invece 
d'impedire le misure proibitive contro il mais avariato, togliesse di mezzo 
gli ostacoli all'importazione del grano bianco, abolendo i forti dazi che 
proteggono l'indolenza dei produttori nazionali. In questo caso il forte ri- 
basso del pane determinerebbe una limitazione nel consumo delle peg- 
giori farine di mais. 



Tanzi, Psichiatria 



CAPITOLO XI. 

L ' a 1 c o o 1 i s m o 



AUSE. 

L'abuso delle bevande alcoolicbe è la condizione necessaria dell'alcoo- 
lisrno ; ma a questa condizione esterna si uniscono sempre fattori interni, 
predisposizioni e speciali suscettibilità congenite od acquisite die da una 
parte determinano la viziosa abitudine e dall'altra concorrono a produrre 
la reazione morbosa. AU'inl'uori delle circostanze individuali, premono i 
numerosi e svariati l'attori sociali, die danno la spinta all'abitudine di al- 
coolizzarsi o la conservano aumentandola. 

Le proprietà tossicbe degli alcool variano con la loro composizione chi- 
mica. Accurate esperienze dimostrano che la tossicità aumenta coll'aumen- 
tare del peso molecolare. Praticamente ha sopratutto importanza la diffe- 
renza tra il vino, che contiene alcool etilico, poco tossico, e i liquori, 
specialmente la cattiva acquavite, che contiene una quantità notevole di alcool 
amilico, molto tossico. All'azione dannosa dell'alcool si aggiunge quella 
degli eteri contenuti nel vino e «Ielle essenze contenute nella maggior parte 
dei liquori : notevole sopratutto l'essenza di assenzio. Benché l'azione di 
tale essenza non sia certamente trascurabile, pure ad essa è stata data, 
forse ad arte, un'eccessiva importanza di fronte a quella dell'alcool, che 
è la predominante. Recentemente anzi da difensori troppo zelanti dell'al- 
cool si è voluto fare delle essenze quasi il capro espiatorio dell'alcoolismo, 
attribuendo ad esse la massima parte dell'azione venefica. Qualunque sia 
l'influenza di queste essenze nel determinare o nel facilitare alcuni sintomi 
dell'alcoolismo, è certo ad ogni modo che tutti i sintomi di questa ma- 
lattia si possono riscontrare anche in individui che bevono vino e che di 
fronte ai liquori sono astemi. 

La disposizione interna per cui si può cadere in preda all'alcoolismo ci 
si presenta sotto un doppio aspetto : come attrazione verso l'alcool, per 
cui ben presto si stabilisce l'abitudine di bere grandi quantità di alcoolici; 



l'alcoolismo 283 



e di intolleranza, per cui bastano piccole quantità a determinare, sia acu- 
tamente, sia cronicamente, dei disturbi psicopatici. 

Basandosi su statistiche, si è molto parlato di una ereditarietà dell'at- 
trazione per l'alcool ; e si è riscontrato il 40-50 % di casi in cui fra gli 
ascendenti degli alcoolisti vi erano individui neuro- e psicopatici e in ispe- 
cial modo alcoolisti. Si arrivò ad ammettere una eredità similare dell'alcol >- 
lismo. Se questa eredità si interpreta alla lettera e come un puro fatto 
organico, bisogna accettarla certamente eum grano salis. Vi è grande 
differenza dal riconoscere l'alcoolismo negli ascendenti degli alcoolisti al 
dire che esiste una vera eredità organica dell'alcoolismo. Trattandosi di 
una malattia assai diffusa, è naturale che in molti casi l'eredità non sia 
che un'apparenza. Del resto debbono avere grandissima importanza, più 
che la vera eredità, la comunanza di ambiente, l'esempio, le abitudini di 
famiglia. Molto maggiore importanza ha invece la predisposizione neuro- 
psicopatica considerata genericamente: é certo che una gran parte degli 
alcoolisti si reclutano tra predisposti a malattie del sistema nervoso, tra 
ammalati del sistema nervoso, come neurastenici e psicastenici, tra squi- 
librati con larga tara ereditaria. In tutti costoro la tendenza non solo al- 
l'alcool, ma agli eccitanti del sistema nervoso in genere è sempre assai 
spiccata. 

Una forma caratteristica di attrazione morbosa per gli alcoolici è la dipso- 
mania, che insorge periodicamente in forma d'impulso incoercibile. Negli in-;, 
tervalli i dipsomaniaci possono ridursi senza sforzo all'astinenza, dimostran- 
dosi addirittura ripugnanti da tutti gli alcoolici. I fenomeni accessori che 
accompagnano l'impulso al bere provano nella maggioranza dei casi che 
l'accesso di dipsomania altro non è che un equivalente di epilessia psi- 
chica. Gli eccessi di bevande alcooliche durante le crisi possono condurre 
a fenomeni d'intossicazione subacuta e cronica. 

L'attrazione per l'alcool può essere ed anzi è molto spesso acquisita. 
In seguito a gravi malattie sofferte, specialmente a malattie infettive, a 
traumi del capo, a traumi psichici, a gravi strapazzi professionali, può 
svilupparsi in individui dapprima astinenti o moderati una viva attrazione 
per l'alcool. Anche negli stati di eccitamento legati a malattie mentali 
diverse può insorgere la tendenza all'alcoolismo : cosi negli accessi perio- 
dici di eccitamento dei maniaci e dei circolari, nella paralisi progressiva, 
nella demenza senile. 

Ma la causa più comune d'infrenabile tendenza agli alcoolici deriva dal 
malessere crescente che provano gli alcoolizzati quando non si sentono 
sazi d'alcool e dal graduale innalzarsi del loro coefficiente personale di sa- 
zietà. Conobbi un malato che, per lo sgomento di trovarsi senza vino du- 
rante la notte, teneva sotto il letto un barile pieno, da cui per mezzo d'un 



2S-Ì CAPITOLO SI 



tubo di gomma poteva aspirare il contenuto senza scomodarsi dalla po- 
sizione orizzontale. Questo bevitore convinto ammalò di pseudo-paralisi 
alcoolica e poi guari. 

La tolleranza dell'alcool varia enormemente da individuo ad individuo. 
Vi sono i tolleranti che possono bere quantità enormi di vino e di liquori 
per molti anni senza presentare il minimo disturbo, tutt'al più alcuni 
tra i segni fisici dell'abitudine alcoolica (tremore, tendenza alla obesità, 
ectasia dei piccoli vasi cutanei della l'acciai, ma nessun tatto psicopatico. 
Vi sono invece gli intolleranti che con un uso relativamente moderato di 
vino finiscono per presentare vere l'orme di psicosi alcoolica. In certi casi 
l'intolleranza si manifesta con fenomeni acuti, con facilità all'ubbriachezza, 
spesso in forma aberrante, patologica ; in altri casi si manifestano feno- 
meni di alcoolismo cronico per uso limitato, ma abituale di alcoolici. 
Spesso l'origine dell'intolleranza è congenita e connessa a condizioni oscure 
del sistema nervoso od anche a vere malattie. Sono intolleranti molti epi- 
lettici, nei quali l'abuso degli alcoolici può cagionare non solo una maggior 
frequenza degli accessi, ma anche forme di reazione insolitamente violenta 
ed anomala allo stimolo degli alcoolici. 

L'intolleranza è spesso acquisita: lo stesso uso degli alcoolici è causa di 
una intolleranza progressiva. Mentre da una parte si forma e si mantiene 
l'abitudine a dosi più o meno alte di alcoolici, d'altra parte la tolleranza 
decresce di giorno in giorno : minime quantità di vino determinano l'ub- 
briachezza o lo scoppio di fenomeni psicopatici a decorso lungo. 

L'uso dell'alcool trova la sua ragione subiettiva nel senso di euforia e 
di agevolezza psichica che procaccia cos'i facilmente, nell'attenuazione che 
esercita sul senso della fatica e sulle molestie fisiche, nell'ottimismo che 
inspira, dando alle idee un corso più saltuario e slegato e facilitando cosi 
la dimenticanza delle preoccupazioni abituali. Si comprende perciò come 
la miseria e gli strapazzi che son legati all'esercizio di certi mestieri diami 
una spinta inesorabile all'alcoolismo. L'alcool diventa un mezzo per sop- 
portare la soma d'un lavoro eccessivo, spesso compito in condizioni di nu- 
trizione addirittura insufficienti. A ciò si aggiunga che, per buona parte 
del proletariato, la mancanza di tempo, di denaro e di educazione fa del- 
l'alcool l'unica sorgente possibile di godimento. È in questo fattore subiet- 
tivo che la propaganda antialcoolica trova la massima resistenza. I danni 
obiettivi che l'alcooliSino produce, sia nell'organismo dell'alcoolista, sia 
nella sua posizione sociale, sono lontani e teorici; e l'alcoolista non può 
sacrificare ad un vantaggio problematico e negativo il benessere imme- 
diato e positivo che prova bevendo. 

Un'altra causa generica che favorisce lo sviluppo dell'alcoolismo, spe- 
cialmente nei paesi nordici, sta nell'insensibilità che procura subiettiva- 



l'alcoolismo 285 



mente di fronte al freddo e nel calore che comunica a chi ha bevuto, di- 
latando i vasi cutanei e riscaldando la pelle (sede delle terminazioni sen- 
sitive) a danno dei visceri. L'uso degli alcoolici aumenta d'inverno e di- 
minuisce d'estate. 

A convalidare la tendenza all'abuso degli alcoolici concorrono anche i 
pregiudizi, volgari e dotti, sull'azione dell'alcool. Si ritiene, per esempio, 
deducendolo dall'esperienza subiettiva, che l'alcool aumenti la forza 
muscolare, che favorisca la termogenesi, che acuisca la percezione. E si 
finisce per convincersi che possa spiegare una influenza favorevole e conti- 
nuativa sullo sviluppo fisico : donde la consuetudine diffusissima di 
somministrare vino ed alcoolici ai bambini più teneri, vincendone la natu- 
rale ripugnanza e spingendoli a diventare col tempo alcoolisti per voca- 
zione. 

Non occorre dire che le ricerche sperimentali parlano contro questi 
convincimenti popolari: l'alcool diminuisce la somma di lavoro muscolare 
che si può attuare in un dato tempo, ottunde i processi psichici più ele- 
vati, non dà che un senso subiettivo di calore, e a dosi elevate abbassa 
anzi la temperatura. È assai dubbio che esso venga impiegato nell'orga- 
nismo, sia pure scarsamente, come alimento e che subisca processi di 
ossidazione completa. È invece certissimo che riesce dannoso allo svi- 
luppo e che può determinare una ipotrofia generale. Ciò, s'intende, indi- 
pendentemente dai danni che l'abuso dell'alcool reca ai visceri più im- 
portanti : il cervello, il cuore, lo stomaco, il fegato, i reni. 



DIFFUSIONE E DISTRIBUZIONE. 

Pei' le ragioni che abbiamo ricordato si comprende come l'alcoolismo debba 
essere assai più diffuso nei paesi industriali e più specialmente nei climi 
freddi. La Norvegia, la Svezia, la Danimarca, la Russia, la Germania, la 
Francia, il Belgio, l'Olanda, l'Inghilterra e gli Stati Uniti d'America pri- 
meggiano nel consumo enorme degli alcoolici e per conseguenza noi nu- 
mero degli alcoolisti. L'Italia sta agli ultimi posti, presentando peraltro 
enormi diversità da regione a regione. Tiene il primo posto la Liguria, 
ove gli alcoolisti rappresentavano nel 1891 il 15,84 per cento di tutti i ri- 
coverati nei manicomi: seguono il Lazio (13,21), la Lombardia (7,02), il 
Veneto (5,01); ultimi tra tutti il Napoletano e la Sicilia con le basse per- 
centuali di 2,31 e ili 0,97. L'alcoolismo è molto più diffuso tra gli 
uomini che tra le donne, specialmente nelle classi popolari. La distri- 
buzione professionale dell'alcoolismo mostra chiaramente quanta sia l'in- 
fluenza dei vari fattori sociali. Nei lavoratori dell'industria si ha la mas- 



286 CAPITOLO XI 



sima diffusione per ragione dello strapazzo fisico ; negli osti, nei cuochi, 
nei sensali di vino per tentazione professionale ; nei vetturali per l'esposi- 
zione alle intemperie. Non è da trascurarsi una forma di alcoolismo che 
potrebbe dirsi farmaceutico e che infierisce tra i nevropatici e valetudinari 
dediti al consumo di vini e liquori medicati, elixir, tinture. Tra le alcoo- 
liste delle classi elevate il veicolo dell'alcool, sotto veste terapeutica od 
igienica, è spesso l'acqua di Colonia. 

L'età più propizia per lo sviluppo dell'alcoolismo è quella dai 25 anni 
in poi. Tuttavia non è raro l'alcoolismo in età inferiore. Anche nei fan- 
ciulli può sorgere, come abbiamo accennato, un alcoolismo infantile, 
che qualche volta assume forma cronica ed è accompagnato da caratte- 
ristici episodi di delirium tremens. Persino nei lattanti si sono osservati 
qualche volta sintomi d'alcoohsmo trasmessi di seconda mano dalla nutrice. 
In questo senso si può ammettere persino un alcoolismo fetale. 



FORM E. 

(ili effetti psicopatici dell'alcool si possono presentare acutamente nel- 
V ubbriachezza. L'ubbriachezza è un episodio isolato: raro in individui 
abitualmente temperanti, periodico negli individui dediti all'alcool, nel 
qual caso i suoi sintomi si sovrappongono a quelli dell'alcoolismo cronico. 
Vi è una forma di ubbriachezza che può dirsi fisiologica : essa rappresenta 
la reazione di un organismo normale all'intossicazione alcoolica acuta ; ma 
vi sono anche forme schiettamente patologiche di ubbriachezza nelle 
quali organismi degenerati reagiscono in maniera anomala. 

L'alcoolismo cronico può decorrere a lungo senza provocare una vera 
forma di psicosi conclamata. Assai spesso non si notano dell'alcoolismo 
che i sintomi fisici, nervosi, e dal lato mentale si ha un grado variabile 
.li decadimento psichico, di degenerazione alcoolica, che presenta note 
assai caratteristiche. Ove questo stato di degenerazione alcoolica sia molto 
accentuato, si giunge alle forme deliranti croniche dell'alcoolismo, ai de- 
liri sistemali nati di persecuzione e di gelosia, che somigliano molto per la 
loro coerenza a quelli della paranoia. Un certo grado di indebolimento men- 
tale vi è in ogni alcoolista ; ina l'indebolimento mentale può raggiungere 
veri caratteri di demenza, con deliri svariati ed effimeri, che ricopiano 
quelli della paralisi progressiva. Questi stati deliranti con indebolimento 
mentale sono accompagnati da fenomeni fisici che si riscontrano a loro 
volta anche nella paralisi progressiva: si ha per ciò in complesso una 
forma di pseudo-paralisi progressiva che differisce dalla vera per la sua 
etiologia e per il suo speciale decorso. Nell'alcoolismo cronico si possono 



l'alcoolismo 2<s" 



anche osservare episodi di delirio persecutorio dipendenti da allucinazioni 
dell'udito e della vista, il delirio sensoriale degli alcoolisti. Si ha infine 
una forma a decorso acuto, schiettamente confusionale, che è il cosidetto 
delirium tremens. 



UBBRIACHEZZA FISIOLOGICA. 

L'intossicazione acuta per alcool ha gradazioni infinite. In rapporto con 
la sua intensità variano ì sintomi, che possono andare da un leggero ec- 
citamento iniziale sino ad uno stato di paralisi e di coma. 

Anche a piccole dosi l'alcool esercita un'azione paralitica sui processi 
psichici più elevati. Gli atti più complessi ed elevati d'inibizione interiore, 
l'autocritica, la modestia, il ritegno, il pudore, la prudenza, restano affie- 
voliti o sospesi. L'azione segue il pensiero con maggiore prontezza e in- 
considerazione. L'uomo brillo, in luogo d'essere l'esecutore coerente del 
programma impostogli dal proprio carattere, diventa lo zimbello, passivo 
e mutevole, delle immagini che il caso affaccia disordinatamente alla sua 
coscienza. A ciò si aggiunge un certo grado di eccitamento psicomotorio 
con uno stato di euforia caratteristica e di agevolezza illusoria nelle estrin- 
secazioni improvvisate della volontà. La condotta dell'ubbriaco rispecchia 
questa mancanza di freni e questo eccitamento : i timidi acquistano corag- 
gio, gli audaci sfrontatezza; l'ubbriaco è loquace, di una sincerità inop- 
portuna e spesso offensiva, facile a trascendere con atti d'ira, di prepo- 
tenza, di scurrilità, d'impudicizia, di cinismo. Le sue percezioni perdono 
di prontezza, l'associazione delle idee tende a sbandarsi per vie illogiche. 
Prevalgono quindi le associazioni l'utili, fonetiche, per assonanza : si ha 
tendenza ai giuochi di parole, al linguaggio in gergo, all'uso intempestivo 
e infelice di lingue straniere mal conosciute. L'umore varia da indi- 
viduo a individuo : gaio nella generalità dei casi e nelle forme più 
miti d'ubbriachezza, può assumere un colorito patetico, sentimentale, pia- 
gnucoloso, bisbetico, superbo, iracondo quanto più s'accosta all'ubbria- 
chezza patologica. Gli ubbriachi ordinari, benché fiacchi nell'ideazione, 
nella fonazione e nella parola, si credono pieni di brio. Sotto il dominio 
di questa illusione offrono spesso e volentieri saggi non richiesti di canto, 
di declamazione e d'eloquenza; e non si scoraggiano se l'uditorio è troppo 
umile o troppo solenne o del tutto assente. Ma tranne qualche breve mo- 
mento di vento in poppa, la nave del loro ingegno va a sghimbescio e 
non fa cammino : l'ubbriaco si ripete, e ciò rende stucchevoli i suoi discorsi. 
La ripetizione monotona d'arguzie mediocri o di cattivo gusto o non rie- 
scite è il difetto a cui si riconoscono i gradi minimi d'ubbriachezza. 



288 CAPITOLO XI 



Lo stesso inceppamento che si riscontra nei processi psichici si mani- 
festa anche nelle funzioni motorie. La parola è lenta, strascicata, disar- 
tria con tutte le possibili gradazioni e, nelle fasi più avanzate, fino alla 
completa anartria, come nei paralitici. La voce cade di tanto in tanto 
nelle intonazioni nasali. La mimica è ampia e impacciata, priva di pre- 
cisione e spesso grottesca, benché l'ubbriaco cerchi di renderla dignitosa. 
Questa difficoltà di parola e di movimenti, la ripetizione fastidiosa di 
frasi insignificanti, come se fossero spiritose ed umoristiche, e la scon- 
clusionatezza delle idee formano un singolare contrasto con la baldanza 
dell'ubbriaco, che lo rende sentenzioso, sermoneggiante e qualche volta 
lirico, apostolico, filosofico, ma senza un contenuto adeguato al pathos 
animatore. 

Nell'andatura si manifesta il caratteristico disordine atassico, per cui i 
passi si succedono a gruppi rapidi in senso obliquo e mirano, più che a 
condurre avanti, ad impedire la caduta. Più tardi non solo l'incesso sarà 
impossibile, ma anche la stazione eretta. L'ubbriaco cade, per non rial- 
zarsi che alla mattina seguente, in preda ad un sonno comatoso che 
qualche volta si protrae oltre le 24 ore. 

Spesso il sonno catastrofico dell'ubbriachezza è seguito da uno strascico 
di disturbi minori. Si ha cefalea, vertigine, nausea, sete, inappetenza, 
stanchezza alle gambe, ossia il complesso di quelle sensazioni piuttosto 
disgustose che i Tedeschi hanno compendiato nel nome di Katzenjammer. 
Bechterew osservò come postumo dell'ubbriachezza un quadro caratte- 
ristico di atassia cerebellare, che si verifica negli ubbriaconi abituali. 



UBBRIACHEZZA PATOLOGICA. 

In alcuni individui, per lo più degenerati predisposti alle psicopatie, epi- 
lettici, isterici, imbecilli, o che hanno antecedentemente subito traumi al 
capo, l'ubbriachezza assume un carattere spiccatamente patologico. Ora 
si tratta di veri accessi convulsivi che scoppiano nell'acme dell'intossica- 
zione, ora di stati psicopatici che possono riguardarsi come equivalenti 
di epilessia psichica : impulsi omicidi o suicidi, accessi di furore, stati 
stuporosi, stati crepuscolari di semicoscienza, nei quali l'ubbriaco compie 
azioni turpi o criminose, violenze carnali, esibizionismo, ferimenti, incendi 
con amnesia completa dell'accaduto. Si può avere anche la cosi detta 
ubbriacliezza apoplettica che conduce improvvisamente al coma e dal 
coma alla morte. 

Gli individui che soggiacciono a queste forme d' ubbriacliezza patologica 
presentano sempre in modo stereotipato lo stesso quadro tutte le volte che 



l'alcoolismo 289 



s'ubbriaeano. L'affinità di questi stati con gli accessi epilettici è tale, che 
si può ammetterne senz'altro l'identità; si tratta di fenomeni epilettici 
provocati dalla intossicazione alcoolica. 

SINTOMI DELL'ALCOOLISMO CRONICO. 

L'alcoolismo cronico si manifesta con un corteo di sintomi nervosi assai 
caratteristici, che sono più costanti e più precoci dei sintomi psichici. 
Essi si devono in massima parte a lesioni dei nervi periferici, ma in parte 
sono di origine centrale. 

Notevoli sono i disturbi della sensibilità cutanea, che si presentano distri- 
buiti ad isole e corrispondono al territorio dei nervi maggiormente af- 
fetti. Obiettivamente si può verificare un indebolimento della sensibilità 
tattile che va sino alla anestesia completa. Talvolta si ha termoanalgesia. 
Talvolta invece si ha iperestesia vivissima e ogni contatto riesce doloroso. 
Subiettivamente l'alcoolista cronico prova sensazioni di formicolio, pun- 
ture, dolori a trafittura. Questi disturbi della sensibilità sono determinati 
da alterazioni nevritiche più o meno avanzate. Ove le alterazioni dei 
nervi sono più accentuate si manifestano fenomeni di paresi motoria, 
specialmente negli arti inferiori e in particolar modo, con sede quasi 
di predilezione, nel campo degli estensori del piede. La forza muscolare 
è generalmente diminuita, specialmente negli arti inferiori, e facilmente 
si arriva alle atrofie muscolari più o meno circoscritte. Le anestesie rife- 
rite a paralisi alcoolica, a pseudotabe alcoolica, a neurotabe periferica di- 
pendono da lesioni nevritiche eccezionalmente accentuate : in questi casi la 
distinzione dalla tabe si può fare, oltreché in base ai dati anamnestici, 
scoprendo i fatti obiettivi di nevrite, le atrofie, il dolore alla pressione, e 
il contegno spesso normale o quasi normale delle pupille. 

Nel campo dei sensi specifici sono assai frequenti le lesioni dell'ottico 
e della retina. Moltissimi alcoolisti cronici presentano un indebolimento del- 
l'acutezza visiva, discromatopsia e persino completa acromatopsia. Subietti- 
vamente possono soffrire di fotopsie svariate. L'oftalmoscopio svela spesso 
una caratteristica pallidezza della papilla nella sua parte temporale. Più 
rare sono le emorragie retiniche e l'intorbidamento generale della papilla. 
1 disturbi pupillari di rado sono assai accentuati, possono peraltro in certi 
casi giungere alla completa rigidità. Talvolta si hanno paralisi dei mu- 
scoli oculari. 

Nel campo dell'udito sono frequenti i ronzii, i sibili, gli scrosci. Per ciò 
che si riferisce al gusto, è frequentissimo il pervertimento o addirittura 
la quasi completa anestesia gustativa, ma accompagnata da percezioni 
subiettive di sapori disgustosi. 

Tanzi, Psichiatria. — 37. 



290 CAPITOLO XI 



< Utre ai fenomeni nevritici, nel campo della motilità si riscontra con 
sincrolare frequenza il tremore, spiccato sopratutto alla lingua ed alle mani 
e che si mette facilmente in evidenza facendo divaricare le dita. È un tre- 
more a rapide e minute oscillazioni, che si rivela con molta chiarezza nella 
scrittura: brevi tratti di una lettera appaiono talvolta spezzettati da pa- 
recchie ondulazioni di tremore ( fig. 62). La tendenza ai fenomeni spas- 
modici è in certi casi accentuatissima e si possono avere cloni fascico- 
lari diffusi agli arti ed alla faccia, tics, crampi. 

Non di rado gli alcoolisti inveterati vanno soggetti a convulsioni epilet- 
tiche. Si è voluto da taluno differenziare questi accessi da quelli della 
classica epilessia, avvicinandoli piuttosto agli episodi epilettiformi della 
paralisi progressiva, del diabete, dell'uremia, perchè sono più protratti ed 

Fig 62. — Scrittura <li mi alcoolìsta. 

hanno maggior tendenza a ripetersi in serie. È assai verosimile che una 
tale distinzione non abbia alcuna ragione di essere. Anzi è ormai opinione 
prevalente òhe gli attacchi epilettici che compaiono nell'alcoolismo cro- 
nico non debbono essere considerati come costituenti una vera epilessia 
alcoolica, ma enne manifestazioni ili un'epilessia rimasta latente per 
molto tempo e posta in evidenza dall'alcoolismo. Wartmann trova in- 
giustificata la figura clinica di un'epilessia alcoolica : l'analisi accurata ili 
molti ca-i permette di trovare nella maggior parte di essi una notevole 
predisposizione o la concorrenza di altre cause, come traumi, od infe- 
zioni. Secondo Wildermutii l'alcool svela l'epilessia, non la deter- 
mina; e talvolta basta un solo eccesso alcoolico per mettere in luce 
una epilessia insospettata. 

Dell'epilessia che si manifesta nell'alcoolismo cronico sono state incol- 
pate, più che l'alcool, le essenze contenute negli alcoolici, sopratutto 
quella dell'assenzio. Magnan è stato il sostenitore di questa tesi in modo 
assoluto, tanto da formularla « point d'attaques, pas d'absinthe ». Ora non 
vi è dubbio, e gli esperimenti lo dimostrano nel modo più chiaro, che 
l'essenza di assenzio ha sul sistema nervoso una spiccata azione convul- 



L ALCOOI.1SMO 291 



sivante ; ma è certo d'altra parte che l'epilessia si manifesta anche in re- 
gioni dove l'assenzio è sconosciuto ed anche in bevitori di puro vino. 

Nel campo dell'innervazione vasomotoria l'alcoolismo cronico determina 
paralisi vasomotoria ed ectasie dei casi cutanei, specialmente nella taccia 
[facies potatorum). Il naso è specialmente colpito e presenta un'ipertrofia 
caratteristica. L'acne rosacea è frequente nei bevitori ed è popolarmente 
nota come indizio di intemperanza abituale. Ma è un segno tutt'altro che 
sicuro, e si possono incontrare nasi calunniatori in individui temperanti. 

L'abuso cronico delle bevande alcooliche porta anche come conseguenza 
diversi disturbi viscerali. In prima linea per ordine di frequenza stanno quelli 
dello stomaco. Lo stomaco può essere dilatato : ciò avviene specialmente 
nei bevitori di vino o meglio ancora di birra. Si aggiungono i fenomeni 
della gastrite cronica: inappetenza, nausee, vertigine, vomito mattutino. 
Finché l'alcool è ben tollerato dallo stomaco, esso favorisce l'ingrassa- 
mento e la corpulenza; ma quando i disturbi digestivi sono accentuati e 
si determina anche anoressia e vera ripugnanza al cibo, decade subito 
la nutrizione sino a stati di vero marasma. Il fegato è spesso alterato 
dall'alcool ; come è noto, l'alcoolismo è la causa più frequente di cirrosi 
atrofica. Anche i reni sono lesi assai ili spesso, sia direttamente per azione 
dell'alcool sugli elementi epiteliali specifici, sia indirettamente por mezzo 
dell'arteriosclerosi che l'alcoolismo determina o favorisce in tutti sii or- 
gani, e a preferenza nei reni e nel cervello. Il cuore è spesso ipertrofico 
anche per riverbero delle lesioni renali e dell'arteriosclerosi diffusa, e fi- 
nisce col presentare degenerazione adiposa. La nevrite del va;/o, non rara 
negli alcoolisti, può determinare anche disturbi di innervazione per eccesso 
di eccitazione o per paralisi : polso raro, tachicardia. 

I disturbi menta/i nell'alcoolismo cronico si presentano in modo insi- 
dioso e lentamente progressivo, si che non è possibile stabilire un limite 
netto tra lo stato normale e gli stati schiettamente psicopatici. Molto 
spesso l'abitudine delle bevande alcooliche non determina che un arresto, 
un precoce esaurimento della perfettibilità individuale, senza determinare 
una evidente decadenza mentale. Ma da questo arresto ad una vera invo- 
luzione, o per dir meglio ad una der/enera^ione psicliica, il passaggio è 
insensibile. L'alcoolista consumato presenta segni di decadenza sopratutto 
nella sfera morale. Le attitudini già acquisite si conservano discretamente, 
ma si perde la capacità e il desiderio di opere nuove e più alte. Il lavoro 
diventa penoso e per essere compito richiede il concorso dell'abituale ec- 
citamento alcoolico. I poteri inibitivi scemano grandemente, il carattere 
si fa fiacco: facilmente l'alcoolista cade in preda al fatalismo o ad uno 
scetticismo che non è poi che un comodo mezzo per giustificare di fronte 
a sé ed agli altri la propria inerzia. L'umore diventa irritabile, facile a 



292 CAPITOLO XI 



deprimersi; l'alcoolista si lascia abbattere da piccole contrarietà perchè 
non si sente la t'orza di vincerle. Trascura i rapporti sociali, diventa mi- 
santropo, viene a facili transazioni con la propria coscienza, decade gra- 
datamente sino all'estrema abbiezione. La noncuranza si rende visibile 
con la sporcizia esteriore della persona. Il senso genetico soffre una grave 
decadenza o è spinto a pervertimenti. Nei casi più accentuati anche l'in- 
telligenza soffre : la capacità di attenzione è affievolita, la memoria de- 
bole, incapace di fissare nuovi ricordi, sicché tutto il campo dell'attività 
psichica è più limitato. 

Di questa decadenza deve necessariamente risentirsi la posizione sociale 
dell' alcoolista, il quale non di rado è tratto all'indigenza, a cambiamenti 
di mestiere, alla disoccupazione cronica, al vagabondaggio : e queste 
sventure economiche non fanno che ribadire la tendenza al bere, che di- 
venta l'unico sollievo, l'unica fonte di passeggero benessere. 

Su questo terreno è fàcile che germoglino deliri" sistematizzati. Un primo 
accenno di delirio si ha già nella maniera tutta speciale di considerare le 
cose che è frequente negli alcoolisti. Specialmente se intelligenti e dotati 
di una certa cultura, gli alcoolisti cronici sono condotti dal loro stato 
d'animo abituale ad una visione cinica del mondo e della vita. Il bevitore 
letterato fa pompa d'un umorismo pessimista sugli altri e su di sé, e con- 
templa la propria disgrazia non come un effetto dell'abitudine morbosa, 
ma come una conseguenza naturale degli ordinamenti sociali, dell'etica 
umana, del male che trionfa nell'universo. 

Dal pessimismo si passa facilmente a deliri di persecuzione. L'alcoolista 
tende ad attribuire le proprie sventure al malvolere altrui, alle ingiustizie, 
alle sopraffazioni, agli attacchi malevoli, alla concorrenza sleale, oppure 
rivolge le sue recriminazioni alle persone di famiglia: egli si è rovinato 
per avere una famiglia troppo numerosa, una moglie rozza o infedele, 
sono i contrasti domestici che lo hanno spinto a bere per dimenticare. 

In questi stati di degenerazione alcoolica è più specialmente comune il 
delirio di i/e/osia. Forse, come osserva uno scrittore letterario, Edmondo 
de Amicis, la impotenza sessuale che affligge molti di questi alcoolisti è 
il movente di questo delirio, che può talvolta assumere forme minacciose 
e violente. 



DELIRIO ALLUCINATORIO. 



Fin qui i deliri si mantengono nei limiti della verosimiglianza e non 
sono accompagnati da altri fenomeni manifestamente psicopatici. Non è 
cosi invece di altri deliri che possono presentarsi episodicamente nel corso 
dell'alcoolismo cronico e che per la loro insensatezza e per le allucinazioni 



l'alcoolismo 2'Xì 



a cui sono associati assumono un carattere più schiettamente patologico. 
Si tratta del delirio allucinatorie) degli alcoolisti, nel quale predominano 
le idee di persecuzione e le allucinazioni uditive. Queste allucinazioni si 
iniziano per lo più con una esagerazione degli ordinari ronzii e scrosci 
frequentissimi negli alcoolisti cronici. Ma assumono ben presto un conte- 
nuto verbale e un significato minaccioso per l'ammalato. Si tratta dapprima 
di parole indistinte od insensate, alle quali peraltro il malato attribuisce 
un significato delirante ; poi di minacce, accuse, allusioni, insinuazioni ma- 
ligne, parole di disapprovazione o di condanna, generalmente esorbitanti, 
paradossali, incoerenti e quindi incredibili. Tuttavia l'ammalato ne rimane 
atterrito, ansioso; crea su queste allucinazioni deliri di persecuzione an- 
cor più paradossali delle allucinazioni stesse. Lo stato di eccitamento, ili 
irrequietezza, di insonnia, con cui l'accesso si inizia ordinariamente si 
accentua sempre più e può condurre ad atti di violenza od al suicidio. 
Le allucinazioni uditive sono spesso unilaterali. Talvolta esse ricopiano i 
pensieri più intimi del malato, si ha il fenomeno del pensiero ad alta 
voce. 

Le allucinazioni visive sono più rare, e generalmente si limitano a fo- 
topsie, possono assumere peraltro aspetto configurato, specialmente in 
condizioni favorevoli, di notte all'oscuro : ed anche in questo caso il loro 
contenuto è minaccioso, terrifico : uomini in aspetto minaccioso, bestie, 
meccanismi di tortura. Allucinazioni intense e persistenti dell'olfatto e del 
gusto spingono talvolta ad ostinato rifiuto del cibo. 

Se l'ammalato è sottoposto all'astinenza, si ha ordinariamente la gua- 
rigione in un termine relativamente breve, di pochi mesi al più. Vi è pe- 
raltro grande tendenza alle recidive, e specialmente in questo caso la rein- 
tegrazione dell'intelligenza non è completa, ma si ha uno stato di de- 
mensa ssta'n'le più o meno accentuato. 



PSEUDO-PARALISI ALCOOLICA. 

Una forma di psicopatia non infrequente nel corso dell' alcoolismo cro- 
nico ed assai importante, sopratutto per la diagnosi, è la cosi detta pseudo- 
paralisi progressiva. Si tratta di accessi psicopatici che insorgono per lo 
più improvvisamente con tutti i caratteri della paralisi progressiva, non 
solo nel campo delle perturbazioni psichiche, ma anche dei sintomi so- 
matici. Gli ammalati presentano spesso la caratteristica euforia, la spen- 
sieratezza, i deliri paradossali di grandezza, i noti fenomeni pupillari, tre- 
more, atassia, disgrafia, disartria. La sindrome paralitica può essere così 
chiara e completa, da indurre in errore, tanto più che spesso gli alcoolisti 



294 CAPITOLO SI 



tengono occulto il loro vizio e non lo denunziano, anzi lo negano persimi 
al medico. 

I rapporti ancora non del tutto definiti tra paralisi progressiva ed al- 
coolismo, la somiglianza sintomatologica che va sino all'identità hanno 
Potuto far si che molti autori negassero l'esistenza di questa forma 
morbosa ed hanno fatto ritenere che in questi casi si trattasse piuttosto di 
una vera paralisi progressiva determinata dall'alcoolismo. Ma ogni giorno 
più l'esistenza della pseudo-paralisi come una varietà ben distinta si 
va affermando sopratutto in base all'esito .Iella malattia, che contraria- 
mente a quello della paralisi progressiva è spesso a breve scadenza com- 
pletamente fausto. Un adatto regime di vita e il semplice fatto della re- 
clusione in manicomio determinano nella maggioranza dei casi in capo a 
pochi mesi il recedere di tutti 1 sintomi sino a scomparsa più o meno 
completa. Naturalmente, come avviene per tutte le forme di psicosi che 
hanno per basi' l'alcoolismo, è assai grave il pericolo della recidiva, e 
Wi:i.is ha potuto riferire un caso in cui un paziente nel corso di 12 anni 
presenti'! ben 16 volte il quadro completo della paralisi progressiva, ma 
tutte le volte guari. 

Parecchi autori si sono affannati a ricercare i caratteri differenziali tra 
questa forma di pseudo-paralisi e la paralisi vera. I criteri migliori sono 
in realtà quelli che derivano dall'anamnesi, che può accertare l'abuso 
abituale e di lunga data degli alcoolici, e dal decorso, che è manifesta- 
mente regressivo nella pseudo-paralisi. 

Computi statistici sulla frequenza dei vari sintomi hanno potuto mettere 
in rilievo la maggior frequenza di alcuni sintomi nell'una o nell'altra 
forma. Cosi Godet pone in rilievo che le allucinazioni, l'atrofia muscolare, 
la reazione degenerativa sono più frequenti nell'alcoolismo che nella pa- 
ralisi; Bf.ca ritiene come caratteristiche della pseudo-paralisi l'inizio 
brusco, le allucinazioni, il tremore e i disturbi di coordinazione, le ane- 
stesie cutanee, la diarrea, il rapido dimagramento, la maggior frequenza 
e la minor gravità degli accessi apoplettiformi. 

Più importanti e più significativi sono i rilievi fatti da Furstner; egli 
ritiene che l'inizio in età avanzata, la rarità della rigidità pupillare, la 
presenza di sintomi nevritici ben caratterizzati, punti dolenti alla pressione, 
isole cutanee di anestesia ed altri disturbi obiettivi della sensibilità, la 
mancanza di disturbi vescicali e rettali, depongono a favore della pseudo- 
paralisi. Ma è evidente che su simili criteri non può mai basarsi una si- 
cura diagnosi individuale, trattandosi sempre di sintomi che non sono in- 
frequenti anche nella paralisi progressiva. 

In realtà non si può fare che una diagnosi di probabilità: quando ri- 
sulti alcoolismo manifesto dall'anamnesi ; quando si possano osservare 



l'alcoolismo 295 



disturbi nevritici in atto e tremore a tipo alcoolico; e sopratutto quando 
la sindrome paralitica si presenti incompleta per difetto di sintomi pupil- 
lari o della disartria o dell'amimia, la diagnosi di pseudo-paralisi si pre- 
senta come assai probabile. Ma non può ad ogni modo venire accertata che 
successivamente, verificandosi un decorso regressivo ed un esito favo- 
revole. 

La mancanza dimostrata di sifilide (per esempio in individui che non 
ebbero mai contatti carnali) è un altro elemento a favore della pseudo- 
paralisi alcoolica. 

DELIRIUM TREMENS. 

L'episodio psicopatico più caratteristico dell' alcoolisiuo cronico è il de- 
lirium tremens. A torto esso è stato considerato come un fenomeno suba- 
cuto derivante da una soprasaturazione di alcool per abusi eccezionali. 
Assai spesso il delirium tremens si determina in modo indipendente dagli 
eccessi alcoolici, potendo persino insorgere in un periodo di astinenza. 
ma esso scoppia costantemente sul terreno delFalcoolismo. 

La sintomatologia del delirium tremens ripete nelle sui 1 linee generali 
il quadro delle psicosi acute confusionali, cioè dell'amenza. Meynert lo 
defini addirittura come un'amenza nel corso dell'alcoolismo cronico. Dopo 
un periodo prodromico, nel quale il paziente è irrequieto, insonne, di 
cattivo umore, depresso, e nel quale si manifestano anche acusmi e fo- 
topsie elementari, come scrosci, sibili, scintillìi, lampeggiamenti, insorge 
il periodo confusionale allucinatorie, caratterizzato sopratutto da ricchis- 
sime e caratteristiche allucinazioni visive. L'ammalato vede intorno a sé 
una grande quantità di ligure allucinatorie in locomozione incessante: 
omuncoli, bestie di ogni sorta, che si arrampicano per le pareti, invadono 
il letto, coprono la sua persona, traversano a frotte lo spazio, ed egli cerca 
invano di allontanarle o di afferrarle. L'impressione che l'ammalato ne 
riporta è sgradita o addirittura angosciosa, ma qualche volta è anche 
piacevole e gaia. L'ammalato è irrequietissimo, intento al suo raccolto, 
alla sua caccia, alla sua pesca miracolosa o alla spazzatura del suo letto 
che è divenuto il bersaglio della manna celeste, il teatro delle invasioni 
barbariche, il vivaio degli insetti. In questo stato allucinatorie tutto dà 
luogo a illusioni, le persone presenti sono trasfigurate, appaiono in 
aspetto minaccioso, terrificante, e non di rado l'ammalato è violento con- 
tro di esse. Benché siano sempre preponderanti le allucinazioni visive, 
non mancano le uditive: fischi, urli, parole insensate o minacciose, chia- 
mate per nome. E anch'esse contribuiscono ad alimentare Io stato di an 
goscia in cui si trova il malato. 



29(3 CAPITOLO XI 



In questo periodo la coscienza è un po' obnubilata, in istato sognante, 
si ha disorientamento grave. Di rado si giunge sino a perdere la no- 
zione della propria personalità. L'ammalato è insonne, irrequieto, ango- 
scioso, spaventato, in preda a vivo tremore caratteristico, da cui il nome 
della malattia. Ma ha momenti di completa lucidezza non appena sva- 
niscono le immagini allucinatorie. 

In una fase ulteriore possono accentuarsi i fenomeni allucinatoli e l'agi- 
tazione motoria, e accompagnarsi con violenti e ripetuti accessi di con- 
vulsioni epilettiche. E frequente in questo stadio una elevazione di tempe- 
ratura, che può raggiungere gradi elevatissimi di febbre (delirium tre- 
mens febbrile di Dllasiauve) e può precedere di poco la morte per accessi 
accumulati di epilessia o per collasso. La febbre è dovuta talvolta a infe- 
zioni concomitanti, specialmente a polmonite, o a complicazioni renali. 
In moltissimi casi l'orina contiene albumina, talvolta in quantità rilevanti. 

Nella maggior parte dei casi non si giunge sino a quest'ultima fase, e 
si ha invece la guarigione dopo un sonno critico che può durare persino 
da 30 a 40 ore. Qualche volta dopo il sonno critico e alcuni giorni di 
tranquillità e lucidezza, può insorgere un secondo accesso di delirium tre- 
mens. In ogni modo, la recidiva nel delirium tremens è oltremodo fre- 
quente : in certi alcoolisti si sono avuti 20 od anche più accessi. 

Dopo svanito l'accesso, rimane ancora per parecchi giorni uno stato ili 
prostrazione generale e l'apparato visivo è tuttora cosi eccitabile, che con 
la semplice compressione dei bulbi oculari si possono provocare allucina- 
zioni (Liepmann). 

Di grande importanza dal punto di vista pratico sono i molti casi in 
cui il delirium tremens, in luogo di presentarsi con la sua forma più com- 
pleta e più grave, si limita ad uno stato di confusione allucinatoria assai 
più simile a quella che si osserva nei comuni casi di amenza. Questi casi 
attenuati di delirium tremens si distinguono tuttavia da quelli di sem- 
plice amenza per la minor gravità della confusione e del disorientamento 
e per l'abbondanza relativa delle allucinazioni. Talvolta le allucinazioni 
visive si manifestano interrottamente, e nei periodi intervallari, che pos- 
sono durare parecchie ore od anche dei giorni, l'umore dell'ammalato è 
sereno e la coscienza lucida. Oppure mancano del tutto le allucinazioni 
uditive, e le stesse allucinazioni visive non assumono l'aspetto caratte- 
ristico di figure multiple e semoventi. Quando queste forme attenuate si 
presentano associate con fenomeni nevritici, si ha il quadro della cos'i 
detta psicosi polinevritica di Korsakoff. Ma un simile quadro si può ve- 
rificare anche in altre l'orme di psicosi confusionale. 



l'alcoolismo 297 



PATOGENESI. 

Circa alla patogenesi dei disturbi nervosi e mentali che si osservane 
nell'alcoolismo, si può dire che di essi la sola intossicazione acuta, l'ub- 
briachezza, può considerarsi come un effetto diretto ed immediato del- 
l'alcool sul sistema nervoso. Già nei casi di ubbriachezza patologica noi 
abbiamo la cooperazione di fattori interni, come la degenerazione ner- 
vosa e l'epilessia latente. 

Quanto ai sintomi dell'alcoolismo cronico, essi non possono attribuirsi 
all'azione diretta dell'alcool se non in parte. Ognuno di questi sintomi si 
protrae per parecchio tempo dopo un'astinenza assoluta ; e non solo nel suo 
aspetto negativo, cioè come fenomeno di difetto, ma anche come fenomeno 
irritativo. Bisogna dunque ammettere che l'alcool possa produrre altera- 
zioni generali ed ignote del ricambio che alla loro volta si ripercuotono 
sul sistema nervoso. D'altra parte l'alcool, come offende il sistema ner- 
vosi), lede molti altri apparati organici, lo stomaco, il fegato, i reni, le 
cui alterazioni funzionali non possono riescire indifferenti per il sistema 
nervoso. Ed è anche certo che i disturbi nervosi sono sempre più accen- 
tuati in quegli alcoolisti abituali, la cui nutrizione generale ha maggior- 
mente sofferto, come avviene quando sono compromesse le funzioni ga- 
striche, renali ed epatiche. 

Ma la patogenesi indiretta è sopratutto evidente nel delirium tremens. 
E assodato che l'accesso di delirium tremens può scoppiare in un periodo 
di completa astinenza, ed anzi talvolta è appunto l'improvvisa astinenza 
che può apparire come l'unica causa diretta dell'accesso. Alcoolisti impri- 
gionati e costretti improvvisamente al regime carcerario vanno facilmente 
incontro al delirium tremens. Su queste osservazioni si è anzi fondata 
l'opinione, certamente eccessiva ed unilaterale, di alcuni autori i quali 
considerano il delirium tremens come un fenomeno di astinenza negli al- 
coolisti. 

L'accurato esame di numerosissimi casi ha indotto concordemente tutti 
gli autori a rilevare la eccezionale importanza che hanno le cause debi- 
litanti nel determinare lo scoppio del delirium tremens. Spesso si tratta 
di infezioni, sopratutto della polmonite, di traumi, di spavento, di stra- 
pazzo psichico, di contrarietà. Sicché l'alcool non farebbe che preparare 
il terreno, indebolendo l'organismo e predisponendolo all'influenza di sva- 
riate cause morbose. È sopratutto verosimile che si tratti di una altera- 
zione del ricambio determinata dall'alcool e che ha per risultato una in- 
tossicazione interna (Kraepelin). 

Tanzi. PrichiatHa. — 38. 



298 CAPITOLO XI 



Importantissimi sono ila questo punto di vista i reperti ematologici dì 
Elzholz. Elzholz trovò nel delirium tremens una spiccata leucocitosi, 
che svanisce durante la convalescenza ; anzi in questo periodo i leucociti 
discendendo al disotto della norma. Prevalgono i leucociti polinucleari, neu- 
trofili, sui mononucleari; e la proporzione si inverte pochi giorni dopo 
il sonno critico. Le cellule eosinoflle nell'acme dell'accesso scompaiono 
del tutto o sono fortemente ridotte di numero; ricompaiono ed aumentano 
di numero nel sonno critico o subito dopo; e ciò tanto nei casi con l'ebbre 
come in quelli interamente afebbrili. Donde apparisce che debba entrare 
in giuoco una sostanza tossica che non è l'alcool, perchè l'alcool per sé 
stesso non determina affatto leucocitosi. Forse si tratta di una sostanza 
tossica analoga alla tossina pneumococcica, perchè nella pneumonite si ha 
un reperto ematologico assai simile. Elzholz richiama l'ipotesi di Marmi; 
sull'astinenza morfinica, secondo la quale le sofferenze della privazione sa- 
rebbero dovute alPossimorfìna, antagonista della morfina (v. pag. 306). Ana- 
logamente nell'alcoolismo si produrrebbe una sostanza tossica capace ili 
essere neutralizzata dall'alcool, ma che spiegherebbe la sua naturale in- 
fluenza in caso di astinenza. L'alcoolismo cronico troverebbe la sua scusa 
nella fatalità di questo circolo vizioso tra l'azione primaria dell'alcool 
come veleno e la sua azione secondaria come contravveleno. Cosi sarebbe 
avvalorata anche l'ipotesi che considera il delirium tremens come feno- 
meno di astinenza. Se non che, mentre è vero che il delirium tremens può 
insorgere malgrado l'astinenza, non è ammissibile che esso ne sia causato. 
E in ogni mudo quest'ipotesi non è un complemento necessario dell'ipo- 
tesi tossica basata sul reperto ematologico. 

Merita ancora considerazione l'ipotesi di Hertz, il quale, avendo os- 
servato la straordinaria frequenza dell'albuminuria nel delirium tremens, 
ritiene che questo sia un efletto di insufficienza renale, un sintomo della 
nefrite alcoolica. Nei casi di delirium tremens associato a polmonite non 
sarebbero le tossine della polmonite che danno la spinta all'accesso, ma 
l'accesso sarebbe determinato da una nefrite concomitante. Ora è indubi- 
tato che le lesioni renali sono frequentissime nel delirium tremens; ma 
siccome peraltro esse non sono costanti e anche anatomicamente non si 
riscontrano spesso in tale grado da spiegare l'insutficienza renale, è 
pili verosimile che le lesioni renali siano un effetto concomitante, un fe- 
nomeno associato, non già la causa dell'accesso di delirium tremens. 

Sicché in conclusione, pur essendo fondatissima l'ipotesi generica che 
attribuisce il delirium tremens ad una intossicazione secondaria che è de- 
terminata dall'alcoolismo, non si può venire a precisare in modo partico- 
lare di che intossicazione si tratti. 



j.'alcuOlismo 299 



ANATOMIA PATOLOGICA. 

Il reperto anatomopatologico dell' alcoolismo comprende da un lato alte- 
razioni che possono riferirsi alla intossicazione cronica e sono stabili 
dall'altri i alterazioni che vanno collegate ai fenomeni acuti e subacuti 
degli ultimi giorni nel caso che la morte sia avvenuta in un accesso d 
delirium tremens. Si intende che la morte può d'altra parte essere deter- 
minata da ogni sorta di malattie intercorrenti, che portano naturalmente 
le loro lesioni caratteristiche. 

All'osservazione macroscopica sono le alterazioni di natura cronica che 
si offri ino più facilmente. Aprendo il cranio, si può osservare iperostosi, 
assottigliamento delle ossa, pachimeningite esterna od interna. La paehi- 
meningite emorragica interna è un reperto tra i più frequenti negli al- 
coolisti inveterati. Nel cervello si possono osservare alterazioni ateroma- 
tose dei rasi, suffusioni sanguigne sottomeningee, e, se vi fu delirium 
tremens, emorragie puntiformi. Lo stomaco presenta i caratteri della ga- 
strite cronica; il cuore è spesso ingrandito, dilatato, flaccido, degenerato; 
il fegato presenta degenerazione grassa più o meno accentuata, spesso un 
grado di sclerosi atrofica considerevole ; la milza è frequentemente ingran- 
dita, iperemica; i reni con note di atrofia arteriosclerotica. 

Più importanti sono le lesioni cerebrali che si riscontrano col microscopio. 
Indagini recenti e intraprese con tecnica perfezionata, sopratutto coi me- 
todi di Nissl, Marchi, Weigert, per opera di Tromner, Bonhoffer, 
E. Mever, Camia, hanno messo in luce qualche fatto nuovo e non privo 
d'interesse. Nella corteccia cerebrale si scorgono qua e là, isolatamente, 
cellule più o meno atrofiche in mezzo ad elementi normali. Assai diffuse 
sono invece le alterazioni acute che si osservano nel delirium tremens. 
Si tratta di una tipica reazione acuta da parte della cellula nervosa, con 
disgregazione e diminuzione della sostanza cromatica, che interessa lar- 
gamente ogni categoria di elementi corticali. Le grandi piramidi e qualche 
volta esclusivamente le cellule di Betz presentano in abbondanza il re- 
perto caratteristico della reazione alla ferita del cilindrasse (flg. 03). Questo 
tipo di alterazione si riscontra anche nelle altre forme di psicosi tossica con- 
fusionale, nella pellagra e nell'amenza ; ma nel delirium tremens è oltre- 
modo più frequente. Lo stesso tipo di alterazione si riscontra anche nelle 
cellule delle corna anteriori e in quelle dei gangli spinali, ove è tra indice 
delle lesioni polinevritiche : si direbbe per ciò che la stessa intossicazione 
che lede le fibre periferiche e determina la polinevrite intacca anche le 
libro lunghe dei centri nervosi, specialmente quelle del sistema pirami- 



300 CAPITOLO XI 



Jale, determinando nei centri alterazioni corrispondenti. La lesione delle 
vie piramidali è ad ogni modo sempre più lieve e meno evidente che 
quella dei nervi ; talvolta non è rilevabile con alcuno dei mezzi di ricerca. 
Si direbbe in questi casi che debbano esser lese le estremità amieliniche 
spinali delle fibre piramidali, e che da simili alterazioni, non ancora ve- 
rificabili con gli attuali mezzi d'indagine, derivino le caratteristiche rea- 
zioni delle cellule. Del resto in molti casi il metodo di Marchi basta a 
mettere in evidenza nella corona raggiata la presenza ili un discreto nu- 
mero di fibre degenerate. È probabile che queste fibre corrispondano a 
cellule corticali che hanno subito, al di là della fase di reazione, un vero 
processo distruttivo. Anche nella sostanza bianca del cervelletto si riscon- 
trano fibre degenerate. 





Vis. t>3. — Celiale piramidali, grande e media, ilellu zona motrice in istato di reazione 
a lesione del cilindrasse, in un caso d'alcootismo (da M- Gamia). 



11 metodo ili Weigert per la nevroglia in certi casi non lascia scorgere 
alcun cambiamento; in altri invece permette di osservare una prolifera- 
zione di fibre. Questo aumento di nevroglia deve esser considerato come 
l'indice di un processo cronico che ha per sede i centri; esso sta più in 
rapporto coi fenomeni cronici dell' alcoolismo che non coi fenomeni acuti 
del delirium tremens. 

Nel midollo può mancare ogni alterazione «Ielle vie lunghe anche se 
nella corteccia cerebrale vi sono segni sicuri che le cellule di Betz hanno 
reagito morbosamente. Non è peraltro infrequente una lesione primaria 
delle vie piramidali, la quale può anche essere complicata da diffuse de- 
generazioni secondarie di fibre, simili a quelle che si osservano col me- 
todo di Marchi nella corona raggiata (flg. 64) Il fenomeno della reazione 
a lesioni del cilindrasse, oltreché nelle cellule delle corna anteriori, si osserva 



l'axcoolismq 301 



molto di frequente nelle cellule delle colonne di Clarke. Nei cordoni po- 
steriori e specialmente nei fasci di Goll sono comuni le degenerazioni 
sistematiche, che accompagnano ordinariamente i casi inveterati di poli- 
nevrite alcoolica. 

I nervi periferici sono spesso sede di nevrite prevalentemente od anche 
esclusivamente parenehimatosa. Tutti i nervi possono essere colpiti, ma 
lo è con speciale predilezione il nervo peroneo. Si osservano pure tutte 
le lesioni caratteristiche della fibra nervosa, dalla più leggera nevrite pe- 
riassile alle forine gravi di degenerazione icalleriana che dipendono da 






■>K< 






Fig. 64. — Midollo dorsale con degenerazione parziale dei fasci piramidali in un caso 
d'alcoolismo. Metodo di Weigert (da M. Gamia). 

interruzione fisiologica. Si può anche osservare semplice atrofia primaria 
delle guaine mieliniche con conservazione del cilindrasse. Il processo ne- 
vritico è in ogni caso più spiccato nei piccoli rami periferici che nei 
grossi tronchi centrali. 

Nei muscoli si osservano lesioni degenerative secondarie alla lesione 
delle fibre motrici. Senator e Siemerling ammettono inoltre una speciale 
l'orma di miosite, che sarebbe primariamente determinata dall'azione del- 
l'alcool. 

CURA. 

La cura dell'alcoolismo ha come base necessaria e come mira princi- 
pale la soppressione radicale dell'abitudine al bere. Ben diversamente da 
quanto avviene in altre intossicazioni croniche volontarie, come ad esem- 



302 CAPITOLO XI 



pio il morfinismo, la soppressione completa dell'alcool non dà luogo ne- 
cessariamente a fenomeni morbosi ; per l'alcoolismo non vi è un quadro 
di fenomeni da astinenza. Pare bensi che in alcoolisti denutriti l'astinenza 
improvvisa possa determinare alla seconda o terza giornata lo scoppio 
del delirium tremens; ma simili accessi, che non sono soggetti a rinno- 
varsi, decorrono in modo più blando e breve dell'ordinario (Bonhof.ffer). 
Anche il delirium tremens, nel quale da alcuni clinici si fa eccezione alla 
regola e si continua la somministrazione d'alcool a piccole dosi per evitare 
fenomeni di collasso, sopporta nella grandissima maggioranza dei casi la 
soppressione dell'alcool senza che nasca alcun inconveniente. Nelle forme 
peggiori di delirium tremens la tendenza al collasso non è più pericolosa 
né più frequente che in altre intossicazioni, come quelle di tifo pellagroso 
e di amenza grave. Essa dipende non dalla soppressione dell'alcool, ma 
piuttosto dalla intossicazione immediata che ha provocato l'accesso e dal- 
l'esaurimento nervoso che ne è stato l'effetto inseguito all'agitazione o a 
ripetuti accessi epilettici. E in ogni modo la tendenza al collasso può 
essere combattuta più efficacemente colla caffeina e con la canfora. 

Per combattere l'intensa agitazione e l'insonnia nel delirium tremens 
sono state suggerite numerosissime sostanze. Dei comuni ipnotici sono da 
preferire il sulfonal, il trional, la paraldeide. Il cloralio è meno indicato; 
tuttavia si dà qualche volta in forti dosi allo scopo di troncare brusca- 
mente l'accesso. Allo stesso scopo sono stati suggeriti il metilal per inie- 
zioni ili (1,1(1 ogni due ore sino ad ottenere il sonno (Krafft-Ebing) e il 
cloruro di ammonio a forti dosi (Cottam). Queste cure energiche e quasi 
violente saranno certamente efficaci in molti casi, ma non sono certo da 
preferire a mezzi più blandi, tanto più che una semplice cura aspettante 
e sorvegliante, unita a dieta corroborante, prevalentemente lattea, dà d'or- 
dinario ottimi risultati. Tuttavia è opportuno nei casi di viva agitazione, 
di elevazione termica e di convulsioni ricorrere sia all'uso dell'oppio per 
via interna o per iniezioni, sia alla morfina. 

Nel periodo postaccessuale giovano piccole dosi di stricnina ; e cosi pure 
nell'alcoolismo cronico. 

A prevenire le ricadute è utile che l'alcoolista rimanga in cura sino a 
che siano interamente dissipati i disturbi gastrici e che la nutrizione sia 
notevolmente migliorata. Bisogna inculcare agli ammalati la più assoluta 
astinenza. Il concedere un uso anche moderato di alcoolici è misura inef- 
ficace perchè dall'uso moderato si passa troppo facilmente, anche senz'ac 
corgersene, all'abuso. Compito del medico deve essere di fare dell' alcoolista 
un astemio. Questo compito è difficile in Italia, ove gli alcoolisti passano 
pei manicomi come meteore per pochi giorni, e la loro promiscuità con 
altri malati impedisce di sottoporli ad abitudini di temperanza assoluta. 



i.'ai.coolismo 303 



Queste abitudini non possono essere coltivale che in apposite case per al- 
coolisti, come ve n'è in gran numero all'estero. A prevenire le ricadute 
e a ribadire i propositi di astinenza Forel, Bonne, Stegmanìm si giovano 
con successo dell'ipnotismo. 



PROFILASSI SOCIALE. 

L'alcoolismo, come causa di decadenza individuale e della razza (la 
prole degli alcoolisti è spessissimo affetta da idiozia ed epilessia congenite) 
e perciò di delinquenza e di miseria, è una tal piaga sociale, che ha in- 
spirato provvedimenti d'indole legislativa, oltreché una continua e cre- 
scente campagna di propaganda anti-alcoolica. 

A ben poco son valsi i mezzi legislativi : le sanzioni penali hanno scarso 
effetto su individui decaduti moralmente, privi di inibizioni morali e abbru- 
titi dal vizio. Del resto esse trovano quasi sempre un'applicazione assai 
indulgente: in Italia l'art. 488 del codice penale punisce soltanto l'ub- 
briachezza in luogo pubblico ; ma anche con questo limite l'articolo non 
è stato mai applicato. Altri provvedimenti legislativi sono diretti a frenare 
il consumo, imponendo l'orti tasse di produzione, l'obbligo delle patenti 
per lo spaccio degli alcoolici, e un numero prestabilito di spacci. In al- 
cuni Stati è proibito di bere sul luogo della vendita. Questi provvedimenti 
hanno dato ottimi risultati fiscali, ma non hanno impedito l'incremento 
dell'alcoolismo. Non si può peraltro escludere che l'orse senza di essi l'in- 
cremento sarebbe stato anche maggiore. 

Più efficace è stata l'azione delle società di temperanza che con la pro- 
paganda scritta e orale, ed anche assicurando vantaggi materiali agli 
iistinenti — in America alcune, società di assicurazione accordano il 
10 per cento di ribasso agli astinenti — . sono riuscite a limitare il con- 
sumo degli alcoolici, e più che altro a costituire dei forti nuclei di asti- 
nenti, che spargono silenziosamente il salutare contagio del buon esempio. 
Più efficace d'ogni altra pare sia stata l'azione delle società di temperanza 
nella Norvegia e nella Svezia. Queste società monopolizzano il mercato 
delle bevande alcooliche: ma contrappongono allo spaccio degli alcoolici 
quello di bevande igieniche a basso prezzo. Ai consumatori di alcoolici è 
proibito di trattenersi e di consumare sul luogo ; mentre agli altri consu- 
matori sono offerti vasti e comodi locali, sale di conversazione e di let- 
tura, e si fa anche credito. L'azione di questa propaganda antialcoolica 
ha fatto scendere il consumo nella Svezia da litri 0,2 all'anno per abi- 
tante (nel 1876) a litri 3,5 (nel 1896); e in Norvegia da litri 3,4 a 
litri 1,5. 



301 CAPITOLO XI 



Tuttavia non è da sperare che con questi mezzi, del resto lodevolissimi 
e degni del massimo incoraggiamento, si possa giungere ad estirpare la 
piaga dell'alcoolismo. Essa ha profonde radici sociali nel basso tenore di 
vita delle classi operaie e nello sfruttamento intensivo delle energie umane 
che è una conseguenza della odierna lotta industriale. Solo le progressive 
riforme nell'organizzazione della produzione industriale e di tutta la so- 
cietà coordinate ad un progressivo elevamento delle classi operaie pos- 
sono condurre allo scopo. 

Quando potrà essere meno imperiosa la richiesta di lavoro e l'operaio avrà 
tempo di educarsi, d'istruirsi, d'attendere agli interessi pubblici e di col- 
tivare ideali elevati, la tendenza all'aleoolismo scemerà spontaneamente 
e non si affermerà che in pochi nevropatici afflitti da una predisposizione 
costituzionale. 



Il mor finis m o 



Quarant'anni fa non si conoscevano morflnisti, ma soltanto oppiofagi: 
oppiofagi europei od americani, cioè bevitori di laudano, ed oppiofagi ci- 
nesi, cioè fumatori d'oppio. Il morfinismo è una malattia moderna, che 
comparve quando fu introdotto in terapia l'uso delle iniezioni sottocutanee. 
Da principio, i medici somministravano la morfina spensieratamente sen- 
z'avvertire e senza sospettare i pericoli dell'abitudine ; i primi casi di 
morfinismo furono descritti non come esempi d'avvelenamento, ma come 
prove singolari di tolleranza per alte dosi di morfina (un grammo e 
più al giorno). Oggi le siringhe di Pravaz si trovano dappertutto, i mor- 
flnisti le adoperano da sé con perfetta conoscenza dell'asepsi, e il morfi- 
nismo si è volgarizzato. Persino nel paese classico dell'oppio, in Cina, 
s'infiltra ormai il morfinismo, che è più economico e più spicciativo, 
perchè la pipa turca o narghilié non si può fumare che in casa, stando 
sdraiati; e a Hong-Kong vi sono apposite baracche, dove si riceve ambu- 
latoriamente un'iniezione di morfina per due soldi. Del resto tra gli effetti 
clinici della morfina e quelli dell'oppio non vi è gran differenza. 



IL MORFINISMO 305 



PATOGENESI. 

Basta un centigrammo di morfina (cloridrato o solfato), iniettato sotto 
la pelle, per produrre in un uomo non indurito al vizio un benes- 
sere profondo e caratteristico. La parola euforia si pretende coniata 
appositamente (da Laehr nel 1871 o piuttosto da Levinstein nel 1875) 
appunto per indicare il benessere meraviglioso di chi ha in corpo 
qualche centigrammo di morfina. Questo benessere deriva da un eccita- 
mento attivo, ma leggero, generale ed armonico di tutta la cenestesi e 
di tutte le funzioni coscienti, a cui si somma la cessazione completa e 
immediata di tutte le sofferenze anteriori, se ve n'erano. Le torture della 
peritonite svaniscono e cedono il posto a rosee illusioni ; la poliartrite si 
ammansa e permette di muovere senza gran pena le membra doloranti; 
le nevralgie, o almeno certe nevralgie e in certi malati, si sospendono 
come per incanto. Il benessere della morfina penetra ogni fibra dell'or- 
ganismo, lo abbevera di dolcezza e trasporta lo spirito nel mondo dei 
sogni, ma senza ottenebrarlo come nell'euforia melensa dei paralitici, 
come nell'allegrezza sconcia degli ubbriachi, come nell'eccitamento irre- 
quieto e rumoroso dei maniaci. 

Questa specie di felicità effimera, ma senza nubi, richiede una costitu- 
zione tollerante ; ma anche in tal caso non sorride pienamente che ai 
morfìnisti d'occasione ed ai novizi. L'intolleranza è abbastanza frequente e si 
manifesta con nausea, vomito, capogiro, lipotimia e sonnolenza: ma con- 
duce subito al sonno, da cui si esce pienamente guariti. I morfìnisti in- 
veterati sono invece paragonabili ai marinai che, o per refrattarietà con- 
genita o per abitudine, non patiscono il mal di mare. Ma in cambio di 
questa intolleranza immediata e ammonitrice, essi provano, superato il 
periodo dell'euforia, che dura qualche ora o anche meno, un malessere 
immenso, un abbandono disperato, uno sgomento ignoto ai principianti, 
e che per disgrazia non cessa se non ricorrendo ad una nuova iniezione. 
Inoltre la nuova iniezione dovrà raggiungere una dose più alta o una ri- 
correnza più affrettata della precedente per determinare l'effetto deside- 
rato. Cos'i si perpetua un circolo vizioso, che fa del morfinismo un'abi- 
tudine fatalmente progressiva. Il malessere caratteristico del morfinista 
disubbriacato, non potendo placarsi che con la morfina, assume l'aspetto 
della sete morfiniea, del digiuno, dell'astinenza forzata, dell' amor finismo, 
della morfìomania; e questi nomi terribili, col loro significato di neces- 
sità impellente, d'ossessione attiva, d'impulso incoercibile, dicono chiara- 
mente lo stato angoscioso e contradittorio dei malati, che nella morfina 

Ta.nzi, Ptichiatria. — 39. 



30b CAPITOLO XI 



trovano insieme la causa e il rimedio dei loro mali, ma più la causa che 
il rimedio. 

Infatti i mortìnisti d'abitudine sono dominati non tanto dal desiderio di 
godere l'ebbrezza morfinica quanto dal bisogno di liberarsi dal malessere 
amorflnico. Per essi l'azione diretta e piacevole della morfina si fa sempre 
più debole, tanto che debbono aumentarne la dose e che a lungo andare fi- 
niscono bensì col risentirne sollievo, ma non un godimento positivo ; invece 
non s'indebolisce mai, anzi cresce continuamente il disgusto dell'amorfi- 
nismo. Sembra che la morfina, quando sorpassa le minime dosi o quando le 
dosi successive si accumulano, sviluppi un'intossicazione secondaria tra- 
sformandosi in ossimorftna (Marmi;). Di questo veleno secondario la mor- 
fina è in pari tempo la sorgente e l'antidoto. Ma, mentre l'orga- 
nismo si abituerebbe abbastanza bene ai primi effetti della morfina, 
l'azione successiva dell'ossimorfina non è tollerata. 11 potere della mor- 
fina come antidoto va decrescendo, la sua portata come sorgente del vero 
veleno attivo resta invece inalterata: per rinforzare il rimedio si è dunque 
costretti ad aggravare il male. E questo, a parte l'interpretazione chimica 
di Marmi 1 :, è il vero cardine del morfinismo e della sua sintomatologia. 



SINTOMI. 

Prescindendo dalle crisi periodiche d'amorlìnismo e dall'ebrezza posi- 
tiva del morfinismo soddisfatto, l'intossicazione morfinica provoca a lun- 
ghissima scadenza anche una serie di lente metamorfosi organiche, che 
terminano con la cachessia. Cos'i ai vari quadri e momenti clinici del 
morfinismo se ne aggiunge un ultimo, che tende alla costanza e che fi- 
nisce per soverchiare i rimanenti. La sintomatologia complessiva dell'in- 
tossicazione si può dunque scomporre come segue : 

A i Quadro dell' intolleranza morfinica : breve, poco importante, proprio 
del morfinizzato inesperto. Dopo mezz'ora dall'iniezione comincia la nausea 
con vertigini, vomito, sonnolenza; ed eccezionalmente (intolleranza mor- 
bosa) con discromatopsia, allucinazioni e delirio. In capo a qualche ora 
od anche prima un lungo sonno riparatore riconduce il malato allo stato 
normale senz'alcun residuo e senza il menomo indizio di rinnovata sete 
morfinica. I malati gravi sono meno intolleranti dei normali e possono 
facilmente godere un beneficio spesso negato ai semplici dilettanti d'im- 
pressioni nuove. 1 bambini sono assai più intolleranti dei vecchi, indipen- 
dentemente dalla mole del corpo. 

B) Quadro dell'euforia morfinica : effimero, poco accentuato nei morrt- 
nisti d'abitudine, si presenta immediatamente uno o due minuti dopo 



IL MORFINISMO 307 



ogni iniezione, ed è la reazione più caratteristica, ma non la più impor- 
tante, alla morfina, da parte di tutti coloro che non soffrono d'intolle- 
ranza. Si chiudono le porte alle sensazioni dolorose o moleste, sopratutto 
a quelle che costituiscono la sete morflnica, e il soggetto dimentica ogni 
noia. Le membra paiono più leggiere, sale al capo un piacevole tepore, 
il corpo è tutto invaso da un senso di agevolezza, scompare ogni idea 
di sforzo e di fatica; la creazione e l'elaborazione delle idee si svolgono 
più vivaci, più agili, senz'alcuna pena; si colgono rapporti lontani tra le 
cose, si aumenta il brio del lavoro mentale ed anche fisico, e l'individuo 
può scrivere, parlare, discutere senza riposo (Morselli). Questo benes- 
sere è più intenso nei morfinisti novizi, mentre nei morfinisti molto alle- 
nati si avvicina assai (almeno subiettivamente) alla mediocrità sbiadita delle 
condizioni ordinarie. 

C) Quadro dell' amorfinismo (dell'ossimorfinismo?), penoso, durevole, 
restio a scomparire con altri mezzi dalla morfina infuori. La vita del 
morfinista abituale è un'alternativa continua di due stati opposti, per cui 
ad un'euforia sempre più debole succede un accasciamento amorfinico 
sempre più grave. Il bisogno di morfina si fa cosi imperioso, che assume 
il carattere dell'ossessione incoercibile e talvolta trascina, come tutte le 
ossessioni, a reazioni inadeguate e persino violente. In certi casi gravis- 
simi scoppia lo stato d'eccitamento, il delirium, tremens, che ha analogie 
con quello dell'alcoolismo (Levinstein). In casi meno gravi si vedono 
morfiomani a cui è necessario e bastevole, perii momento, lo sfogo della 
semplice puntura o un'iniezione d'acqua pura, che agisce come un'illu- 
sione volontaria od anche come un inganno di cui il malato non si 
accorge: tanto è ossessiva con tutti i suoi particolari l'immagine del- 
l'iniezione. Del resto, durante lo stato d'amorfinismo i malati non sono 
tormentati soltanto dalla sete psichica della morfina, ma anche da una serie 
di sofferenze materiali e d'incomodi obiettivi: nausea, vertigini, gastralgia, 
brividi, irritabilità, impulsività ; e talvolta da convulsioni, deliri, amaurosi, 
allucinazioni, sopore, sudor freddo, aritmie del polso, tendenza al collasso, 
albuminuria e glicosuria. Ma il sintomo culminante dell'amorfìnismo è la 
deformazione della volontà, ridotta allo stato di monolnilia o di morfio- 
mania. La monobulia del morfinista in istato d'amorfinismo si esplica con 
l'offuscamento della rettitudine, della dignità, dell'intelligenza, e pre- 
para rammarichi, rimorsi, timori, che gli amareggeranno il periodo del 
soddisfacimento. 11 morfiomane, prigioniero della casa di salute o della 
solitudine o della miseria, commette qualunque bassezza pur di procurarsi 
la morfina: si racconta di uomini che discesero alla frode, al furto, alla 
violenza; di donne che si prostituirono per questo scopo. È poi comune fra 
i morfinisti la menzogna nell'indicare le dosi e la frequenza delle iniezioni. 



308 CAI-ITOLO XI 



Dì Quadro della cachessia morflnica : permanente, progressivo, ma 
assai lento a maturare. Con la sua tendenza a rendersi stazionario questo 
quadro attenua sempre più i quadri precedenti, perchè si sovrappone alle 
crisi dell'una e dell'altra specie, confondendone un po' i caratteri e distrug- 
gendo il loro violento antagonismo. Il morfinista sovraccarico di veleno 
cronicamente accumulato dimagra in modo spaventevole ; la sua pelle è un 
mosaico di punture e di ascessi ; talvolta sopravviene l'erisipela; l'aspetto è 
decrepito. La sensibilità è più ottusa, il campo intellettuale più circoscritto, 
e il malato è rassegnato alla sua sorte. Non solo, ma qualche volta in- 
sorgono amnesie, allucinazioni e deliri che alterano profondamente l'in- 
telligenza. Se da una parte i malati non provano più il disgusto acuto 
dell'intolleranza iniziale, né il malessere ineffabile dell' amor finismo, perchè 
non rifuggono dal soddisfarlo prontamente con iniezioni senza misura (ed 
hanno ormai consacrato tutto il resto della propria intelligenza ad orga- 
nizzarne il modo), non godono nemmeno la voluttà dell'euforia, a risve- 
gliare la quale occorrerebbero dosi più alte ancora. Nel periodo terminale 
di cachessia l'umore è sempre tetro ; si fanno frequenti i crampi musco- 
lari e le convulsioni, è costante la miosi ; i riflessi patellari si rendono 
clonici ; il polso è piccolo e irregolare, la termogenesi fiacca. Talvolta i 
inorflnisti soffrono di diarrea, catarro oculo-nasale, alterazioni dentarie, 
edemi, emorragie del naso, della bocca, dell'utero. 

Spesso l'eccitabilità genesica, che nel morfinismo cronico si assopisce, 
va soggetta a risvegli inopinati durante lo stadio terminale. Ciò dà luogo, 
come nella demenza senile, a sogni voluttuosi, a priapismo ed a perver- 
timenti sessuali. 

La morte avviene in generale per marasmo ; talvolta per paralisi del 
centro respiratorio ; talvolta per avvelenamento acuto — involontario, 
semivolontario o deliberato mediante un'iniezione a dose insolita — ; e spesso 
per complicazioni morbose, che insorgono più facilmente in un organismo 
debilitato; tra queste è ila ricordare l'infezione purulenta. 

CAUSE. 

Vi sono morfìnisti che si potrebbero dire sportivi e che soccombono al 
vizio per un'attrazione irresistibile verso gli eccitanti in genere e verso 
gli eccitanti costosi, aristocratici, romanzeschi in particolare. Li trascina 
la libidine di vivere e di godere intensamente, la voglia sfrenata di emer- 
gere sugli altri, l'ambizione di sfoggiare una sensibilità più squisita, un'in- 
tellettualità più raffinata, un'attività più irrequieta di quelle spiegate spon- 
taneamente dagli uomini equilibrati, intelligenti e sani. 11 movente di 
questi sportmen del morfinismo è dunque lo snobismo, ossia la vanità. 



IL MORFINISMO 309 



Ma la massima parte dei morfinisti ha tutt'altra origine. Vi sono indi- 
vidui che soffrono di malattie dolorose e croniche, come la tabe, o suba- 
cute e periodiche come le nevralgie, e che, divenuti morfinisti per neces- 
sità, continuano nell'uso della morfina per divertimento. Vi sono i 
morfinisti per nevrastenia, spinti all'abuso dall'insuccesso di ogni rimedio. 
Vi sono i morfinisti per imitazione : gli spiriti deboli, coloro che convi- 
vono con morfinisti, le mogli e i clienti di medici morfinisti. I medici 
siessi che debbono esporsi (specialmente in campagna) a fatiche indicibili 
e che possono con facilità procacciarsi la morfina, figurano sempre tra i 
primi, in tutte le statistiche del morfinismo. Il morfinismo nell'opinione 
pubblica è meno ignobile dell'alcoolismo e raccoglie vittime più elette : 
da un lato il movente del morfinismo non è rozzo come quello dell'alcoo- 
lismo, anzi talvolta è scusabile; dall'altro le sue conseguenze sono più 
drammatiche e più" interessanti, perchè il morfinista ha la consapevolezza 
e l'orrore della propria sventura. 



CURA. 

La cura del morfinismo è doppia: da un lato si ricorre ai sostitutivi 
innocui, specialmente ai tonici cardiaci (Jennings), dall'altra al divezza- 
mento sistematico. 
Si conoscono tre metodi di divezzamento : 

1.° Metodo brusco: crudele perchè porta al parossismo le sofferenze 
dell'amorfinismo ; pericoloso perchè la privazione improvvisa della mor- 
fina può condurre al collasso; non è da adottarsi che in via affatto ecce- 
zionale, su morfinisti robusti, da poco dediti alla morfina e che ne con- 
sumino dosi insignificanti. 

2.° Metodo lento : incerto appunto per la sua lentezza e soggetto ai 
danni dell'imprevisto, non è consigliabile che sui morfinisti estenuati 
dalla cachessia e su quelli che, liberati dal morfinismo, rimarrebbero in 
balia di dolorose infermità organiche, come la tabe dorsale, i tumori ce- 
rebrali, i neoplasmi progressivi dello stomaco. Anzi, se queste infermità 
sono assai dolorose, se la morte è inevitabile, e se per di più è a breve 
scadenza, non è il caso di tentare nemmeno il divezzamento in piccolo. 
Questo metodo si applicherà ai morfinisti di vecchia data e assai depe- 
riti, riducendo giornalmente la razione di morfina in ragione di due, tre 
centigrammi o poco più. Del resto, le difficoltà non cominciano che quando 
si è discesi alla dose minima di 10 centigrammi al giorno. Talvolta si 
arriva allo zero, ma si è poi costretti a ricominciare. 

3.° Metodo rapido : consiste nel ridurre di giorno in giorno la razione 



310 CAPITOLO XI 



li morfina con diminuzioni in serie, partendo dalla dose massima a 
cui il morfinista era arrivato. Questo metodo razionale conduce con sicu- 
rezza e senza pericolo alla soppressione totale della morfina in capo a 
cinque o sei giorni ; e in dieci giorni se la dose era di 1 gr. e mezzo o 2. 
Esso si deve ad Erlenmeyer, che per primo lo preconizzò e che lo usa 
largamente nel suo Sanatorium. Ma la soppressione della morfina non è 
ancora la guarigione ; perchè il divezzamento sia sopportabile e durevole 
occorre un periodo di consolidamento. 

La cura del morfinismo richiede da parte del medico fermezza, auto- 
rità, abnegazione e una sorveglianza continua per mezzo d'infermieri edu- 
cati, incorruttibili e ben pagati: perciò non è possibile che in case di sa- 
lute bene organizzate o speciali, come quella di Erlenmeyer. I morfio- 
mani sono straordinariamente proclivi alla ribellione, alla calunnia, alla 
frode ed alla menzogna per procurarsi di contrabbando la morfina, per 
negare d'averla ricevuta, o per liberarsi da una cura opprimente. Al- 
cuni, conoscendo il metodo di divezzamento rapido, denunziano una ra- 
zione abituale superiore alla vera, per arrivare più tardi alla privazione 
completa ; e così si guadagnano una giornata d'orgia con l'assentimento 
del medico. Il procedimento usato da Erlenmeyer è il seguente: 

Metodo del divezzamento rapido. 

Date abituale: 10 il 30 



2.» > 6 

3.» » 5 

4." » 3 

5." » 2 

6." > 1 

7." » 

8." » 

9.» » 

3." Metodo dei sostitutiri. Consigliato da Obersteiner, questo metodo 
non è che un complemento della demorfinizzazione graduale. Non bisogna 
confondere il metodo di Obersteiner con la sostituzione empirica ed im- 
prudente d'un veleno mediante un altro veleno qualunque, come il clo- 
ralio, l'alcool o la cocaina. Per rendere tollerabile lo stato d'amorfinismo 
Obersteiner, che applica il metodo del divezzamento rapido, somministra 
bensì la cocaina, ma sempre per bocca e solo in momenti di estrema 
agitazione : la dose è rifratta, non supera mai il mezzo grammo in una 
giornata, e deve decrescere di giorno in giorno. Si accompagna questo 
sostitutivo con quello, ben più efficace e meno pericoloso, del bagno 



30 a 40 


40 


a 5ii 


0. 50 a 1 


ì a : 


C£. 




eg. 


gr. 


gr. 


15 




27t 


30 


50 


IL- 




15 


20 


30 


IO 




12 


lo 


20 


ti 




7 


12 


15 


4 




4 


8 


10 


3 




3 


6 


ti 


2 




2 


4 


3 


1 




1 


2 

1 


I 



IL MORFINISMO 311 



caldo: i malati in istato d'angoscia amorflnica stanno per 5, 10, 15 mi- 
nuti nell'acqua a 36°, e poi passano all'affusione fredda od al lenzuolo 
bagnato anche per un'ora o due. 

Più completo, più sicuro, e meno insopportabile per i malati è il me- 
todo che consiste nell'impiegare tutti i tonici che si conoscono allo scopo 
di rendere nulli gli'inconvenienti subiettivi ed obiettivi dell'amorfinismi.. 
La digitale e la sparteina prevengono il collasso; e per giudicare quand'è 
il momento di adoperarli, si terrà d'occhio il contegno del polso. Qualche 
volta si ricorre alla trinitrina (qualche goccia di soluzione sulla punta 
della lingua) o si dà a respirare la piridina. Mattison usa il bromuro di 
sodio, la codeina e il trional ; Bernabei la duboisina. 

Ma il mezzo più efficace e più razionale di combattere le sofferenze 
dell'astensione è quello di trattare i malati conle acque alcaline. La mor- 
fina iniettata per via ipodermica, come dimostrò Conrad Alt, si elimina 
per la via dello stomaco; e Hitzio, vuotando lo stomaco con la sonda, 
verificò un eccesso d'acidità nel succo gastrico, che è causa della nausea, 
del vomito e di parecchi fra i più disgustosi fenomeni dell'amorfinismo. 
Questa verifica di fatto condusse al metodo della così detta demorfinizz.a- 
zione chimica, suggerito da Hitzig e largamente applicato da Erlenmever. 
L'acqua minerale preferibile è quella di Vichy. 

Si deve prendere in considerazione anche il procedimento sussidiario 
della psicoterapia, che si basa principalmente sulla suggestione ipnotica 
e che costituisce una specie di demorfinizzazione morale. Io l'ho appli- 
cato con fortuna, ottenendo una guarigione radicale in pochi giorni, ma 
passo per passo e senza combattere la morfiomania troppo direttamente. 
A tal fine è necessaria l'ipnosi completa con amnesia successiva, non 
importa se spontanea o comandata ; solo allora le suggestioni riescono 
veramente efficaci, per quanto ardite e spinte oltre al dominio delle fun- 
zioni volontarie. L'ipnotizzatore potrà imporre l'appetito, il sonno ad ora 
fissa, il coraggio, il buon umore, la voglia della fatica, l'elevatezza della 
cenestesi, e preparare così il terreno all'abbandono spontaneo della mor- 
fina per mancanza del bisogno relativo o addirittura per repulsione, senza 
esporre l'ipnotizzato alle pene dell'amorfinismo, nò al rischio d'una con- 
trosuggestione improvvisa e categorica, che, non riuscendo efficace, com- 
prometterebbe la cura. Infatti, quando l'ipnotizzatore urta violentemente 
la volontà o gli istinti o le abitudini del suo soggetto, ne perde ben presto 
il rispetto e la simpatia : senza questi requisiti la suggestione scema di 
efficacia e a lungo andare lo stesso sonno ipnotico finisce col rendersi 
del tutto impossibile. 



312 CAPITOLO XI 



C o e a i n i s m o 



Nel 1880 Berkley propose la cocaina come sostitutivo della morfina e 
quindi come rimedio al morfinismo. Da quell'epoca nacque e si diffuse 
in un attimo il cocainismo, ma sempre accompagnato e in coda al mor- 
finismo, di cui è l'ombra e lo scudiero. 

Gli effetti del cocainismo sono più profondi e più rapidi di quelli 
che produce il morfinismo, ma assai simili. Tranne la maggior gra- 
vità, il cocainismo non offre di caratteristico che alcune particolarità 
accessorie, tutte di natura più che mai sinistra : il periodo d'euforia è 
breve e poco sensibile, sono assai frequenti le disestesie e le allucinazioni, 
si ha un'estrema irrequietezza con irascibilità, e infine sopravvengono i 
deliri. Il cocainista creile d'essere pedinato, solleva scandali sulla pubblica 
strada, protesta perchè non si rispetta la sua libertà ed entra facilmente 
in furore. Rodet racconta le peripezie d'un medico morfinista che, datosi 
alla cocaina, era divenuto bisbetico, pedante, litigioso, insopportabile. 
« Dava spiegazioni sulle proprie richieste d'onorario in lettere intermina- 
bili ; nell'esame dei suoi malati moltiplicava e imbrogliava tutte le do-" 
mande, ripetendole più volte ; dimenticava le prescrizioni e le ricette da 
un giorno all'altro ; non si rammentava degli appuntamenti dati ai clienti 
e li apostrofava villanamente vedendoli entrare in casa; contestava tutte 
le loro osservazioni e le loro lagnanze. Si fini col trattarlo come un pazzo 
e con l'internarlo in un manicomio ». 

I cocainisti, come i morfìnisti semplici, ma più di sovente, subiscono 
un'involuzione etica: divengono ingrati, bugiardi, calunniatori. I loro de- 
liri assumono facilmente la forma della persecuzione attiva. 

Per quanto si può sceverare tra gli effetti di due veleni che agiscono 
contemporaneamente o quasi, sembra che i fenomeni dell'astinenza siano 
meno penosi e che anzi possano addirittura mancare nel cocainismo. In 
altre parole, V acocainismo sarebbe meno angoscioso àeW'amorfinismo; ma 
il benefizio è, più che altro, apparente, poiché l'ossessione che spinge a 
rinnovare le iniezioni non è per questo meno imperiosa. La cocainomania 
riveste anzi un carattere d'impulsività che la rende brutale, pericolosa e 
irresistibile, tanto più che non è saziabile, nemmeno momentaneamente, 
con le iniezioni di semplice morfina. 

II divezzamento d'un morfinista che sia per giunta cocainista è dunque 
un'impresa ardua, e non è facile attuarlo con la semplicità inflessibile 
dei metodi consacrati contro il semplice morfinismo. 



CAPITOLO XII. 

L'amenza 



Si chiama amenza (Meynert), delirio sensoriale, con/usional insaniti], 
Wahnsinn, Verwirrtheit, una psicosi acuta, non sempre afebbrile, di 
varia origine, caratterizzata da una specie d'atassia mentale, che scon- 
volge i processi della percezione e dell'ideazione, e che può sospenderli 
totalmente fino all'incoscienza. L'amenza assale individui giovani, di 
mente normale, e chiude il suo brevissimo decorso con la perfetta gua- 
rigione, ma anche non di rado con la morte. 

Le cause dell'amenza risalgono a perturbazioni organiche talvolta gravi 
ed evidenti, talvolta lievi ed oscure, in ogni modo assai diverse per na- 
tura e per sede: spesso non è che il reliquato psicopatologico d'infezioni 
ben note. Questa pluralità d'origini lascerebbe credere che l'amenza non 
sia una malattia a sé, ma una sindrome. Tuttavia i diversi disturbi so- 
matici che possono diventare fattori primitivi e lontani della sindrome 
amenziale non ne provocano lo scoppio se non perchè convergono in 
un'azione comune, che si esercita di preferenza sulle funzioni percettive ed 
associative del cervello e che si rivela per l'omogeneità dei suoi effetti psi- 
chici di caso in caso. Quest'azione caratteristica, quantunque si sviluppi nel 
decorso d'infezioni e d'intossicazioni le più diverse per natura e inten- 
sità, è forse simile e costante come meccanismo fisio-patologico. Fino a 
prova contraria, essa può considerarsi come la causa immediata ed unica 
dell'amenza. L'amenza rimane dunque qualche cosa di compatto anche 
dal punto di vista della patogenesi ; e l'uniformità non delle sue cause, 
ma del loro modo d'azione, corrisponde benissimo all'indiscutibile unità 
dei suoi quadri clinici. 

I confini dell'amenza erano un tempo assai più angusti. Le sue forme 
violente passavano per casi di mania grave. Le sue forme meno profonde 
e semilucide, permettendo il sistematizzarsi d'un delirio quasi coerente, 
erano e sono interpretate anche oggi, ma non da tutti, come una varietà 
guaribile di paranoia acuta o come episodi deliranti nella vita fortunosa 

Taxzi, Psichiatria. — 40. 



314 CAPITOLO XII 



dei degenerati. Infine, i casi letali d'amenza erano e sono tuttora collo- 
cati in un posto a parte e come una malattia a sé sotto il nome di de- 
lirio acuto : gli antichi alienisti chiamavano queste forme di amenza col 
nome di mania febbrile e di tifo-mania. E ciò senza contare i cos'i detti 
'deliri da collasso, che Kraepelin separò dal delirio acuto, ma che a 
loro volta si possono considerare come una varietà accelerata dell'a- 
menza con esito minaccioso. Questi quadri clinici sono facilmente colle- 
gabili, perchè, comunque comincino e comunque finiscano, spiccano per 
un insieme di sintomi essenziali che non si ritrovano nelle altre psi- 
cosi, e che si riassumono nella formula : semicoscienza onirica se- 
guita da amnesia, senza periodicità, con guarigione o con morte a breve 
termine. 



SINTOMI. 

L'amenza si manifesta con sintomi' psichici e con sintomi somatici. 
Tra i sintomi psichici, che sono i più caratteristici, predomina su tutti 
gli altri quello del disorientamento. È un disorientamento penoso e 
spesso completo: di luogo e di tempo, di persone e di cose. I malati non 
sanno in che città si trovano; non distinguono l'estate dall'inverno, né 
il giorno dalla notte ; dubitano che i loro cari siano morti ; credono che 
il medico sia Dio o il diavolo o il comandante del naviglio; non ricono- 
scono l'uso degli oggetti più comuni, orinano nel bicchiere, fanno l'atto 
di pettinarsi con un pezzo di sapone, scambiano la finestra per un ar- 
madio, e in qualche momento si lasciano sfuggire persino la nozione della 
propria individualità. 

Un senso d'incertezza e d'impotenza è l'ordinaria risultante di questo 
smarrimento, die perciò si discosta dalla disorientazione pacifica «Iella. 
demenza senile. Mentre il demente senile soggiace a lacune ed errori 
parziali della percezione o della memoria, che qualche volta sa abil- 
mente nascondere, ma che in ogni modo non lo affliggono, né lo avvili- 
scono gran che, l'ammalato d'amenza è spesso sgomentato o terrificato, 
cerca aiuto, grida o minaccia, e non attinge alcun lume nell'esperienza 
personale, che ha cessato d'assisterlo. 

Le sue percezioni sono in gran parte alterate od anche inibite da sti- 
moli interni. Le poche immagini normali e collegate sono frammiste ad 
allucinazioni, che le rendono inutilizzabili. 11 mondo apparisce agli amenti 
come attraverso ad un sogno confuso ed opprimente. Xei corridoi del 
manicomio rintronano i passi musicali degl'infermieri ; nel giardino stor- 
miscono gli alberi parlanti; dalle pareti dipinte della camera spuntano 



.l'amknza 315 



fiori animati ; e sul soffitto mal rischiarato si affollano eserciti capovolti 
ili pigmei, di giganti, di mostri, di gendarmi. È una lanterna magica : il 
tribunale, il patibolo, la bella del bosco, gli omuncoli, le gemme della 
grotta, l'harem, gl'insetti immondi, i beduini, i gesuiti, gli antigesuiti- 
sfilano davanti alla fantasia senza freni del malato allibito. Un amente si 
tratteneva dal l'are elemosina, perchè temeva di distribuire il veleno ; 
pensava che zappando avrebbe potuto squarciare il seno alla Madonna ; 
quando gettava nel fiume la fiocina per pescare i broccioli, gli pareva di 
sollevare dal fondo dell'acqua le sue creature e di veder galleggiare sulla 
superfìcie le loro viscere sanguinanti. 

Le allucinazioni itegli amenti sono svariate, incessanti e di tutti i sensi : 
sopratutto visive ed uditive. 1 inalati spalancano gli occhi, li chiudono 
con energia e con ardore, tendono le orecchie, si commuovono, ascol- 
tano personaggi invisibili, contemplano orizzonti lontani, salmodiano, de- 
clamano, inveiscono, predicano con voce d'oltretomba, susurrano parole 
d'amore. Alla sinfonia delle allucinazioni si aggiunge la ridda delle im- 
magini mentali. La psichiatria tedesca ha consacrato questo sintomo pret- 
tamente amenziale con un'espressione apposita : Ideenfluelit. Dalla cor- 
nucopia della fantasia scendono alla rinfusa allitterazioni, rime, luoghi 
comuni disusati e fuor di proposito, osservazioni graziose, ma incom- 
plete, giudizi insensati, assurdità d'ogni genere. Le associazioni verbali 
per assonanza, per automatismo mnemonico, per contiguità di spazio e 
di tempo, non incontrando alcuna inibizione, vincono ogni sforzo di pen- 
siero logicamente continuato e trascinano i inalati al vaniloquio. 

« Che cosa c'è? Chi va là? Hm ! (il malato siede sul letto e guarda at- 
tentamente un angolo buio della sua camera). Les Dieux en cage ! Il v a 
des Dieux. là dedans ! lls ont les pieds dans les espaces. Qu'est-ce qu'on 
dit I (come se raccogliesse faticosamente una voce lontana). Une peau 
d'ippopotame pour la tsarine ? Va a farti monaca! Fais le capucin ! 
Quels soldats ì Lei ha visto in me una coscienza parabolica che non era 
troppo similizzante. Mia moglie (il malato è celibe) è trattata come una 
schiava o meglio come un tritone. Le forze silenti hanno afferrato ce 
document. Vous avez comblé l'espace, elle a dissipò son son . 

son coin. On dissipe ton coin (come se parlasse ad un fantasma vicino), 
mais tu as de l'air, tu as de l'air . . c'est ignoble ! On a fait des di- 
stances, ,je vous dis en silence qu'il ne faut pas dissiper les distances, il 
faut les tenir par des anneaux ou par des grosses sphères. Correte alle 
sfere celesti. Celui là avait un poison. lo voglio (rivolgendosi all'infer- 
miere) parlare con te di cose importanti : voglio sposare mia sorella, 
cioè voglio integrarla. Se fa una sigla con la piegata scomposta, non mi 
piace, ma ha dell'espressione, sì, ha molta espressione. Bisogna proibire 
la forza siderea. Jehovah ! respecte les astres, respecte les autres ! Ca fait 
un traiti une autre fois. Les Italiens, et puis cette pointe. {'a ressemble à 
la base cornine un trou dans un trou. Ne faites pas de bétises. Se sento 
dei cattivi sapori ? (come se ascoltasse al telefono). Si, un poco, c'è del 



316 CAPITOLO XII 



veleno, l'ha visto con me anche il dottore, andate pure. Nel ritmo si ve- 
dono tutte le azioni piccole, con piccola tensione, senza sviluppo. Io il 
pieno lo voglio pieno. Non voglio essere sconfinato nell'arte delle volute. 
C'è un treno tirato dagli insetti. Ho tre amanti gigantesche, hanno di- 
mensioni nettuniche, sono meridiani della terra, bionde, con gli occhi 
elettrici e i fianchi di cristallo di rocca, poliedrici, a sistema rotante... ». 

L'insensatezza di ciò che dicono gli amenti è accresciuta di quando 
in quando dalla decomposizione delle parole. Non solo si scompigliano i 
rapporti tra i vari centri corticali, ma anche i rapporti tra le varie im- 
magini sillabiche nel seno della terza circonvoluzione frontale. Spesso i 
malati bisbigliano come se si trovassero in chiesa o ad un colloquio amo- 
roso o accerchiati da nemici nascosti. 

Il loro bisbiglio è accompagnato da una mimica espressiva e da gesti- 
colazioni concitate. Gli amenti saltano dal letto in camicia come se le len- 
zuola l'ossero in preda alle fiamme ; si affacciano alla finestra per sal- 
varsi ; s'inginocchiano implorando pietà ; restano assorti ed immobili con 
uno sguardo mistico; non mangiano perchè sono presi da un'improv- 
visa avversione al cibo che l'orse credono avvelenato ; parlano in lingue 
straniere o in falso latino ; muovono le labbra rapidamente e senza ru- 
more, illudendosi di discorrere ; cantano o simulano ili cantare a perdi- 
fiato ; declamano ; si avventano con impeto contro lo sconosciuto che 
entra nella loro cella, o lo scambiano per un difensore e lo abbracciano, 
affannosamente lo chiamano per nome, lo invitano a cuna. 

L'agitazione degli amenti è senza scopo o tutt'al più è difensiva. Quando 
non è inspirata dal terrore, è il prodotto di stimoli interni. Perciò non si 
deve confondere con l'agitazione dei maniaci, che è offensiva, benché ef- 
fimera, e muove dalla collera o da un sentimento di superiorità. Da 
questo punto di vista, gli amenti e i maniaci, quantunque spesso si com- 
portino in modo quasi eguale, sono psicologicamente assai diversi ; e non 
occorre una gran penetrazione per accorgersene. NelPamente i motivi 
dell'azione partono sempre dall'interno e sono immaginari ; nel maniaco, 
per quanto esasperato, partono dalla realtà esterna e rivestono almeno 
un'apparenza di ragione. L'amente è del tutto incapace d'attenzione pas- 
siva e si consuma in vani conati d'attenzione attica; non vede, non ode 
nulla, e gli avvenimenti gji passano accanto senza modificare il suo stato 
d'animo, senza impressionare la sua memoria. Invece il maniaco è un 
sismografo delicatissimo, che segnala anche il volo d'una mosca: la sua 
attenzione passiva è cosi sensibile e pronta, che gli suggerisce osserva- 
zioni argute e reazioni fulminee, ma non assurde ; e di tratto in tratto 
non gli riesce impossibile un breve, ma valido sforzo d'attenzione attiva. 

Più che una diversità, è dunque un vero antagonismo che ci permette 



l'amenza 317 



di separare gli amenti agitati dai maniaci. L'amente è tutto concentrato 
o piuttosto è smarrito in sé stesso ; il maniaco si profonde, e non a caso, 
al di fuori ; l'uno è contraddittorio ed enigmatico, l'altro è fin troppo lo- 
gico e trasparente. Questa distinzione non è superflua, perchè giustifica 
la distribuzione moderna degli agitati, per categorie nosologiche, da una 
parte in una grande amenza, che ne comprende il maggior numero, dal- 
l'altra in una piccola mania, che ne abbraccia assai pochi ; e perchè in 
questa diversa assegnazione è coinvolto un concetto pronostico. Noi sap- 
piamo già che l'amenza si riproduce difficilmente e guarisce, ma minac- 
ciando la vita ; mentre vedremo che la mania guarisce egualmente, ma 
si rinnova spesso, quantunque a lunga scadenza, e in ogni modo non in- 
clude alcun pericolo per la vita. 

Non tutti gli amenti sono agitati. Ve n'è una buona parte che, al con- 
trario, dimostrano con la loro immobilità la più profonda indifferenza af- 
fettiva : sono gli amenti attoniti. L'indifferenza degli amenti attoniti è se- 
condaria, perchè proviene dalla sospensione dei processi di percezione e 
di rappresentazione. In questi ammalati le immagini attuali sono cosi de- 
formate, le immagini mentali sono cosi contraddittorie, che si elidono a 
vicenda e non suggeriscono nulla. 11 sentimento resta inaridito per man- 
canza di materia prima, cioè d'immagini e d'idee ; la volontà rimane 
paralizzata dalla mancanza di motivi. Si cade cosi nello stupore, ma in 
uno stupore inattivo, senza emozioni e senza ricordi, sopratutto senza 
manifestazioni catatoniche, perchè la catatonia è un'iniziativa sbagliata 
e stolida, ma energica e tenace, che testifica ancora un certo grado di 
coscienza. Nondimeno Vamenza attonita è difficile a distinguersi dagli 
episodi di stupore che aprono il processo della demenza precoce o che 
s'interpolano nel suo decorso. Spesso la distinzione si pratica, non già 
sulla differenza dei sintomi, ma sull'evidenza d'una causa somatica che 
parla in favore d'un processo amenziale. Altre volte il diagnostico non 
arriva che a processo finito, quando il ritorno dell'energia e la stabilità 
della guarigione e la coscienza che ha il malato d'un profondo distacco tra 
il suo stato attuale e lo stato di malattia rendono certo che si trattava di 
un'amenza accidentale. 

In questi casi di stupore passivo i malati sono raramente analgesici, 
ma le punture cutanee non risvegliano che reflessi automatici. Qualche 
volta l'immobilità si vince col comando o con una dolce insistenza o con 
una lieve pressione meccanica che agisce come uno stimolo supplemen- 
tare e si somma con l'impulso insufficiente della volontà. A questo modi» 
i malati, metà per iniziativa propria, metà per obbedienza, camminano, 
ma senza una meta, e si alimentano, ma senza preoccuparsi di ciò che 
mangiano. 



y,\S CAPITOLO XII 



Tra i casi d'agitazione e quelli di stupore vi è un grado intermedio 
d'inattività amenziale in cui la coscienza è semplicemente obnubilata. 

— Come vi chiamate? — Proprio per nome? (il inalato è un conta- 
dino di 34 anni, padre di famiglia). — Si, per nome. — Monetti Angiolo. 
— Di dove siete:' — Di Stia, proprio del borgo, facevo lo spassino. — 
Perchè v'hanno portato al manicomio :' — Sissignore, perchè avevo 
male . . poi picchiai un colpo nel capo (non è vero) ... e un dottore 
mi disse che avevo male al capo. — State volentieri qui dentro? — Che 
vuole? non tanto . . . vedo tanta gente che non conosco ... — E allora 
che dobbiamo fare di voi ì — Mi rimetto in lei, faccia lei, io avrei pia- 
cere che mi mettessero fuori. — Chi avete in casa per assistervi ? — A 
rasa ci ho la moglie, un figlio die si chiama Pietro, uno Beppe e una 
bambina malata. — Che malattia ha la vostra bambina ? — È un pezzo 
che è malata, volle andare in fabbrica, non mi ricordo, fra sì e no, mi 
senio confuso. — Da molto tempo siete così confuso? — E chi se ne ram- 
menta :' — Che luogo è questo '! — Non so. — Che luogo vi pare che 
sia ? — Io non posso rispondere a queste cose, perchè non me ne in- 
tendo. — Vi pare una chiesa, una scuola, uno spedale, una caserma? — 
Io posso dire mi pare . che vi sia delle bel/e vedute . . iiki 

non so considerare, non so fermarmi. — Che cosa vi pare di queste per- 
simi' ''(i ricoverati). — Io ? . messi qua e là . . a me mi paiono . . . 
non stanno mai /ermi, mi guardano su e giù, mi guardano male, 
pare che l'abbiano con me, su e giù, mi hanno confuso. — Dormite 
bene la notte? — Poco. — Perchè:' — Sento delle voci, sento che 
scaracchiano e sputano, sembra che dican di me. — Conoscete Fi- 
renze :' — Sì, ci sono stato, so che è una bella città e ci sto volentieri, 
ma qui no, il capo mi vagella, tutta questa gente non istà mai ... ; se 
si lavorasse ci starei, un ospizio sì ; non mi raccapezzo, sono tanti anni 
che minici) da casa! (sono pochi giorni); bisogna domandarlo al mu- 
nicipio. 

L'amenza di lieve grado può dar luogo a deliri più o meno sistematiz- 
zati, che arieggiano la paranoia, ma non raggiungono mai la lucidezza 
e la convinzione d'un vero delirio paranoico; anzi se ne distinguono per 
la l'utilità dell'invenzione e per la loro natura incerta, dubbiosa, contrad- 
dittoria. Questi deliri nebulosi son d'altra parte caratterizzati da un forte 
colorito affettivo, in conformità al loro tenia, ed inspirano scoraggia- 
menti, esaltamenti, voluttà che non sono soliti nemmeno fra i dementi 
precoci: il demente precoce, nel suo delirio paranoide, è sempre am- 
biguo e spesso mistifica chi lo ascolta, comportandosi in maniera per 
nulla conforme alle idee che ostenta. Invece l'amente è sincero. Del 
resto, la passione, il timor panico, l'entusiasmo, l'estasi non brillano per 
soverchio impeto nemmeno fra gli abitudinari della paranoia. Insomma i 
deliri degli amenti, malgrado le loro incertezze, hanno un'impronta di 
sincerità, d'ingenuità, di ebbrezza semicosciente, che basta ad individua- 
lizzarli sia di fronte ai deliri paranoici, sia di fronte ai deliri paranoidi 
della demenza precoce. Gli alienisti tedeschi, salvo Kraepelin e pochi 



l'amenza 319 



altri, danno il nome di paranoia acuta ai deliri di questo genere e per- 
sino ai casi d'amenza asistematica. Io credo che una simile miscela di 
deliri disparatissimi, anche se puramente verbale, sia ingiustificata e per- 
turbatrice : non vi è nessuna analogia tra un delirio improvviso, breve, 
guaribile, che toglie al malato ogni lucidezza, ed un delirio meditato, 
abituale, costituzionale come quello della paranoia. 

Un amente di 20 anni, soldato, di buona indole, intelligente, che ta- 
ceva il meccanico, cade in uno stato d'amenza, sogna d'aver inventato 
un cannone, dice d'essere martirizzato e nobilitato per effetto dell'acqua 
espansoria, spera di diventare generale e manda all'aria tutto ciò che si 
trova sotto mano; ma in poche settimane, non senza qualcbe oscillazione 
della termogenesi, guarisce e torna a casa. Qualche volta l'amenza si 
orienta verso le idee di persecuzione: il malato si crede accusato di so- 
domia passiva, i cocchieri pubblici, i rivenditori di giornali, i monelli 
brontolano o ridono quando lo vedono passale, dicono che ba le scarpe 
lucide, che il suo letto è molto soffice, che ha le tasche piene di dol- 
ciumi ; e quand'è solo gli pare che i fili del telefono trasportino ingiurie 
e calunnie a suo carico, che dal soffitto della sua camera piova ambra o 
vino bianco, che sui muri della città sia scritto : morte a . . (e qui il 

suo nome). Oppure accade che il delirio amenziale sia rivolto all'ero- 
tismo : in chiesa e sulla strada si trovano paggi e cavalieri che fanno 
largo all'ammalata, le porgono l'acqua benedetta, le offrono il loro cuore 
con segni impercettibili, con atteggiamenti languidi e misteriosi. Una si- 
gnorina di trent'anni, di bell'aspetto, onesta, educatissima, cominciò a 
credersi derubata, a fantasticare intrighi e insidie a proprio danno, a 
trovar tutto cambiato ; venne al manicomio, dimagrò rapidamente, cadde 
nella massima confusione, levandosi un dente, percuotendo le compagne, 
comportandosi come una demente, arrivando fino alla perdita delle feci 
e dell'orina. Quest'ammalata, in capo a qualche mese, aumentò di peso, 
riacquistò la sua discreta avvenenza, divenne lucida e abbandonò il ma- 
nicomio guarita: anzi poco tempo dopo fece un matrimonio di riflessione, 
e sono vari anni che sta bene. 

Nell'amenza è costante l'insonnia, un'insonnia fatta d'irritazioni orga- 
niche, che non hanno un corrispettivo psichico, e che relegano questo 
fenomeno nella sfera dei sintomi somatici. Mentre il melancolico non 
dorme perchè soffre, e il maniaco perchè esulta, l'amente è in preda ad 
un'insonnia talvolta tempestosa, talvolta placida e senz'emozioni, che è 
l'espressione dell'equilibrio instabile a cui sono ridotti dalla malattia i 
diversi centri funzionali della corteccia. Volubili come sono nell'attività, 
questi centri non sono capaci di perseverare nemmeno nel riposo : l'iso- 
lamento dal mondo esterno non risparmia ai centri sensoriali l'azione 



320 CAPITOLO XII 



degli stimoli patologici d'origine interna che risvegliano una serie inter- 
minabile d'allucinazioni ; e da quei medesimi stimoli divampano egual- 
mente, come fuochi fatui, le idee sconnesse e poco luminose, ma che pur 
impediscono alla coscienza d'oscurarsi completamente. Anche gli amma- 
lati attoniti, che non si muovono e non pensano, sono spesso nell'impos- 
sibilità di dormire. 11 loro cervello, nel conflitto delle immagini contrad- 
dittorie, non trova una risultante che gli serva di guida e che lo spinga 
all'azione ; ma non per questo è meno logoro e stanco. L'insonnia degli 
amenti non é dunque l'espressione del protratto riposo, dell'inerzia psi- 
chica, ossia del nessun bisogno che avrebbero di dormire, ma è l'effetto 
d'irritazioni chimiche, saltuarie, abnormi, che impediscono alla coscienza 
•«l'assopirsi completamente. E infatti l'amenza attonita non si comporta di 
fronte al sonno diversamente dall'amenza agitata. 

Gli amenti presentano spesso notevoli abnormità di temperatura. Spesso 
hanno la febbre. Si tratta d'una febbre quasi sempre discontinua, atipica, 
talvolta lieve, e che, se pure si alza a 38°, 38°, 5, 39°, non raggiunge 
queste altezze che una o due volte in tutto il decorso della malattia; 
ma pure sono ben pochi i casi d'amenza, gravi o leggieri, che ne va- 
dano del tutto esenti. È probabile che la brevità di questi accessi feb- 
brili li sottragga spesso all'osservazione. Di qui l'opinione invalsa fino ad 
ora tra gli alienisti che l'amenza sia una malattia assolutamente afeb- 
brile. Quest'opinione erronea ha potuto trovar credito in ospedali enor- 
memente affollati e poveri di medici, come sono in tutta Europa (e peggio 
in America) i manicomi. Altre volte, specialmente nei casi più gravi che 
vanno sotto il nome di delirio acuto, l'ipertermia è alta e continua, 
benché remittente; e può anche assumere l'andamento caratteristico 
della febbre tifosa. In questi casi l'obnubilamento della coscienza è più 
profondo: il malato è assopito, balbettante, in preda a piccoli movimenti 
automatici, f espressione del suo viso è smarrita e sonnolenta, la sensibi- 
lità sembra scomparsa. Le funzioni digestive sono profondamente turbate 
per sitofobia, stipsi, coprostasi, abnormi fermentazioni intestinali, lingua 
arida e fuligginosa, alito acetonico, sudore profuso. L'orina può conte- 
nere traccie d'albumina, spesso contiene quantità rilevanti d'acetone. L'a- 
gitazione motoria può gradatamente ridursi, limitandosi infine a movi- 
menti carpologici. Non di rado si osservano contrazioni fascicolari nei 
muscoli degli arti e della faccia. 

In tutte le forme dell'amenza, ma specialmente nelle più violente e in 
quelle a decorso febbrile, vi è una manifesta tendenza a fenomeni di col- 
lasso, che costituiscono il principale pericolo per la vita di questi in- 
fermi. Non è raro il caso di ammalati che dopo vari giorni di violenta 
agitazione e di clamorosità cadono improvvisamente in uno stato di ab- 



321 



battimento cui sussegue subito una depressione della temperatura anche 
fino a 35.° o meno con assopimento estremo della coscienza, polso pic- 
colo e frequentissimo, respirazione superficiale ed accelerata, sudore ab- 
bondante. E cos'i si arriva alla morte, talvolta in modo inatteso, anche 
dopo quattro o cinque giorni di malattia. 

I disturbi di nutrizione, che si rivelano sopratutto col dimagramento 
talvolta imponente, sono di regola, specialmente in quei casi, gravi o leg- 
gieri, che non decorrono troppo rapidamente. Lo stato di denutrizione è 
in parte un effetto delle stesse cause da cui derivano i disturbi mentali ; 
in parte dipende dallo spreco di energia muscolare, dallo strapazzo, dalla 
febbre e dalla deficienza di riparazione alimentare per disturbi digestivi 
ed assimilativi. 11 reintegrarsi del peso corporeo procede di pari passo col 
riordinamento di tutte le funzioni, comprese le psichiche, ed è di fausto 
pronostico. Spesso questa rifioritura ha qualche cosa di meraviglioso per 
la sua rapidità. 

Nel decorso dell'amenza, per quanto grave, si osservano spesso brevi 
periodi di tregua, durante i quali il malato è lucido ed esprime, talvolta 
con parole assai efficaci, lo stato malagevole del suo pensiero. Queste 
'tregue, notate da Kraepelin nel delirium tremens, sono comuni a tutte 
le psicosi confusionali ed acute. Esse sono del tutto effimere e non du- 
rano che una mezza giornata, ma più spesso qualche ora o qualche mi- 
nuto. Talvolta sono un sintomo in limine mortis. Evidentemente fili am- 
malati di questo genere soffrono di un disordine nei rapporti dinamici 
tra le idee, che turba la coscienza a sbalzi e ne impedisce la continuità. 
Ma se il disordine tace per un istante, la personalità intellettuale, che non 
è cambiata da alcun pervertimento o sistematismo, riapparisce nella sua 
integrità coi sentimenti e con le tendenze abituali. 

L'amenza può presentare lunghe remissioni e recidive. Ammalati in 
astato anche grave, con febbre, migliorano notevolmente, riacquistano 
lucidezza e vigore per vari giorni o settimane, ma poi peggiorano ino- 
pinatamente. A. Fuchs sostiene che queste remissioni sono di infausto signi- 
ficato, ciò che non sono lontano dal credere anche per esperienza per- 
sonale. 

Le recidive possono rinnovarsi a distanza di anni con una certa perio- 
dicità. Questo fatto è suscettibile di varie spiegazioni, tutte egualmente 
verosimili e non inconciliabili fra di loro. Può darsi che cause diverse o 
identiche bersaglino lo stesso individuo in epoche diverse della vita ; puri 
darsi che una causa persistente, ma soggetta ad oscillazioni, per esempio 
una malattia cronica del tubo digerente, dia luogo ad accessi ripetuti 
d'amenza; può darsi infine che in certi individui il sistema nervoso 

Tanzi, Psichiatria. — 41. 



CAPITOLO XII 



sia particolarmente sensibile a certi agenti morbosi «li facile penetrabi- 
lità, ma di effetto insignificante per chi non abbia quella speciale idio- 
sincrasia. 

ANATOMIA PATOLOGICA. 

Nell'amenza il reperto macroscopico è piuttosto scarso e poco o punto 
caratteristico. I centri nervosi sono talvolta iperemici, anche molto ipe- 
remici ; altre volte, specialmente se la morte fu preceduta da coma o da 

grave collasso, l'ipere- 
mia manca del tutto. 
Nella pia e nel cervello 
si vedono (di rado) emor- 
ragie puntiformi. Degli 

altri visceri, il cuore 
/ 
/ presenta sfiancarne rito 

~- — -. del miocardio o dege- 

nerazione grassa. La 
i milza è spesso tume- 

fatta, talvolta in alto 
. grado: al taglio mostra 

un colorito vinoso e pa- 
renchima spappolabile, 

come avviene nei prò 

-■■->? '- 
._> t cessi d'infezione. La de- 

■■• - 

generazione grassa e 
. 
un latto costante o quasi, 

ma talvolta appena ac- 

ttv -." centuato, nel fegato e 

nei reni. Altre lesioni 
-• / ' J 

macroscopiche si riscon- 

\ ' A trano, con molte varietà 

„,„ „ _„ . . .. . „ da caso a caso e con 

tig. oo. — Cellula piramidale gigante in un caso rt amenza 

consecutiva art influenza (da Cajita). significato ili momento 

etiologico, nell'acero 
puerperale, nell'intestino, nel fegato e nei reni. Altre lesioni ancora pos- 
sono dipendere da complicanze o da malattie sopraggiunte, come polmo- 
nite, enteriti acute, parotite. 

11 reperto microscopico nel sistema nervoso centrale varia per la di- 
versa intensità delle lesioni, ma non è privo d'una certa individualità. Il 
più delle volte si osserva un'alterazione acuta e assai diffusa delle cellule 



L AMBNZA 



323 




; 






nervose, che consiste nella disgregazione delle zolle cromatiche (fig. 65). 
Quest'alterazione è accompagnata, nei casi più tipici, da maggior co- 
lorabilità del nucleo. Nei casi estremi il nucleo risalta fortemente dentro 
al corpo cellulare impallidito, ciò 
che rende indistinta o maschera 
del tutto la presenza del nucleo. La 
torte tinta del nucleo spicca più che 
mai nella corteccia e nelle piccole 
e medie piramidi più che nelle grandi 
(fig. 66). Qualche volta è manifesta 
in tutte le cellule dell'asse cerebro- 
spinale. 

In alcuni casi si riscontra un altro 
tipo assai caratteristico d'alterazione 
cellulare, alterazione del tutto ana- 
loga a quella che si determina spe- 
rimentalmente nella cellula d'origine 
ferendo il suo cilindrasse, sia in 
neuroni periferici, sia in neuroni 
centrali. Il corpo cellulare apparisce 

rotondeggiante e come rigonfio ; i prolungamenti protoplasmatici sono 
assottigliati o scomparsi ; la sostanza cromatica è minutamente disgre- 




Fitf. 66. — Corteccia cerebrale : fl, piccola pi- 
ramidale : b, inedia piramidale, in no caso 
di amenza. Cromatolisi diffusa, colorabilita 
della parte acromatica, colorazione intenda 
del nucleo (da Camia). 





'-^ijt^.jtH'. 



Fig. 67. — Cellule piramidali giganti (circonvoluzione frontale ascendente) in un caso d'amenza : 
reazione cellulare alla lesioue del cilindrasse probabilmente per causa tossica (da Gamia). 



gata e diminuita nelle parti centrali della cellula ; il nucleo è fortemente 
eccentrico, spesso deformato a fagiuolo, con l'ilo rivolto verso il centro 
della cellula ; e in questa concavità si addensano piccole zolle croma- 
tiche che sembrano penetrare con brevi irradiazioni nella parete del nu- 
cleo (v. fig. G7). Questo reperto, frequentissimo nel delirium tremens, si 



324 CAPITOLO XII 



riscontra, benché con minore diffusione, anche nei casi comuni d'a- 
menza, dove l'alcoolismo si può escludere o mettere in seconda linea. 
Più frequente che altrove è quest'alterazione nelle cellule giganti della 
zona motrice, donde prende origine il fascio piramidale. Essa può inte- 
ressare solo una piccola parte di queste cellule, mentre le altre presen- 
tano, come le piccole e medie piramidi, il tipo di cromatolisi diffusa che 
abbiamo mentovato per primo. 

La lesione descritta ha, qualche volta all'evidenza, il carattere d'una 
reazione a distanza. Le fibre che dipendono dalle cellule alterate sono 
lese primitivamente e talvolta in alto grado ; per cui le cellule, alteran- 
dosi secondariamente, non fanno che reagire alla degenerazione delle 
fibre. In questi casi il metodo di Marchi mette in rilievo la degenerazione 
di fibre del fascio piramidale. 

Peraltro avviene non di rado che le cellule della zona motrice siano 
alterate, mentre le fibre piramidali sembrano illese. È verosimile che, 
con tutto ciò, esistano lesioni incipienti di fibre piramidali, e che le cellule 
abbiano già reagito prima che le lesioni delle fibre siano così inoltrate 
da potersi riconoscere col metodo di Marchi. In ogni modo il tipo di le- 
sione per reazione a distanza coesiste con quello della cromatolisi diffusa, 
che rende il nucleo più colorabile e che interessa in vario grado tutte le 
altre cellule della corteccia. 

Quando la lesione di rimbalzo è più disseminata, essa può arri- 
vare alle colonne di Clarice, persino alle corna anteriori ed ai gangli 
spinali. 

La necroijlia non presenta alterazioni importanti. 11 metodo elettivo di 
Weigert non mette in evidenza moltiplicazione di fibre. Intorno alle cel- 
lule nervose si osserva qualche volta che i soliti nuclei di nevrogliasono 
in aumento e cominciano a penetrare nel citoplasma delle cellule ner- 
vose. I vasi, in genere, sembrano normali ; tutt'al più si può riscontrare 
un rigonfiamento dell'endotelio nei piccoli vasi od una proliferazione di 
nuclei endoteliali. La presenza di bacterì svariati, come fu verificata da 
alcuni autori, è eccezionale e dipende da invasione agonica oda infezioni 
generali. 

ETIOLOGIA E PATOGENESI. 

L'etiologia dell'amenza, come abbiamo premesso, non è unitaria. Vi è 
un gruppo di casi più gravi, a decorso febbrile, con esito mortale, che 
passano sotto il nome di delirio acuto, e che presentano il quadro d'uno 
stato d'infezione o di grave intossicazione generale. Vari autori si sono 
affaticati nella ricerca di microrganismi patogeni, esaminando batterio- 



l'amenza 325 



logicamente il sangue, il liquido cefalo-rachidiano, gli organi tratti dal ca- 
davere. Reperti positivi non mancano, benché spesso le indagini prati- 
cate con la maggior insistenza in varie fasi della malattia e persino nei 
visceri cadaverici possano dare un risultato del tutto negativo. Cosi 
Briand in tre casi di delirio acuto osservò che il sangue conteneva mi- 
crorganismi a forma di bastoncino (1881) ; Rezzonico, nel 1884, trovò 
accumuli di cocchi dentro i vasi cerebrali ; Bianchi e Piccinino nel 1893 
ricavarono dal sangue un bacillo con proprietà biologiche speciali alla 
cui azione patogena attribuiscono certe forme di delirio acuto; Buchholtz, 
poco dopo, non avendo riscontrato alcun microrganismo nel sangue, ne 
rinvenne nella sezione di vari organi ; Rasori, nella stessa epoca, isolò 
dal cadavere un bacillo con proprietà biologiche speciali, ma diverse da 
quelle che avevano fissato Bianchi e Piccinino per il loro ; Ceni, dal 
1898 al 1900, trovò solo in qualche caso i comuni piogeni penetrati in 
circolo secondariamente ; Cappelletti nel 1899 verificò la presenza di 
cocchi e di bacterium coli nel sangue e nei visceri, ma solo nel periodo 
preagonico e dopo la morte ; Kazowsky nel 1899 riscontrò cocchi nel 
sangue, nel liquido cefalo-rachidiano e nella milza, ma si trattava di un 
caso eccezionale, dove eravi ulcerazione del colon e nell'ulcerazione si 
trovavano gli stessi cocchi, compreso lo stafilococco piogeno aureo ; fi- 
nalmente Sander nel 1901, esaminata la milza e i polmoni, vide che vi 
erano stafilococchi, diplococchi, e in un caso il bacillo dell'influenza, in 
un altro il diplococco di Weichselbaum. Al contrario, Carlo Marti- 
notti (1894), Cabitto (1896), Ceni (1898), Armanni (1899) ebbero reperti 
negativi. 

In generale si tratta dunque di microrganismi banali che dimorano 
normalmente nell'intestino od alla superficie del corpo e che possono 
eventualmente avere invaso l'organismo nel periodo dell'agonia. Tuttavia 
non può escludersi la possibilità che in qualche caso particolare o in 
qualche categoria d'amenze un'infezione sia la causa determinante della 
malattia o per lo meno una causa concomitante di gran valore. 

Più chiaro e meglio stabilito è il rapporto che un vasto gruppo di casi 
d'amenza contrae indirettamente con malattie infettive in atto o (sopratutto) 
pregresse. In seguito a tifo, scarlattina, reumatismo articolare, erisipela, 
malaria, influenza, polmonite, morbillo, vaiuolo, febbre puerperale, e du- 
rante il periodo della convalescenza possono manifestarsi fenomeni men- 
tali quando la malattia non è più in atto e si può escludere sia la 
presenza dei microrganismi specifici, sia l'azione diretta dei loro prodotti 
tossici. 

Altri casi sono manifestamente in rapporto con affezioni croniche 
dell'apparato digerente : catarri gastrici o intestinali, stitichezza ostinata, 
coprostasi. 



32(j CAPITOLO XII 



In altri casi ancora la malattia presenta un nesso abbastanza diretto ed 
evidente con speciali stati d'esaurimento, ai quali è senza dubbio legato 
un processo d'autointossicazione ; cosi in seguito a strapazzi protratti, a 
insonnia l'orzata, a perdite di sangue, ad allattamento, a cachessia deter- 
minata da neoplasmi e da affezioni chirurgiche. 

Vi è un altro gruppo di casi in cui si riscontra come causa uno stato 
di shock psichico, emozioni dolorose, contrarietà continuate nella vita do- 
mestica e professionale. Queste cause psichiche si associano quasi sempre 
ad altre cause d'esaurimento, determinando, prima dell'amenza, insonnia, 
deperimento fisico, deficiente nutrizione ed assimilazione, che diventano 
le vere cause immediate della malattia. 

Bisogna poi confessare che vi sono casi in cui la causa sfugge 
o si riduce a vaghe presunzioni ; eppure il quadro non è meno carat- 
teristico. 

Da tutto ciò si può concludere che l'unificazione patogenetica dell'a- 
menza non può compiersi che sotto il punto di vista dell'intossicazione. 
È probabile che malattie infettive in atto o pregresse, stati d'esaurimento 
o di autointossicazione, fatiche o traumi psichici concorrano in effetti 
analoghi, benché più o meno accentuati, sul ricambio materiale, deter- 
minando un turbamento per sua natura transitorio e riparabile, ma talvolta 
così intenso, da produrre altri disturbi funzionali che a loro volta sono ca- 
paci di produrre la morte. In questa convinzione ci conferma il fatto che 
stati confusionali del tutto analoghi a quelli dell'amenza possono aversi per 
cause specifiche ben note di natura tossica. In fondo, il quadro del de- 
lirium tremens non differisce per nessun carattere essenziale dal quadro 
volgare dell'amenza : le stesse allucinazioni più tipiche, che ricorrono in 
esso con tanta frequenza, possono ritrovarsi con minor frequenza, ma 
con altrettanta tipicità in casi in cui è da escludere ogni abuso d'alcoo- 
lici. La pellagra, nelle sue forme acute, presenta un quadro tipico d'a- 
menza, e i suoi casi più gravi con decorso febbrile ed esito mortale, i 
ci 'sì detti casi ili tifo pellagroso, ricopiano nella sintomatologia il delirio 
acuto. L'uremia può dare acutamente il quadro dell'amenza dalle forme 
più lievi alla forma più grave del delirio acuto : questi casi, se non si 
palesassero per quel che sono a motivo dei dati anamnestici e di eventuali 
fenomeni concomitanti (del resto non decisivi), come l'epilessia jackso- 
niana, andrebbero confusi con l'amenza. 

Episodi amenziali d'origine tossica, almeno secondo ogni verosimi- 
glianza, possono comparire nel corso della demenzasenile e della paralisi 
progressiva. Specialmente in quest'ultima malattia gli episodi confu- 
sionali possono presentare, dal lato della gravità, ogni sorta di sfuma- 
ture, possono anche assumere decorso febbrile con sintomi gravi ed esito 



l'amenza 327 



mortale e riprodurre il quadro del delirio acuto a tal segno, che ogni 
distinzione sarebbe impossibile, se non si avesse il sussidio dei dati 
anamnestici. 

CURA. 

Nell'amenza la cura deve mirare sopratutto a ristorare e sostenere le 
forze. In prima linea sta il trattamento dietetico. Bisogna somministrare 
un cibo nutriente e di tacile digeribilità, latte, uova, carne battuta. Se lo 
stomaco la tollera, è consigliabile qualche volta l'iperalimentazione. Nel 
caso di riliuto, non si deve tardare ad usare la sonda. Sarà utile far pre- 
cedere la somministrazione da una lavatura gastrica. È molto opportuno 
l'uso dell'alcool. 

Per mantenere le forze, è spesso necessario d'impedire che il malato 
le disperda con atti d'agitazione. A questo scopo è di regola il letto, la 
Bettbehandlung, I bagni caldi e protratti restituiscono la calma e recano 
il smino. Questo mezzo è preferibile agli ipnotici, il cui uso è limitato 
dalla necessità di evitare un possibile collasso. In casi di estrema agita- 
zione non si deve, per un preconcetto umanitario, rifuggire da qualche 
mezzo di coercizione meccanica, tanto più che i malati, essendo inco- 
scienti o quasi, non possono soffrirne moralmente. Le stanze a pareti 
imbottite impediscono al malato di ferirsi avventandosi al muro, ma gli 
permettono di prodigare le proprie forze in movimenti di tutti i generi ; 
inoltre, se il malato è sudicio, richiedono una pulizia dispendiosa e non 
sempre facile. 

La nettezza di malati così incoscienti è naturalmente un compito deli- 
cato, che dev'essere disimpegnato col massimo zelo. La lavatura (iella 
bocca e dei denti deve ripetersi anche più volte al giorno, specialmente 
nei febbricitanti e nei sitofobi. 

Tra i farmachi, giovano i tonici come la chinina a piccole dosi, la 
sparteina, la stricnina. In caso di collasso, si ricorre alla caffeina, alla 
canfora, all'etere, agli impacchi caldi, all'ipodermoclisi od a semplici cli- 
steri d'acqua salata. 

Nella convalescenza l'ammalato deve guardarsi dagli strapazzi ; e se è 
assistito al manicomio, bisogna evitarne la dimissione precoce che talvolta 
è causa di recidive. 



32S CAPITOLO XII 



Psicopatie uremiche 



Tutti i casi di uremia grave, specialmente negli stadi terminali, sono 
accompagnati da gravi disordini psichici. Anche prescindendo dall'inco- 
scienza dello stato convulsivo e comatoso, vi è in ogni uremico grave un 
certo grado di ottundimento psichico, di apatia, di sonnolenza, di smemo- 
ratezza, che certamente richiamerebbe l'attenzione per conto proprio, quando 
non l'osse riconosciuto come un sintomo accessorio di una malattia più vasta. 

Ma vi sono dei casi, ben più importanti per la psichiatria, nei quali 
l'uremia e la lesione renale sono indiagnosticate: esse si manifestano in 
modo incompleto, insolito ed ambiguo, cioè con un quadro di sintomi 
psichici e nervosi che sono i primi e i soli a destare l'allarme, e che 
spesso per la loro imponenza richiedono l'intervento di un alienista. Se 
in tali contingenze il malato passa al manicomio, come avviene abbastanza 
di frequente, non è improbabile che la vera causa del disordine psichico 
continui a restare sconosciuta, perchè l'organizzazione dei manicomi non 
è ancora cosi evoluta, almeno in Italia, da permettere la diligente e quo- 
tidiana osservazione di ogni infermo. I ricoverati dei manicomi sono affi- 
dati a pochi medici, che possono sorvegliarli e disciplinarli a squadre, ma 
non curarli individualmente, né procedere a centinaia d'esami uroscopici. 
Simili raffinatezze, che sarebbero doverose, non entrano nella visuale delle 
pubbliche amministrazioni; e finora non si praticano che eccezionalmente 
in qualche clinica e in qualche manicomio privilegiato. 

L'uremia può dar luogo a varie sindromi psicopatiche, in rapporto con 
la natura della lesione renale che la determina. Nelle forme più gravi ed 
acute si hanno fenomeni acuti, che decorrono con la sindrome amenziale; 
nelle forme meno gravi e più lente, per lo più croniche, si hanno sindromi 
a decorso cronico e a carattere demenziale. Si possono produrre anche 
sindromi di lesione a focolaio con le indicazioni più svariate di sede, ma 
senza che all'autopsia sia dato scoprire alcuna lesione più accentuata 
nelle regioni sospettate durante la vita. 

L'amenza uremica è sempre assai grave ed assume quasi esclusiva- 
mente la forma del delirio acuto. Si tratta in questi casi di gravi lesioni 
parenchimali, per lo più consecutive a pregresse infezioni. Molti casi ili 
cosidetta psicosi puerperale sono da ascrivere a questo gruppo. Queste 
malate e gli altri uremici presentano agitazione, disorientamento profondo,- 
allucinazioni, insonnia completa, sitofobia, e vanno facilmente in preda a 
collasso. La comparsa di accessi convulsivi, per lo più a tipo jacksoniano 
non è infrequente. L'esito in morte è frequentissimo. 



PSICOPATIE UREMICHE 329 



La demenza uremica è l'esagerazione e la perpetuazione dei fenomeni 
che si osservano d'ordinario in molti casi d'uremia. Sintonia principale è 
la lentezza dei processi psichici, l'ottundimento generale, la difficoltà o 
l'impossibilità di fissare l'attenzione, l'amnesia generale. Si può giungere 
ad un vero stato stuporoso. A questo stato psichico si aggiungono spesso 
fenomeni nervosi di varia natura: cefalea, tremore, accessi di vertigine, 
disartria, paresi con esagerazione dei riflessi tendinei, accessi apopletti- 
formi ed epilettiformi, fenomeni tutti che possono far pensare alla dia- 
gnosi di paralisi progressiva. 

Le sindromi a focolaio simulate dall'uremia sono svariatissime. Più co- 
muni sono le forme di mono- od emiplegia che si stabiliscono senza ictus; 
esse sono per lo più transitorie, ma talvolta si mantengono costanti 
nella loro forma e nella loro estensione. Si possono avere dei casi di afasia 
motrice, con o senza emiplegia, di sordità verbale, di cecità psichica, di 
emianopsia. Quando questi sintomi a focolaio sono associati a fenomeni de- 
menziali, ne scaturiscono sindromi analoghe a quelle dei tumori cerebrali. 

In tutti questi casi la diagnosi differenziale dovrà prendere di mira non 
solo il modo con cui insorgono i sintomi indicati, ma anche la presenza di 
altri fenomeni che sono frequenti e caratteristici nell'uremia: cosi i gravi 
disturbi gastrici con inappetenza e vomito, l'indebolimento visivo, gli edemi. 
L'esame chimico e morfologico dell'urina e l'esame oftalmoscopico com- 
pleteranno la ricerca. Non è però a credere che queste indagini bastino 
ad eliminare ogni dubbio. Vi sono malati in cui la retinite albuminurica 
può andar confusa con la nevrite ottica da tumore cerebrale, e d'altra 
parte il reperto positivo di cilindri e albumina nelle urine non permette 
■di escludere le associazioni morbose, e in ispecial modo quella della pa- 
ralisi progressiva con la nefrite cronica. 

I fenomeni uremici recedono per lo più con l'adeguato trattamento, so- 
pratutto con la dieta lattea. Ed anche questo dato può contribuire a ri- 
schiarare la diagnosi in casi singolarmente difficili. 

All'esame necroscopico assumono importanza preponderante le lesioni 
renali. I centri nervosi lasciano scorgere difficilmente alterazioni macro- 
scopiche, anche nel caso di sintomi a focolaio lungamente protratti du- 
rante la vita. Qualche volta si ha il quadro dell'edema cerebrale. In qualche 
•caso si possono osservare emorragie puntiformi. Microscopicamente si ha 
il quadro di un'alterazione tossica, acuta o subacuta, più o meno accen- 
tuata : impoverimento e disgregazione più o meno profonda della sostanza 
cromatica in tutte le cellule nervose. Questa lesione è più spiccata nei casi 
in cui la morte fu preceduta da uno stato comatoso di lunga durata. 



Tanzi, Ttiichiatria. — 42- 



CAPITOLO XIII. 

Le psicosi tiroidee 



Le psicosi tiroidee derivano da lesioni di grado e di genere diverse ; ma 
avendo per unica l'onte l'apparecchio tiroideo, presentano somiglianze e 
contrasti che le collegano fra di loro con intimi rapporti. Anche quando 
la causa della malattia è ignota, il fulcro su cui poggia tutto il quadro 
sintomatico sta sempre in un'alterazione anatomica e funzionale del corpo 
tiroide. I sintomi psichici non sono che un effetto secondario, un river- 
bero indiretto del perturbamento avvenuto nella funzione tiroidea. 

Se nell'adulto, per una causa qualunque, si determina una lenta atrofìa 
della gianduia tiroide, si ha il quadro del mixedema spontaneo o cachessia 
pachidermica degli adulti. La lesione della tiroide può essere la conse- 
guenza di un'operazione chirurgica. La resezione d'un gozzo voluminoso, 
l'intervento operativo, come una volta si usava, nel morbo di Basedow 
producono sull'uomo, come sugli animali assoggettati all'esperimento ana- 
logo, i sintomi della cachessia strumipriva, che sono poi gli stessi del 
mixedema spontaneo. 11 cretinismo proviene da un'alterazione lenta e pro- 
gressiva della tiroide, che s'inizia alla prima età e che probabilmente o 
per lo meno assai di spesso s'è preparata nelle generazioni antecedenti. 
La eausa di questa degenerazione locale e graduale della tiroide non è ben 
precisata; ma essa è senza dubbio in relazione con la natura del suolo, 
che fa del cretinismo una malattia endemica. Per quanto non siano ancora 
definite tutte le incertezze che riguardano Ittiologia, la patogenesi del 
cretinismo non potrebbe essere più sicura, perchè nella concatenazione 
dei fenomeni morbosi l'anello più importante è sempre l'alterazione della 
tiroide. Ma il corpo tiroide può restar vulnerato o distrutto in giovane 
età anche per cause del tutto individuali; si ha allora una forma di mi- 
xedema infantile o di cretinismo sporadico. Sin qui si tratta sempre di 
lesioni che rendono insufficiente la funzione della tiroide, provocando fe- 
nomeni di atiroidismo; ma vi sono casi in cui la lunzione della tiroide si 



LE PSICOSI TIROIDEE 331 



■esagera e ne scaturisce quella forma d'ipertiroidismo morboso che costi- 
tuisce la malattia di Basedow. 

Le ricerche sperimentali hanno dimostrato all'evidenza che la tiroide, 
nel suo complesso, è un fattore indispensabile al meccanismo di queste 
varie malattie. Ma recentemente la fisiologia della tiroide, che sembrava 
compiuta, si è scissa in una serie di postulati particolari, a cui si innestano 
naturalmente nuovi problemi clinici. 

Già da quando gli studi sulla funzione tiroidea erano agli inizi, Schiff 
si propose nettamente la questione circa al modo di agire della tiroide. 
Due possibilità si presentavano : o la tiroide distrugge delle sostanze tos- 
siche che si formano normalmente nell'organismo e che Io danneggereb- 
bero se non venissero distrutte ; oppure essa segrega delle sostanze che 
giovano alla nutrizione generale e alla funzione dei centri nervosi. Questo 
dilemma non ha ancora trovato una soluzione decisiva. Sebbene, grazie 
alle ricerche chimiche di Bauma.nn, si sia potuto isolare una sostanza 
■chimica che ha certamente la massima importanza nella funzione tiroidea, 
la iodotirina, noi ci troviamo sempre di fronte allo stesso problema ; e 
mentre Ewald considera la iodotirina come una vera antitossina desti- 
nata a neutralizzare delle tossine che si formano negli scambi nutritivi, 
Gley la riguarda come uno stimolante del ricambio. Alla funzione anti- 
tossica si contrappone sempre la funzione trofica. 

Ma la soluzione del problema accenna già a trovarsi per una via in- 
sospettata. Forse ambedue le funzioni esistono ; soltanto esse non appar- 
tengono ad un solo organo, ma a due organi specificamente distinti. 

Nel 1880 Sandstrom scoperse in vicinanza della tiroide due piccoli or- 
gani epiteliali, che chiamò ghiandole paratiroidee. Sorse subito il quesito 
circa alla funzione di questi organi e si iniziarono gli esperimenti circa 
agli effetti comparativi della loro estirpazione isolata, della estirpazione 
limitata alla tiroide e della estirpazione contemporanea della tiroide e delle 
paratiroidi. Gley trovò che, se le paratiroidi venivano risparmiate nell'e- 
stirpazione della tiroide, non si aveva il quadro mortale della tetania ti- 
reopriva : da ciò fu indotto ad ammettere che questi organi paratiroidei 
esercitassero una funzione vicaria, ossia che fossero un tessuto embrionale 
pronto a svilupparsi e a funzionare nel caso di una lesione tiroidea. Su- 
bito dopo Moussu si accorse che l'ablazione della sola tiroide, lasciando 
in sito le due paratiroidi, determinava negli animali giovani un quadro 
cronico di alterazioni analogo al cretinismo. Invece la soppressione delle 
paratiroidi assieme alla tiroide riesciva mortale. Egli pensò in conseguenza 
che tiroidi e paratiroidi dovessero avere una funzione specificamente di- 
versa. Anche IIofmeister notò che l'ablazione del corpo tiroide, lasciando 
in sito le paratiroidi, dava luogo ad una cachessia cronica; e l'asportazione 



332 CAPITOLO XIII 



contemporanea della tiroide e delle paratiroidi determinava tetania acuta 
mortale. Così si affermava il dualismo funzionale, ma non si riesciva a 
determinare la funzione speciale delle paratiroidi, perchè l'ablazione delle 
sole paratiroidi non dava luogo a sintomi permanenti. 

Ma nel 1895 Kohn scoperse che le paratiroidi non erano due, come si era 
supposto sino allora, bensì quattro : due esterne, già note, e due in- 
terne. Con la sola ablazione delle paratiroidi esterne non era dunque pos- 
sibile provocare la sintomatologia completa, gli effetti plenari della sop- 
pressa funzione paratiroidea. Sulla guida del reperto anatomico di Kohn, 
Vassale e Generali poterono nel 1896 realizzare la completa ablazione 
delle paratiroidi e dimostrare che essa determina una tetania acuta letale, 
nonostante la permanenza in posto della tiroide. Gli effetti che prima erano 
stati attribuiti alla sola ablazione della tiroide erano dunque da ripartirsi 
tra i due organi, tiroide e paratiroide. Gli ulteriori esperimenti di altri 
autori confermarono pienamente i reperti di Vassale e Generali e sta- 
bilirono ormai con sicurezza che l'ablazione della tiroide non è mortale e 
determina cachessia cronica e mixedema, mentre l'ablazione delle para- 
tiroidi è causa di tetania. Secondo Vassale adunque tiroide e paratiroidi 
hanno una funzione distinta specificamente ; la tiroide una funzione tro- 
fica, le paratiroidi una funzione antitossica. 

Questi criteri, trasportati nel campo clinico, sono certo suscettibili di 
una larga applicazione. E già Brissaud a proposito delle varie forme 
di infantilismo mixedematoso propose l'ipotesi che in genere i sintomi 
distrofici debbano essere attribuiti a deficienza della funzione tiroidea, 
mentre i fenomeni nervosi e psichici sarebbero dovuti alla lesione para- 
tiroidea. Certamente questa ipotesi non può essere accettata in termini 
recisi : vi sono casi in cui il disturbo trofico è così grave, l'arresto 
di sviluppo cosi considerevole, che essi soli, indipendentemente da ogni 
fenomeno tossico, basterebbero a determinare un arresto dello sviluppo psi- 
chico. Ogni ordine di disturbi può ripercuotersi sulle altre funzioni, non 
direttamente interessate; ma ciò non toglie che il dualismo funzionale e 
patologico tra tiroide e paratiroide deve mantenersi nella varietà dei quadri 
morbosi. 

Un'analisi clinica in questo senso si può dire oggi appena iniziata. Sono 
più che altro supposizioni sulla patogenesi dei singoli sintomi: le ulteriori 
ricerche cliniche, sopratutto se messe a riscontro coi reperti anatomo-pato- 
logici, daranno in avvenire un responso decisivo. 



IL MIXEDEMA DEGLI ADULTI 333 



Il mixedema degli adulti. 

Il mixedema spontaneo degli adulti fu per la prima volta descritto da 
Gull nel 1873 col titolo di « stato cretinoide in donne adulte »; più tardi, 
nel 1878, Ord, in seguito ad esame anatomico della pelle, diede a questa 
infermità il titolo di « mixedema », titolo che prevalse su quello di « ca- 
chessia pachidermica » datole da Charcot. Per qualche tempo si ritenne 
che il mixedema fosse una specialità dell'Inghilterra, dove furono verifi- 
cati i primi casi, ma più tardi col diffondersi della sua conoscenza le os- 
servazioni si moltiplicarono in ogni paese. 

Il mixedema fu dapprima interpretato come una distrofia d'origine ner- 
vosa. Si ricorse all'influenza del simpatico sul tono dei vasi per ispiegare 
l'ischemia cutanea e la distrofia mixedematosa. Fu solo più tardi, per le 
osservazioni dei chirurghi sulle conseguenze dell'estirpazione della ti- 
roide, che la vera natura del male fu messa in luce. Nel 1882 Reverdin 
osservò il quadro del mixedema in seguito all'estirpazione totale del gozzo 
e avvicinò questa affezione al mixedema spontaneo osservato e descritto 
dagli Inglesi. Indipendentemente da Reverdin, Kocher aveva osservato 
che l'estirpazione del gozzo cagionava uno stato di cachessia progressiva, 
con grave anemia, tumefazione dei tegumenti e torpore intellettuale, e 
chiamò quest'affezione col titolo di cachessia strumiprica, assimilandola 
al cretinismo. Da allora, richiamata l'attenzione sull'alterazione della ti- 
roide, non si tardò a riconoscere che quest'organo era leso in tutti i casi 
di mixedema spontaneo. 

Il mixedema spontaneo è oltremodo più frequente nella donna che nel- 
l'uomo : più di tre quarti delle osservazioni descritte si riferiscono a 
donne in età matura o che hanno già passato l'età critica: tuttavia non 
mancano osservazioni anche in uomini relativamente giovani. La causa 
dell'affezione resta molte volte ignota ; e ad ogni modo, salvo il caso di 
lesioni evidentemente locali, non si hanno sulle cause che degli indizi. 
Alle volte si tratta di processi tubercolari o sifilitici che ledono localmente 
la tiroide. In un buon numero di casi il mixedema è preceduto da un 
quadro morboso che è con esso in diretto antagonismo, dal morbo di Ba- 
sedow : il gozzo subisce un'atrofia e scompare, e al quadro basedowico 
si sostituisce il quadro del mixedema. Anche in questi casi è evidente 
che si ha una lesione locale primaria della tiroide. In altri casi il mixe- 
dema si manifesta per cause generali che agiscono su tutto l'organismo, 
processi generali infettivi, profuse e ripetute emorragie. 

In ogni modo non vi è dubbio che la tiroide sia sempre interessata; 



334 CAI-ITOLO XIII 



essa è atrofica in tutti i casi. Le scarse autopsie finora eseguite hanno 
dimostrato atrofia notevole dell'elemento glandulare con sclerosi intersti- 
ziale più o meno accentuata; la massa dell'organo può essere ridotta ad 
un terzo od anche meno. Non vi è dubbio che la patogenesi della ma- 
lattia si riduca dunque all'ipotiroidismo. Circa alla partecipazione delle 
paratiroidi nulla si sa di concreto : i dati sperimentali possono farci fon- 
datamente supporre che in alcuni casi, in cui sono più specialmente ac- 
centuati i fenomeni nervosi o insorge anche il fenomeno della tetania, 
delibano partecipare all'alterazione anche le paratiroidi. 

11 quadro del mixedema spontaneo è costituito da tre gruppi di sintomi: 
somatici, nervosi e mentali. 

Tra i sintomi somatici sta in prima linea il mixedema, che consiste in 
una tumefazione dura, elastica, indolente del tessuto cutaneo e del sotto- 
cutaneo. Esso è più specialmente accentuato alla faccia: le guance, le 
palpebre, la fronte sono tumefatte; le rughe cutanee assumono profon- 
dità insolita. Il mixedema è anche specialmente accentuato alla nuca, 
alle braccia, sull'addome, sulle coscie, alle mani, che appaiono ingran- 
dite, sopratutto allargate. Anche le mucose diventano tumide; cosi il lume 
delle cavità nasali si restringe, la lingua e le gengive si ingrossano, ren- 
dendo difficile la parola. La voce diventa aspra, probabilmente per ana- 
loghe modificazioni della mucosa laringea. 

Importanti fenomeni distrofici si manifestano in tutte le appendici cu- 
tanee. I capelli diventano aridi e cadono in gran quantità, talvolta anche 
del tutto : cosi pure i peli del corpo ; la cui perdita è assai visibile alla 
legione del pube ed alle ascelle. Le unghie si arrestano nell'accrescimento, 
si sfaldano facilmente, vanno incontro a facili rotture. Anche i denti 
si alterano, vacillano negli alveoli, cadono. 

Notevolissime sono le modificazioni generali della crasi sanguigna e del 
ricambio. La pelle e le mucose sono pallide, anemiche, le. mestruazioni 
diventano rare, scarse, scompaiono. Kraepelin osservò che i globuli 
rossi sono scarsi ed ingrossati. 11 ricambio è lento, l'escrezione di urea 
è diminuita. La stessa temperatura del corpo è abbassata di 1" C e più. 
Vi è anoressia e frigidità sessuale. 

Nel campo dell'innervazione è caratteristica la lentezza di tutti i pro- 
cessi. La stessa conduzione nervosa deve essere rallentata, come lo mostra 
il notevole allungamento del tempo di reazione semplice. Tutti i movi- 
menti son tardi, vi è uno stato di torpore generale che va talora sino 
alla sonnolenza continua. Difettose sono le reazioni vasomotorie; il su- 
dore manca quasi completamente. Spesso si verificano dolori alle estremità, 
al sacro, alla colonna vertebrale, sensazioni di formicolio, di pizzicore 
alla pelle degli arti, o improvvise sensazioni come di scosse elettriche. 



IL MIXEDEMA DEGLI ADULTI 



33.5 



L'eccitabilità meccanica dei muscoli è aumentata. In certi casi si nota 
tremore accentuato, tetania, convulsioni epilettiformi. 

Dal lato mentale è caratteristico il rallentamento di tutti i processi psi- 
chici, la percezione è lenta e difficile; lenta e difficile è l'associazione. 
Gli ammalati non possono seguire un lungo filo logico o sostenere 
una conversazione o avvedersi prontamente di tutto ciò che accade 
intorno ad essi. Sicché essi restano come appartati : Theilnahmlosigkeit. 
Se si aggiunge a ciò una grandissima facilità a stancarsi e l'inevitabile 
indebolimento funzionale della memoria dipendente dalla lentezza associa- 
tiva e dalla faticabilità cerebrale, si comprende facilmente come gli am- 
malati debbano apparire dementi anche quando la loro intelligenza è 
abbastanza integra e corretta. Si tratta dunque in complesso di un 
disturbo dinamico, funzionale; ed è dubbio che anche a malattia assai 
inoltrata si possa arrivare ad un vero stato di demenza insuscettibile di 
guarigione. L'umore dei mixedematosi è generalmente apatico; tuttavia 
si possono avere, stabilmente o transitoriamente, stati di eccitamenti! odi 
depressione melancolica, con ansia, irrequietezza, insonnia, idee di perse- 
cuzione. Per questi casi complicati con perturbamenti affettivi e idee de- 
liranti Pilcz propone il titolo di « pazzia mixedematosa » riservando ai 
casi comuni quello di « stato mentale mixedematoso ». Una tale distin- 
zione non sarebbe giustificata che dal lato sintomatologico e diventa su- 
perflua dal momento che la terapia specifica ci dimostra come queste 
forme di pazzia dipendano dalla lesione tiroidea, né più né meno che lo 
stato di semplice rallentamento psichico e di apatia. Difatti anche in casi 
di antica data, persino in quelli che risalgono a 12 anni,'i fenomeni mi- 
xedematosi e la pazzia dileguano di pari passo, sotto l'influenza della cura 
tiroidea. 

Il decorso del mixedema è generalmente cronico e progressivo; vi sono 
tuttavia dei casi nei quali si stabilisce una certa stazionarietà. Gli amma- 
lati soccombono spesso per malattie intercorrenti, o per l'aggravarsi dello 
stato generale, che può condurre al marasma, ad accessi di collasso. Ciò, 
s'intende, quando la malattia sia abbandonata alla sua evoluzione spon- 
tanea. Oggi, con l'azione sicura e pronta della terapia tiroidea, la malattia 
va costantemente a guarigione. 

11 mixedema operatorio o cachessia strumipriva differisce ben poco dal 
mixedema spontaneo: soltanto nelle sue forme più gravi i fenomeni di 
tetania possono insorgere precocemente ed essere talmente gravi da de- 
terminare la morte. Verosimilmente la gravità della cachessia strumi- 
priva dipende dalla maniera con cui è stata eseguita l'estirpazione del 
gozzo. Se l'operazione toglie totalmente la tiroide e le paratiroidi, si hanno 
a breve scadenza fenomeni di tetania mortale. Se son rimaste in sito e 



33LÌ CAPITOLO XIII 



in funzione alcune paratiroidi, si può avere tetania transitoria seguita poi 
dai fenomeni del mixedema. Se poi fu lasciata anche una parte di ti- 
roide, gli stessi fenomeni del mixedema possono essere transitori o non 
comparire affatto. 

La cura del mixedema errò in tentativi vani diretti a rinvigorire l'or- 
ganismo e a risollevare le condizioni generali sino a quando Horsley, 
sulla guida delle esperienze di Schiff, propose l'innesto peritoneale di 
una tiroide. Bircher esegui più volte con successo questa operazione, 
che dà effetti brillanti, ma non duraturi, sicché ha bisogno di essere ri- 
petuta. Il trapianto può essere fatto anche nel cellulare sottocutaneo. Più 
tardi Murray, prendendo le mosse dagli esperimenti di Vassale sopra 
cani stiroidati a cui veniva iniettato il succo tiroideo nelle vene, introdusse 
il metodo curativo delle iniezioni sottocutanee con succo od estratto tiroideo: 
ma esso riesci assai meno pratico di quello della ingestione di tiroide fresca 
esperimentato con successo da Howitz e da Mackenzie. La sostanza 
tiroidea deve essere somministrata cruda, perchè la cottura ne altera il 
principio attivo. Ciò ripugna al gusto di molti. La cura ha poi un altro 
inconveniente, ed è quello di non potersi praticare facilmente, mancando 
spesso il mezzo di procurarsi tutti i giorni la tiroide fresca. È perciò che, 
malgrado la minore efficacia, è oggi generalmente in uso la cura per. 
mezzo di tabloidi, formate di sostanza tiroidea in preparati secchi. Sono 
eccellenti le tabloidi della casa Bourrougs Wellcome di Londra e quelle 
della casa Merck di Darmstadt. Ma in confronto alla tiroide fresca i prepa- 
rati secchi hanno l'inconveniente di poter contenere dei prodotti di putrefa- 
zione. Ora, Vassale ebbe l'ingegnosa idea di far comporre un salame ti- 
roideo che è efficace come i preparati freschi, che si conserva a lungo come 
le tabloidi e che è gradevole a mangiarsi come un cibo. L'ideale della cura 
tiroidea sarebbe quello di somministrare i principi chimici puri della ti- 
roide allo stato isolato. La iodotirina Baumann raggiungerebbe questo ideale, 
se l'esperienza avesse dimostrato che essa è l'unico principio attivo della 
tiroide e che produce effetti identici a quelli del tessuto fresco. Ma le espe- 
rienze in proposito sono ancora troppo scarse. 

Nell'applicare la cura tiroidea bisogna procedere con la massima pru- 
denza, potendosi facilmente produrre fenomeni di tiroidismo, cioè di in- 
tossicazione per eccesso di tiroide. L'irrequietezza, l'accelerazione del 
circolo e del respiro, il rapido dimagramento, l'anoressia, l'insonnia, indi- 
cano la necessità di sospendere la cura e di ricorrere ulteriormente a 
dosi minori. L'insistere nell'abuso può dar luogo anche a morte improv- 
visa per paralisi cardiaca. Del resto i buoni effetti della cura sono da 
attendere più dalla sua durata che dalla sua intensità; e dosi modiche 
dei vari preparati possono dare senza alcun disturbo effetti terapeutici 



IL CRETINISMO ENDEMICO 337 

sorprendenti. Quando sia raggiunta la scomparsa di tutti i fenomeni mor- 
bosi, la dose verrà ancora ridotta, ma la somministrazione dovrà essere 
continuata allo scopo di evitamela ricomparsa, che avverrebbe immanca- 
bilmente, dal momento che la malattia dipende dalla distruzione irrepara- 
bile di un tessuto specifico. 



Il cretinismo endemico. 

11 cretinismo è una malattia caratterizzata da ritardo e arresto dello 
sviluppo somatico e psichico, da caratteristiche deformazioni dello sche- 
letro, e da cachessia mixedematosa. L'alterazione della tiroide è de- 
terminata da un agente sconosciuto, ma certamente legato a determinate 
condizioni telluriche, ragione per cui si presenta con diffusióne stretta- 
mente endemica. 

SINTOMI. 

Le stigme somatiche del cretinismo stanno certamente in prima linea 
del quadro morboso, e sono cosi caratteristiche da permettere la diagnosi 
a colpo d'occhio. 

Il generale arresto di sviluppo si rivela anzitutto nel sistema osseo: 
tutti i cretini sono più o meno nani. La testa è relativamente grossa e 
rotondeggiante : vi è brachicefalia e spesso idrocefalia moderata. La chiu- 
sura delle fontanelle è spesso tardiva. Precoce invece è la sutura della 
sinfisi sfeno-occipitale, fatto che, come mostrò Virchow, concorre a de- 
terminare la brachicefalia e più direttamente determina la depressione 
della radice del naso, che è costante nei cretini. 

Le ossa del corpo sono in genere corte e grosse, e vi può essere spic- 
cata iperostosi generale. La colonna vertebrale è spesso deviata; presenta 
scoliosi, cifosi, cifo-scoliosi. 

Per alterazioni dell'orecchio interno, forse dipendenti dall'anomalia dello 
sviluppo osseo, è frequente nei cretini la sordità. 

I tegumenti ricordano il mixedema, ma per lo più incompletamente. La 
pelle è pallida o terrea, spessa, rugosa alla faccia, ma non cosi consistente 
come nel mixedema acquisito degli adulti o nel mixedema operatorio; 
qualche volta è anche flaccida e grinzosa. Nella faccia, piatta, tumida, ro- 
tondeggiante, sono profonde e numerose le rughe : la fronte, le palpebre, 
"■li angoli degli occhi, le guance ne sono tutte solcate. Il naso è depresso 
alla radice, tribolo alla punta e camuso; le narici stanno di traverso e 
guardano in avanti. La bocca è grande, le labbra grosse, specialmente 

l'ANZi, Psichiatria. — 43. 



33S 



CAPITOLO XIII 



l'inferiore. I capelli sono radi e grossi; la barba è per lo più mancante 
o estremamente scarsa (fìg. 68 e 69). 

Il sistema dentario presenta spiccatissimo ritardo ed arresto di sviluppo; 
i denti della prima dentizione possono permanere sin verso i venti anni ; 
e intanto i permanenti non isbocciano e rimangono annidati negli alveoli, 
da dove poi spuntano fuori lentamente e talvolta non escono affatto. Quando 
spuntano, sono irregolari e vanno incontro a carie frequente. 

La tiroide è costante- 
mente alterata : in un terzo 
circa dei casi è trasfor- 
mata in un gozzo volumi- 
noso ; negli altri casi è 
atrofica. Il volume e la 
presenza del gozzo non 
hanno rapporti col grado 
del cretinismo : vi sono cre- 
tini gravi senza gozzo, e 
gozzuti con caratteri di 
cretinismo poco accentuati 
o addirittura con aspetto 
e intelligenza normali. 

Lo sviluppo dei genitali 
è generalmente deficiente 
e tardo; molti cretini sono 
capaci di riproduzione, ma 
la loro prole va incontro 
ad una mortalità maggiore 

Fi£. 68. — Cretinismo endemico. , ,,, ,. . », ,, „ 

dell ordinano. Nelle forme 
di cretinismo più grave si 
ha infantilismo sessuale, con genitali esterni talvolta rudimentali. Nelle 
donne vi è scarsezza di mestruazioni o amenorrea completa. In qualche 
caso però i genitali possono anche essere ipertrofici e l'istinto sessuale 
prepotente. 

Tutte le funzioni nutritive procedono lentamente nei cretini : il circolo, 
il respiro, la digestione, il ricambio. Il sudore spesso manca od è scarso 

Il quadro psichico del cretinismo è, come è facile comprendere, un in- 
sieme di deficienze. Ma presenta anche qualche nota caratteristica che lo 
differenzia da quello degli altri arretrati. Come in tutte le forme di ati- 
roidismo, la nota dominante è il torpore, la lentezza delle funzioni psi- 
chiche. I cretini, come gli individui affetti da mixedema acquisito, sono 
apatici, pigri, sonnolenti. Ma nel cretinismo vi è in più l'arresto dello 




II. CKET1N1SM0 KNOF.MICO 



H39 



sviluppo psichico e un'infantilità più o meno notevole della mente. Tut- 
tavia, salvo i casi di degradazione estrema, i cretini sono abbastanza as- 
sennati. La loro apatia non è che un'esagerazione dell'equilibrio affettivo, 
e la mancanza di passioni è un buon coefficiente alla regolarità della 
condotta e delle operazioni mentali. Cosi tra di essi, benché deficienti, ve 
ne sono moltissimi che attendono con pazienza e profitto a lavori stradali, 
all'agricoltura, al mestiere del facchino. I reati di cui possono rendersi 
colpevoli, più che da un 
vero pervertimento affet- 
tivo e da tendenze impul- 
sive, dipendono dall'estrin- 
secazione innocente degli 
istinti naturali senza i cor- 
rettivi dell' intelligenza e 
del senso morale. 

11 cretinismo può presen- 
tare gradazioni numerose. 
Praticamente si usa distin- 
guere i cretini, i semicretini 
e i cretinosi, secondo la 
semplice e ingegnosa no- 
menclatura dei fratelli 
Wenzel. I veri cretini, i 
cretini dell' estrema cate- 
goria, sono generalmente 
idioti, non sanno parlare 
e presentano al più alto 

grado le note somatiche del cretinismo. I semi-cretini son semplici di 
spirito, hanno un linguaggio incompleto ed imperfetto e note spiccate di 
cretinismo. I cretinosi hanno intelligenza mediocre, son lenti e torpidi, 
hanno la voce aspra, il colorito pallido o terreo, la statura subnormale. 
Vi sono paesi ove quasi tutti gli abitanti normali di mente hanno un abito 
fisico più o meno cretinoso. 




Fiff. 69. — Cretinismo enilein 



ANATOMIA PATOLOGICA. 



Il cretinismo è poco studiato da questo punto di vista. Mancano sopra- 
tutto minute analisi microscopiche dei centri nervosi. Il cervello è in ge- 
nerale abbastanza pesante, può presentare moderato idrocefalo interno. 
Le circonvoluzioni, per lo più normalmente ordinate, sono talvolta aber- 



Ì40 CAPITOLO XIII 



ranti nelle loro disposizioni. Si possono anche osservare alterazioni gravi, 
porencefalia, microgiria, ma è più verosimile che queste alterazioni siami 
dovute a complicanze che al processo essenziale del cretinismo. 

La tiroide presenta sempre alterazioni spiccate ; degenerazioni più o 
meno estese dei follicoli epiteliali con iperplasia del connettivo, special- 
mente nei casi con gozzo. In ogni modo l'esame anatomico documenta 
una deficienza funzionale della tiroide. In qualche caso vi è persistenza 

del timo (VlRCHOW). 



ETIOLOGTA. 

11 cretinismo si riscontra in molte vallate alpine : nel Vallese, nell'alta 
Savoia, nella valle d'Aosta, nella Valtellina ; nei Pirenei, nei Vosgi, nel 
(iiura, nei Carpazi, in alcune vallate dell'Imalaia e delle Cordigliere. Per 
qualche tempo si pensò che potesse dipendere dall'altitudine. Ma è facile 
dimostrare la falsità di questa congettura : i paesi dove arriva il creti- 
nismo si trovano alle più svariate altitudini; e mentre alcune valli dell'I- 
malaia sono poste a 2000 e 3000 metri, il cretinismo si annida sin nelle 
vicinanze di Strasburgo, a 140 metri di altitudine. Innumerevoli sono poi 
i paesi di una certa altitudine e che pure sono interamente immuni dal 
cretinismo. 

Si è anclie detto che il cretinismo è proprio delle valli scarsamente so- 
leggiate ed umide, ma basta l'esempio della valle d'Aosta, largamente 
aperta verso mezzogiorno, per dimostrare la falsità di questa congettura. 
Ad ugni modo è legge assoluta che il cretinismo è legato alla località: 
individui del tutto immuni da cretinismo, immigrando in paesi di creti- 
nismo, possono avervi figli cretini; e più tardi, emigrando altrove, tor- 
nare ad aver figli sani. Abitanti di luoghi infestati dal cretinismo, e per- 
sino gli stessi cretini, ove emigrino in altri luoghi, hanno prole sana o 
per lo meno assai più valida. 

È quasi inutile il dire che la miseria, l'alcoolismo, le cattive condizioni 
igieniche ed altre male influenze talvolta denunziate come causa del cre- 
tinismo non possono avere alcuna importanza specifica ; e se pure alcuna 
ne hanno, essa è puramente accessoria. 

Molte ipotesi si son fatte circa alle acque dei luoghi di cretinismo ; e 
volta a volta il difetto o l'eccesso di tutte le sostanze che possono essere 
contenute nell'acqua furono accusati come la causa del cretinismo. Si so- 
spettarono le acque dell'alta montagna, direttamente provenienti dai 
ghiacciai e dai nevai, e perciò quasi interamente prive di sali ; le acque 
prive di jodio, poco aereate, cariche di carbonato, di solfato di calcio, di 



IL CRETINISMO ENDEMICO 341 

sali di magnesio, o contenenti in sospensione dell'argilla. Ma di fronte a 
ciascuna di queste congetture è facile trovare esempi di acque uguali per 
composizione che non danno luogo ad alcun disturbo morboso. Eppure 
■è assai ben fondata la convinzione che l'agente produttore del cretinismo 
e del gozzo debba trovarsi nell'acqua potabile. Si citano esempi di loca- 
lità che furono interamente risanate dal cretinismo per un cambiamento 
di acqua potabile. L'osservazione popolare stessa addebita all'acqua l'o- 
rigine del gozzo e del cretinismo. Già nel 1705 Hoffmann parlava di certe 
sorgenti a Flach, nel Cantone di Zurigo, che la popolazione aveva deno- 
minato Kropfbrunnen. Assai dimostrativo in questo senso è un esperi- 
mento di Lustig. Egli potè produrre l'ingrossamento della tiroide in un 
cavallo che aveva fatto venire a Torino dalla Dalmazia ed in parecchi 
cani, a cui non lasciava bere che acqua trasportata da Aosta. Ora è nota 
la stretta affinità che corre tra gozzo e cretinismo, e come nei luoghi di 
cretinismo i cani e i cavalli presentino spesso il gozzo. 

Essendo erronee tutte le congetture circa all'azione di sostanze mine- 
rali, resta per esclusione l'ipotesi di un principio organico od organiz- 
zato contenuto nell'acqua. La teoria miasmatica, intesa per molto tempo 
in senso piuttosto vago, acquista con questa ipotesi nuovo valore scienti- 
fico. Vari osservatori avevano notato la frequenza del cretinismo in 
luoghi paludosi od umidi : si riteneva che le esalazioni del suolo incolto, 
delle paludi, degli stagni , dei corsi d'acqua poco rapidi potessero 
dar luogo al cretinismo. Di questa teoria miasmatica fu caldo propugna- 
tore jVIorel. 

Concretando quest'ipotesi in termini più precisi si osservò più tardi 
come le acque dei luoghi di cretinismo siano spesso ricche di sostanze 
organiche e spesso filtrino attraverso a strati di terreno ricchi di humus. 
E più volte si fece notare come il migliorato scolo delle acque in luoghi 
paludosi, il diboscamento, la cultura di luoghi umidi ed ombrosi abbiano 
portato la scomparsa del cretinismo. Oggi si pensa da molti che la causa 
del cretinismo possa risiedere in un microrganismo, e Kraepelin avva- 
lora questa ipotesi con un parallelo tra la malaria e il cretinismo, pa- 
ralleli» che a dir vero, dopo i recenti studi sulla malaria e sul suo modo 
di trasmissione, perde molto della sua suggestività. In conclusione si è 
tuttora nel campo delle ipotesi : solo è certo che il cretinismo dipende da 
una causa esterna legata a certe speciali località. Degli elementi locali 
l'acqua è la più sospetta ; e l'ipotesi di un agente organico od organiz- 
zato contenuto nell'acqua è la più verosimile. 



342 CAPITOLO XIII 



PATOGENESI. 

Qualunque sia la causa del cretinismo, è certo che essa deve anzitutto 
agire sul corpo tiroide e determinare in esso una lesione dalla quale de- 
rivano i fenomeni di atiroidismo o ipotiroidismo cronico che eserci- 
tano una dannosa influenza sullo sviluppo di tutto l'organismo e sulle sue 
l'unzioni. 

Nei cretini un'alterazione della tiroide non manca mai. In circa un 
terzo dei casi si ha il gozzo ; nei casi in cui il gozzo manca si ha un'a- 
trofia della tiroide. Ma anche il gozzo non attesta che un'alterazione de- 
generativa, con iperplasia di tessuto non specifico e con degenerazione 
del tessuto proprio della tiroide. 

È oggetto di discussione il rapporto che corre tra gozzo e cretinismo. 
lì noto che il gozzo si presenta in certe località interamente scompa- 
gnato da cretinismo. Questa osservazione, unitamente all'altra che molti 
cretini non hanno il gozzo, ha fatto negare a molti il nesso patogenetico 
tra gozzo e cretinismo. 

È da notare però che se il gozzo e il cretinismo non hanno la stessa 
distribuzione geografica, vi è pur tuttavia una coincidenza parziale : il 
gozzo spazia in un dominio più esteso. D'altra parte, la storia insegna 
che in certi luoghi dapprima esenti da gozzo e da cretinismo è dap- 
prima comparso il gozzo, e solo dopo qualche generazione il cretinismo. 
Si può dunque pensare ad una identità di causa per le due affezioni. Se 
l'azione morbosa è blanda, pochi individui risentono i danni e in modo 
mitigato : la tiroide ammalata conserva la sua funzione e non dà luogo 
alla distrofia generale che caratterizza il cretinismo. 

Si è ammesso da alcuni che a determinare il quadro completo del cre- 
tinismo non basti la semplice alterazione tiroidea in un singolo individuo, 
ma che occorra un'azione più protratta nella stirpe, attraverso parec- 
chie generazioni. Si avrebbero cosi varie generazioni d'individui, nelle 
quali il processo del cretinismo andrebbe sempre più accentuandosi, fino 
a raggiungere l'estremo grado in un'ultima generazione destinata in 
massima parte a non riprodursi per la gravità della malattia. Cretinosi, 
semicretini e cretini rappresenterebbero così i diversi gradi della malattia 
nella serie delle generazioni. 

Che la generale distrofia e il disordine del ricambio materiale debbano 
in qualche modo ripercuotersi sulla prole è cosa che appare evidente a 
priori. Ma è dimostrato dall'esperienza che anche nei figli d'individui im- 
migrati e quindi in una sola generazione il cretinismo può svilupparsi 
completamente ; e al contrario da individui cretini possono nascere indi- 
vidui sani, se abitano in ambiente diverso dal cretinogeno. 



IL CRETINISMO ENDEMICO 343 



Uguali riserve noi dobbiamo tener presenti circa al quesito se il creti- 
nismo sia affezione congenita, come da molti si ritiene. Certamente la 
prole di una madre cretina può sin dalla vita intra-uterina risentire l'in- 
fluenza dell'atiroidismo materno; così pure durante l'allattamento. Ma i 
fenomeni positivi del cretinismo non si manifestano che quando sul bam- 
bino imperversi l'azione specifica dell'acqua e quindi ad allattamento fi- 
nito. Senza quest'azione esterna che viene ad aggiungersi all'influenza 
materna e che si esercita a poco a poco, danneggiando la tiroide a sca- 
denza d'anni, non vi può essere vero cretinismo : e la prole lattante di 
cretini presenterà, più che altro, i segni di uno sviluppo arretrato o poco 
fiorente. E difatti è osservazione comune che i caratteri del cretinismo 
sono generalmente assenti nei neonati, e che essi si accentuano con l'età 
e specialmente cominciano a farsi sentire dopo il divezzamento. 

Vi sono casi di cretinismo grave con idiozia, nei quali l'esame anato- 
mico rivela gravi alterazioni cerebrali, come ad esempio por enee/alia, 
assenza del corpo calloso, e che depongono in modo infallibile per una 
patogenesi endouterina. Ma questa non è che una piccolissima mino- 
ranza di casi ; in generale l'arresto dello sviluppo cerebrale è armonico, 
colpisce leggermente, ma in modo uniforme tutti gli elementi e non altera 
vaste porzioni macroscopiche dei centri. È quindi più probabile che nei 
casi di cretinismo con cerebropatie e deficienze gravi si tratti di compli- 
canze e di associazioni morbose. Certo non si può pretendere che il cre- 
tinismo costituisca un'immunità contro le comuni cerebropatie dell'in- 
fanzia ; si deve anzi ritenere che lo stato di cachessia dei genitori e le 
condizioni anormali in cui si svolge la vita del feto debbano piuttosto 
predisporlo alle ordinarie cause di cerebropatia fetale. 



CURA E PROFILASSI. 

I mezzi adottati o sperimentati contro il cretinismo nell'intento gene- 
rico di rinvigorire l'organismo, benché numerosi, hanno dato risultati ne- 
gativi, come è facile immaginare riflettendo alla patogenesi della malattia. 
Pare soltanto che gli ioduri alcalini somministrati abitualmente, sopra- 
tutto nel periodo dello sviluppo, diano qualche benefìzio. 

I meravigliosi effetti ottenuti con la cura tiroidea nel mixedema e nel 
cretinismo sporadico dovevano far pensare ad applicare l'egual cura al 
cretinismo endemico. Vari tentativi sono stati intrapresi, ma purtroppo 
isolati e in ristretta estensione. 1 risultati sono controversi : Ewald, 
Scholz ed altri ritengono inefficace la cura tiroidea nei cretini. Altri au- 
tori, invece, hanno ottenuto risultati brillanti. Così Wagner potè prò- 



344 capitolo xm 



muovere un'attiva ripresa dello sviluppo scheletrico in otto cretini sotto- 
posti all'ingestione di tiroide secca. Notevole che uno dei soggetti aveva 
già venticinque anni, età in cui normalmente lo sviluppo in altezza è 
cessato ; eppure questo soggetto crebbe in un anno di cm. 8,5. Anche dal 
lato psichico si ebbe miglioramento : maggior vivacità, loquacità, inte- 
ressamento all'ambiente. È naturale che questi risultati positivi abbiano 
un significato molto superiore a quello dei negativi, i quali possono tro- 
vare la loro ragione in circostanze speciali, l'orse nell'età adulta dei sog- 
getti. E specialmente nell'infanzia che i figli dei cretini dovrebbero es- 
sere sottoposti sistematicamente alla cura tiroidea, cioè prima che la ma- 
lattia abbia già devastato il loro organismo. 

Naturalmente questo e qualunque altro mezzo di cura difficilmente ver- 
rebbero impiegati, se se ne lasciasse l'iniziativa agl'interessati, miseri e 
deficienti. L'intervento dello Stato è in questo caso di un'utilità evidente. 
Esso potrebbe esplicarsi nella profilassi individuale, allontanando i figli 
di gozzuti e di cretini dalla regione cretinogena e trasportandoli durante 
il periodo di sviluppo in località sane; e nella cura della malattia in atto, 
provvedendo alla distribuzione della sostanza tiroidea. 

La verificazione del nesso tra l'acqua e il cretinismo impone alla so- 
cietà un altro dovere : quello di prevenire lo sviluppo della malattia con 
opportune misure, come il fornimento di buona acqua potabile e il risa- 
namento di terreni paludosi. In complesso pare che vi sia in tutte le lo- 
calità di cretinismo la tendenza ad un progressivo miglioramento. 



Il cretinismo sporadico. 

Il cretinismo sporadico, detto anche idiozia cretinoide, idiozia mi.rede- 
matosa, idiozia con cachessia pachidermica, paci kider mia cretinoide, è 
una malattia che riunisce tutti i caratteri del cretinismo, ed anzi li esa- 
gera, ma si presenta in individui isolati, figli di genitori sani, in località 
del tutto esenti da cretinismo. Non ha neppure carattere famigliale: 
l 'ammalato di cretinismo sporadico rappresenta sempre un caso so- 
litario nella sua famiglia, e spesso ha fratelli e sorelle perfettamente 
normali. 

Esso è determinato costantemente da una lesione precoce della tiroide. 
Talvolta la causa della lesione rimane ignota e l'epoca della lesione ri- 
sale forse alla vita intrauterina; talvolta invece si può rintracciare nella 
vita post-natale un agente morboso, p. es. un'infezione generale, che per 
un'elettività ed un meccanismo ignoti danneggia l'epitelio specifico della 
tiroide fino a distruggerlo. E cosi si vedono bambini sino allora normali 



IL CRETINISMO SPORADICO 



345 



presentare in breve un evidente arresto di sviluppo e i segni caratteri- 
stici del cretinismo. La formazione di un gozzo in luogo dell'atrofia com- 
pleta è rara, addirittura eccezionale. 

I caratteri somatici degl'individui affetti da cretinismo sporadico sono 
identici a quelli che si osservano nella forma endemica. Siccome peraltro 
nel primo non si ha 
un' insufficienza lenta- 
mente progressiva della 
tiroide, ma un atiroi- 
•dismo brusco, precoce 
■e quasi sempre totale, 
■cosi l'arresto di sviluppo 
somatico e psichico è 
assai notevole. 11 na- 
nismo e P infantilismo 
degli idioti per mixe- 
dema sporadico arri- 
vano a proporzioni in- 
credibili e di cui non 
v'è esempio nel creti- 
nismo endemico. Un 
giovane di 22 anni può 
avere l'aspetto e la sta- 
tura di un bimbo di 
5 anni (fig. 70) ; una 
donna di 15 può sem- 
brare una lattante (fi- 
gura 71). 

Le ossa, oltre all'ar- 
resto di sviluppo in lun- 
ghezza, presentano delle 
deformazioni assai si- 
mili a quelle della ra- 
chitide. Le fontanelle del 

■cranio tardano a chiudersi ; le ossa degli arti sono corte e ingrossate alle 
■estremità epifisarie, spesso incurvate, specialmente le tibie ; le costole 
presentano curve anormali, sicché tutto il torace ne rimane deformato ; 
la colonna vertebrale è ritorta per lordosi lombare e scoliosi. 

L'esame radiografico ci mostra che queste alterazioni ossee si pos- 
sono riassumere in un solo fatto : il ritardo di sviluppo e di ossifica- 
zione. 

Xanzt. Psichiatria. — 44. 




Fig. 70. 



■ Cretinismo sporadico. Idiota mixedeniatoso di 22 anni : 
statura cm. 93, peso kg. 21,800. 



346 



CAPITOLO XIII 



In un bambino di sette anni la mano può apparire al grado di ossifica- 
zione in cui si troverebbe quella di un bambino tra i due e i tre anni. 
Tutti i punti complementari di ossificazione delle falangi e dei metacarpi 
mancano ; nel carpo non esistono che due punti appena percettibili ; nel- 
l'ulna e nel radio manca l'epifisi (fìg. 72). Così è in genere di tutte le altre 

ossa : il processo d'ac- 
crescimento presenta 
un ritardo incredibile. 
Come vedremo, questo 
difetto di ossificazione 
è correggibile con la 
cura tiroidea, e ciò di- 
mostra rigorosamente 
la sua origine dall'ati-» 
roidismo, non già da 
rachitismo. Nel creti- 
nismo sporadico non vi 
è vero rachitismo. Del 
resto, è verosimile che 
non ve ne sia nemmeno 
nel cretinismo ende- 
mico. Si parla bensì di 
alterazioni rachitiche 
nelle ossa dei cretini e 
sì considera il rachi- 
tismo come una com- 
plicazione frequente del 
ere ti ni sin o ; mentre 
d'altra parte si assicura 
che la brevità delle ossa 
sia dovuta a precocità 
di saldatura epifisaria. 
Ma queste asserzioni 
non hanno fondamento 
obiettivo. Probabilmente il presunto rachitismo del cretinismo endemico è 
un falso rachitismo come quello del cretinismo sporadico. E la piccolezza 
delle ossa è certamente dovuta alla lentezza con cui crescono, non a 
precocità delle saldature epifisarie. Se le epifisi si saldassero, sarebbe 
impedito ogni ulteriore sviluppo in lunghezza, mentre noi vediamo dalle 
esperienze di terapia tiroidea che le ossa dei cretini sono ancora suscet- 
tibili di allungamento anche ad una età in cui normalmente è cessato 
l'accrescimento di statura. 




Fig. 71. — Cretinismo sporadico. Idiota mixedenmtosa (li 15 anni : 
statura cm. 75. peso kg. 14. 



IL CRETINISMO SPORADICO 



317 



Nel cretinismo sporadico il corpo mantiene sempre un aspetto più u 
meno infantile ; il pannicolo adiposo è abbondante, e al di sopra della 
clavicola forma come due cuscinetti : lipomi sopraclavicolari. Le braccia, 
le coscie, le gambe sono rotondeggianti, e non presentano saglienze mu- 
scolari, ma pieghe cutanee trasversali come quelle dei bambini lattanti. 
L'addome è tumido ; vi è spesso ernia ombelicale, più di rado in- 
suinale. 





Fig. 72. Jbig. 73. 

Cretinismo sporadico. Radiografie della mano destra nel malato C. G. di 7 anDi. La fig. 72 
prima della cura; la fig. 73 dopo un anno di cara. Eutrambe in proporzione esatta di meta 
del vero (da Lugako). Prima della cura (fig. 72) non sono visibili che i punti d'ossificazione 
dell'osso massimo e dell'uncinato ; mancano tutti i punti complementari dei metacarpi e 
delle falangi ; e mancano pure le epifisi dell'ulna e del radio. Dopo un anno di cura (fig. 73) 
si vedono tutti i punti complementari suddetti, i punti d'ossificazione dello scafoide e del se- 
milnnare e l'epifisi del radio. 



La faccia e le mani portano i più spiccati segni di mixedema. La fi- 
sionomia è schiettamente cretinosa : naso depresso alla radice, fronte ru- 
gosa, occhi sepolti nella tumidezza delle palpebre, labbra tumide. La 
lingua è talvolta così ingrossata, che non solo sporge dalla bocca, ma 
spingendo indietro il velo pendulo, rende la respirazione difficile, ster- 
torosa. I capelli sono radi e grossi, i peli mancano del tutto. 1 denti per 
lo più appartengono ancora alla prima dentizione e sono profondamente 
corrosi. I genitali esterni allo stato d'infantilismo : talvolta i testicoli non 



3J8 CAPITOLO XIII 



sono ancora discesi nello scroto a 18 anni o più, e sono in ogni caso 
atrofici ; la verga è piccola ; nelle femmine mancano le mestruazioni. 

All'arresto anatomico corrisponde l'arresto funzionale. Questi amma- 
lati sono spesso incapaci di tenersi in piedi e di camminare, perdono l'u- 
rina e le feci, non esprimono nulla, non piangono e non ridono, sono 
oltremodo torpidi, si muovono poco, hanno un ricambio lento e una tem- 
peratura di più che un grado sotto la norma, respirano lentamente, se- 
gregano scarsa urea, non sudano affatto. 

Delle funzioni psichiche, nei casi più gravi, non vi sono che semplici 
rudimenti. La donna rappresentata nella flg. 71, benché quindicenne, 
non parla, non intende nulla, non accusa i suoi bisogni più elementari. 
Nei casi meno accentuati la psiche è sempre infantile, la parola incom- 
pleta, l'umore apatico, il carattere dolce, serio. 

Il cretinismo sporadico può presentarsi in forme attenuate. Probabil- 
mente l'attenuazione è dovuta da una parte alla poca intensità della le- 
sione, che in certi casi non giunge ad una distruzione completa del corpo 
tiroide ; d'altra parte può dipendere dall'età relativamente avanzata in cui 
si è manifestata la lesione iniziale. Quanto più tardi s'inizia il processo, 
tanto minore è il grado d'arresto nello sviluppo somatico e psichico. Nei 
casi più lievi la statura può raggiungere persino m. 1,30. 

Sun noti alcuni rarissimi casi di femmine mestruate. Ma è sopratutto 
nel campo psichico che si osserva la maggiore diversità : vi sono amma- 
lati che presentano i segni caratteristici del mixedema e dell'infantilismo, 
quantunque attenuati, e tuttavia godono il dono di un'intelligenza piut- 
tosto sviluppata. Brissaud ha creduto di poter contrapporre questi ultimi 
casi, col titolo di infantilismo mixedematoso, a tutti gli altri più gravi 
e più frequenti che implicano una deficienza mentale. 



PATOGENESI. 

I rapporti tra il cretinismo sporadico e l'endemico sono stati oggetto 
di discussione: mentre da alcuni si ammette un'identità di processo pa- 
togenetico nelle due forme, pur rimanendo differente l'etiologia, altri so- 
stengono un dualismo in ogni senso. Secondo Ewald, le note differen- 
ziali del cretinismo endemico di fronte allo sporadico consistono nella si- 
nostosi precoce, nella mancanza del mixedema, nella stazionarietà del 
decorso, nella lunga durata della vita, nell'inattività della cura tiroidea. 
Ora, circa alla precocità delle sinostosi, alla mancanza del mixedema ed 
all'inattività della cura tiroidea nel cretinismo endemico, c'è qualche 
cosa a ridire. La lunga durata della vita, la stazionarietà della malattia 



IL CRETINISMO SPORADICO 349 



e anche la minore accentuazione del mixedema si spiegano benissimo 
col fatto che la lesione tiroidea nei cretini endemici è lenta e progres- 
siva e probabilmente sempre incompleta. Al motivo opposto si deve at- 
tribuire la maggior gravità del nanismo, dell'infantilismo e in genere 
dell'arretrato sviluppo nel cretinismo sporadico ; ma si tratta sempre di 
una differenza quantitativa e nulla più, che non permette d'impugnare 
la patogenesi tiroidea né per l'una, né per l'altra malattia. 

Quanto all'infantilismo mixedematoso di Brissaud, tra esso e il creti- 
nismo sporadico più grave vi è un buon numero di forme intermedie. 
Brissaud ammette una differenza fondamentale : secondo la sua ipotesi, 
il mixedema e l'infantilismo deriverebbero da lesione tiroidea ; l'arresto 
psichico, l'idiozia dipenderebbe invece da una lesione paratiroidea. Ora, 
facendo anche astrazione dai casi già osservati di grave cretinismo spo- 
radico nei quali le paratiroidi si trovano illese e presenti al tavolo ana- 
tomico, bisogna riconoscere che i gradi estremi di nanismo, d'infanti- 
lismo e di braditrofìsmo non vanno mai esenti da disturbi psichici. Le 
correlazioni tra le funzioni psichiche motorie e viscerali sono abbastanza 
strette per non potersi sottrarre l'una indipendentemente dalle altre ad 
un gravissimo arresto dello sviluppo che compromette tutto l' orga- 
nismo. 

In un caso di atrofia somatica come quella rappresentata nella fig. 71 
e con uno sviluppo funzionale da lattante, siano lese o illese le parati- 
roidi, non è ammissibile la formazione per quanto modesta dell'intelli- 
genza. D'altra parte è da notare che i casi d'infantilismo con relativa in- 
tegrità dell'intelligenza sono oltremodo rari ; un po' d'infantilismo psi- 
chico vi é sempre : l'apatia, la pigrizia, l'eccessiva serietà del carattere 
vengono a testificare, se non direttamente l'atiroidismo, per lo meno il 
braditrofìsmo che ne è la conseguenza. 

Anche l'esperimento parla in questo senso : Moussu ha ottenuto con 
l'asportazione della sola tiroide in giovani suini il quadro completo dei 
cretinismo con arresto di sviluppo somatico e psichico. 

Tanto nel cretinismo endemico come nello sporadico si ha dunque 
probabilmente a fare con una semplice lesione tiroidea, e la differenza 
tra le due malattie non dipende che dalla diversità dell'agente morboso e 
dal suo modo di azione, lento in un caso, rapido nell'altro. 

ANATOMIA PATOLOGICA. 

Le autopsie nel cretinismo sporadico sono ancora in piccolo numero, 
sopratutto per la poca frequenza della malattia. In alcuni casi Bourne- 
ville ha potuto con lo studio minuzioso dello scheletro documentare più 



350 CAPITOLO XIII 



particolarmente il caratteristico arresto di sviluppo. Lo studio dei centri 
nervosi non fu eseguito che in pochissimi casi. Il cervello è piuttosto 
grosso e risente assai meno di altri organi l'arresto dello sviluppo. Il 
cretino di Batignolles, illustrato da Ball, aveva un cervello di gr. 1178. 
In un caso di Bourneville in cui la statura era di poco inferiore ad un 
metro, l'encefalo pesava 1245 gr. Anche Muratow in un suo caso trovò 
un encefalo voluminoso. Nel cervello non si riscontrano l'atti macrosco- 
pici d'importanza. Le cellule nervose della corteccia sono più piccole che 
normalmente e poco differenziate, le fibre nervose scarse, il tessuto ne- 
vroglico in leggero aumento. Muratow osservò arresto di sviluppo nei 
sistemi d'associazione sottocorticali. 

Quanto alla tiroide, in vari casi non ne è stata riscontrata alcuna traccia; 
delle paratiroidi per lo più non si fa alcuna menzione né positiva, né ne- 
gativa. Sono importantissimi da questo punto di vista due casi pubblicati 
l'uno da Chiari e l'altro da Maresch, nei quali mancava interamente la 
tiroide, ma erano presenti le paratiroidi. 



CURA. 

La cura tiroidea nel cretinismo sporadico dà quasi sempre risultati 
brillantissimi. 

Appena cominciata la cura, sin dai primi giorni, si nota un aumento 
dell'attività cardiaca e respiratoria. Il polso e il respiro sono più fre- 
quenti. La temperatura s'innalza e raggiunge ì limiti normali o supera 
addirittura la norma per poco che la dose di tiroide somministrata sia 
eccessiva. L'urina è più abbondante e la quantità di urea è notevolmente 
aumentata. Aumentano l'appetito e la sete. 

Un effetto immediato e costante dell'alimentazione tiroidea è la dimi- 
nuzione di peso che accompagna il dissiparsi delle tumefazioni mixede- 
matose nella cute e nell'addome. In pochi mesi tutto l'aspetto del corpo 
è trasfigurato, la faccia cambia espressione, la pelle è dappertutto assot- 
tigliata e i muscoli cominciano a fare saglienza sotto la pelle (fìg. 74 e 75; 
76 e 77). Ben presto i denti di latte cadono e spuntano fuori i permanenti. 
1 capelli diventano più folti. Più tardi il peso corporeo va progressiva- 
mente rialzandosi, perchè la diminuzione data dalla scomparsa del mixe- 
dema è compensata dall'aumento di statura e dallo sviluppo delle masse 
muscolari (fìg. 78). L'accrescimento della statura si manifesta immediata- 
mente e può raggiungere due centimetri al mese. 

Le modificazioni delle ossa sono attestate nel modo più chiaro dall'os- 
servazione radiografica. In un anno di cura si può avere un progresso 



IL CRETINISMO SPORADICO 



351 



notevolissimo dell'ossificazione. Le fig. 72 e 73 dimostrano la comparsa di 
tutti i punti di ossificazione complementari dei metacarpi e delle falangi, 
ingrossamento considerevole dei due punti di ossificazione preesistenti nel 
carpo, cioè dell'osso massimo e dell'uncinato, la comparsa di altri due 
punti di ossificazione, cioè quelli dello scafoide e del semilunare, la com- 
parsa della epifisi del radio. 





Fig. 74. 



Fig. 



Cretinismo sporadico: O S. di 18 anni. Nella Hg. 74 il malato comincia la cura tiroidea : nella 
rig. 75 la cura ò già in corso da 485 giorni. Le due ligure sono esattamente proporzionali 
ad un quindicesimo del vero (da Llgabo). 



Meno notevole è il miglioramento nel campo psichico e sopratutto nello 
sviluppo genitale. 

Psichicamente si ha subito la dissipazione del torpore, al quale si so- 
stituisce un'insolita vivacità. Se l'ammalato è capace di parlare, parla 
molto più di prima, la parola si perfeziona nell'articolazione, e il voca- 
bolario diventa più ricco. Ammalati alali imparano lentamente a parlare. 
Ma il miglioramento rimane sempre indietro da quello dello sviluppo 
corporeo ; esso è più notevole dal lato dinamico, cioè come esercizio delle 
funzioni già sviluppate, che dal lato statico, cioè come acquisto di nuove 
capacità funzionali. 



332 



CAPITOLO XIII 



Nella sfera sessuale si hanno pure modificazioni notevoli : i testicoli 
discendono nello scroto, la verga s'ingrandisce, il pube si copre di peli, 
ma una vera e completa pubertà non è stata sinora ottenuta in alcun 



caso. 



Vi sono notevoli differenze negli effetti della cura da caso a caso. 
Molto dipende dall'età in cui la cura s'intraprende. Se il cretino rag- 
giunge un'età avanzata (caso non comune, anzi raro), la cura diventa 
inefficace, perchè l'ossificazione, benché lenta, finisce col compiersi del 





Mg. 76. 



Fig. 



Cretinismo sporadico: D. G. di 18 anni. Nella fig. 76 il malato è all'inizio della cura tiroidea; 
nella tig. 77 la cura è in corso da 407 giorni. Anche queste figure sono esattamente propor- 
zionali ad un quindicesimo del vero (da Ligaku). 



tutto. Lugaro sottopose una donna di 40 anni al trattamento tiroideo e non 
ebbe il minimo aumento di statura : la radiografia dimostrò che l'ossifi- 
cazione era completa. Tuttavia sino a vent'anni si possono avere mera- 
vigliose trasformazioni nella statura, appunto perchè a questa età l'os- 
sificazione trovasi in uno stato infantile ed è ancora modificabile (fig. 74 
e 75; 76 e 77). 

Quanto alla gravità della malattia essa ha maggiore importanza per 
ciò che riguarda le funzioni psichiche. Nei casi gravi lo sviluppo soma- 
tico è sempre suscettibile di cura, mentre lo è assai poco quello dell'in- 
telligenza ; invece nei casi più attenuati, in cui l'ammalato è già capace 
di parlare, l'incremento delle facoltà mentali è molto superiore. 



IL CRETINISMO SPORADICO 



353 



La cura tiroidea nel cretinismo sporadico deve, come nel mixedema 
acquisito, essere continuata vita naturai durante. La dose sarà minima 
sull'inizio: alcuni ammalati tollerano male in principio di cura la som- 
ministrazione di una sola tabloide di 5 grani (Borrougs Wellcome) al 




FÌE 7s _ Cretinismo sporadico. Curva del peso nel malato C. G. di 7 anni, durante il primo anno 
"'di cura tiroidea (da LugaeC). L'ascissa indica le 52 settimane, le ordinate segnano il peso in chi- 
logrammi. Si noti la discesa rapida del peso nei primi tre mesi e il rialzo ultimo al di la del 
peso iniziale. 

giorno, e bisogna somministrarla a giorni alterni. Più tardi la dose può 
essere aumentata ; e ciò sta in rapporto con l'aumentato bisogno per 
l'aumentata mole del corpo e per la maggior vivacità degli scambi or- 
ganici. In ultimo bisogna stabilire per tentativi una dose eostante che im- 
pedisca il ritorno di latti mixedematosi, ma senza produrre sintomi d'iper- 
tiroidismo. 



Tanzi, Psichiatria. — 45. 



[54 



CAPITOLO XIII 



Il morbo di Basedow. 



Nel morbo ili Basedow i fenomeni psicopatici stanno generalmente in se- 
conda linea, e la grande maggioranza dei baserlowici sfugge al manicomio, 
benché soffra di tipici perturbamenti mentali. I sintomi più importanti sono 

quelli che costituiscono la unta 
triade : l'esoftalmo, il gozzo (flg. 79), 
la tachicardia. Sono questi i feno- 
meni che per lo più inducono il 
malato a ricorrere all'opera del 
medico. È importantissimo dal lato 
diagnostico il tremore a fine e ra- 
pide oscillazioni, perchè più co- 
stante dell'esoftalmo e del gozzo. 

Bastano il tremore e la tachi- 
cardia per formulare fondati sospetti 
di basedowismo; la diagnosi può 
essere avvalorata dalla presenza 
di altri sintomi accessori, come il 
sudore profuso, la diarrea, l'in- 
sonnia, la tosse secca, la diminu- 
zione della l'esistenza elettrica. In- 
vece il gozzo e l'esoftalmo possi ino 
facilmente mancare. 

L'ipotesi patogenetica più atten- 
dibile è. oggi quella di un eccesso 
nella funzione tiroidea. L'ipertiroi- 
dismo può esservi senza che lati- 
nude assuma necessariamente l'aspetto del gozzo. Questa ipotesi non toghe 
ogni valore alle ipotesi antecedenti, che riferivano il morbo di Basedow a 
lesioni del sistema nervoso centrale o del simpatico : ma queste lesioni deb- 
bono a loro volta essere causa dell'alterata funzione tiroidea e precisamente 
dell'ipertiroidismo. Difatti noi possiamo osservare la sindrome basedowica 
in varie affezioni organiche del sistema nervoso, sopratutto nella paralisi 
progressiva (fig. 80) e nella pellagra. 

L'ipotesi dell'ipertiroidismo nel morbo di Basedow trova fondamento in 
vari argomenti: anzitutto l'opposizione diametrale dei suoi sintomi prin- 
cipali con quelli del mixedema acquisito; il fatto che in alcuni casi al 
quadro del morbo di Basedow segue appunto quello del mixedema, e al 




Fig. 



Morbo «li Basedow 
<li lieve esaltazione 



t;iiu ricorrente 



IL MORBO DI BASEDOW 



355 



tempo stesso si ha l'atrofia della tiroide ; la dannosità della cura tiroidea 
nel morbo di Basedow ; e il fatto che la somministrazione di tiroide ad 
individui sani provoca dei sintomi basedowici. 1 tentativi di terapia ra- 
zionale inspirati all'ipotesi dell'ipertiroidismo hanno avuto buon successo 
e portano cos'i un nuovo contributo di prova. 

Tuttavia vi è un punto ancora poco chiaro nel meccanismo patogene- 
tico, ed è quello che riguarda la parte rispettiva che prendono la tiroide 
e le paratiroidi nella genesi della malattia. Walter Edmunds ritiene che 
nel morbo di Basedow le 
paratiroidi siano lese ed 
insufficienti, e che nella 
loro insufficienza funzio- 
nale stia il movente primo 
della malattia ; l'ipertrofia 
della tiroidi- sarebbe sol- 
tanto Un l'atto secondario. 
Su questo punto decide- 
ranno le future ricerche 
anatomo -patologiche e più 
analitiche ricerche speri- 
mentali. 

I basedowici sono assai 
numerosi, specialmente se 
si tien conto delle forme 
fruste o incomplete, lu ge- 
nerale essi non vengono 
considerati come psicopa- 
tici ; ma pure presentano 
una caratteristica e co- 
stante sindrome psichica : 
eccitamento, irrequietezza 

ansiosa, perdita della memoria, indecisione volitiva. Alle preoccupazioni 
del basedowico, che si vorrebbe occupare d'ogni cosa, portano un con- 
tributo i dubbi ossessivi; l'irresolutezza, l'incapacità di lavoro psichico. I 
basedowici soni, irascibili, diffidenti, facili ad altercare, a spaventarsi. Vi 
è un singolare contrasto tra la loro smania d'azione e la loro impotenza: 
qualche volta questi ammalati perdono improvvisamente la padronanza 
sui muscoli e cadono a terra per effondrement des jamlies o si lasciano 
sfuggire gli oggetti che tengono in mano. 

L'eccitamento può facilmente giungere a un vero stato maniaco, con 
irrequietezza, loquacità, insonnia ; d'altra parte, se si accentuano invece 




Fi-.:. 80. — Paralisi progressiva cou sindrome basedowica 



356 CAPITOLO XIII 



i fenomeni di ansietà e di preoccupazione, si arriva facilmente ad un 
vero stato di depressione ansiosa. Queste maniere di reazioni psichiche 
vengono in generale considerate come mania e melancolia sovrapposta 
od associata al morbo di Basedow. Ma in realtà non sono che una ma- 
nifestazione basedowica: le presunte psicosi che si assoderebbero al 
morbo di Basedow consistono per la massima parte in semplici e lunghi 
episodi di eccitamento maniaco o di depressione melancolica. La prova 
della loro natura sintomatica è data dal decorso: benché questi stati af- 
fettivi possano sparire in modo indipendente dagli altri sintomi base- 
dowici, pure nella maggior parte dei casi sono assai ostinati e si pro- 
traggono più di quel che non sogliano i comuni accessi di mania o di 
melancolia. Perciò la mania e la melancolia, se sono accompagnate o 
prodotte dal morbo di Basedow, comportano una prognosi riservata e 
meno fausta che nelle loro forme semplici. 

In certi casi il morbo di Basedow si associa a fenomeni isterici. Tal- 
volta pare che si tratti di sintomi basedowici determinati dall'isteria; 
ma nella maggior parte si tratta invece di sintomi isterici che il base- 
dowismo risveglia, mettendo in luce un isterismo latente. 

La cura del basedowismo era puramente sintomatica : i bromuri, i se- 
dativi in genere, i tonici cardiaci avevano in essa la parte più impor- 
tante. La cura chirurgica, consistente nella resezione parziale o totale 
del corpo tiroide, si può dire ormai abbandonata per il pericolo di 
morte improvvisa che presenta durante l'atto operativo e per le conse- 
guenze di cachessia strumipriva che determina nel caso di un'asporta- 
zione troppo radicale. 

Ma in seguito alle nuove vedute sulla genesi tiroidea della malattia, 
Hi rgiiardt potè curarla con successo propinando sangue di un individuo 
mia edematoso ; Lanz ottenne buoni risultati somministrando latte di 
capre stiroidate ; e Mòbius preparò un siero di montone stiroidato che 
in vari casi si è mostrato efficace. Un giudizio definitivo su questi ten- 
tativi terapeutici sarebbe prematuro, perchè la prova sperimentale è piut- 
tosto limitata; ma è lecito di sperarne buon frutto. 



CAPITOLO XIV. 

La paralisi progressiva 



La paralisi progressiva (paralisi generale degli alienati, demenza parali- 
tica, periencefalite cronica) è una malattia cronica, mortale, con lesioni 
encefaliche ben conosciute e con sintomi sommamente caratteristici, che 
riguardano principalmente le funzioni mentali e le motorie. Essa conduce 
gradatamente all'annientamento dell'intelligenza e del carattere, e col- 
pisce persone valide, senza precedenti psicopatici, ma che quasi sempre 
soffersero di sifilide in gioventù. I colpiti sono in maggioranza di sesso 
maschile e di un'età fra i 30 e i 50 anni. 



SINTOMATOLOGIA. 

Segni e andamento del processo demenziale. 

Fin dal primo esordire della malattia le alterazioni psichiche dei para- 
litici, per quanto possano essere quasi impercettibili, tradiscono il carat- 
tere demenziale. Da queste prime alterazioni che ingrossano rapidamente 
come una valanga, passando per una serie tipica di guasti e rovine par- 
ziali, si arriva in qualche anno, salvo il caso di morte per crisi prema- 
tura, all'estremo grado della demenza, fino al totale anideismo. Tenendo 
presente questa tendenza fondamentale, i vari quadri clinici della para- 
lisi progressiva si possono ridurre facilmente ad una stretta unità. 

I primi indizi della dissoluzione psichica rimangono spesso discono- 
sciuti, perchè precedono di parecchi mesi od anni il momento in cui l'e- 
sistenza d'una psicopatia si comincerà appena a sospettare. I futuri pa- 
ralitici disimpegnano correttamente i loro doveri professionali e si com- 
portano con senno ; ma sembrano come un po' trasognati. Se in loro 
presenza si accende una conversazione rapida ed abbondante, sembrano 
disinteressarsene per pigrizia o per indifferenza. Si può sotto gli occhi 
del paralitico fare un cenno allusivo, passare un biglietto, bisbigliare la 



35S CAPITOLO XIV 



diagnosi e compendiare laconicamente la prognosi senza ch'egli se ne ac- 
corga ; non già per mancanza d'intelligenza, ma per insufficienza d'at- 
tenzione e ili rapidità percettiva. Ora, in nessun altro stadio o l'orma lu- 
cida di psicosi sarebbe permesso al medico un contegno così sans gène : 
né il nevrastenico, curioso fino all'indiscretezza, né il paranoico, altero e 
diffidente, Io tollererebbero; solo il paralitico, per quanto ancora ragio- 
nevole, è sempre olimpico e sereno. Egli non si avvede della torpidezza 
subentrata nei suoi processi ideativi e specialmente in quello dell'atten- 
zione. A differenza del nevrastenico, che ha acuito il senso subiettivo 
della stanchezza, mentre la quantità e la qualità del lavoro prodotto non 
hanno sofferto pregiudizio, il paralitico si meraviglia delle apprensioni 
altrui, ne ride bonariamente, ed accetta la visita del medico come una 
superfluità che del restii lusinga il suo amor proprio e il suo egoismo. 
Vi sono bensì dei casi in cui 1 malati, più confusi che convinti, ammet- 
tono di non trovarsi nel loro stato normale, ed alla diminuzione obiet- 
tiva dulia vigoria psichica aggiungono anche un certo scoraggiamento 
subiettivo; ma il senso d'impotenza psichica è sempre inferiore all'impo- 
tenza reale. Ed anzi può darsi che la correttezza logica e l'equilibrio af- 
fettivo del malato conservino cos'i bene le apparenze normali, che i pa- 
renti, per rendersi ragione in qualche modo della sua più scarsa parte- 
cipazione ai fatti ed ai discorsi altrui, sono costretti a fare le congetture 
più lontane della verità: che il malato nasconda qualche dispiacere, 
che mediti qualche problema scientifico, o persino che sia diventato un 
pò sordo. 

In questo stadio di serenità prodromica il inalato si dedica con fervore 
ostinato, ma placido alla sua collezione di francobolli, alla cura del suo 
vestiario, dei suoi fiori, della sua casa, o si crea delle abitudini nuove, 
trascurando la professione e gli affari, e in queste occupazioni non irra- 
gionevoli, né viziose, ma frivole, si dimostra minuzioso fino alla pedan- 
teria, vi perdi' molto tempo e ne discorre con ripetizioni fastidiose. Vi è 
dunque iiiù un restringimento nel campo dei sentimenti, se non in quella 
dell'intelligenza. Queste circostanze hanno grande importanza, perchè, 
insiemi, alle precedenti, permettono la diagnosi precoce della malattia. 

Sempre in questa fase iniziale si presentano talvolta l'atti più gravi, 
ma che, isolati come sono, non hanno ancora un'impronta decisamente 
patologica, [.'infermo, nella pienezza della sua attività e della salute ap- 
parente, manca ad un colloquio d'affari o s'interrompe in una pubblica 
arringa o scrive una ricetta con dosi sbagliate o parte per un viaggio 
senza preavviso e senza scopo. Alle inquietudini della famiglia contrap- 
pone spiegazioni imbarazzate o una resipiscenza gaia e superficiale, che 
l'anno dimenticare l'incidente e gli danno il valore d'un fatto casuale. 



LA PARALISI PROGRESSIVA 359 

Oppure sono distrazioni od omissioni ili minima importanza, che pos- 
sono anche impressionare, ma unicamente (se si ripetono) pel loro nu- 
mero : visite non restituite, errori di contabilità, osservazioni scurrili o 
impertinenti, che verranno sommate e valutate solo più tardi, quando la 
famiglia sarà spinta dal sopraggiungere «li altri sintomi alla ricerca re- 
trospettiva dei primi indizi di malattia. 

Queste amnesie transitorie e quasi accessuali dei casi iniziali non di- 
pendono da insufficienza mentale, né dalla perdita assoluta delle traccie 
mnemoniche, ma da insufficienza del processo d'evocazione, che a sua 
volta è l'effetto della disattenzione e della spensieratezza e deve conside- 
rarsi come il segno premonitore di una demenza imminente, ma non an- 
cora in atto. La demenza in atto si manifesterà più tardi con sintomi più 
continui e più evidenti. 

Nel paralitico diminuisce la resistenza alla fatica psichica; egli è inca- 
pace di attenzione prolungata, e le sue percezioni diventano più tarde e 
meno precise. 1 malati restano estranei o indifferenti a ciò che accade 
attorno o dentro di essi ; prendono ogni cosa con leggerezza, la profes- 
sione, l'economia domestica, l'avvenire dei figliuoli; cessano insomma 
dal comportarsi e dal sentire all'unisono con gli altri. Dalla semplice 
torpidezza si passa ad una vera e profonda me/amorfo*/ del carattere. 

Con meraviglia di tutti, il paralitico si afferma pubblicamente per uno 
stravagante, uno scialacquatore oppure un libertino. Si tratta d'una stra- 
vaganza asistematica, a scatti, che conduce il malato, senza un motivo 
plausibile, a non voler pagare una spesa, a defecare in luogo indebito, a 
soffiarsi il naso in una tenda. Non meno puerile é la prodigalità che lo 
spinge a comperare venti pipe di schiuma in una volta, o un gran nu- 
mero di cravatte, libri che rimangono intonsi, cibi rari in quantità spro- 
porzionata. Anche la dissolutezza è più di parata che di sostanza, e si 
sfoga clamorosamente, ma senza continuità e senza passione. 

Queste abitudini viziose non si sviluppano per un pervertimento cosciente 
dei criteri etici, né con una motivazione ponderata, ma erompono al- 
l'improvviso, fatalmente, ingenuamente, per la paralisi, duratura o mo- 
mentanea, d'un sentimento, d'una nozione o d'una virtù ; e quindi nel 
bilancio mentale non rappresentano che una perdita. Se qualche volta, 
nel disastro ilei carattere, il paralitico può sembrare migliore di quello 
che era allo stato normale, se l'avaro distribuisce qualche regalo, se il 
tiranno domestico od amministrativo rallenta i freni della disciplina nella 
famiglia o nell'ufficio, la nuova incarnazione psichica, per quanto forse 
più simpatica, è pur sempre meno elevata dell'antica. 

L'abbassamento morale si rivela in modo più grave e grossolano con 
furti inaccorti di oggetti senza valore, espressione tipica della cosi detta 



360 CAPITOLO XIV 



cleptomania, o con tentativi per lo più innocui di libidine contro natura, 
talvolta in pubblico e senza che il malato mostri di sentirne rimorso o 
vergogna. 

Queste azioni morbose hanno carattere regressivo e rientrano nella 
cerchia del processo demenziale. Le meno gravi, se non avvenissero in 
malati adulti, che avevano già dato prove non dubbie della propria se- 
rietà, passerebbero quasi come manifestazioni naturali : basterebbe poter 
invocare per esse l'attenuante della gioventù o di un carattere puerile. 
In altre parole, le imprudenze, le spavalderie e gli atti immorali dei pa- 
ralitici portano l'impronta dell'insufficienza intellettuale non disgiunta da 
una certa bonarietà. Di tale insufficienza è una riprova anche la facilità 
con cui i paralitici si lasciano intimorire o si ricredono e poi ricadono 
nell'errore. Se poi i loro progetti non sono sempre assurdi per sé stessi, 
li rende puerilmente assurdi l'impreparazione personale dei soggetti : un 
commesso di bottega illetterato si accinge a scrivere una tragedia in versi, 
un ignorante oscuro e senza mezzi vuol mettersi alla testa d'una spedizione 
geografica o d'una nuova industria, e per raggiungere il suo intento 
si arresta ad un programma magniloquente, ma inedito, anzi appena ab- 
bozzato. 

Malgrado il deterioramento morale, che del resto non è costante, si 
conservano abbastanza a lungo gli affetti, sopratutto quelli di famiglia ; 
ma anch'essi subiscono qualche eclisse momentanea e diventano in ogni 
nmdo più superficiali. La demenza si accentua fino alla più volgare evi- 
denza quando i paralitici cominciano a dar segno di smemoratezza per- 
manente, ossia quando un cerio numero di ricordi è irremissibilmente 
perduto. Questa perdita si limita da principio ai ricordi recenti, ed è fon- 
data sull'incapacità parziale o totale di ritenere le impressioni nuove. 
Cosi si produce uno stato di disorientazione profonda rispetto al passato 
più prossimo e indirettamente anche rispetto al presente. Il malato con- 
nette ancora alla meglio i ricordi umili e poco allegri del proprio pas- 
sato lontano, ma non mostra di tenerne gran conto, e con una irriflessi- 
vità che arriva all'incoerenza li rinnega volentieri a beneficio della con- 
fusione presente. Gl'istinti fondamentali, liberati da ogni specie d'inibi- 
zione, acquistano il sopravvento, e il paralitico è e si sente cambiato 
anche intellettualmente. 

Al posto della critica, e sopratutto dell'auto-critica, non gli resta che 
la più grottesca credulità. Rinchiuso in un manicomio, sente debolmente 
i vincoli imposti alla sua libertà personale e s'illude di trovarsi in un al- 
bergo o in una casa propria o in uno stabilimento di nuovo genere ; se 
chiede ogni tanto, per abitudine, di tornare presso la famiglia, qualunque 
risposta banale lo contenta ; per lo più non conta i giorni e, come se 



LA PARALISI PROGRKSSIVA 361 . 

avesse perduto la nozione del tempo, accetta con piena fiducia l'eterna 
promessa: domani.' 

A poco a poco si cancellano dalla coscienza anche i ricordi remoti : i 
malati non sanno più né la loro età, né il numero dei loro figli, riè il 
nome del paese nativo. Cosi smarriscono completamente il sentimento 
della propria personalità e insieme anche quello della realtà esterna. Per 
essi non esiste più nulla d'inverosimile; ai ricordi mancanti subentrano 
i ricordi falsi e le convinzioni più assurde : hanno mille anni, cinque 
patrie diverse, venti figli tutti della stessa età; sono contadini e possi- 
denti, uomini e donne, oppure Adamo, Eva e Carlo "V in una sola per- 
sona. Travolti nel più profondo marasmo, non se ne accorgono affatto o 
magnificano ancora la propria salute. Infine, si riducono alla pura vita 
vegetativa; non conservano più che barlumi d'idee, frammenti di lin- 
guaggio, residui incoerenti di attività volontaria; non riescono a gover- 
nare le funzioni del retto e della vescica ; percuotono ciecamente non im- 
porta chi né perché ; si riempiono le tasche di sassi ; ripetono per mesi 
interi, anche se nessuno è presente, lo stesso grugnito stereotipato di 
benevolenza, che compendia tutto il loro movimento mentale. 



Stati d'animo e deliri. 

11 processo di demenza che abbiamo descritto costituisce qualche volta 
tutto il quadro psichico della malattia, al di là del quale non resta che 
la cornice dei sintomi motori e viscerali : e si ha la cosi detta l'orma 
apatica della paralisi progressiva. Ma vi sono altri fenomeni d'ordine psi- 
chico che, anche non appartenendo strettamente al processo demenziale, 
si svolgono parallelamente senza smentirlo, né disturbarlo. 

Non tutti i paralitici sono indifferenti: anzi una buona parte di essi è 
in preda ad un esaltamento che è quasi costante nei primordi e che può 
accompagnare tutto il decorso della malattia, dando luogo a fasi e va- 
rietà caratteristiche più frequenti e più interessanti degli stati d'indiffe- 
renza e della forma apatica. 

Un sentimento particolare di benessere, di euforia genera nel malato 
l'illusione d'uno straordinario accrescimento della forza muscolare, dige- 
stiva, genetica ed intellettuale : tutti i suoi visceri sembrano in festa come 
per una specie di ubbriacatura generale, e questa parvenza di tripudio 
perenne s'irradia realmente e largamente all'esterno negli occhi lucci- 
canti di compiacenza, nella maschera sorridente del viso, nella baldanza 
del contegno, nell'ottimismo illimitato dei giudizi. Si direbbe che il para- 
litico si trovi sotto l'influenza d'un filtro miracoloso per cui, mentre l'or- 

T\nzi. Psichiatrìa, — 46. 



362 CAPITOLO XIV 



ganismo e l'intelligenza vanno correndo all'ultima rovina, cresce e si 
esalta al colmo la coscienza di sé. 

I malati diventano insonni, loquaci, turbolenti, e di quando in quando, 
malgrado un fondo di esagerata giovialità, possono anche trascendere a 
momentanee violenze, seguite però sempre da magnanimi perdoni. Una 
simile esaltazione, scatenandosi come un turbine sopra un cervello già 
devastato dalla demenza, solleva le idee vanitose e i propositi d'ambi- 
zione. Così si stabilisce un delirio di grandezza non molto fermo, né 
molto connesso, ma che di sovente raggiunge le dimensioni più iperbo- 
liche. Da principio il paralitico delirante non è interamente in buona 
fede, e nel racconto delle sue gesta si abbandona un poco alla millan- 
teria ; oppure si limita a vanterie moderate; ma più spesso la sua defi- 
cienza critica è così profonda, che gli permette di scambiare per vero 
tutto ciò che gli pare e piace. 

Siccome il campo dei desideri e della fantasia non è sempre molto esteso, 
può darsi che la megalomania si affermi in modo affatto elementare e ridi- 
colo : i malati si vantano timidamente, ma contro ogni verità e affatto 
fuor di proposito, d'avere un bellissimo cappello o una mazza col pomo 
d'argento o una calligrafia da angeli. 11 delirio più comune è quello della 
ricchezza, molti sacchi di patate, quattro milioni di lire, cinquecento mi- 
liardi, tutto l'oro del mondo, fin dove giungono la fantasia e l'istruzione 
aritmetica dei malati. Ma per lo più il delirio di grandezza si estrinseca 
in tutte le forme possibili senza molta coesione. Il malato non è tanto su- 
perbo quanto vanaglorioso, e racconta con gran pacatezza le cose più 
incredibili : ha alzato un peso di cinque quintali, ha ucciso dieci leoni, 
sa cantare in chiave di baritono, di basso e di tenore, ha mille odalische 
nel suo harem, promette palazzi, cariche ed onorificenze in compenso 
d'un minimo favore o di una parola gentile, è onnipotente ed onnisciente. 
Oggi è generale d'Europa, re di Roma e «felle stelle ; domani sarà papa, 
antipapa, poliglotta, numismatico e primo ministro. 

Un quadro psichico del tutto opposto presentano quei paralitici la cui 
ci «scienza è frastornata da una serie di sensazioni nuove, straordinarie e 
non piacevoli : sono i paralitici nevrastenici. Di solito questo stato d'a- 
nimo è poco accentuato e non duraturo, caratterizzando più che altri) il 
prinn « esordio della malattia. Ma non è raro che il malessere cenestetico 
assuma una forma più precisa e si sistematizzi in qualche fobia o nel 
delirio ipocondriaco. 11 terreno demenziale da cui germoglia questo «Je- 
lirio gli conferisce gli stessi caratteri d'incoerenza, di fatuità e d'iperbo- 
lica assurdità per cui si distingue nei paralitici il delirio di grandezza. 1 
malati hanno la testa di vetro, le gambe di sughero, una pietra al posto 
del cuore ; sono senz'occhi e senza visceri ; la loro lingua è caduta nello 



LA PARALISI PROGRESSIVA 363 

stomaco ; domani saranno morti ; sono anzi già morti e putrefatti ; pe- 
sano trecento chili; il loro orifizio anale è otturato per sempre; la loro 
statura è microscopica. 

Qualche volta le idee deliranti del paralitico arieggiano quelle del me- 
lancolico, ma le sorpassano immensamente quanto alle proporzioni ed 
all'assurdità. È un delirio di micromania a base di parestesie e con 
estrinsecazioni paradossali, che quindi ha molti punti di contatto colla 
megalomania, per quanto si presenti in certo modo come il suo contrap- 
posto. 

Nella paralisi progressiva può anche prodursi precocemente e transito- 
riamente uno stato di confusione mentale con o senza agitazione mo- 
toria, che non corrisponde ad un grado profondo di demenza ed anzi è 
indipendente dal processo demenziale: i malati, dopo aver presentato il 
quadro più spaventoso dell'incoerenza e del furore, possono ritornare ra- 
pidamente ad una relativa lucidezza. Nel corso di pochi minuti il para- 
litico in istato confusionale apostrofa con insulti ed abbraccia con effu- 
sione le persone che lo circondano, sale in piedi sul letto, picchia la 
porta, rompe seggiole e vetri, si lacera gli abiti, si graffia il viso e i ge- 
nitali, vocifera parole sconnesse, si sputa nelle mani, perde le feci, s'im- 
bratta, rovescia il catino e disperde le lenzuola. Di rado predomina la 
violenza — e si ha lo stato maniaco ; più spesso predomina il disordine 
— e si ha lo stato confusionale senza vero furore. 

D'altra parte non è impossibile, se la demenza è poco inoltrata che si, 
formino deliri sistematizzati, non molto diversi da quelli che si riscon- 
trano nel decorso di altre malattie mentali. Queste forme paranoica di 
paralisi progressiva rappresentano una reazione psichica delle meno irra- 
gionevoli ai falsi allettamenti e ai falsi allarmi della cenestesi, e appunto 
per ciò non si delineano che negli inizi della malattia e nei periodi di 
remissione. L'apatia e i deliri iperbolici di grandezza o d'ipocondria de- 
notano una disorganizzazione più profonda, e compaiono o persistono 
negli stadi avanzati. 

Così accade che la depressione affettiva si manifesti con un delirio per- 
secutorio ; il malato si lamenta d'essere stato oggetto di canzonature e 
di ostilità, i suoi compagni d'ufficio gli mettevano nell'acqua la cantari- 
dina, lo chiamavano l'erotomane, un giorno fu assalito e percosso da 
sconosciuti, un' altra volta fu atterrato e masturbato per forza sulla 
pubblica strada, una vicina di casa l'aveva ammaliato rendendolo impo- 
tente. Anche l'esaltamento può rivelarsi con deliri più stabili e più coe- 
renti della consueta megalomania multiforme e paradossale, p. es. con 
un delirio erotico. Riconoscere in questi deliri la linea demenziale, e 
quindi l'origine paralitica, non è sempre facile; e talvolta non vi si ar- 
riva che indirettamente, sulla traccia dei sintomi d'ordine somatico. 



364 CAPITOLO XIV 



Crisi ed accessi. 

Circa 60 ",/„ dei paralitici vanno soggetti a convulsioni, come verificò 
.1. G. Smith in una statistica di 700 casi. Oltre agli accessi epilettifbrmi, 
^■(ino abbastanza frequenti gli accessi apopletUformi ed altri fenomeni 
localizzati, che possono scomparire rapidamente, e che non dipendono da 
grossolane lesioni a focolaio. 

Fra questi sintomi critici, che danno un'impronta caratteristica alla pa- 
ralisi progressiva e che influiscono sul suo decorso ulteriore, sono da 
notare: V afasia temporanea, le improvvise eonr/eslioni del capo, le ele- 
vazioni necessitali della temperatura, le vertigini, la perdila delle feci in 
soggetti ancora lucidi e vigorosi durante il sonno, il romito senza nausea, 
la paralisi bulbare e forse altre forme di paralisi circoscritte abba- 
stanza comuni, ma di cui finora sfuggiva il carattere critico (Neissler). 

Tutte queste crisi più o meno appariscenti, non diversamente dai clas- 
sici accessi epilettiformi ed apopletUformi, si devono interpretare come 
esponenti clinici di condizioni organiche fra loro analoghe e strettamente 
connesse col processo morboso della paralisi progressiva. Anche dal lato 
clinico, esse non mettono in evidenza sintomi nuovi ed estranei al de- 
corso ordinario della malattia, ma rappresentano piuttosto l'apparizione 
in forma rapida, grave e precisa d'uno o dell'altro fra i sintomi caratte- 
ristici del processo morboso, che si acutizza e si localizza più o meno 
transitoriamente in un dato territorio della corteccia o nei vari nuclei 
grigi dell'encefalo. Le stesse paralisi successive ai più gravi accessi co- 
stituiscono l'epilogo, il più delle volte effimero, d'un accesso convulsivo; 
e se pure derivano da un semplice accesso apoplettiforme, non sono 
quasi mai prodotte da emorragie o embolie od altre grossolane lesioni a 
focolaio. È probabile che il processo fondamentale della paralisi progres- 
siva, qualunque sia, eserciti un effetto irritativo o paralizzante a seconda 
dell'intensità che possiede e della resistenza che trova, nei vari momenti 
e nei vari centri corticali o nucleari; e che perciò tutti i sintomi della 
malattia, compresi gli accessi, non siano almeno nei primi stadi che la 
manifestazione parziale di un'azione generale e variabile. 

E infatti, dalle crisi motorie più gravi, passando per le più lievi ed ef- 
fimere, si arriva gradatamente ad una serie di crisi diffìcilmente avver- 
tibili, che si riferiscono ai sintomi più comuni di paralisi progressiva e 
non sono classificate fra gli accessi solo perchè la loro comparsa e scom- 
parsa, per quanto avvenga probabilmente all'improvviso, sfugge quasi 
sempre all'osservazione a motivo della scarsa appariscenza del sintomo. 
Cosi avviene riguardo ai mutamenti della reattività pupillare e a quelli 



LA PAK ALISI PROGRESSIVA 3C5 

ilei riflessi patellari, la cui successione rimane oscura se non vi è chi li 
esplora con premeditazione. 

Di tutti i sintomi accessuali l'accesso epilettif'orme è il più imponente. 
Nulla lo contraddistingue, riguardo alle sue manifestazioni, dai comuni 
accessi epilettici, e può presentarsi in tutte le tasi della malattia con 
tutti i gradi d'intensità e di frequenza. Qualche volta (raramente) la con- 
vulsione apre la scena della paralisi progressiva, più spesso la chiude 
con esito letale, talvolta la tronca precocemente o sopraggiunge a con- 
fermare una diagnosi dubbia; nel più dei casi si ripete a lunghi inter- 
valli, contrassegnando altrettante fasi della malattia. Oltre agli accessi 
generali, si notano convulsioni monocloniche o jacksoniane con localiz- 
zazione unilaterale e perdita non totale della coscienza. Sul termine della 
malattia le crisi convulsive possono ripetersi in numero straordinario ad 
intervalli di pochi minuti, e vi sono malati che soccombono dopo cento 
e fin duecento accessi accumulati in un paio di giorni. Simili accessi in 
serie, accompagnati come sono da insensibilità, incoscienza, elevazione 
della temperatura, respiro stertoroso, irregolarità del polso e collasso, 
conducono molto vicino all'agonia, sebbene qualche volta non siano 
letali e lascino al malato la possibilità di rimettersi alla meglio. 

Uopo la convulsione rimane spesso la paralisi in forma di emiplegia, 
emiparesi, monoparesi, che però si dilegua rapidamente, anche in uno o 
due giorni. Gli accessi apopletti l'ormi si presentano anche senza la prece- 
denza di convulsioni, e possono passare inosservati. Le paralisi sono se- 
guite da contrattura precoce, che può comparire persino dopo poche ore 
(Lugaro). 

L'accesso apoplettiforme può colpire i centri della parola e prendere 
l'aspetto dell'afasia motrice a tipo corticale senza emiplegia, che non de- 
v'essere confusa coll'anartria della lingua e delle labbra. Quest'ultima ha 
un'origine nucleare e progressiva e del resto conduce difficilmente all'im- 
possibilità assoluta di parlare. Sono pure da notarsi gli episodi passeg- 
geri di sordità verbale. 

Un'altra forma di crisi paralitica è la congestione della faccia congiunta 
cori sopore o con offuscamento della coscienza. Spesso queste crisi con- 
gestizie, assai evidenti, preludono ad altre crisi più gravi o sono rese 
più gravi esse stesse da complicazioni parallele, come il rifiuto del cibo 
o il vomito. 

Quando gli accessi sono o molto gravi o molto ripetuti, è difficile che, 
scomparsa la paralisi, non ne rimanga nessun'altra traccia. Spesso, dopo 
questi accessi, gl'infermi passano in uno stato durevole di deficienza mo- 
toria o scendono di parecchi gradini nella scala della demenza. Gli ac- 
cessi più leggieri lasciano dietro a sé traccie meno gravi, ma altrettanto 



366 CAPITOLO XIV 



interessanti, modificando lo stato d'animo, il contenuto del delirio, la 
reattività della pupilla o il contegno dei refiessi patellari. 

Le vertigini avrebbero maggiore importanza, specialmente come sin- 
tonia precoce della paralisi progressiva, se sopravvenendo in soggetti ben 
portanti e per nulla disposti a credersi ammalati, non si sottraessero 
quasi sempre alla verificazione immediata. Di solito il medico non rac- 
coglie questo sintomo che in grazia di un interrogatorio retrospettivo che 
effettua quando lo stato demenziale del malato è tanto inoltrato, da ren- 
dere confuso, esagerato e quindi assai dubbio il suo racconto. 

Molto più facile, anche negli esordi della malattia, é la verifica di altri 
sintomi accessuali che, per quanto lascino indifferente il malato, non 
possono sfuggire alle persone che l'avvicinano; p. es., la perdita delle 
feci sia durante il sonno, sia anche durante la veglia, senza diarrea, né 
dolori ; più raramente il romito improvviso senza nausea , né indi- 
gestione. Simili incidenti possono effettuarsi anche una volta soltanto. 

Benché la paralisi progressiva sia una malattia essenzialmente afeb- 
brile, può accompagnarsi per eccezione non rara con elevazioni dccessio- 
nali di temperatura, anche fino a 42°, che compaiono e scompaiono al 
solito modo, senz'alcuna relazione coll'andamento generale. Si tratta di 
febbri paradosse che dipendono da un disordine dei centri termoregola- 
tori, sui quali per qualche circostanza speciale si riversa e si localizza in 
quel momento l'azione del processo morboso, provocando una specie di 
equivalente termico dell'accesso epilettiforme. 

Infine avviene qualche volta che i paralitici o precocemente o in uno 
stadio più o meno inoltrato della malattia presentino improvvisamente 
respiro di Cheyne-Stokes, pallore gravissimo, vertigini, difficoltà della 
deglutizione, perdita della parola, polso piccolo, frequente ed aritmico, 
spossatezza generale ed incoscienza, ossia la sindrome d'una paralisi 
bulbare, che li conduce a morte in poche ore. Questi gravissimi accessi 
possono anche dissiparsi o piuttosto presentarsi sotto forma abortiva per 
una o due volte ; ma di solito ha luogo la recidiva, a cui i malati fini- 
scono col soccombere. Quest'esito della paralisi progressiva non è men- 
zionato come un fenomeno inerente al processo naturale della malattia, 
ma esso non è cosi raro da non meritare un posto nella serie dei sin- 
tomi ordinari e come un fattore di anticipazione nella data della morte, 
di cui si deve tener conto nella prognosi. L'apparenza bulbare di questa 
sindrome non esclude ch'essa possa riferirsi, come le precedenti, alla 
corteccia cerebrale, i cui centri siano impegnati all'unisono con esclu- 
sione della zona motoria degli arti. 



LA PARALISI PROGRESSIVA 367 



Sintomi motori. 

Nella paralisi progressiva sono rare le paralisi estese e profonde; 
piuttosto si osservano paresi e paralisi non totali, che sopravvengono 
quando la malattia è già avanzata e che determinano una l'orma speciale 
<V incoordinazione con difficoltà e lentezza nell'effettuare i movimenti de- 
licati. Solo in pochi casi e assai tardivamente si rendono del tutto im- 
possibili la deambulazione, l'alimentazione spontanea e la favella. Vi sono 
anzi paralitici che, salvo qualche paresi anche abbastanza estesa, spie- 
gano una forza non comune nel cammino o in qualche esercizio musco- 
lare di facile esecuzione, incoraggiati talvolta anche dalla mancanza del 
senso di fatica. Invece è assai comune che non riescano a caricare l'o- 
rologio, ad annodare la cravatta, ad abbottonarsi, i pantaloni, a com- 
piere in modo sinergico movimenti ordinariamente dissociati, a scrivere 
ed a pronunziare correttamente certe parole, a ballare, a tirare di 
scherma, a padroneggiare con perfezione tutte le gradazioni espressive 
d'un sorriso. Solo nell'ultimo periodo della malattia, si ha, spesso, uno 
stato di paresi generale con accentuata ipertonia. 

Una sede prediletta di svariate e importanti alterazioni motorie è la 
pupilla. Tali alterazioni, se si presentano negli stadi iniziali della ma- 
lattia, sono riparabili ; e se non subiscono riparazione, dimostrano col 
dar luogo a disturbi successivi di significato opposto di poter essere tran- 
sitorie e indipendenti da lesioni distruttive. Il più frequente fra i sintomi 
precoci è il cosi detto fenomeno di Argyll-Robertson, per cui le pupille 
reagiscono all'accomodazione, ma non alla luce. Moltissime volte le pu- 
pille rispondono all'eccitamento luminoso con reazioni più tarde e più de- 
boli di quelle che si osservano nei normali, e possono anche presentare 
rigidità assoluta. Io ho potuto verificare che la rigidità pupillare può 
scomparire e ricomparire nel decorso della paralisi progressiva, come fu 
già osservato nella tabe dorsale (Eichhorst, Treupel). Il miglior modo di 
praticare l'esame consiste nell'innalzare ed abbassare una fiamma situata 
in posizione fissa e che si possa manovrare con un rubinetto, senza ricor- 
rere a schermi che alterano l'accomodazione. 

Talvolta le pupille sono simmetriche come nei normali ; ma siccome 
differisce la prontezza della reazione, si produce un'asimmetria momen- 
tanea durante l'esame, perchè ad ogni modificazione dell'ambiente lumi- 
noso una pupilla reagisce molto prima dell'altra. Assai più di sovente 
l'asimmetria della pupilla è permanente (anisocoria), e in tal caso vi è 
un grado più o meno assoluto di rigidità, per lo più nella pupilla allar- 
gata. Negli stadi iniziali è abbastanza frequente, come nella tabe, la 



3138 CAPITOLO XIV 



miosi. La midriasi è più frequente negli stadi più avanzati e può colpire 
malati che avevano presentato spiccatissima miosi. Sono menzionati al- 
cuni casi eccezionali d'inversione del reflesso pupillare alla luce, per cui 
la diminuzione dello stimolo luminoso determina restringimento invece di 
allargamento, e viceversa (Raggi, Morselli, d'Abundo) ; questo singo- 
lare fenomeno può presentarsi come una falsa apparenza quando la rea- 
zione vera è tanto istantanea da sfuggire all'osservatore. 

Fu notato che le pupille dei paralitici presentano qualche volta un orlo 
irregolare, p. es. ovale o poligonale (Morselli, Musso). Di regola tutti 
questi sintomi sono da imputarsi all'oculomotore e non al simpatico, che 
limane estraneo al processo morboso ; e infatti la miosi, come espres- 
sione d'iperfunzionalità dell'oculomotore, è più frequente da principio e 
nei casi fiorirli, cioè durante la fase irritativa della paralisi progres- 
siva, mentre la midriasi, come espressione di deficienza funzionale del- 
l'oculomotore, è più comune nella fase terminale di esaurimento e nei 
casi a decorso rapido. 

La lesione irritativa, sospensiva o distruttiva che sia, si limita quasi 
sempre a quel nucleo dell'oculomotore che innerva i muscoli oculari in- 
trinseci. Però anche gli altri nuclei, benché assai più raramente, possono 
essere colpiti ; e parimente anche i nuclei d'altri nervi oculari, p. es. 
quelli dell'abducente. Infatti furono registrati recentemente diversi casi 
ili paralisi dei muscoli estrinseci con atrofie dei nuclei corrispondenti 
(Siemerling e Boedeker). Era strano che su questo fenomeno non si 
fosse mai rivolta prima l'attenzione degli osservatori; tuttavia stra- 
bismo, ptosi, nistagmo, sono nella paralisi progressiva fatti del tutto ec- 
cezionali. 

Non meno importante dei fenomeni pupillari è la morbosa maniera di 
comportarsi dei reflessi rotulei, che nei paralitici progressivi non sono 
quasi mai normali. Il più delle volte i reflessi patellari sono molto esage- 
rati : qualunque sia la posizione delle gambe, si può provocare una rea- 
zione clonica. All'esagerazione del reflesso rotuleo si aggiungono non di 
rado, come una conferma, il clono del piede e la trepidazione della ro- 
tula. Per lo più il fenomeno è bilaterale e di pari intensità. 

Quando il rellesso del ginocchio non è esagerato, è abolito o quasi 
abolito ; per cui, fra le varie eventualità possibili, è assolutamente ecce- 
zionale quella d'un reflesso normale. I medesimi malati possono presen- 
tare in epoche successive del processo paralitico un contegno diametral- 
mente opposto dei reflessi patellari. Generalmente si comincia coll'esage- 
razione e si finisce coll'abolizione ; nonostante, anche l'abolizione può pre- 
sentarsi come sintomo precoce. 

Le irregolarità dei reflessi rotulei rappresentano per la loro grandissima 



LA PARALISI PROGRESSIVA 



369 



frequenza e per la loro frequente precocità un prezioso criterio di diagnosi. 
I mutamenti di contegno in questa forma di reattività sono spesso in rap- 
porto stretto colle crisi epilettiformi (Lugaro). Non è vero che i reflessi pa- 
tellari siano esagerati se la gamba è rigida ed aboliti se la gamba è ri- 
lassata e paretica : il tono muscolare ha bensì qualche rapporto colla 
modalità dei reflessi, ma le sorgenti dell'uno e degli altri non colli- 
mano completamente, e le alterazioni generali della tonicità muscolare 
sono nei paralitici meno costanti che le alterazioni del reflesso ro- 
tuleo. 

È parimente contrario al vero che nella paralisi progressiva si debbano 
distinguere due tipi clinici differenti, cioè un tipo spastico e un tipo 
tabetico. In realtà, siccome in uno stesso malato i reflessi patellari pos- 
sono presentarsi esagerati o mancare a secondadel momento in cui cade 
l'osservazione, è evidente che non esistono due forme di paralisi progres- 
siva in antagonismo anatomico e nosologico fra di loro. Con ciò non si 
nega l'eventuale associazione del processo tabetico col paralitico, che 
prende il nome di tabe-paralisi. 

La paralisi progressiva 6 sempre una malattia eminentemente cere- 
brale, e le alterazioni dei reflessi rotulei sono prevalentemente determi- 
nate da lesioni del cervello. Se a queste ultime si aggiungono abbastanza 
di spesso, ma in modo non necessario, anche lesioni spinali, simili com- 
plicazioni non sono cosi costanti da spiegare i disordini di vario genere 
che cosi costantemente si osservano nel contegno dei reflessi rotulei, e 
molto meno possono autorizzare ad ammettere due forme antagonistiche 
di paralisi progressiva, la spastica e la tabetica. Vi è anzi un discreto 
numero di casi in cui i reflessi rotulei si dimostrano prima esagerati e 
poi aboliti, non perchè il processo morboso si porti sopra un territorio 
diverso, ma perchè la sua azione, diventando più intensa, produce effètti 
diversi anche senza mutar di sede. Anche la successione sintomatica 
dalla miosi alla midriasi, che sembra suffragata dall'esperienza, ribadisce 
questo modo di vedere. 

Un fenomeno che non manca quasi mai, e che spesso come sintomo pre- 
coce ha valore decisivo per la diagnosi, è ì'amimia. Nei gradi estremi la 
faccia del paralitico è una maschera immobile ed inespressiva, in cui di 
vivo non brillano che gli occhi (flg. 81). Il fatto è cosi evidente, che talvolta 
permette all'alienista esercitato d'improvvisare la diagnosi in pectore 
prima che il malato o i suoi congiunti abbiano aperto bocca, e di distin- 
guere a prima vista i paralitici in mezzo a centinaia d'alienati ignoti. 

La causa è uno stato di paresi o piuttosto d'ipotonia che interessa il 
facciale inferiore. Infatti, mentre gli occhi sono egualmente aperti e vi- 
vaci, mentre la fronte si corruga e si spiana con energia talvolta per- 

Tanzi, Psichiatria — 47. 



370 



CAPITOLO XIV 




Fig. 81. — Paralisi progressiva: amimia. 



siin) esagerata, colpisce l'inerzia o, 
più esattamente, la lentezza e la di- 
scontinuità con cui si vedono arri- 
vare gl'impulsi motori nel dominio 
delle guancie e delle labbra (fig. 82). 
Oppure avviene che ammalati del 
tutto apatici e dementi esprimano 
una tristezza che non hanno (fig. 83). 
Prima di poter assumere l'atteg- 
giamento della parola o del sorriso 
la bocca del paralitico s'indugia per 
qualche secondo in una visibile tre- 
pidazione labiale ; e quando, più o 
meni) stentatamente, lo scopo mi- 
mico è raggiunto, non si osserva 
alcuna irradiazione espressiva al di 
là delle contrazioni muscolari stret- 
tamente necessarie. L' espressione 
degli stati affettivi è quindi incom- 
pleta, sommaria e simile ad una 
smorfia sforzata. Il pianto, specialmente, si riduce ad mia pura iperse- 
crezione lacrimale. Nelle circostanze 
ordinarie poi il paralitico ha un 
aspetto d'indifferenza grottesca che 
contrasta stranamente colle sue pa- 
role e colla sua tacile e clamorosa, 
per quanto superficiale, emotività. 
Bisogna tuttavia rammentare, per 
non essere tratti in errore, che anche 
fra i normali esistono faccie ami- 
miche che, per questo loro difetto 
costituzionale idovuto forse all'abi- 
tudine delladissimulazione), riescono 
generalmente antipatiche. 

Che non si tratti di vera paralisi 
lo dimostra la capacità che i parali- 
tici conservano di soffiare e di li- 
schiare, salvo negli ultimi stadi, 
mentre invece non sanno più eft'et- 

Fig. 82- — Paralisi progressiva : amimia at- 
tuare movimenti insolitamente Com- soluta nel campo ilei facciale inferiore con 

mantenimento dell 'innervazione mimica 
binati (come la chiusura degli occhi Della parte superiore del viso. 




LA PARALISI PROGRESSIVA 



371 



con simultanea apertura della bocca) o movimenti insolitamente dissociati 
(come la chiusura isolata d'un occhio). In generale l'amimia è bilaterale 
e simmetrica, e nei gradi lievi non è sempre facile assicurarsi della sua 
presenza, specialmente se non si conosceva prima il malato. Per mettere 
in sicuro rilievo un sintomo che ha tanta importanza diagnostica si pro- 
vocherà ad arte l'ilarità o la commozione patetica del paralitico, che per 
lo più vi si presta con grande facilità. 

La faccia è sede qualche volta anche di contrazioni filiriliari involon 
tarie. 

Irregolarità motorie si verificano 
anche nel dominio di altri nervi, 
specialmente sotto forma di movi- 
menti involontari e ripetuti, come 
il digrignamento dei denti, gli atti 
di masticazione a bocca vuota e 
a lai il ira chiuse, lo sehioceamento 
delia lingua contro il palato. 1 due 
primi appartengono alla sfera d'a- 
zione della 3.-' branca del trigemino, 
l' ultimo a quella dell' ipoglosso. 
Questi sintomi, che negli stati di 
grave demenza o imbecillità s'in 
contrano comunemente all' infuori 
della paralisi progressiva, hanno 
un valore tutt'altro che volgare 
quando si presentano precocemente 

in paralitici giovani e lucidi, la Cui Fig. 83, — Paralisi progressiva: amimia nel 

campo del facciale inferiore, espressione triste 
malattia è ancora incerta. Persone degli «echi e delia fronte. 

che si comportano correttamente 

e sostengono con sufficiente disinvoltura una conversazione sogliono in- 
tercalare fra una risposta e l'altra questi movimenti intempestivi e più o 
meno numerosi, la cui ripetizione ostinata impressiona anche gli osser- 
vatori inesperti. Interrogati in proposito, dicono di non essersi avveduti 
di nulla o danno del fatto una spiegazione inconcludente. 

A carico dell'ipoglosso si notano anche i movimenti vermicolari della 
lingua, che del resto si presentano in molte altre affezioni, p. es. nell'al- 
coolismo. Si notano anche fenomeni di deficienza motoria sotto forma di 
tremore per lo più dell'intera massa linguale, e tanto grave da costi- 
tuire un serio ostacolo ai movimenti intenzionali, specialmente nell'arti- 
colazione della parola ; ma quando si verifica questo sintomo, d'altra 
parte comune a parecchie malattie nervose, la paralisi progressiva è 




372 CAPITOLO XIV 



cosi inoltrata e la sua sintomatologia cos'i ricca, che non si suole tenerne 
gran conto. 

La deficienza funzionale del facciale e quella dell'ipoglosso, somman- 
dosi insieme, danno luogo alla disartria. Da una minima difficoltà nella 
pronuncia delle labiali e delle linguali si arriva fino aìVanartria, ossia al- 
l'emissione di suoni quasi completamente inarticolati. I gradi più leggieri 
di disartria, che si manifestano di tratto in tratto e in modo appena per- 
cettibile, hanno la massima importanza per la diagnosi, come uno dei 
più caratteristici fra i sintomi precoci. I malati incespicano leggermente, 
ma senza interrompere il discorso, quando ricorrono numerosi e ravvi- 
cinati i suoni labiali e linguali, come in quarta brinata d'artiglieria, che è 
la frase-reattivo consacrata in tutte le lingue d'Europa per questo esame. 
Anche il meno disartrico dei paralitici supera difficilmente lo scoglio delle 
ultime sillabe e pronuncia arttilleria o aritlieria, ma in maniera cosi di- 
sinvolta e maldistinta, che l'errore sfugge interamente ad un orecchio 
non prevenuto. Negli stadi più inoltrati gli scambi sono più gravi, come 
da paradisiaco a parasiddico, parasico, paraladiansieo ; e in questi 
casi alla difficoltà dell'articolazione si aggiunge l'imperfezione dell'impulso 
corticale. 

Negli ultimi stadi della paralisi progressiva i malati sono quasi sempre 
afflitti da bradilaiia ; la lentezza dell'ideazione e la paresi della lingua, 
delle labbra, del velo-pendolo concorrono a rallentare la parola. La voce 
diventa monotona come quella dei mendicanti professionali. 

Altrettanto caratteristiche sono le alterazioni della scrittura, che per- 
mettono persino la diagnosi postuma, p. es. sulla traccia d'un testamento 
olografo. Qualche volta fin dai primordi della malattia si nota il tremolìo 
limitato ai filetti ascendenti delle lettere e che ha un significato simile a 
quello della disartria : esso si deve all'imperfetta coordinazione dei movi- 
menti che dipendono dai muscoli estensori ed abduttori delle dita In se- 
guito si accentua, più che il tremolio o la debolezza, il disordine atos- 
sico dei piccoli movimenti grafici : lo scritto è macroijrafico (fig. 84) per forza 
maggiore, non per elezione, con lettere accavalcate e fuori del margine; 
le aste discendenti riescono monche perchè il malato, premendo troppo 
la penna, esaurisce ad ogni momento la sua provvista d'inchiostro e si 
dimentica di rinnovarla. Da ultimo, la scrittura diventa un insieme di segni 
indifferenziati e indecifrabili (fig. 85) : non solo è compromessa la rappre- 
sentazione muscolare dei movimenti grafici, ma anche la rappresenta- 
zione visiva delle parole e (ielle lettere. È il processo demenziale che non 
riconosce più limiti di localizzazione. 

Ma prima di giungere a questi estremi e quando la scrittura, ferma e 
senza tremolio, non tradisce ancora la menoma deficienza d'innervazione 



LA PARALISI PROGRESSIVA 



373 



muscolare, avviene frequentemente ch'essa dimostri con altre caratteri- 




<9 -Ajl. 



£» 





Fi" 84 — Scrittura ili paralitico, interessante anche pel contenuto: idee puerili ili grandezza 
".unii ortografici, omissione di lettere e sillabe, macrografia a confronto alla scrittura nor- 
male dell'infermo, che era un impiegato abbastanza istruito. 

stiche irregolarità la disorganizzazione incipiente dei processi abituali. 
Cosi il paralitico, con una scrittura calligraficamente perfetta, aggiunge, 



374 



CAPITOLO XIV 



omette o traspone lettere e sillabe: militrare invece di militare, slanziaziato 
invece di stanziato, Clea invece di Clelia, (tìg. 86), ellebrezza invece di eb- 




^U fVfy 



Fig. 85. — Scrittura di paralitico. Firma: Pasquini. 



brezza, Ferdinado, Feerdido, Fedinanado invece di Ferdinando. Se un 
errore di questo genere si presenta due o tre volte, isolatamente, in uno 




TLtofa Verno* hz-i^ktàm 

Fig. 86. — Soprascritta di una lettera inviata da un paralitico a sua moglie. Da notare: oremus- 
Bioni di lettere e sillabe malamente corrette; ripetizioni- di sillabe nella parola ttcmziamiaia 
La busta era chiusa con mollica di pane. Il malato usci dal manicomio in istato di completa 
remissione, durante il quale scriveva correttamente 



scritto logicamente corretto e calligraficamente irreprensibile, può rac- 
chiudere un significato assai importante. Il significato è ovvio quando vi 
sono altri indizi più che di disgrafia, di demenza, come le macchie d'in- 



LA PARALISI PROGRESSIVA 



375 



chiostro, geroglifici, sgorbi, parole incominciate e non finite, lettere so- 
vrapposte od anche semplice agrammatismo. 

Gli scritti dei paralitici sono interessanti anche per la fatuità del loro 
contenuto, come si vede nella lettera della fig. 84 e in quella della fig. 87. 




**• js^ s**<r, 



,^ì{?£e 



7f+& 







* g£**y~SZ?7* ' ^<*S v-offs ^.<**~~*<^ •^s^J'» «^ir -». 




Fio-. 87. — Lettera di paralitico: « Cara moglie, bisogno che venga a trovarmi tu e nostro 
"'figlio Alferddo, perchè ho bisogno di parlarvi (li cose (che) riguardano il mio stato, perché 
io non voglio passare la Pasqua nel Mauicomio. Dirai ad Alfredo che mi porti tre fogli di 
carta, 3 buste e N.° 3 francobolli di c|m 5; ed inoltre N." ifaleoletti da naso, una saponetta, 
clm 50 li FORMAGGIO i'ahmiuian'O, N.° 8 mele e TS.° 4 pere; altro non ho che salutarti te e 
tutta la famiglia. Tuo aff.mo marito Tito » 

Da notarsi : Alferddo per Alfredo, falsolettì per fazzoletti ; e quanto al contenuto, la puerilità 
dei desideri espressi nella lettera con tanta precisione. 

Le paresi della paralisi progressiva sono quasi sempre a tipo monople- 
(iico, di raro emiplegico. Ve ne sono di transitorie e di permanenti : le 
une e le altre dipendono da accessi apoplettiformi che possono passare 
inosservati. Le paresi transitorie sono estremamente fugaci ; le perma- 



37t> CAPITOLO XIV 



nenti, che sono più rare, non appariscono quasi mai nei periodi precoci 
e passano molto presto in contrattura. La braccia sono colpite più spesso 
delle gambe. 

La paresi della vescica si può presentare in tutti gli stadi della ma- 
lattia, ma non è quasi mai molto continuata. Si conosce qualche caso di 
rottura spontanea della vescica dipendente da degenerazione della tonaca 
muscolare iHerting). 

Non è raro che ai paralitici nell'ultimo stadio riesca difficile la deglutizione. 
In questo caso i malati perdono la saliva, stentano più che mai a parlare 
e si arrabbiano di quest'ostacolo. Il disturbo della deglutizione può pre- 
ludere ad una crisi pseudo-bulbare. 



Disturbi della sensibilità. 

I deliri euforistici e ipocondriaci dei paralitici dimostrano a sufficienza 
che in essi è turbato anche il modo di sentire e di percepire, per quanto 
ciò non risulti che raramente nelle storie cliniche e negli interrogatori. 
Certamente la disattenzione, la confusione mentale e la deficienza di ma- 
nifestazioni reattive, mentre avvantaggiano la verificazione delle altera- 
zioni motorie, creano un grandissimo ostacolo all'esplorazione della sen- 
sibilità e delle sue eventuali alterazioni. 11 quesito sull' importanza o sulla 
semplice realtà di queste ultime si risolverà meglio coi dati dell'anatomia 
patologica che non con quelli della clinica. 

Da qualche tempo va cessando il silenzio sulle alterazioni sensitive e 
specialmente dolorifiche dei- paralitici. Furono osservati nella parte po- 
steriore della capsula interna focolai a cui avevano corrisposto dolori in- 
tensi e localizzati (Edinger, Biernacki, Reichenberg). Questi focolai, che 
dunque agivano sotto forma irritativa, dimostrano la possibilità di dolori 
e turbamenti cenestetici d'ordine transitorio, che hanno origine da irrita- 
zioni locali e transitorie del cervello ; ed è evidente che a lungo andare, 
subentrando le lesioni totali e distruttive, alle parestesie ed al dolore debba 
sostituirsi l'anestesia. 

D'altra parte la rarità dei disturbi sensitivi nei casi precoci, la loro in- 
certezza nei casi avanzati e la mancanza di manifestazioni veramente ca- 
ratteristiche in tutto il decorso della malattia, all'infuori di quelle un po' 
vaghe che si desumono dai deliri d'origine cenestetica, autorizzano a 
concludere che nella paralisi progressiva gli elementi motori ed associa- 
tivi rimangano colpiti a preferenza dei sensitivi, ossia con notevole anti- 
cipazione e con maggiore costanza e gravità. 

II formicolio alle estremità, il senso di caldo, di peso, di mummifica- 



LA PARALISI PROGRESSIVA 



377 



zione parziale o totale del corpo ed altre l'orme di parestesia sono abba- 
stanza frequenti in quei casi di paralisi progressiva che s'iniziano con 
una fase d'ipocondria o di nevrastenia. E non sono sconosciuti i dolori 
folgoranti della tabe, i dolori reumatoidi, le nevralgie che spingono 
questi malati a curarsi inutilmente negli stabilimenti idroterapici. 

Si fa questione se nella paralisi progressiva siano possibili le allucina- 
zioni ; e quanto a quelle della vista, che sono indubbiamente le più rare, 
vi è chi giunge ad interpretarle come un segno certo di alcoolismo, ossia 
di pseudo-paralisi alcoolica, che esclude la paralisi genuina ed inguari- 
bile. In realtà, la forma classica di paralisi progressiva non è incompa- 
tibile con nessuna specie di allucinazioni. Quelle dell'olfatto e del gusto 
raggiungono talvolta un'intensità quasi dolorosa. 

Le allucinazioni uditive sono le meno rare e si presentano in modo tu- 
multuario come nell'amenza. Nondimeno alcuni paralitici, per un errore 
di memoria o per eccessiva suggestibilità, accusano allucinazioni che 
probabilmente non hanno mai sofferto, e non bisogna accettare troppo 
correntemente i loro racconti. Fra le allucinazioni cinestetiche sono su- 
periori ad ogni dubbio soltanto quelle che sono riferite con localizzazione 
e con caratteri precisi. Conobbi una paralitica che si sentiva impiccolita 
come un bambino e teneva inoperose le braccia giudicandole troppo corte 
e troppo distanti dagli oggetti che avrebbe voluto prendere : la sincerità 
della sua convinzione si rivelava dallo scoraggiamento che l'accompagnava 
e dalla placida ilarità che subentrava quando l'allucinazione scompariva. 
Per breve tempo si diede qualche importanza all'analgesia del nervo 
ulnare che, secondo Cramer, costituirebbe un sintomo patognomonieo 
della paralisi progressiva. Nei sani si risveglia facilmente un acuto do- 
lore premendo con un dito nella doccia olecranica ; ma la vivacità del 
dolore dipende, più che dalla sensibilità del nervo, dalle condizioni ana- 
tomiche della regione. In ogni modo l'analgesia del nervo ulnare si os- 
serva anche nell'epilessia (Hillenberg) e in malattie mentali come l'a- 
menza e la mania, dove cioè è integro il sistema di proiezione (Gòbel) ; 
ed infine è come un segno di tabe che Biernacki mise originariamente 
in rilievo questo fenomeno che porta il suo nome. 

Disturbi viscerali e trofici. 

La paralisi progressiva, come la tabe, la siringomielia e tante altre 
malattie del sistema nervoso, dà luogo ad irregolarità notevoli anche 
nelle funzioni fondamentali della digestione, del ricambio e del tro- 
fismo (Mann). Disturbi di questo genere si presentano talvolta in forma 

Tanzi, Psichiatria. — 48. 



378 CAPITOLO XIV 



progressiva ed esercitano un'influenza acceleratrice sull'andamento della 
malattia ; essi dipendono da complicazioni secondarie o primarie del pro- 
cesso morboso nel campo del midollo spinale, dei nervi periferici e forse 
anche degli altri organi. 

Il paralitico, malgrado il suo buon umore e le sue vanterie, ha spesso 
V alito fetentissimo ; e questo sintomo raggiunge proporzioni caratteri- 
stiche specialmente negli stati confusionali. Nondimeno, il suo appetiti! è 
quasi sempre formidabile, specialmente negli ultimi periodi della malattia 
e nelle forme apatiche : si tratta d'una vera bulimia, spoglia di qualsiasi 
raffinatezza gastronomica. L'irregolarità dei pasti e la bulimia aumen- 
tano i disturbi gastrici ed intestinali. È frequente la stipsi. Vi sono malati 
che rimangono stitici per vari giorni di seguito, malgrado i purgativi 
più energici. Talvolta la stipsi si alterna colla diarrea. Come espressione 
del marasmo generale si possono avere, prescindendo da qualunque idea 
delirante o da scopo suicida, episodi transitori di sitofobia che contra- 
stano coll'ordinaria voracità di questi malati. 

1 paralitici subiscono precocemente un abbassamento < Iella capacità 
sessuale che arriva talvolta all'impotenza assoluta. E caratteristico che in 
questi casi essi non si diano alcun pensiero del proprio stato : spesso anzi 
contraggono matrimonio senz'alcuna esitazione, e più tardi diventeranno 
pornografi e millantatori d'avventure galanti, dando prova di un'inco- 
scienza veramente singolare. Ma non è raro il caso di matrimoni fecondi 
celebrati quando la malattia si è già iniziata. E curioso a notarsi che 
quasi tutti i paralitici sono maritati. 

Non solo i processi più intimi del ricambio organico, anche il suo 
bilancio quantitativo è spesso grossolanamente alterato. Per lo più i 
malati ingrassano, il loro viso amimico perde ogni espressione d'intelli- 
genza, rendendosi qualche volta irriconoscibile, tanto più se ali 'ingrassa- 
mento si associano la canizie e la trascuratezza, come accade comune- 
mente. Talvolta si osserva il fenomeno contrario, cioè Vernaci azione, 
non lenta e progressiva, ma rapida ed improvvisa. E persino possi- 
bile che V ingrassamento e il dimagramento si manifestino sullo stesso 
malato in fasi diverse della malattia ed anche che i due fenomeni si avvi- 
cendino ripetutamente, contribuendo ad imprimere un decorso ciclico a 
tutta la serie dei sintomi. 

Nei paralitici le ossa possono presentare un certo grado di fragilità 
come conseguenza del marasmo prolungato, ma non sono dimostrabili i 
segni d'una vera distrofia o dell'osteomalacia (Meyer). 

I decubiti costituiscono non di rado l'ultimo sintomo e la causa im- 
mediata della morte in tutti quei paralitici che non soccombono piuttosto 
ad una crisi apoplettiforme od a malattie intercorrenti. La piaga da de- 



LA. PARALISI PROGRESSIVA 379 



cubito s'inizia e progredisce in modo rapidissimo benché il corpo del 
malato sia ancora discretamente nutrito ; oppure si producono dis- 
trofie molteplici in punti non soggetti a compressione, né ad attrito 
(d'Abundo). 

Tra le malattie intercorrenti è da notare la polmonite per lesioni 
del vago (Bianchi). 



Varietà cliniche della paralisi progressiva. 

Le l'orme e varietà cliniche della paralisi progressiva sono più che 
altro astrazioni : ben di rado si realizzano nei casi concreti. In pratica 
esse si presentano il più delle volte come semplici fasi temporanee d'un 
processo morboso abbastanza volubile. Tuttavia si suol distinguere tre 
forme di paralisi progressiva contrassegnate dai caratteri del disordine 
psichico : l'ambiziosa, V ipocondriaca e l'apatiea, che è la demenziale per 
eccellenza. Ma non si devono trascurare la forma confusionale e la forma 
parano/de. Mendel sostiene anzi che il tipo nosologico della paralisi pro- 
gressiva si è notevolmente modificato da 12 anni a questa parte per la 
grande prevalenza delle forme demenziali; ed attribuisce questa modifi- 
cazione all'attenuamento del virus post-sifilitico che è causa della malattia. 
l J uó anche darsi che il maggior numero dei casi amenziali dipenda dal per- 
fezionarsi del giudizio diagnostico e dalPaumentato contingente totale dei 
paralitici riconosciuti. 

Tra le varie forme di paralisi progressiva, l'ambiziosa col suo delirio 
iperbolico di grandezza fu la prima che colpi l'attenzione degli osserva- 
tori, ed è quella che anche attualmente abbraccia il maggior numero dei 
casi e riescie più ovvia alla diagnosi. Non è meno caratteristica, ma ili 
gran lunga meno frequente, la forma ipocondriaca. La forma apatica è 
più frequente nelle donne, come pure negli uomini di classe inferiore, 
avvezzi all'obbedienza passiva ed all'insoddisfazione cronica dei loro bi- 
sogni, mentre nei professionisti e nei ricchi prevalgono la forma ambi- 
ziosa e l'ipocondriaca. 

Del resto questi diversi quadri morbosi possono non solo succedersi, 
ma anche coesistere. Lo stesso paralitico può associare insieme le idee 
ambiziose e le ipocondriache ; ed anche passando allo stato apatico, può 
dimostrare di non aver abbandonato né le une, né le altre. 

Alle forme o fasi comunemente accettate bisogna aggiungere, come 
accennammo, gli stati paranoidi e gli stati confusionali che, dominando 
l'intero decorso della malattia o protraendosi lungamente, costituiscono 
due varietà cliniche non meno importanti delle precedenti e nelle quali 



380 CAPITOLO XIV 



bisogna imparare a riconoscere la paralisi progressiva come nelle tre va- 
rietà classiche. Molti errori di diagnosi o per lo meno molti dubbi e ri- 
tardi sono dovuti a disconoscimento della varietà paranoide e della va- 
rietà confusionale. 

La suddivisione della paralisi progressiva in l'orme distinte a seconda 
dei sintomi somatici e più specialmente motori non è possibile, perchè 
ciascuno di questi numerosissimi sintomi può mancare o presentarsi o 
scomparire ad un tratto in epoche differenti della malattia, sottraendosi a 
qualunque previsione. Non si può stabilire se la paralisi progressiva, in 
un dato individuo, decorrerà con crisi o senza, se con periodi di calma 
o con esaltamento continuo. Parimente non ha gran base l'antagonismo 
fra una pretesa varietà spastica ed una pretesa varietà tabetica della pa- 
ralisi progressiva (Stewart), la prima più agitata, più acuta e più gio- 
vanile, la seconda più apatica, più lenta e più senile. 

l»el resto, anche il punto di partenza su cui si fonda quest'antitesi cli- 
nica è fallace, perchè le analogie cliniche della paralisi progressiva da 
un lato con la tabe dorsale, dall'altro con la tabe spinale spastica non 
sono che molto parziali. Vi sono, è vero, dei casi in cui la paralisi pro- 
gressiva è associata a tabe dorsale ; ma si cadrebbe in un errore gros- 
solano se si facesse diagnosi di tabe-paralisi ogniqualvolta manca il 
refiesso patellare. Quanto al tipo spastico che dovrebbe riprodurre le 
condizioni e i sintomi della tabe spinale spastica, è vero che questa sin- 
drome si presenta nella paralisi progressiva con molta frequenza, ma 
essa è comune ad altre malattie come il latirismo, la pellagra, le diplegie 
infantili, le paraplegie spasmodiche famigliari. I due elementi fondamen- 
tali di questa sindrome, paresi e rigidità, non significano altro che la 
lesione del fascio piramidale; ma non dicono se la lesione è primaria o 
secondaria. 

In seguito a sifilide ereditaria si hanno casi piuttosto rari (nel 1898 la 
letteratura internazionale ne registrava un centinaio in tutto) di paralisi 
progressiva a forma giovanile. La paralisi degli adolescenti si sviluppa tra 
i 12 e i 20 anni, colpisce egualmente i due sessi, e non ha altra partico- 
larità sintomatica che quella di decorrere con grande rapidità e con di- 
sordini prevalentemente amenziali (Jus.tschf.nko, Alzheimer). Questi casi 
sono ben pochi in paragone al numero sterminato di paralitici adulti. 

Il criterio del decorso permette di distinguere una varietà, circolare della 
paralisi progressiva, benché sia raro che l'alternativa di due stati affet- 
tivi fra loro opposti accompagni dal principio alla fine tutta la durata 
della malattia. Come è naturale, il delirio depressivo e il delirio di gran- 
dezza seguono le stesse sorti degli stati d'animo da cui sono inspirati, 
e, alternandosi anch'essi, completano questo simulacro di pazzia circolare. 



LA PARALISI PROGRESSIVA 381 

Un avvocato di Firenze, che si ammalò a 35 anni e mori a 38, aveva 
presentato per 7 mesi di seguito questa curiosa alternativa. Per due o 
tre giorni era allegro, si credeva agile e snello, vantava per amante una 
cantante fra le più celebri per talento ed avvenenza, benché non le fosse 
mai stato presentato ; diceva anzi di dover cantar con lei all'Opera di 
Parigi, e intanto improvvisava versi e ritratti a matita, progettava un 
giornale quotidiano ed una scuola da cui avrebbe insegnato clinica e 
diritto, si compiaceva dell'adorazione che gli era tributata da tutta la 
cittadinanza, e non usciva di casa per non essere soffocato da congratu- 
lazioni, applausi, omaggi, mazzi di fiori. Nei due giorni successivi il ma- 
lato era torpido, mortificato, vergognoso delle sue millanterie, si credeva 
mostruosamente grasso e puzzolente, gli uccelli e le foglie degli alberi gli 
bisbigliavano va al manicomio!, la moglie e la figlia l'avevano esautorato 
e volevano sbarazzarsi di lui. 

Infine, col criterio del decorso e dell'anatomia patologica si ammetteva 
una forma ascendente di paralisi progressiva molto rara, che comincia 
con fenomeni tabetici e spinali per terminare con gli ordinari sintomi ce- 
rebrali. Parecchi clinici ammettono la coesistenza della paralisi e della 
tabe sotto il nome di tabe-paralisi con atassia, dolori folgoranti e gravi 
distrofie, che precedono, seguono od accompagnano la demenza. Questa 
eventualità non è rara, specialmente se si tien conto dei casi incompleti, 
nei quali il corteo della sindrome tabetica è poco ricco o rimane masche- 
rato dai fenomeni più appariscenti della paralisi. Anche anatomicamente 
le lesioni cerebrali della tabe, se ve ne sono, non brillano per costanza, 
né per qualità caratteristiche; e le lesioni spinali della paralisi si localiz- 
zano in maniera multipla ed irregolare, non già esclusivamente nella 
zona di Lissauer, né con lo schematismo che caratterizza quelle della 
tabe. La tabe e la paralisi, benché possano associarsi, sono dunque due 
malattie distinte, anche se sono dovute alla stessa causa. 



Decorso. 

11 periodo prodromico della paralisi progressiva passa quasi sempre 
inavvertito: solo qualche volta cade sotto un'indagine puramente retro- 
spettiva che non può tenere esatto conto delle date. Ma, se si riesce a rico- 
noscere i primi e lontani inizi di malattia in qualche atto antico di dis- 
trazione, di transigenza con le leggi della morale e dell'onore, in qualche 
segno d'impotenza precoce o di spensieratezza, in un matrimonio stra- 
vagante ed improvvisato, in un'apostasia mal ponderata, si resta facil- 
mente convinti che il periodo prodromico della paralisi progressiva può 
anche abbracciare parecchi anni e prolungare il decorso totale fino ad 
una durata di poco inferiore a quella, lunghissima, della tabe. I paralitici 
progressivi che sopravvivono dieci, quindici e fin vent'anni si fanno ogni 
L'iorno meno rari. 



382 CAPITOLO XIV 



Spingendo quanto è possibile l'indagine dei sintomi remoti, si vede che 
la nevrastenia apre la scena assai più spesso di quel che apparisce nei 
vecchi trattati, dove gli stati d'esaltamento e il delirio di grandezza, 
messi in luce esagerata, lasciano nell'ombra gli altri sintomi. Durante 
questo periodo ambiguo si verificano i primi cambiamenti del carattere e 
le prime lacune, lievi ed isolate, dell'intelligenza. Fra i sintomi fisici, i 
più precoci sono quelli che, non cagionando alcun disturbo subiettivo e 
non presentandosi spontaneamente, possono venir rilevati soltanto dal 
medico che, chiamato casualmente, pensi di provocarli. Tali sono la ri- 
gidità pupillare, la miosi, il fenomeno di Argyll-Robertson, l'esagera- 
zione dei riflessi rotulei. Il passaggio ad una sindrome decisa avviene per 
lo più gradualmente, e talvolta anche in seguito ad una crisi, benché le 
crisi costituiscano in generale un sintomo tardivo. 

Con la disartria, l'amimia, l'anisocoria, l'euforia e l'incipiente delirio 
demenziale i malati passano dal periodo latente al periodo conclamato ed 
eminentemente manicomiale della paralisi progressiva. In questo periodo 
sopravvengono qualche volta episodi gravi di confusione mentale; i deliri 
possono subire profonde metamorfosi ; scoppiano le crisi vertiginose e mo- 
torie. Ma non è affatto infrequente la mancanza di qualsiasi incidente 
grave, ed almeno il 3(1 per cento dei paralitici sfugge, in tutto il decorso 
della malattia, alle convulsioni, al furore e ad ogni altra crisi violenta. 

Anche a paralisi inoltrata sono possibili remissioni che prendono il 
nome di soste o pause e che danno alle famiglie l'illusione (divisa natu- 
ralmente dal malato) di una vera e propria convalescenza e quindi la 
convinzione d'un errore diagnostico. Queste tregue possono durare pa- 
recchi mesi ed anche un anno o più; ma i malati che ne godono il be- 
nefizili cosi a lungo sono assai pochi. Essi riacquistano la loro lucidezza 
e tutti i sintomi più appariscenti rientrano nel silenzio. Tuttavia qualche 
residuo permane; una certa superficialità nei giudizi, l'inadeguato ap- 
prezzamento del male sofferto, qualche momento di malessere psichici! 
senza causa, la scarsa od esagerata affettività dimostrano che la mente 
è indebolita. Un grado appena avvertibile d'ipotonia nei muscoli mimici, 
di disartria in quelli della loquela, eli vivacità nei reflessi patellari, d'in- 
debolimento nella reazione pupillare confermano che il processo morboso 
non è spento. Oltre a queste remissioni massime, sono abbastanza comuni 
le remissioni minori, durante le quali i malati diventano, se non lucidi, 
tollerabili e suscettibili di cura a domicilio. La scomparsa del delirio, 
della confusione o dell'esaltamento è più che bastevole a questo effetto 
modesto che riempie di gioia la famiglia ed il malato. 

11 termine delle tregue è spesso brusco. I malati inalberano all'improv- 
viso la bandiera delirante che avevanc» rinnegata e dimenticata, o si 



LA PARALISI PROGRESSIVA 



383 



svegliano, dopo un accesso convulsivo od apoplettiforme, in istato amen- 
ziale. Qualche volta gli stati di lucidezza si alternano con quelli di disor- 
dine psichico, e alcuni fra i sintomi somatici, per esempio quelli che si 
riferiscono alle pupille, possono accompagnare con parallelismo più o 
meno imperfetto le oscillazioni dello stato generale e mentale. Non è 
escluso che in certi paralitici il ritorno al delirio, dopo una remissione, 
possa avvenire anche per gradi. 

Si arriva all'ultimo stadio o in seguito a crisi ripetute o a poco a poco, 
ma quasi sempre dopo alcuni anni dalle prime manifestazioni della ma- 
lattia. L'intelligenza è ormai disgregata, e gli infermi o sono apatici e 
remissivi come bambini o si comportano in modo del tutto incoerente. 
Lo stesso delirio è ridotto a pochi frammenti dissociati e ripetuti per abi- 
tudine o va travolto nell'oblio generale. Le alterazioni motorie sono nu- 
merose e molto appariscenti: disartria fino all' anartria, disgrafìa fino 
all'agrafìa, amimia, anisocoria, mancanza od esagerazione dei renessi 
rotulei. 

Ecco alcuni dati raccolti da Sprengler : 



.Sopra 314 casi: 

Pupille uguali e ili ampiezza normale in 
» con miosi bilaterale in 
». con midriasi bilaterale in 
» ineguali in 

Reazione delle pupille su 26~> casi: 



Normale in 

Torpida in 

Sospesa da una parte in 

Sospesa da ambe le parti in 

Paradossa in 



Sopra 304 casi : 



Keflessi patellari normali in 
,> » esagerati in 

» » indeboliti in . 

s, » aboliti (bilateralmente) in 

» » aboliti (da una parte) in 



53 

18 

181 



53 
90 

8 

112 

9 



31 

93 

56 

106 

17 



I paralitici allo stadio terminale sono spesso affetti da bulimia; talvolta 
pingui, talvolta magrissimi ; immobilizzati a letto da incomodi ed acciacchi 
diversi; presentano paresi generale, contratture e piaghe da decubito. 
Spesso, malgrado la progressiva decadenza, sono ilari o indifferenti e non 
hanno mai la chiara coscienza del proprio stato. 

La morte avviene ben di rado precocemente: per accesso bulbare, per 
semplice accesso apoplettiforme, per malattie intercorrenti o per suicidio. 
Tutte queste cause improvvise di morte, eccettuato il suicidio, interven- 



384 CAPITOLO XIV 



gono con frequenza assai maggiore nel 2.° e principalmente nel 3." stadio. 
Molti paralitici, arrivati al periodo terminale d'incoscienza completa con 
impotenza motoria, rimangono in condizioni invariabili per molti mesi, e 
muoiono poi per setticoemia, per soffocazione o lentamente per esauri- 
mento. 

Per quanto sia ammesso come un dogma che la paralisi progressiva 
sia una malattia essenzialmente inguaribile e mortale, non è lecito esclu- 
dere in modo assoluto che una diagnosi sollecita seguita da una curii 
energica possano arrestare il processo morboso. Non bisogna dimenticare 
che qualche volta si formula la diagnosi di nevrastenia anziché di para- 
lisi, o si corregge la diagnosi di paralisi con quella di nevrastenia, sola- 
mente perchè la malattia ha sortito un esito favorevole, ciò che costituisce 
una vera petizione di principio (Régis). Del resto, le lesioni assolutamente 
iniziali della paralisi progressiva (cromatolisi delle cellule nervose, tume- 
fazione del corpo cellulare) non hanno carattere distruttivo, né irrepara- 
bile. Si ritiene che le profuse suppurazioni spontanee possano influire be- 
neficamente (Schaefer); ciò che indusse a provocarle artificialmente, benché 
non senza qualche rischio, con iniezioni sottocutanee d'olio di tremen- 
tina (Marro). 



Btiologia. 

Un fattore accertato della paralisi progressiva è la sifilide. Per qualche 
clinico autorevole (Fournier, Mobius) non può diventare paralitico che 
chi è stato sifilitico. Resterebbe ancora a vedersi se a produrre la para- 
lisi progressiva basti la sifilide : se cioè la sifilide sia etiologicamente l'ele- 
mento necessario e sufficiente insieme. 

Esplicitamente questa tesi non fu mai sostenuta da nessuno; ma coloro 
che ravvisano nella sifilide una causa assolutamente necessaria della pa- 
ralisi progressiva, non si curarono molto di mettere in rilievo gli altri 
coefficienti più o meno necessari della malattia. Non si possono incolpare i 
sostenitori dell'origine specifica d'aver negato l'esistenza degli altri coef- 
ficienti; ma sono piuttosto i loro avversari che cercarono di scoprirli. 
Ora, che occorrano simili cause concomitanti lo prova una ragione assai 
ovvia, cioè che non tutti i sifilitici diventano paralitici. Le emozioni, i 
traumi, gli eccessi sessuali ed alcoolici, la pellagra ed altre intossicazioni 
od infezioni, persino la febbre gialla (Belmondo), possono contribuire e, 
secondo alcuni, anche determinare da sole la paralisi progressiva. Se 
quest'ultima tesi è ancora piuttosto dubbia, non vi è da esitare nell'am- 
mettere la prima. 



LA PARALISI PROGRESSIVA 385 



Altri autori, più giustamente, credono necessario il concorso d'una dia- 
tesi individuale ed anzi arrivano addirittura al concetto del paralitico-nato. 
Ora, se per diatesi paratitica si vuole intendere una predisposizione la- 
tente ed intima dell'organismo che non implica alcuna irregolarità visi- 
bile delle l'unzioni mentali, né dello sviluppo somatico, questo concetto è 
accettabile e sommamente razionale. Infatti, anche ammettendo che tutti 
i paralitici siano ex-sifilitici, è certo che non tutti i sifilitici diventano 
paralitici, ed anzi anche le stesse gomme e gli altri fenomeni terziari 
possono andare scompagnati da qualunque segno di paralisi. Se invece 
si pretende che il paralitico-nato sia un volgare degenerato con le stigme 
antropologiche e psicologiche dell'inferiorità (Naecke, Cristiani), si viene 
ad urtare grossolanamente contro la verità. R un fatto della più ovvia espe- 
rienza che spesso ammalano di paralisi progressiva persone intelligenti, equi- 
librate, robuste ed appartenenti a famiglie non nevropatiche: fra i ricove- 
rati del manicomioi paralitici sono anzi tra quelli che, pel loro passato e 
per la loro costituzione, si allontanano più di tutti gli altri da) tipo del 
degenerato. 

A meno dunque di ritenere che tutti i pazzi siano degenerati, ipotesi 
non dimostrata, inutile e perciò inopportuna, si deve interpretare la dia- 
tesi paralitica come qualche cosa di affatto diverso dalla degenerazione 
somato-psichica. Come la diatesi tubercolare o meglio ancora come la 
diatesi gottosa, essa non è che una speciale vulnerabilità di fronte ad un 
determinato agente o ad un determinato momento morboso. Secondo 
HiRStiiL, una simile diatesi è il risultato d'un fatto negativo, cioè del non 
aver avuto alcun caso d'infezione sifilitica nella propria ascendenza : chi 
si trova in condizioni di questo genere è più esposto alle forme di sifilide 
grave, mentre gode d'una certa immunità sia per la sifilide terziaria, sia 
per la metasifilide tabetica e paralitica chi abbia potuto ereditare dai pro- 
genitori i mezzi di resistenza alle intossicazioni consecutive. Da questo 
punto di vista non è puramente teorica, ma pratica l'opinione che attri- 
buisce la paralisi progressiva alla combinazione di due fattori egualmente 
necessari : la diatesi paralitica e la sifilide. 

Infatti non si può a meno di riconoscere: 1.° il grandissimo numero di 
paralitici, in cui dall'anamnesi e da qualche reliquato risulta indubbia- 
mente che vi fu sifilide (su 200 casi della Clinica diretta da Obersteiner 
vi era stata sicuramente sifilide in 112, con probabilità in 50, era incerta, 
ma non assolutamente esclusa, in 38) ; 2.° la distribuzione geografica della 
paralisi progressiva che sembra coincidere esattamente con quella della 
sifilide; la frequenza con cui viene colpito il sesso maschile (più esposto 
alla sifilide) in confronto del femminile ; 4.° il fatto che tra le donne am- 
malano di paralisi principalmente le prostitute; 5-° l'esistenza d'una forma 

l'ANzr, l'ticliiatria. — 49 



386 CAPITOLO XIV 



giovanile di paralisi progressiva dovuta a sifilide ereditaria. Da ciò si può 
concludere che in molte anamnesi di paralitici la sifilide mancata non 
<ia altro che sifilide ignorata (Mobius). 

Che la sifilide passi inosservata in un gran numero di casi è provato 
da una comunicazione temeraria, ma dimostrativa che un medico anonimo 
lece nel 1897 al Congresso internazionale di Mosca per mezzo di Krafft- 
Ebing. Avendo inoculato la sifilide in '.) paralitici che si pretendeva non 
l'ossero mai stati sifilitici, questo sperimentatore in corpore vili s'accorse, 
dopo 180 giorni, che mancava qualunque fenomeno primario o secondario: 
segno evidente che l'afférmazione dell'anamnesi era falsa. 

Per risolvere la questione, bisognerebbe poter seguire per una serie 
lunghissima d'anni le sorti d'un buon numero di sifilitici sopravvissuti, e 
stabilire quanti e quali fra di essi riescano ad evitare la paralisi progres- 
siva. Una simile ricerca è assai più difficile di quello che può sembrare 
a primo tratto, perchè la paralisi progressiva si sviluppa visibilmente 15, 
20 e fin 25 anni dopo l'infezione sifilitica. Ora, non è possibile tener 
d'occhio molta gente per tanto tempo. Una parte dei sifilitici muore (per 
sifilide o per altre malattie) prima che sia scaduto il termine di venti- 
cinque anni; se poi la sifilide fu contratta ad un'età avanzata, la paralisi 
progressiva, giungendo parecchi anni dopo, può assumere l'aspetto d'una 
involuzione senile più o meno anticipata. 



Patogenesi. 

Ammesso che la grandissima maggioranza dei casi di paralisi progres- 
siva sia dovuta a sifilide, resta da analizzare il meccanismo con cui opera 
l'agente morboso. Il lungo intervallo che corre fra l'infezione sifilitica e 
i primissimi sintomi della paralisi progressiva, abbracciando un minimo 
di alcuni anni, durante i quali il futuro paralitico apparisce perfettamente 
sano, esclude completamente la possibilità di un'azione diretta delle tos- 
sine sifilitiche. Del resto, la lesione caratteristica della sifilide terziaria è 
la gomma; invece nei paralitici le gomme e gli altri fenomeni di sifilide 
terziaria sono poco frequenti. Perciò il processo morboso della paralisi 
progressiva è affatto distinto per la forma (ed anche pei sintomi) da quello 
della sifilide cerebrale, e non può essere considerato che come una con- 
seguenza lontana della sifilide, ossia come qualche cosa che esce dal 
quadro dei tre periodi classici. Fournier designò la paralisi progressiva 
e la tabe come metasifilide o come una specie di sifilide quaternaria, che 
per manifestarsi richiede, oltre una certa longevità, il concorso di condi- 
zioni sfavorevoli, come l'esaurimento nervoso e, potremo aggiungere, 



LA PARALISI PROGRESSIVA 387 

una speciale diatesi paralitica. Che questa diatesi sia un fattore necessario 
lo dimostrano non soltanto i sifilitici che guariscono e rimangono sani 
per trenta o quarant'anni, ma anche quelli che riammalano soltanto di 
tabe dorsale, conservando la mente integra. Il numero dei tabetici senza 
complicazioni cerebrali o con complicazioni effimere di semplice nevra- 
stenia o con sintomatologia incompleta è assai grande; e recentemente 
Ere, allargando il concetto clinico della tabe, lo ha aumentato in modo 
considerevole. 

Da un altro punto di vista, cioè indipendentemente dall'etiologia, tutto 
conferma che la paralisi progressiva sia una malattia d'origine tossica : 
il decorso, l'indole di certi sintomi e, come vedremo, l'anatomia patolo- 
gica. Le esacerbazioni, le crisi, le elevazioni termiche, le remissioni e le 
tregue dipendono con tutta probabilità da accumuli e disaccumuli d'un 
veleno. L'oscillare dello stato d'animo fra i due poli opposti dell'euforia 
e della depressione si spiega facilmente con la diversità della reazione 
individuale o con la variabile intensità di un'azione tossica; l'alcoolismo 
cronic